Progetto VIPS (Valutazione Iniziale della Prontezza Scolastica e all’apprendimento): dietro questa sigla si nasconde l’INVALSI per i bambini dell’asilo. Fa un po’ impressione quando si sente parlare di educazione per l’infanzia collegata a successo ed occupabilità, termini che riguardano altre età. Un progetto che condivide le sue basi ideologiche con il famoso “quesito sui soldi” che nel maggio scorso proprio l’INVALSI ha posto a tutti i bambini dai 10 anni in avanti. Si trattava di descrivere come i bambini vedessero il loro futuro, con domande tipo “quanti soldi riuscirò a guadagnare”, “avrò abbastanza soldi per vivere”, “riuscirò a comprare le cose che voglio”. Assistiamo a uno sconfinamento e una deriva di quello che è il mandato dell’INVALSI, che non si limita più a verificare gli apprendimenti ma si propone di “schedare” il profilo psicologico degli alunni fin dall’infanzia. E dietro questo profilo c’è una precisa idea di uomo, come inizialmente si diceva: occupabilità e successo. Anche solo pensando al clamore suscitato dal recente scandalo di Cambridge Analytica relativo alla profilazione di milioni di utenti di Facebook, è non meno inquietante pensare che l’INVALSI stia accumulando un enorme database in cui – dalla materna al diploma – verranno registrati i profili di massa  di tutti gli studenti.

Pubblichiamo l’audio e la trascrizione dell’intervista di Radio Popolare a Rossella Latempa, neoredattrice di Roars, che in un suo recente articolo ha svelato l’esistenza del progetto VIPS. Un progetto svolto in forma semisegreta e di cui non c’è traccia nel sito ufficiale dell’INVALSI, che ha persino smentito l’esistenza del progetto stesso. Eppure, come spiegato da Rossella Latempa, esistono prove inequivocabili delll’esistenza del progetto, ripetutamente citato in articoli scientifici, curricula e presentazioni dei collaboratori dell’Istituto, nonché in un rapporto del CNEL, la cui sezione “istruzione” era a firma di Roberto Ricci e Cristina Stringher, due figure apicali della gerarchia interna INVALSI, responsabili dell’area prove e della sezione infanzia.


Intervista mandata in onda nel corso della puntata del 27 luglio 2018 della trasmissione radiofonica “I giorni migliori”, Radio Popolare.

AUDIO:

 

TRASCRIZIONE:

Radio Popolare: Si chiama valutazione iniziale della prontezza scolastica e all’apprendimento, progetto VIPS e dietro questa sigla si nasconde l’INVALSI per i più piccoli.

Fa un po’ impressione quando si sente parlare di educazione e di infanzia collegata a successo ed occupabilità, termini che riguardano altre età. Ne parliamo con R. Latempa, insegnante di matematica e fisica di Verona, che sta seguendo il caso, che non sta seguendo quasi nessun altro.

Ci siamo imbattuti in questa notizia sui portali che si occupano di scuola e di ricerca. C’è stata una sperimentazione in Italia su test INVALSI all’asilo?

Rossella Latempa: Sono venuta a conoscenza di questo progetto [INVALSI VIPS, test su bambini di 3-5 anni] in maniera quasi casuale, leggendo una presentazione in rete della responsabile INVALSI area infanzia, Dr.ssa Stringher, che citava parlando del RAV infanzia [il recente rapporto di autovalutazione nelle scuole materne] una fonte INVALSI VIPS 2015, che ho provato a cercare ma senza successo. Da lì sono risalita al curriculum dell’autrice -che riporta il progetto dell’INVALSI, dal 2014 al 2016- ed infine ad un rapporto del CNEL 2014 in cui si parla proprio di questa sperimentazione che misura con test standardizzati la prontezza scolastica di bambini dai 3 ai 5 anni. Questo ha destato il mio stupore. Soprattutto il fatto di non aver trovato traccia [del progetto VIPS] sul sito dell’istituto, tra le varie sezioni. Sono risalita poi ad un articolo su rivista internazionale di sociologia del 2016 della stessa Dr.ssa Stringher in cui si cita una sperimentazione già avvenuta – descritta in nota in maniera non dettagliata – in diverse scuole del Nord, Sud e Centro Italia. Sono stati raccolti i primi dati ed è citata la batteria di test utilizzati [Zanetti e Cavioni, Ed. Erickson] oltre ad un elenco di domande “di contesto” che le maestre hanno sottoposto ai bambini dopo un’osservazione ripetuta, definendo il profilo bambino “più o meno competente”, in relazione a una serie di stimoli ben precisi.

È singolare che l’INVALSI abbia smentito (vedi comunicato stampa INVALSI 23/07/18) l’esistenza di questa sperimentazione che è rinvenibile in rete. È singolare che non ne sia a conoscenza, visto che lo stesso rapporto CNEL [sezione istruzione] è a firma di Roberto Ricci e Cristina Stringher che sono due figure apicali della gerarchia interna INVALSI, responsabili dell’area prove e della sezione infanzia.

A nostro avviso, più che l’opacità della questione, la situazione ci pare piuttosto preoccupante anche in relazione alla recente polemica suscitata dal famoso “quesito sui soldi” che nel maggio scorso proprio l’INVALSI ha posto a tutti i bambini dai 10 anni in avanti nel questionario studente allegato alle rilevazioni standardizzate. Si trattava di descrivere come i bambini vedessero il loro futuro, con domande tipo “quanti soldi riuscirò a guadagnare”, “avrò abbastanza soldi per vivere”, “riuscirò a comprare le cose che voglio”. Una sorta di sconfinamento e di deriva di quello che è il mandato dell’INVALSI, che ora arriva quasi a “schedare” il profilo psicologico fin dall’infanzia. E dietro questo profilo c’è una precisa idea di uomo, come inizialmente si diceva: occupabilità e successo. Una concezione antropologica da costruire da 0 a 99 anni, per tutta la durata del cosiddetto apprendimento permanente, a cui bisogna essere preparati fin da piccoli per poter sopravvivere nella società della conoscenza”

RP: Siamo rimasti basiti perché già nelle scuole dei nostri figli esiste una pressione significativa alla performance, al successo e al risultato, anche da parte dei genitori. Questa cosa, a partire dalla scuola materna è piuttosto inquietante. Non sembra sia questo l’obiettivo educativo della scuola dell’infanzia.

RL: “L’autrice  [Stringher] parla proprio di Learning Potential, la capacità di imparare ad imparare, che si vuole indagare fin da piccoli. Tutto si inserisce in un preciso quadro umano, soggettivo [cui appartengono] le stesse misure delle aspettative future e del senso di autoefficacia [quesiti del questionario studente INVALSI] oltre alla sperimentazione sull’infanzia, che magari è stata interrotta per qualche motivo che non è dato sapere visto che nulla è pubblico sul sito dell’Istituto che addirittura ne nega l’esistenza, nonostante i documenti ad esso associati, reperibili in rete, a loro firma. Quando il Dr. Ricci nel maggio scorso parlava di studi internazionali nel campo – che aiuterebbero ad intervenire contro l’abbandono scolastico, in favore del successo formativo, di cui si parla tanto – si riferiva a studi di tipo psicologico-psicometrico, per essere precisi, che vanno ad indagare [lo sviluppo nell’] età evolutiva mettendo in relazione determinati tipi di risposte alla possibilità di sviluppare dei comportamenti diciamo di “devianza”, di disagio o rischio su cui poi intervenire.

Non per passare per complottisti che immaginano un futuro fosco, ma anche solo pensando agli scandali come quello recente della Cambridge Analytica e ai profili di Facebook, pensare che l’INVALSI stia accumulando un enorme database in cui – presumibilmente – dalla materna al diploma si inquadreranno i profili di massa  di tutti gli studenti è piuttosto inquietante.

C’è da chiedersi:

  • chi ha dato mandato all’INVALSI di effettuare questo tipo di analisi?
  • quali genitori hanno dato il consenso e soprattutto quando sono stati informati sulla natura di questi quesiti?
  • quale uso si si intende fare di questi dati?”

RP: Sembra evidente che questi potrebbero servire per definire anticipatamente il profilo di scelta professionale e di studi di ogni cittadino, come già accade per altri paesi.

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