Il movimento si è esteso in questi mesi grazie al tam-tam sul web. Uno dei suoi ispiratori, il docente torinese Carlo Ferraro ha calcolato che al 4 marzo lo sciopero contro la VqR ha coinvolto 3320 docenti. Si tratta di una stima prudenziale da moltiplicare per 1,5 o per 2, dato che non tutti gli atenei né il ministero dell’università hanno comunicato dati aggiornati e globali. […] La spinta decisiva per la mobilitazione è stata data dalla richiesta di sbloccare gli scatti di anzianità dal 2015, e non dal 2016 come ha fatto l’ultima legge di stabilità, e dal riconoscimento dell’anzianità maturata nel quadriennio 2011-2014. […] Il risparmio per lo Stato ammonta a una cifra di tutto rispetto: oltre un miliardo e 600 milioni, più di 300 milioni di euro della quota premiale assegnata nel 2015 agli atenei (1 miliardo e 300 milioni). Il 65% di questa cifra – 900 milioni – viene assegnato in base ai risultati della VqR. L’astensione dalla valutazione è un «mezzo di pressione» per ottenere le risorse perdute, cosa parzialmente avvenuta per il resto del pubblico impiego. Se il governo non cederà lo sciopero distorcerà l’attendibilità dei dati raccolti minando la «qualità» della ricerca che il ministero intende misurare.

pubblicato sul Manifesto dell’8 marzo 2016

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Università. Entro lunedì 14 marzo 50 mila docenti dovranno caricare le loro pubblicazioni nel sistema della valutazione. In migliaia aderiscono al boicottaggio. I rettori sono preoccupati, il movimento è cresciuto. La richiesta di sbloccare gli stipendi si accompagna la critica alla meritocrazia.

 

Settimana decisiva per la clamorosa protesta dei docenti e dei ricercatori. Entro lunedì 14 marzo 50 mila persone dovranno caricare 100 mila pubblicazioni nel software della «Valutazione della qualità della ricerca» (VqR 2011-2014), una procedura fondamentale nell’università post-gelminiana per determinare la quota del fondo premiale destinato agli atenei e per finanziare quanto resta della ricerca in Italia dopo i sanguinosi tagli da 1,1 miliardi imposti da Tremonti nel 2008 e mai rifinanziati.

Il movimento si è esteso in questi mesi grazie al tam-tam sul web. Uno dei suoi ispiratori, il docente torinese Carlo Ferraro ha calcolato che al 4 marzo lo sciopero contro la VqR ha coinvolto 3320 docenti. Si tratta di una stima prudenziale da moltiplicare per 1,5 o per 2, dato che non tutti gli atenei né il ministero dell’università hanno comunicato dati aggiornati e globali. L’astensione è stata preceduta da una fitta pioggia di delibere di dipartimento, di Senati accademici, mozioni e lettere ai rettori: 174 secondo Ferraro. Al momento il boicottaggio coinvolgerebbe tra il 5 e il 20% dei docenti e in alcuni atenei ha raccolto una protesta articolata sugli aspetti decisivi della meritocrazia imposta dalla riforma universitaria, fino a raggiungere il 30%.

La spinta decisiva per la mobilitazione è stata data dalla richiesta di sbloccare gli scatti di anzianità dal 2015, e non dal 2016 come ha fatto l’ultima legge di stabilità, e dal riconoscimento dell’anzianità maturata nel quadriennio 2011-2014. «I danni potrebbero essere rilevantissimi a livello individuale» ha scritto il presidente del Coordinamento intersedi professori universitari di ruolo (Cipur) Alberto Incoronato: fino a 27 mila euro per i ricercatori, 38 mila per gli associati, 54 mila per gli ordinari.

Il risparmio per lo Stato ammonta a una cifra di tutto rispetto: oltre un miliardo e 600 milioni, più di 300 milioni di euro della quota premiale assegnata nel 2015 agli atenei (1 miliardo e 300 milioni). Il 65% di questa cifra – 900 milioni – viene assegnato in base ai risultati della VqR. L’astensione dalla valutazione è un «mezzo di pressione» per ottenere le risorse perdute, cosa parzialmente avvenuta per il resto del pubblico impiego. Se il governo non cederà lo sciopero distorcerà l’attendibilità dei dati raccolti minando la «qualità» della ricerca che il ministero intende misurare.

La protesta preoccupa, non poco, i rettori della Crui. La richiesta di posticipare la scadenza della VqR dal 14 marzo a fine aprile è stata rifiutata dal ministero. Nel frattempo negli atenei c’è maretta. Basta leggere la lettera sottoscritta da 200 docenti dell’università di Pisa e inviata al consiglio di amministrazione dell’ateneo. In una mozione del 2 marzo il Cda si è detto preoccupato «per il danno che deriverebbe all’ateneo» e ha invitato i direttori di dipartimento a procedere al caricamento di quelli che la neolingua accademica definisce «prodotti» della ricerca. «Una scelta che rischia di inasprire la conflittualità interna» sostengono i docenti che invitano a sostenere la protesta «a difesa della dignità della docenza». «Questa non è una lotta corporativa» hanno aggiunto 65 docenti leccesi in risposta ad analoghe pressioni.

Il senso della mobilitazione supera tuttavia le legittime richieste economiche dei docenti e si è saldato con la campagna #salviamolaricerca promossa tra gli altri dal celebre fisico romano Giorgio Parisi e potrebbe anche incrociare la mobilitazione dei ricercatori precari che chiedono il riconoscimento del sussidio di disoccupazione «Dis-Coll» «perché -dicono – la ricerca è un lavoro». L’università è in ebollizione al punto che persino i rettori della Crui hanno organizzato una giornata di mobilitazione, prevista il 21 marzo, per chiedere il rifinanziamento degli atenei.

La petizione «Stop VqR» promossa, tra gli altri, dal docente romano Stefano Semplici è significativa perché allarga la piattaforma del movimento a questioni decisive per il destino dell’università: il diritto allo studio, l’uguaglianza contro il merito, il taglio delle risorse oscurato dai peana dell’«eccellenza». Temi che potrebbero alimentare una mobilitazione contro l’«Audit society» o lo «Stato valutatore» istituito dalla «riforma» Gelmini e centrato sul sistema dell’agenzia di valutazione Anvur.

Questo sistema è governato da una logica di stampo commerciale e aziendalistico che trasforma la democrazia in un sistema di gestione privatistico-manageriale. La protesta non è contro la valutazione in quanto tale – precisano gli interessati – ma contro quella basata sulla realizzazione degli obiettivi, un dispositivo neoliberale che cancella l’autodeterminazione del soggetto a partire dalle sue libere facoltà.

I docenti universitari sembrano risvegliarsi: cresce la coscienza che il loro status è decaduto. «I settori più attivi mi sembrano quelli scientifici, in particolare l’ingegneria. Questa mi sembra una novità, visto che per tradizione sono stati i settori umanistici ad essere i più attivi nelle proteste – sostiene Giuseppe De Nicolao, docente a Pavia e redattore del magazine online Roars – Una coscienza che emerge in maniera graduale in una categoria aliena da sempre da qualsiasi sindacalizzazione È un brusco risveglio per qualcuno, molti altri non si sono ancora svegliati».

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28 Commenti

  1. Vorrei chiedervi questo. Se si volesse compensare la perdita dei 4 anni di anzianità col riscatto a fini pensionistici dei 4 anni di studi universitari, quanto verrebbe a costare? Ne varrebbe la pena? Aggiungo subito che mi imbarazza sollevare quest’argomento essendo consapevole che esso riguarda solo chi è inquadrato, ma la mobilitazione contro questo tipo di vqr mira(va) anche al recupero dell’anzianità. Si possono perciò immaginare degli eventuali correttivi, se sono praticabili. Grazie.

    • Nel periodo del blocco si doveva transitare al nuovo regime. Non c’è alternativa a quella di modificare la tabella di transizione al nuovo regime del dpr 15/12/2011. In sostanza a sblocco avvenuto (si chiede il 2015 tra le altre cose) la transizione, per coloro assunti con il vecchio regime, deve essere spostata in giù (nel senso della tabella).

  2. “Il risparmio per lo Stato ammonta a una cifra di tutto rispetto: oltre un miliardo e 600 milioni, più di 300 milioni di euro della quota premiale assegnata nel 2015 agli atenei (1 miliardo e 300 milioni). Il 65% di questa cifra – 900 milioni – viene assegnato in base ai risultati della VqR.”
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    Questo risparmio di oltre 1,6 miliardi è quello relativo agli anni 2011-2015 secondo i calcoli riportati nel comunicato CIPUR del 4-2-2016 (https://www.roars.it/online/anche-piu-di-e-90-000-netti-ecco-cosa-costa-rinunciare-a-bloccare-la-vqr/).
    Chi protesta non chiede il recupero del periodo 2011-2014, ma solo l’anzianità a finit giuridici e il recupero del 2015 come per le altre categorie. Riguardo ai costi, le stime che circolano sono:
    ____________________
    – 80 milioni x recupero effetti giuridici periodo di blocco
    – 15 milioni x anticipo sblocco dal 1/1/2015

    • Probabilmente è più di 80 milioni/anno considerando che stiamo perdendo, rispetto alle aspettative di legge, circa 1 mensilità/anno. Bisogna anche dire però che questa cifra dovrebbe estinguersi nel tempo con le promozioni e i pensionamenti (sia i chiamati che i nuovi ingressi ripartono da cifre prestabilite).

  3. Se l’anzianità ai fini giuridici sarà persa, e speriamo si ottenga al meno il contrario (per la carriera individuale; poi c’è tutto il resto …), con il riscatto degli studi potrebbero essere compensati gli anni persi, ma bisogna muoversi (chi lo ritenesse utile, s’intende). Ho trovato, nel frattempo, una risposta soddisfacente qua: http://www.giornatanazionaledellaprevidenza.it/site/home/il-punto/il-riscatto-di-laurea-cos146e-e-quando-conviene.html Il riscatto di laurea: cos’è e quando conviene. …… “Per semplicità facciamo l’esempio di un giovane laureato in attesa di occupazione che chiede quest’anno di riscattare la laurea breve (tre anni). Per calcolare quanto gli costa l’operazione è sufficiente applicare il 33% a 15.516 Euro e moltiplicare il risultato per i tre anni di università.” …
    Quindi, al 2014, 5mila euro cca per anno di studi. Se per il singolo il risultato ha presumibilmente una qualche utilità, per lo Stato si configura un doppio guadagno a breve termine (a breve termine, perché a lungo termine la maggiore anzianità impone una pensione maggiore): 1. ciò che è derivato dalla perdita degli scatti e 2. ciò che si guadagna coi riscatti. Rispetto a 1., vorrei chiedervi chiarimenti su ciò che dicevano alcuni: è vero verissimo che gli Atenei hanno incassato le somme corrispondenti agli scatti ma poi hanno avuto la facoltà di utilizzarle secondo i propri intendimenti (cioè dei CdA)? Corrispondono per caso queste somme alla cosiddetta premialità?
    Non amo fare la contabile, e per me queste cifre sono sempre astronomiche, ma a questo punto prevale il desiderio di vederci più chiaro. Grazie.

    • Sì, forse ora ho capito finalmente una parte: tolto il dovuto (per il blocco) se ne restituisce generosamente una parte sotto forma di quota premiale. La quale viene poi gestita dagli Atenei secondo criteri che non so se siano uniformi dappertutto (ma credo di no). E’ deprimente aver la sensazione continua che bisogna stare sempre in campana, perché chissà che cosa stanno combinando. E dover fare i cd conti della serva, mentre altrove volano i progetti grandiosi e si spende e spande.

    • Metà dei docenti ha avuto circa 600 euro lordi. Non è ne un premio ne un indennizzo. Una presa per i fondelli. Ci siamo abituati. Forse è stato un esperimento, un tentativo di mettere zizzania. Qualcuno a suo tempo ha giustificato il suo voto in Parlamento a favore della legge Gelmini per via di questa elemosina fatta passare per premio.

    • Da noi metà dei docenti ha ricevuto molto di più se non ricordo male, perché io non ho mai fatto domanda, mi sembrava anche umiliante riempire moduli, dimostrare e contabilizzare la ‘produttività’ e entrare in lizza per il premio. Sono però del tutto d’accordo che chi ha responsabilità gestionali debba avere un indennizzo, qualcosa in più degli altri. Ma ci sono degli aspetti un tantino perversi che mi sono diventati chiari nel corso degli ultimi anni (ovvero che intuisco meglio da qualche anno). Se non fosse così non capirei nemmeno perché ci sono disparità nella didattica (che è la parte più visibile) che dovrebbe, forse addirittura per legge se non per buon senso, essere ripartita nella maniera più equilibrata possibile (a questo servono coordinatori, direttori, presidenti, che ovviamente concorrono per l’indennizzo e se lo meritano anche). Si tratterebbe, secondo la mia ‘teoria’, di una ipergenerazione o supergenerazione di burocrazia e di attività varie (indotte dall’alto, ma autogenerate anche dal basso), che se considerata dall’alto serve a risparmiare sul personale (perché chi c’è già, fa anche quel lavoro burocratico in più e di conseguenza riceve più degli altri), se vista invece dal basso serve a dimostrare di lavorare più di altri e dunque di meritarsi compensi aggiuntivi. Il fatto è che nessuno può sapere esattamente come si comporteranno e cosa faranno o si inventeranno gli altri, c’è soltanto competizione alla cieca, e poi alla fine la metà di loro verrà premiata. Pertanto la volta successiva la competizione alla cieca aumenta, e di nuovo la metà rimane a bocca asciutta. Altrimenti non mi spiego la quantità di commissioni, di livelli gestionali con un sacco di riunioni e verbali e documenti, in una quantità ipertrofica e produttrice di burocrazia asfissiante.


  4. Per partecipare è necessario registrarsi, mandando una mail a stopvqr.16marzo@gmail.com
    ‪#‎StopVQR‬ è la sigla sotto la quale si sono uniti e mobilitati docenti che, in tutta Italia, sono contrari all’attuale sistema della valutazione della qualità della ricerca universitaria. Nel corso dell’incontro di mercoledì 16 marzo dalle ore 15 alle 17 presso la Sala Tatarella del Palazzo dei Gruppi della Camera dei Deputati (via Uffici del Vicario 21), i professori presenti esporranno le criticità e gli effetti distorsivi che questo modello ha creato, illustrando quelli che dovrebbero essere, invece, i criteri necessari per garantire un reale miglioramento della qualità del sapere. Un sapere aperto a tutti
    Interverranno: Alberto Baccini (Università di Siena), Giuseppe De Nicolao (Università di Pavia), Carlo Ferraro (Politecnico di Torino), Stefano Semplici (Università di Roma “Tor Vergata”) e i deputati M5S Carlo Sibilia, Gianluca Vacca, Francesco D’Uva

    • Dovrebbe esserci la diretta streaming (daremo il link). Se possibile, vediamo di pubblicare anche il filmato per chi non potesse seguire la diretta.

  5. La gente non universitaria inizia non solo a capire che all’universita sta succedendo qualcosa, ma anche qualche termine della questione: sottofinanziamento, incanalamento delle risorse in determinate direzioni, sorti delle universita ‘meridionali’. Questa certezza, e questo buon segnale provengono da una mia chiacchiera mattutina.
    Vice versa ė preoccupante, ma ancor prima offensivo e sgarbato (maleducazione e codardia), che gli interlocutori dell’incontro non siano della maggioranza o anzi governativi. La latitanza del MIUR e la mira in basso della CRUI, che dall’altisonante tavolo delle trattative ha dovuto riprogrammarsi sulla Primavera, cavano gli occhi. I pentastellati sono all’opposizione e di questo si dovrà tener conto, a mio modesto parere. Per il resto ben venga qualsiasi incontro, ma lì ci dovevano essere Giannini, Mancini, e un responsabile Anvur.

  6. @Marinella Lorinczi:
    “La gente non universitaria”:
    infatti, è proprio il resto del mondo che non riesce a capire ed a capacitarsi.
    Quando ad esempio io dico che mi è scaduto il contratto ma che, comunque, mi conviene lavorare (con tutti i rischi possibili) da casa perché ho delle pubblicazioni che, comunque, devo finire, mi dice che sono matto.
    Ma se io sono matto è perché il sistema è vigliacco e non ha il coraggio di autoriformarsi.
    In questo contesto, va anche considerata la difficoltà di un precario ormai scaduto di trovare un lavoro che si concili con l’esigenza di tenere i contatti con l’accademia (per non mandare a monte quanto – ed è tantissimo – fatto fino ad ora).
    In questo discorso si inserisce anche il DOTTORATO, sconosciuto al mondo dei concorsi pubblici, nel quale i commissari ed il “IL GENIO che fa il bando” ignora che è il terzo titolo di istruzione, più importante della laurea.
    Se il Papa vuole portare la Chiesa in “Uscita”,
    noi dobbiamo portare “L’Università in Uscita”, all’esterno, per far vedere il trattamento del mondo politico nei nostri confronti, fatto di INDIFFERENZA E DISPREZZO, Giusto?

  7. intendevo dire che il dottorato è il “più alto titolo accademico di terzo ciclo”.
    Anche questo è sconosciuto al mondo normale, compresi gli ignoranti che stilano i bandi della P.A, e noi dobbiamo farlo notare!

    • C’è una associazione dei dottorandi che potrebbe cercare una modalità per sollevare questa questione. La sottostima del valore del dottorato e del dottorato stesso è più generale, secondo la mia esperienza. Iniziamo dal sottofinanziamento, proseguiamo con le macchinose e inutili prove d’accesso e con la gestione burocratizzata, con l’annosa difficoltà a mettere insieme le commissioni finali. Ma questo forse non è il momento adatto per discuterne poiché molti atenei per non parlare della stragrande maggioranza dei colleghi teme la dissoluzione o il ridimensionamento dell’università stessa. Giustamente, se questo è il livello di autoconsapevolezza e di autostima.

  8. @Marinella Lorinczi:
    che cosa intende per “la dissoluzione o il ridimensionamento dell’università stessa”?
    In realtà, chi è strutturato, essendo l’università una Pubblica Amministrazione non può perdere il posto come accadrebbe in un’azienda privata.
    Forse Lei si riferisce alla questione del precariato dei giovani, che il posto non lo avranno mai, ho capito bene?

    • “Temono [mi scuso per il singolare di sopra] la dissoluzione o il ridimensionamento dell’università stessa.” Posso iniziare da un aneddoto di cca 15 anni fa, quando un collega storico (strutturato) ‘dirigente’ locale di un grande sindacato da lui molto mal rappresentato, ha detto che iniziava l’era della perdita dei posti. I concetti centrali sono autentici, i dettagli irrilevanti sono inventati. Ma aveva ragione, purtroppo e mi domando da dove captava le informazioni. Si era nella prima fase di implementazione della 3+2. Non so se ha presente quello che si racconta del povero cuculo: che depone l’uovo nei nidi altrui, poi il suo piccolo, più grande degli altri pulcini, pian piano fa morire di fame e butta fuori dal nido i ‘fratellastri’. Ebbene, alcuni colleghi si sono comportati così: si sono ‘accaparrati’ spazi didattici privilegiati (collocandosi laddove ci sarebbe stata più affluenza di studenti: I anno e fasce didattiche obbligatorie/non opzionali), tutto rigorosamente votato a maggioranza. Così dimostravano di essere produttivi (più frequenza, nr. maggiore di esami, donde più tesi). A qualcun altro sono rimaste le briciole didattiche, sancite successivamente anche da piani di studio rigidi, di cui si dice che è il ministero a volerli. E vai a controllare se ne hai la possibilità … E’ evidente che laddove gli studenti sono pochi, quelle materie sono destinate a scomparire. E quando uno strutturato è didatticamente emarginato, il suo posto è a rischio. Questo è un aspetto del ridimensionamento. Il secondo è la chiusura di corsi di laurea, perché dopo i primi anni di sovrabbondanza, i finanziamenti sono diminuiti, i contratti di conseguenza (però avevano già generato precariato), per i requisiti minimi ci vogliono strutturati che però non possono tenere il piede in più staffe (corsi di studio) e allora un corso può essere chiuso. Tre: per svolgere il proprio carico didattico, se un docente non ha sufficiente spazio nella propria università, verrà messo in una sorta di mobilità: andrà a insegnare anche nell’università più vicina, se lo vogliono, tanto più che prima o poi qualche università dovrà consorziarsi perchè non ha sufficiente docenza in loco, perchè il ricambio è basso e perché si investe nelle materie e nei corsi di studio con molti studenti. Sono tutti processi di ridimensionamento che possono assorbire solo pochi nuovi elementi stabili. Inoltre portano ad un logoramento quotidiano di chi ci lavora, a non aver tempo nemmeno per pensare, a sottostare a una burocrazia insensata e vessatoria (v. anche vqr) e a sopportare tutto per paura. La dissoluzione io la vedo così, dall’interno, una specie di neofordismo universitario dove bisogna produrre numeri, numeri e numeri e dove dall’alto viene indotta e accettata dal basso una competizione malsana.

  9. Caro Antò, una delle riforme epocali alle quali sta lavorando il governo Renzi, è l’abolizione del posto a vita per tutti, anche per chi lo ha già.

    Per quanto riguardo i RTI, costoro di fatto, se non superano le mediane, per qualche motivo, e anche se le superano perché non ci sono le risorse, andranno in pensione cosi. Una bella prospettiva. Ciò è valido anche per gli associati.

    Tra i giovani, qualcuno il posto lo avrà, perché i concorsi sono in atto, anzi lo avrà anche da associato evidentemente.

    Entrare in università è stato sempre difficile, ma qualcuno entra.

    Sicuramente non è più un mestiere che richiama i migliori, visto le enormi difficoltà e i magri stipendi. Non vedo perché uno veramente bravo non dovrebbe andarsene negli Usa o in nord europa a guadagnare 2-3 volte tanto e soprattutto avere condizioni migliori di lavoro e prospettive certe. Anche non vedo perché dovrebbe tornare alle soglie della pensione in Italia.

    Un mestiere classista, perché solo i ricchi possono permettersi tanti anni di precariato.

    La precarierà in entrata da noi c’è sempre stata, quella che manca è la precarierà in uscita. Non si capisce perché uno che non pubblica più niente, fa poco, debba portare via dalle casse dello stato migliaia di euro l’anno e essere un intoccabile. O anche perché debba fare due lavori contemporaneamente, impiegando (e illudendo) poveri giovani galoppini. Veramente non si capisce.

  10. acicchel:
    concordo sulla precarietà in uscita, nel mio ex ateneo c’è un ricercatore che fa solo didattica (e anche poca, pochissima) e piani di studio per gli studenti (sempre impegnato in questo come fosse un impiegato).
    All’estero non posso andare io, perché sono del ramo giuridico e la legge è un fenomeno nazionale. Dovrei andare in UK, imparare diritto inglese e insegnare il diritto inglese con la concorrenza di chi, locale, lo conosce meglio, mission impossible.
    @Marinella Lorinczi:
    siamo d’accordo su tutto, è un bordello.
    @tutti: MANIFESTARE QUESTE COSE ALL’ESTERNO, anche perché fino ad ora per questione di convenienze meschine molti docenti importanti che hanno contatti con il mondo della politica, essendo essi stessi anche parlamentari nulla hanno detto, e ce ne sono tanti, solo che non si possono nominare, pena denuncia per diffamazione.

  11. @acicchel
    @Marinella Lorinczi

    come ho segnalato sopra, qualcosa si muove anche in parlamento, fate caso alla frase finale di questo intervento al senato, 3 post dall’alto.

    https://www.facebook.com/hashtag/ricercaprecaria?source=feed_text&story_id=1028701847202621

    Come è stato già detto in un convegno, il cui video è stato postato su roars.it, fine febbraio, bisogna finire sulle prime pagine dei giornali (ovviamente in modo legale e pacifico, ma bisogna esserci ed apparire).

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