I ricercatori italiani fanno sempre di più, con sempre meno. Tre recentissimi rapporti internazionali ci danno la misura di questa condizione paradossale in cui ormai verso la scienza italiana. Il primo è il rapporto sulla “Consolidator Grant 2013 Call” con cui l’European Research Council (ERC) ha finanziato 312 progetti di ricerca scientifica, europei. Questi i risultati. La Germania ha visto premiati 48 suoi ricercatori. Subito dopo, l’Italia: con 46 ricercatori. Pochi giorni prima il rapporto International Comparative Performance of the UK Research Base – 2013, elaborato dagli esperti della Elsevier: nell’anno 2012 con l’1,1% dei ricercatori del mondo, con l’1,5% l’Italia ha prodotto il 3,8% degli articoli scientifici del pianeta che hanno ottenuto il 6% delle citazioni.

I ricercatori italiani fanno sempre di più, con sempre meno. O, se volete, continuano a celebrare con fichi sempre più secchi nozze di sempre maggiore successo. Tre recentissimi rapporti internazionali ci danno la misura di questa condizione paradossale in cui ormai verso la scienza italiana.
Il primo è il rapporto sulla “Consolidator Grant 2013 Call” con cui l’European Research Council (ERC) ha finanziato 312 progetti di ricerca scientifica, europei e non, sulla base unicamente del merito. La dotazione della Call era notevole: 575 milioni di euro. Il finanziamento per singolo progetto presentato da un ricercatore era piuttosto alto: in media 1,84 milioni di euro con un picco massimo di 2,75 milioni di euro. La competizione è stata al massimo livello. (vedi anche questo articolo)
Questi i risultati. La Germania ha visto premiati 48 suoi ricercatori. Subito dopo, l’Italia: con 46 ricercatori.
Seguono, nettamente distaccate, la Francia (33), la Gran Bretagna (31) e l’Olanda (27). Poi ancora il Belgio e Israele (17) e la Spagna (16). Per avere un’indicazione di quanto sia straordinaria la performance dei ricercatori italiani basta ricordare che l’Italia ha ottenuto praticamente lo stesso numero di successi della Germania, sebbene spenda in ricerca meno di un quarto della Germania (17 miliardi di euro contro i 71 della Germania).
E ha ottenuto il 39% di successi in più della Francia, sebbene la Francia investa in ricerca una cifra (40 miliardi nel 2013) che è quasi due volte e mezza quella italiana. Lo stesso vale per la Gran Bretagna: con un investimento in R&S doppio rispetto a quello italiano, ha visto finanziati un terzo in meno di progetti di suoi ricercatori rispetto a quelli degli italiani.

Pochi giorni prima il rapporto International Comparative Performance of the UK Research Base – 2013, elaborato dagli esperti della Elsevier per conto del Department of Business, Innovation and Skills (BIS) del governo della Gran Bretagna registrava l’avvenuto sorpasso dei ricercatori italiani su quelli americani in termini non solo di produttività, ma in termini di qualità. La performance può essere racchiusa in poche cifre: nell’anno 2012 con l’1,1% dei ricercatori del mondo, con l’1,5% della spesa totale mondiale che, secondo la rivista R&D Magazine ha superato i 1.150 miliardi di euro; l’Italia ha prodotto il 3,8% degli articoli scientifici del pianeta che hanno ottenuto il 6% delle citazioni. Le citazioni sono considerate, appunto, un indice di qualità. E, dunque, la qualità media degli articoli scientifici di autori italiani è cresciuta costantemente negli ultimi anni e ora è 6 volte superiore alla media mondiale. I nostri ricercatori hanno fatto meglio degli americani. E sono stati superato solo dagli inglesi e dagli svizzeri.
Possiamo riassumere queste due notizie con un piccolo slogan: i ricercatori italiani sono pochi, ma buoni. Lavorano molto e hanno stoffa.
Ma qui iniziano le dolenti note. Lo stesso rapporto dell’ERC sui suoi Consolidator Grant riporta che dei 46 assegni staccati per i ricercatori italiani, solo 20 saranno spesi in Italia: 26 ricercatori (il 57% dei vincitori) lo andranno a spendere all’estero. Perché all’estero trovano un ambiente migliore.

In nessun altro paese la diaspora è stata così alta. I tedeschi che spenderanno all’estero il loro grant sono 15 (il 31%); i francesi 2 (il 6%); gli inglesi 4 (il 13%). Inoltre la capacità di attrarre ricercatori dall’estero è sfacciatamente contraria al nostro paese: 10 stranieri andranno a spendere il loro grant in Germania e altrettanti in Francia; addirittura 34 stranieri andranno in Gran Bretagna. Cosicché la classifica dei paesi dove verranno spesi i soldi dell’ERC è completamente ribaltata: 62 progetti saranno realizzati nel Regno Unito; 43 in Germania; 42 in Francia e solo 20 in Italia.
Il succo è chiaro: i ricercatori italiani sono bravi – più bravi di quasi tutti  gli altri – ma l’Italia non è un paese adatto per fare scienza.
D’altra parte per avere buone idee non occorrono soldi. Ma per creare un ambiente adatto alla scienza, occorrono investimenti. E gli investimenti italiani in ricerca scientifica stanno crollando. Secondo la rivista americana R&D Magazine, che ogni anno redige un rapporto sugli investimenti mondiali in ricerca, l’Italia è decima al mondo per produzione di ricchezza (Pil), ma solo quattordicesima per investimenti assoluti in ricerca scientifica. Eravamo dodicesimi nel 2012. Lo scorso anno ci hanno superato anche Australia e Taiwan.
I due paesi hanno un Pil pari alla metà di quello italiano, ma investono di più in ricerca. Non solo in termini relativi, ma assoluti.
Questo, dunque, è il paradosso della scienza italiana. Da un lato aumenta la produttività e la qualità della ricerca, dall’altro diminuiscono i finanziamenti. In pratica l’Italia sta disperdendo la risorsa che conta di più nell’era della conoscenza. L’unica, forse, che sarebbe in grado di tirarla fuori dal percorso di declino in cui si è incamminata da due o tre decenni. Se solo ce ne accorgessimo anche noi, oltre che gli esperti stranieri.

Articolo pubblicato su l’Unità

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24 Commenti

  1. Tralasciando che quest’articolo è stato pubblicato sul giornale “l’Unità” che ha con entusiasmo dato ampio sostegno ai governi Monti, Letta, e ne darà di più al neonato governo Renzi (Molto di più). Questo giornale ha sempre dimostrato che non non ha interesse a rilanciare la ricerca in Italia e in particolare per un ambiente di ricerca è stato sempre sfuggente. Faccio notare che quando si scrive, “Possiamo riassumere queste due notizie con un piccolo slogan: i ricercatori italiani sono pochi, ma buoni. Lavorano molto e hanno stoffa” siamo proprio fuori da ogni possibilità di avere cambiamenti di programma.In pratica si lavora per l’estero.

    Quando si scrive subito dopo che poi i ricercatori opereranno all’estero è una conferma e significa o no che in Italia l’ambiente è quello che è? Cosa hanno fatto i governi degli ultimi anni per creare condizioni ambientali di ricerca in Italia?

    Ai ricercatori italiani non interessa niente dell’Italia! A loro interessano solo le proprie sorti e se si tratta di andare all’estero, si va e con entusiasmo.

    • Egregio, non capisco la frase:

      “Questo giornale ha sempre dimostrato che non non ha interesse a rilanciare la ricerca in Italia e in particolare per un ambiente di ricerca è stato sempre sfuggente”.

      Vuole forse dire che il giornale “l’Unità” non ha interesse a rilanciare la ricerca? Se è cosi, qual’è il motivo?

      Inoltre, per quale ambiente di ricerca il giornale “l’Unità” è stato sempre sfuggente?

      Inoltre, non capisco neanche la frase:

      “Ai ricercatori italiani non interessa niente dell’Italia! A loro interessano solo le proprie sorti e se si tratta di andare all’estero, si va e con entusiasmo.”

      Vuol forse dire che i ricercatori italiani dovrebbero essere più “nazionalisti” e rinunciare ad andare all’estero se ci sono alternative, anche meno pagate, in Italia?

    • @Salasnich, ormai dovrebbe essere chiaro che nessun politico in Italia ha interesse a rilanciare istruzione e ricerca. La Carrozza la mattina diceva su twitter “ho aumentato il turnover” e la sera lo diminuiva (la famosa proroga al 2018 delle regole sul turnover). E la prima cosa che ha detto la neoministra Giannini è stata: dobbiamo eliminare gli scatti di anzianità.

      Per quanto riguarda i giornali, al massimo si possono accusare di connivenza (che è comunque una cosa assai grave).

  2. Gentile Sig. Di Maro,

    ai ricercatori italiani l’Italia interessa e vorrebbero viverci e lavorarci. Il problema è che senza stipendio non è possibile. Quindi emigrano là dove le loro competenze e le loro capacità sono apprezzate e, soprattutto, retribuite. Quattro dei dottorandi che ho seguito sono andati all’estero per un’esperienza postdottorale (Cambridge, New York e Marsiglia). I tre che sono ancora fuori dall’Italia lavorano. Quella che è tornata, è disoccupata.
    Cordialmente,

    Beatrice Vallone

    • Una breve replica. Beatrice Vallone mi scusi, ma Lei e i dottorati e compresa quella sua allieva come penso che è disoccupata quando andate a votare per chi votate?

      Si voglia o no la scelta di voto non è autonoma e al di là delle ideologie è il caso dire: “chi è causa del suo male pianga se stessa o colui che è se è uomo.

      Si tenga conto che proprio l’area dei dottorati è complice. Il loro cursus studiorum è stato o no ritmato in aule universitarie prive di dialettica in relazione e di sicuro riguardo ai processi di ipercriticità per la fase politica in corso. Se il profilo delle aule universitarie è quello di aule del silenzio, ma cosa chiedete? Naturalmente insieme al corpo dei dottorati i professori universitari di ogni ordine e grado non sono complici ma sono servi in ginocchio dei poteri forti e in primis di quelli finanziari.

    • Egregio, non capisco la frase:

      “Si tenga conto che proprio l’area dei dottorati è complice.”

      Cosa si intende per “area dei dottorati”? E chi sono i “complici”? I docenti che tengono le lezioni? Gli studenti che le seguono?

      E poi, domanda: “complici” di che cosa?

      Inoltre, non capisco la frase:

      “Il loro cursus studiorum è stato o no ritmato in aule universitarie prive di dialettica in relazione e di sicuro riguardo ai processi di ipercriticità per la fase politica in corso”.

      Vuol dire che nelle lezioni di dottorato non si considera la situazione politica? O vuole invece dire che ci sono troppi studenti di dottorato?

  3. Caro Di Maro,
    non capisco bene dove vuole arrivare: 1. è d’accordo che la ricerca italiana è sottofinanziata? 2. che nonostante ciò la qualità è buona? 3. la colpa allora è dei giovani ricercatori che vanno a cercare lavoro all’estero invece che morire di fame in Italia?
    E in sintesi: perché spara a zero su poveri ricercatori dando per scontato che abbiano votato per chi la ricerca italiana l’ha sfasciata o che non abbiano fatto nulla contro questa tendenza?
    Francamente uno che viene a trinciar giudizi su interlocutori che evidentemente non conosce, senza altrettanto evidentemente conoscere la drammatica situazione dei giovani ricercatori e facendo di ogni erba un fascio non aiuta ed è solo uno sfogo irritante. Per queste cose ci sono i blog grillini che sono molto più adatti.

    • Ma la lingua batte sempre sul dente che fa male!

      Non offro alcuna considerazione a Paolo Liverani. La sua non è una replica ma solo considerazioni di ufficio a livello accademico. Utilizza modi di fare che spiegano il perché in Italia siamo in questa situazione e mi riferisco alla ricerca s’intende o almeno in particolare.

      Sarebbe stato bello che fosse entrato nel merito ma evidentemente o non ne è capace oppure comunque è in mala fede riguardo alle aspettative dei ricercatori e comunque dell’ambiente di ricerca e dei cultori. Ci sono cultore della ricerca in Italia? Si, ci sono, e Paolo Liverani non fa piacere.

      Non ha detto una parola proprio sull’ambiente della ricerca in Italia! Chissa perché?

      Invito i lettori e lo stesso Paolo Liverani a rileggersi l’articolo.

      Naturalmente ingrazio Paolo Liverani per l’invito/exit da ROARS. Al riguardo la gestione è della Redazione che è molto attiva e sa leggere commenti e repliche.

      Un saluto a tutti.

    • Egregio, non capisco la frase:

      “Ci sono cultore della ricerca in Italia? Si, ci sono”.

      Forse “ci sono cultore” significa “ci sono cultori”?

      Inoltre, non capisco la frase:

      “Non ha detto una parola proprio sull’ambiente della ricerca in Italia! Chissa perché?”

      Forse vuol dire le “solite cose complottiste” tipo:

      i) l’ambiente della ricerca in Italia è corrotto;

      ii) l’ambiente della ricerca in Italia è pieno di raccomandati;

      iii) l’ambiente della ricerca in Italia è pieno di mediocri;

      iv) l’ambiente della ricerca in Italia non da spazio ai cultori della materia, in particolare storia della matematica;

      v) nell’ambiente della ricerca in Italia ci sono troppe persone non di “razza italica”.

      Vuol forse dire queste simpatiche cosucce?
      Spero di no. Ma da come scrive direi proprio di si.

  4. Caro Liverani,
    Di Maro non si è capito da solo, è semplice. Ha solo sbagliato balcone dal quale lanciare strali senza argomentare minimamente le proprie posizioni e senza entrare nel merito del contenuto dell’articolo.

    Praticamente una superc…la degna del conte Mascetti (ma almeno lì si rideva davvero).

    • Ringrazio. Andrebbe quanto meno indicata la città oppure è un “non-luogo” che compare di tanto in tanto solo nella fantasia che è legittima in sè s’intende. Abbiamo necessità di processi reali e non di idealizzazioni vuote!

  5. Io queste argomentazioni da bar dello sport proprio non le capisco.
    @Liverani: quando dice che “nonostante ciò la qualità è buona” che intende? Che è buona perchè siamo geneticamente superiori?
    Se una persona con un PhD preso all’estero vince un consolidator da spendere all’estero, in quale senso è una vittoria dell’Italia? Vogliamo sostenere che è bravo perchè alle scuole elementari in Italia ha ricevuto una buona educazione?

  6. oh Signùr!!! Signor Di Maro si goda la pensione, il suo poeta preferito (Montale) e la sua attrice preferita (Lea Padovani). come da profilo twitter, of course!, ed eviti spericolate interpretazioni di realtà e vite vissute dalle quali sembra distante migliaia di ere…..

    • Non presentarsi con il suo nome e cognome ed anche la faccia s’intende denota che si è ad un livello di infantilismo sociale molto alto. Nel merito non mi sembra il caso di dire altro. Ho già detto! Per “pagube”, pseudonimo di chi? Di sicuro, almeno come dice è persona che sta dentro i fatti che stiamo ragionando. Spero che qualche suo conoscente ed anche amico con il quale ha frequentazioni ordinarie gli spieghi che ha mostrato un profilo molto basso almeno come commentatore e che gliene dica quattro in faccia e a debita distanza, ma in pubblico. Fatemi sapere.

    • Sono pagube
      Pagotto Uberto ricercatore universitario a Bologna,
      Solo 8 anni e mezzo al max-planck institut in Germania, quindi di italiani all’estero posso parlare……
      Mi scuso per l’acronimo, la mia faccia si vede sul sito del mio università
      Riconfermo in pieno e firmo con nome e cognome il mio post di prima.
      At salut

    • E’ interessante questa ossessione a firmarsi con nome e cognome, in un posto dove nessuno comunque può verificare l’identità altrui.
      A proposito, io mi chiamo Elvis e ho lavorato parecchio tempo negli USA, come potete verificare dalla mia pagina su wikipedia. 🙂

    • Bene. Gli argomenti enunciati vanno approfonditi e ringrazio chi si è presentato con il proprio nome e cognome. Ora penso che bisogna approfondire i lineamenti dei possibili livelli di progettualità della ricerca in Italia e sottoporre a verica corrente se in Italia è possibile migliorare gli ambienti dove si fa ricerca e crearne di nuovi. Penso che dall’articolo si evedenzia che in Italia per essendo un paese che si fa ricerca non presenta comunque in generale un ambiente favorevole alla ricerca.

      Personalmente ritengo che queste condizioni non favorevoli dipendano dalle scelte dei governi, passati e recenti, e penso che bisogna promuovere progetti di ricerca condivisi anche oltre gli addetti ai lavori. Al riguardo il ruolo dei cultori della ricerca è importante e dovrebbe essere preso in considerazione. Proprio quest’ultima a volte (E, non sempre!) viene snobbato e non solo dalla politica ma anche dai ministri.

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