Al Convegno organizzato il 15 novembre 2012 da ROARS ed ospitato dall’Enciclopedia Treccani Sabino Cassese ha magistralmente dimostrato che in Italia i concorsi universitari sono di fatto passati dalle mani della comunità scientifica a quella dei giudici. Ha infatti affermato che “la scelta degli esaminatori, la selezione dei docenti, lo stesso progresso della ricerca saranno decisi non nelle università, ma nei tribunali”. A distanza di quasi sei anni dall’ultima tornata di concorsi, il processo delle abilitazioni attualmente in corso è destinato dunque ad arrestarsi in un pantano giudiziario. In ogni caso, qualora andasse in porto, produrrebbe un ampio stuolo di idonei che, per le note ristrettezze finanziarie, saranno in minima parte chiamati dalle università (si stima qualche migliaio rispetto alle circa 70.000 domande presentate[1]).

Di fronte a tale situazione emerge con forza l’ipocrisia che è alla base del sistema di reclutamento e di avanzamento del personale universitario: in Italia si fa finta di svolgere concorsi pubblici (analoghi a quelli per l’assunzione dei postini o degli impiegati dell’amministrazione pubblica) mentre nei fatti si tratta di una cooptazione tra professionisti.

Alle origini dell’università erano i professori che sceglievano i propri assistenti, normalmente con criteri di qualità rispetto all’avanzamento delle conoscenze e nella prospettiva di creare una “scuola”[2]. Tale modalità si prestava ad abusi, ma nel complesso dava buoni risultati, anche perché questi venivano scrutinati dal resto della comunità scientifica. Allorquando i docenti universitari sono diventati dipendenti pubblici, per garantire loro l’indipendenza necessaria per schermarli dalle pressioni politiche ed economiche, sono stati di fatto equiparati agli impiegati pubblici che, secondo la legge, devono essere selezionati per concorso. Nei fatti è continuata la cooptazione con criteri molto spesso qualitativamente ed eticamente appropriati (altrimenti non si spiegherebbe il più che apprezzabile livello di risultati di ricerca e la qualità dell’insegnamento che permette di formare laureati che ben figurano quando si propongono nello scenario internazionale), ma in non pochi casi, ben documentati dalla stampa, ha prevalso l’appartenenza, il clientelismo, il vero e proprio abuso. Perché l’accademia non ha reagito a questo ben noto cancro scacciando i mercanti dal tempio ?

La risposta è nella struttura organizzativa e nel patto fondativo dell’università: il docente si sente padrone del proprio territorio (la baronia) e non si interessa del territorio del collega (che a sua volta accetta il principio del “vivi e lascia vivere”). L’università non è dunque un tessuto sociale coordinato, teso a raggiungere obiettivi comuni, ma l’insieme di individualità interessate al proprio orticello e non alla foresta di cui fanno parte. Dunque nessuna reazione all’interno dell’accademia rispetto a deviazioni come quelle del collega che assume con un concorso “truccato”, ma formalmente ineccepibile, persone a lui vicine ma certamente non quelle che servono per svolgere le attività per cui sono pagate con i soldi del contribuente.

Il punto essenziale è che, quando si verificano scelte sbagliate o, peggio, che rispondono a criteri diversi da quello del merito, chi sbaglia non paga. Ed il dramma è che la persona assunta o promossa rimane a vita nella posizione immeritatamente conquistata, occupando il posto di chi avrebbe avuto il diritto di vederselo riconosciuto – e non c’è la possibilità di rimediare all’errore.

Va anche osservato che il malcostume si annida nei settori accedemici in cui i docenti svolgono l’attività professionale al di fuori dell’università (medicina, ingegneria, architettura, diritto, scienze aziendali, ecc.), docenti che ben di rado si incontrano nelle aule, nei laboratori, nelle biblioteche, negli uffici universitari. E’ ovvio che persone proiettate nell’attività professionale hanno ben poco interesse a far funzionare a dovere l’università, mentre hanno l’irresistibile propensione ad assumere ed a promuovere candidati da impiegare nel proprio studio, spesso in posizione subalterna sia sotto il profilo scientifico che psicologico. E ciò certamente non giova all’indipendenza ed all’originalità del corpo docente ed alla crescita dei nuovi talenti. Tutt’altra storia si riscontra in settori più distanti dal “mercato” come, per esempio, la fisica, in cui è pratica ordinaria che il docente e lo studente si comportino come membri di un gruppo di sapienti che, senza paratìe gerarchiche o psicologiche, si confrontano sui temi di interesse per dare il proprio contributo alla scienza ed all’università.

Il sistema concorsuale attualmente vigente, che prevede un processo monstre a livello nazionale troppo oneroso rispetto agli esiti previsti[3] e comunque prodromico alle decisioni delle singole sedi universitarie, è ormai uscito dal controllo del mondo universitario per finire nelle mani dei giudici: appartiene dunque al passato, non funziona più.

E’ tempo di cambiare strada.

Avanzo una sommessa proposta: abbandonare il sistema del concorso. Si dia alle singole università il potere di operare le scelte relative ai docenti in piena autonomia selezionando i candidati ai nuovi posti e all’avanzamento di carriera in ragione delle esigenze e delle strategie dell’organizzazione. Le scelte – dichiaratamente cooptazioni – siano trasparenti e vengano fatte definendo chiari obiettivi da raggiungere e da verificare ex post nel giusto contesto della comunità scientifica caratterizzata da un “denso intreccio di interazioni sociali”, come ha ben spiegato Thomas Kuhn nel suo libro The Structure of Scientific Revolutions .

Vengano svolte valutazioni sui risultati ottenuti e si eroghino premi e punizioni per chi ha compiuto le scelte sbagliate. Mi rendo conto che questo è il modello dei paesi di cultura protestante che mal si addice ad un paese di tradizione cattolica in cui chi sbaglia non paga. La proposta richiede dunque un bel salto di paradigma, visto che il sistema attuale è arrivato al capolinea: ma saremo capaci di farlo?

 



[1] Il docenti universitari sono circa 60.000. Si può stimare che, se si escludono i circa 16.000 ordinari, molti associati ed i ricercatori abbiano presentato più di due domande. A questi si devono aggiungere i ricercatori degli enti pubblici e gli esperti e docenti che operano in vari settori e all’estero (si può stimare che i candidati esterni siano circa 20.000).

[2][2] Si pensi a figure come Fermi, Natta, Levi Montalcini.

[3] Andrebbe quantificato il costo di una operazione che prevede l’esame di 70.000 domande.

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60 Commenti

  1. è proprio così. la cooptazione dovrebbe essere ufficializzata e resa trasparente. cioè io recluto per cooptazione tizio e mi rendo così responsabile difronte alla comunità scientifica del suo operato ecc.
    Inoltre, se solo si avesse il coraggio di passare AL RUOLO UNICO DELLA DOCENZA, tanti impicci e imbrogli si scioglierebbero come burro al sole. gli scatti ce li hai computando anzianità di servizio e produttività, ma elimini le le fasce e il passaggio di ruolo. Tutti professori. ma tant’é…

  2. Il punto in cui il ragionamento, a mio avviso, si “intoppa” è questo:
    “Vengano svolte valutazioni sui risultati ottenuti e si eroghino premi e punizioni per chi ha compiuto le scelte sbagliate”

    Benissimo la valutazione: ma chi la deve fare? L’ANVUR, che non è indipendente dal governo e ha ampiamente dimostrato la propria incapacità? I Nuclei di valutazione dei singoli atenei, che sono spesso lo strumento con cui rettori (magari inamovibili e pluriprorogati dal ministero) dividono i buoni (gli “amici”) dai cattivi (i “nemici”)? Non sono questioni secondarie, e andrebbero risolte PRIMA di affidare alla c.d. valutazione un ruolo salvifico, sempre ricordandoci che è di risorse PUBBLICHE da distribuire alle università PUBBLICHE che stiamo parlando. Altrimenti continuiamo con la vuota e, secondo me, pericolosissima retorica della meritocrazia “all’italiana”, in base alla quale i “migliori”, guarda un po’, sono sempre – e casualmente – i figli dei ministri et similia.

    • d’accordo con Fp….le università sono ormai commissariate dai Rettori….sono loro in realtà a fare le chiamate….bypassando Dipartimenti e Facoltà…

  3. Post condivisibile per molti versi. Qualsiasi sistema di assunzione puo’ funzionare purche’ vengano messi gli incentivi giusti. Essere responsabilti di fronte alla comunita’ scientifica non e’ sufficiente: chi fa porcherie se ne frega della comunita’ scientifica. Se parte del mio salario invece dipende da fondi di ricerca che mi procuro (facciamo il 30%), allora cerchero’ di circondarmi di colleghi bravi cosi’ possiamo collaborare e attirare dottorandi bravi e fondi ecc… Se un mio collega fa assumere in dipartimento qualcuno in un’area disciplinare attigua alla mia una persona molto scarsa, cio’ finisce per colpire anche me perche’ non giovera’ alla qualita’ degli studenti che arrivano e non potro’ neanche collaborare con questa persona in futuro. Questo funziona solo operando una rivoluzione piu’ vasta del sistema di finanziamento: piu’ soldi distribuiti tramite agenzie di ricerca che valutano i progetti per peer review. In questo caso non c’e’ bisogno di un’agenzia che faccia una “valutazione della ricerca”, la fanno i colleghi tramite la peer review. Chi non e’ all’altezza si ritrova uno stipendio decurtato. Inoltre occorrerebbe limitare la quantita’ di ore/settimana in cui un docente puo’ svolgere attivita’ lucrative al di fuori dell’universita’ (20%?).
    La cooptazione trasparente (cioe’ ammessa apertamente), come l’assunzione fortemente condizionata da lettere di raccomandazione, funziona in questo senso perche’ rende ben chiara la responsabilita’ di chi ha assunto. Siccome assumere uno poco bravo mi provoca un danno, se un collega me ne raccomanda uno, so con chi prendermela e la prossima volta sto attento (=il collega burlone non riuscira’ mai piu’ a piazzare uno dei suoi perche’ io lo andro’ a raccontare ai colleghi, ecco l’incentivo per non scrivere raccomandazioni mendaci). Un concorso locale potrebbe funzionare pure, basta appunto che ci sia un vero incentivo ad assumere bene.
    PS- non credo il cattolicesimo c’entri molto, l’accountability credo sia piu’ rilevante.

  4. Ragionamento da rigettare in toto.

    Siccome “de facto” si pratica una cooptazione, allora questa sarebbe da “legalizzare” de jure. Come per i famosi tassi di inquinamento: alziamo le soglie così la melma diventa legale.

    I posti di lavoro vanno SEMPRE attribuiti per concorso, sia nel pubblico che nel privato. Il resto è solo familismo, raccomandazione, feudalismo.

    • Oops! Non me ne ero accorta! Quindi all’estero si viene scelti per familismo, raccomandazione e feudalesimo (o feudalismo)???

    • Stavo giusto aspettando la reazione di Renzino…
      Per parte mia condivido anche le virgole della tesi di Giorgio Sirilli, anche se ha ragione fp a dire che il ruolo strategico giocato dalla valutazione ex post merita una considerazione molto attenta e non può essere preso come naturalmente salvifico. Già l’intervento di Federico qui sopra mostra come le modalità di fare ricerca (e quindi di valutarla) in vari settori è tanto differente che ciò che può sembrare buon senso in un ambito (es.: la parametrazione sull’attrattività di fondi di ricerca) appare del tutto insensato in un altro (es.: per le humanities).
      Mi piacerebbe sentire da Renzo Rubele, che è ottimo argomentatore, quali sono per lui le ragioni specifiche del suo rifiuto dell’idea proposta da Sirilli. Qualcosa di più, cioè, di un generico appello alla natura dei concorsi pubblici e di un anatema nei confronti della cooptazione.

    • In tutto il mondo i posti di lavoro, pubblici e privati, vengono attribuiti per concorso. Perchè non si ha in mente UNA specifica persona, adatta a quella posizione, ma solo le CARATTERISTICHE professionali essenziali e desiderabili. Quindi la procedura è totalmente spersonalizzata, e si fonda sulla capacità di formulare, e poi, valutare, i relativi criteri di valutazione.

      E’ in qusto modo che si è combattuto il familismo, la raccomandazione e il feudalesimo.

    • @ Andrea Zhok: e’ vero, mi sono limitato alla modalita’ di fare ricerca delle materie scientifiche. Ma in quelle umanistiche forse si potrebbe pensare a meccanismi simili d’incentivo (non facendoci ricerca non mi posso avventurare a pensarci).

    • Ma che c’e’ di male a volere una persona specifica? Se il mio dipartimento vuole aprire un ramo che si occupa di relativita’ e sul mercato si trova un certo Einstein perche’ non posso assumerlo direttamente?

    • I Dipartimenti che vogliono un esperto di Relatività facciano un bando di concorso che abbia fra i suoi criteri essenziali quelli di avere eseguito studi e ricerche in Relatività.

    • Ho scritto esattamente la stessa cosa, con l’aggiunta che la cooptazione non si può fare perché lo impedisce la costituzione! Dunque non solo un assurdo (“la legge non viene rispettata? Eliminiamo la legge”) ma anche un metodo incostituzionale. Concorsi VERI per posti pubblici.

    • @ Renzo Rubele.
      Scusa, detto senza polemica, ma non ti pare un poco assertorio? O meglio, se vuoi dichiarare la tua personale posizione, tutto bene, ma, insomma, mi pare difficile sostenere che il sistema cooptativo abbia una storia meno lunga o meno efficiente di quello concorsuale. E Giorgio Sirilli è entrato in più di un particolare. Se gli argomenti migliori a favore dei concorsi sono che, per il tuo gusto personale, sono più ‘fair’, beh, la discussione mi pare finita.

    • Caro Renzo,

      sei sicuro che i docenti universitari siano parte del civil service? Non sono un esperto di pubblica amministrazione UK, ma la cosa non mi torna. Oltretutto, a me il sistema di reclutamento del Regno Unito mi sembra proprio un sistema di cooptazione nel senso in cui intende l’espressione Sirilli. Che poi mi sembra quello corretto.

      Ciao,

      Mario

    • Mario, ho fatto l’esempio del Civil Service solo perchè lì sono spiegate per bene le caratteristiche del reclutamento OPEN, FAIR e MERIT-BASED, ma sono d’accordissimo che le Università NON sono parte del Civil Service (non sono nemmeno classificabili come settore pubblico, tranne probabilmente la Open university).

      Però non vuol dire che la procedura di reclutamento sia “de facto” diversa da un concorso (lo diceva anche Samuele Marcora, qui) – solamente che non è regolata nè controllata esternamente come tale. E’ spontaneamente (al 90% dei casi) una procedura OPEN, FAIR e MERIT-BASED.

  5. Ovviamente non condivido affatto le conclusioni. La risposta ai concorsi truccati non può essere “aboliamo i concorsi”, ma “facciamo in modo che i concorsi siano veri e trasparenti”. Ce lo impone la costituzione all’art. 97 terzo comma, perché lì dice che i posti pubblici vanno assegnati per concorso. Non si può, come molti professori incardinati — soprattutto a sinistra, e lo dico da appartenente a quella parte politica — fare i Soloni e amare la costituzione a targhe alterne. Anche perché è evidente che in questo modo al rispetto della legge dovrebbe sostituirsi la rivoluzione delle coscienze. Dunque una soluzione che non solo ritiene che il modo migliore per ottenere risultati sia abolire una legge, non solo è incostituzionale, ma sarebbe anche un vero e proprio varco concesso all’arbitro.

    • Non sono un costituzionalista e dunque non ho idea se vi sia una definizione particolarmente precisa di cosa sia un concorso pubblico. Ma, se andiamo allo ‘spirito della legge’, il senso dell’accesso per concorso pubblico non è certo quello di entrare nei dettagli della procedura, ma di stabilire la natura pubblica, cioè trasparente ed aperta a tutti, del processo di assunzione nel settore pubblico. Ma queste condizioni non sarebbero affatto violate da un sistema, per dire, di tipo anglosassone in cui c’è un pubblico ‘call’, con una descrizione parimenti pubblica di ciò che si richiede e di ciò che si offre, con successiva ‘interview’ degli ‘shortlistati’ (fustigatemi per il neologismo) e giudizio da parte della commissione dipartimentale preposta alla scelta. Questa è una procedura cooptativa trasparente che non mi pare affatto incompatibile con lo spirito costituzionale.

    • “Call” = bando del concorso
      “shortlist”, “interview” = procedure del concorso

      Ti rendi conto che stai descrivendo un concorso pubblico, come ho detto anch’io più sopra?

    • Infatti, quello che facciamo in UK e’ assolutamente equiparabile ad un concorso pubblico italiano senza tutte le scartoffie inutile e la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale (medioevo).

    • Medioevo un c…o!

      “Pubblicazione in G.U.” = gratuità della diffusione per canali ufficiali, e a basso (o nullo) costo per l’utenza interessata

      “Scartoffie” = Processo verbale delle procedure.

      Chiedere ANVUR per Medioevo.

    • @ Renzo Rubele
      Beh, ma questo non mi pare si discosti da quanto Giorgio Sirilli sostiene. Non mi pare che lui abbia sostenuto che le procedure debbano essere private e non trasparenti. Dunque se è solo una questione terminologica mettiamoci d’accordo su cosa chiamiamo concorso. Certo è che se chiamiamo concorso sia quello per le Poste che l’Interview di un’università britannica, converrai che abbiamo bisogno di altri due termini che ci diano conto delle specifiche ampiamente divergenti dei due ‘concorsi’ (perché non negherai che le differenze siano grandi e con implicazioni sostanziali).

    • Per Renzo: Guarda che la gazzetta ufficiale non e’ gratuita visto che la paga il contribuente e non voglio neanche immaginare cosa costa. Meglio jobs.ac.uk
      Per le scartoffie invece vorrei sapere se hai mai fatto un concorso universitario in UK e un concorso universitario in Italia. La quantita’ di documenti inutili, autocertificazioni, e mxxxxte varie in Italia e’ scandalosa. In UK basta mandare il CV e la cover letter. Stendiamo poi un pietoso velo sui verbali delle procedure italiane dove i commissari si dilettano a scrivere giudizi tipo “tema delle medie” per giustificare l’assunzione del prescelto di turno.

    • Comunque Rubele almeno sono d’accordo con te che quello che facciamo in UK e’ comunque un concorso pubblico nel senso sano del termine visto che viene pubblicizzato ampiamente e tutti possono partecipare. Inoltre, a differenza dei concorsi universitari che di pubblico e “pari opportunita’” hanno solo il nome, in UK ai concorsi se la si gioca anche se si e’ esterni all’universita’. Per questo che ho fatto, in un altro commento, un bel distinguo tra cooptazione italiana e metodo di reclutamento anglossasone.

  6. La cooptazione è un metodo di scelta, qual è il concorso. Che l’uno sia abominevole e l’altro desiderabile è da vedersi. La storia di questi ultimi 250 anni, evocata da Renzo Rubele, non dimostra univocamente l’ontologica validità né dell’uno, né dell’altro metodo: i metodi sono applicati sempre e comunque da persone. Siamo sicuri che un concorso consenta di individuare il meglio sulla piazza? E poi, tanto per tornare all’esempio di Federico, se io voglio Einstein, perché devo bandire un concorso – spendendo soldi – sulla base di criteri che, alla fine, faranno vincere comunque Einstein? Forse vale la pena fare qualche riflessione sui temi proposti da Sirilli, senza pregiudizi.

  7. La proposta di reclutamento di Sirilli sarebbe buona, si è però dimenticato di un piccolo dettaglio, ovvero che siamo in Italia. E quindi la responsabilizzazione delle singole università si tramuterebbe all’istante in puro clientelismo, senza la minima attenzione al prestigio dell’ateneo. L’unica soluzione è quella di rendere più oggettiva possibile la valutazione, dando più valore alle sedi editoriali, anche per il comparto umanistico, dove c’è gente che è andata in cattedra scrivendo nelle riviste diocesane.

  8. La mia esperienza in UK dice che il sistema proposto funziona.
    Non è impossibile fare concorsi in cui si preveda un piano anche dettagliato per l’assunzione: una volta c’erano i cosiddetti “profili”, quindi la cosa è tecnicamente fattibile.
    Tuttavia, occorre capire perché il sistema funziona nel mondo anglosassone. Mi chiedo (e non so darmi una risposta esauriente) quanto della cultura soggiacente stia alla base del suo corretto funzionamento. E quanto di quella cultura non sia parte della nostra quotidianità accademica.
    In ogni caso, una proposta da analizzare criticamente, senza preconcetti.

  9. Sono chiaramente d’accordo con la proposta di passare al sistema anglossasone che comprende, appunto, il “chi sbaglia paga”. Pero’ io non confonderei la liberta’ di sciegliere liberamente i professori/ricercatori che c’e’ in UK/USA con il sistema della cooptazione. Il sistema italiano prevede una cooptazione asfissiante, molte volte basata sui rapporti personali, e con pochissima mobilita’ tra una universita’ e l’altra. Purtroppo anche questi fenomeni sono retaggi della nostra cultura cattolica e familistica. Prima di poterlo applicare in Italia bisogna cambiare la cultura di chi fa le scelte all’interno dell’universita’, e non e’ una cosa facile. Sono comunque fiducioso che leggi fatte bene possano, alla lunga, cambiare anche i comportamenti. In UK, di sicuro, il REF (prima RAE) ha avuto e sta avendo effetti significativi su come si comportano gli accademici. L’importante e’ attaccarci i soldi che non fanno schifo a nessuno.

  10. Aggiungo un altro aspetto: l’umiliante invito a partecipare ‘per farsi conoscere’, cioè in realtà per fare da comparse (paganti) in modo che non si presentassero al concorso solo i due candidati idoneandi già stabiliti a priori in riunioni palesemente illegali dei vari settori …

    • Le situazioni da voi rammentate sono del tutto antitetiche.
      Quella di samueleuk (i.e. l’invito a non presentarsi) è in realtà un’argomentazione A FAVORE del concorso pubblico.

    • La pratica di presentarsi per far scena (edulcorata, per segnalarsi) di ritirarsi a comando, benché antietiche, sono state abbastanza frequenti in un regime di concorso pubblico per cui non capisco come possano essere considerate un supporto del concorso.
      Premetto che sono d’accordo con il post di Sirilli e con le osservazioni di alcuni commentatori che rilevano che la cooptazione sana non è altro che una forma di concorso con maggiori margini di discrezionalità affidati alle commissioni. Pur non essendo un amministrativista, penso che le garanzie del concorso pubblico siano più o meno: pubblicità del bando (=accesso a tutti), trasparenza delle procedure (= si rispettano le regole, quali esse siano), eque opportunità per i concorrenti (= no discriminazione nell’accesso e nelle valutazioni). In questo senso, la cooptazione tramite concorso è possibile e la differenza col concorso truccato è solo nel porre in qualche modo la responsabilità della scelta in capo a chi ha fatto la scelta. Di questo ovviamente si deve discutere. Ma fino a quando si offre la possibilità di scegliere senza assumersene le responsabilità ma parandosi dietro regole e cavilli minuziosi o farraginosi (fatta la legge trovato l’inganno), allora ha ragione Cassese quando afferma che l’unico vero potere decisionale è in mano alla giustizia amministrativa.

      Tenete conto che i concorsi universitari riguardano alla fine una cerchia molto ristretta di persone, approssimativamente gli appartenenti ad un determinato settore disciplinare, per cui è facile che si instaurino accordi o lotte più o meno implicite. Oggi con l’ASN si osserva un dibattito acceso e coinvolgente non solo grazie all’azione precisa di ROARS (che sempre ringrazio) ma anche perché l’ASN riguarda 70.000 persone tutte insieme, più tutti gli ordinari, più tutti i non candidati che aspettano di vedere come va a finire. L’interesse andrà a decrescere quando slitteranno le abilitazioni per ciascun SC a tempi diversi e poi i concorsi a livello locale secondo tempistiche imprevedibili. In generale, non si può fare affidamento sulla ‘comunità scientifica’ come controllore, se questa comunità si restringe a poche decine di persone. E a nulla servono i paletti più rigidi del mondo se non c’è controllo o meglio ‘punizione’ per chi non agisce correttamente o secondo quello che è l’obiettivo del controllore.

    • @bruna bruno

      Ho scritto antiTetiche: le due argomentazioni sono incompatibili tra loro.
      Il fatto che si debba “invitare” qualcuno a non presentarsi dimostra che dopo tutto quel concorso NON è una farsa con comparse paganti, potenzialmente.
      Sarei stufo di sentir ripetere questa storia dei concorsi “tutti farlocchi”, perché l’implicazione diretta è che siamo tutti immeritevoli del nostro posto.
      E non mi sembra proprio.
      ROARS è nato proprio per contrastare -e lo ha fatto trionfalmente- questo tipo di chiacchiere diffamatorie.
      Diversa è l’affermazione che i risultati “erano già noti”.
      Ebbene sì, i risultati erano già noti, visto che è impensabile che in un SSD di poche decine di ordinari, con altrettanti associati e ricercatori, non si conosca bene la scala di valori delle pubblicazioni e dei curriculum di chicchessia (in questo sta la”cooptazione”).
      E aggiungiamo che il meccanismo perverso della pseudoautonomia universitaria rendeva (e tuttora rende) impensabile economicamente far vincere un candidato esterno, pena il sacrificio di due-quattro meritevoli interni.
      Ergo il risultato dei concorsi “Berlinguer” era già noto: e mi sembra che nelle ultime sessioni, con commissione sorteggiata (Sessioni 2008) ci sia stato ben poco da eccepire.

    • Sorry, ho letto antietiche anziché antitetiche. Ma trovo che le due argomentazioni non siano affatto incompatibili. Entrambe segnalano che c’è qualcuno che ti indica cosa fare, in modo più o meno forzato, e che quindi non tutti i candidati hanno le stesse opportunità nel partecipare.

      In ogni caso, lungi da me l’idea di suggerire che tutti i concorsi sono farlocchi, ne sarei prova e controprova. Ho scelto di apparire in questo sito con nome e cognome proprio per assumermi la responsabilità di quello che dico.

  11. Quello dell’ingresso in carriera e’ sempre un tema piu’ che caldo, bollente direi. Lavoro da piu’ di trent’anni in Universita’ ed alcuni di questi anni li ho trascorsi a Londra, University College. Sono stato membro in commissioni concorsuali italiane ed ho visto all’opera il sistema anglosassone. Ritengo che un sistema perfetto non sia ancora disponibile ma sono mille volte favorevole al chi sbaglia paga, all’autonomia dei Dipartimenti nel cooptare il ricercatore, il clinico che ritiene piu’ adatto al raggiungimento dei suoi obiettivi. C’e da dire che poi chi paga deve essere chi ha sbagliato, chi ha preso la decisione su basi clientelari e non sul merito e sulla qualità’. Cosa che mi sembra, nel nostro paese, tutt’altro che facile con il rischio che a pagare sia poi qualcun altro.

  12. “E in aula gli avvocati sono tornati a chiedere dei rapporti della ‘ndrangheta con la massoneria, evocati dal pentito durante la scorsa udienza “I miei parenti e conoscenti mi dicevano che a livello della santa si ha a che fare con la massoneria. Non so altro, e’ gia’ tanto che me l’hanno detto, hanno violato la regola” ha detto Varacalli spiegando che “la dote di santa e’ stata voluta non solo per essere riconosciuta dalla ‘ndrangheta ma anche dalla massoneria: chi ha la santa – ha ribadito – puo’ avere rapporti con giudici, preti, professionisti, sindaci, e cosi’ via, che fanno parte della massoneria”.
    Questo è il concorso pubblico?

  13. Scusi Renzo Rubele lei ha scritto :” In tutto il mondo i posti di lavoro, pubblici e privati, vengono attribuiti per concorso”. I posti di lavoro nel privato vengono attribuiti per concorso in tutto il mondo? Nel privato? Ma che sta dicendo? Se il proprietario di un’azienda ritiene che il signor x rappresenti un valore aggiunto lo assume e basta, non fa certo un concorso! Ma di
    quale mondo parla lei? Naturalmente per le Università il discorso cambia ma non generalizzi a tutti i settori

    • Intendevo questo: che sia nell’impresa *non piccola*, sia nelle Amministrazioni Pubbliche, la modalità tipica di reclutamento è il concorso pubblico.
      Cioè: i responsabili delle Personale, avendo analizzato le caratteristiche del posto di lavoro/mansione ricercata, fissano i requisiti essenziali e quelli apprezzabili, pubblicandoli in un bando a circolazione più o meno ampia.
      Tale concorso, che in linea generale sarà per Titoli ed Esami, verrà condotto in maniera equa e con valutazione adeguata dei meriti – a vantaggio di entrambe le parti (datore di lavoro e candidati).
      I Titoli sono ovviamente, “latu sensu”, tutti i titoli di studio, professionali e scientifici utili al caso. Se volete fare il fico del bigoncio (come direbbe il Berlusca) usate il latinorum e chiamateli Curriculum Vitae.

      Invece nelle piccole aziende, e in Itaglja (e Paesi assimilabili), tipicamente non si fanno concorsi pubblici, ma: o si fa finta di farli – per rendere omaggio formale alle procedure che li prevederebbero -, ma avendo già deciso prima chi si vuole, in realtà, assumere, oppure (se possibile) non ci si pensa neppure, e si assume per segnalazione, raccomandazione, nepotismo.

  14. Un commento puro: responsabilità non è sinonimo di prendersi la colpa nel caso di errore. Infatti, nel sistema UK (che conosco direttamente) non è così: c’è la responsabilità, ma non la colpa, e quindi manca la conseguente punizione. Piuttosto esiste un meccanismo di affidabilità che abbassa/alza la reputazione della persona, e quindi la sua capacità di chiedere una assunzione.
    E’ su questo aspetto che non sono certo dell’importabilità nel sistema italiano. Ma non dubito che si possano trovare alternative.

  15. Ammesso (non potrei giudicare) che il sistema UK funzioni molto bene in UK, mi pare chiaro che “importare” la sua procedura (che e’ inevitabilmente solo una piccola parte del “sistema”) non da’ alcuna garanzia che qui funzionerebbe. Mi pare che uno dei nostri (come italiani) piu’ tipici errori sia cercare “la procedura”, che dovrebbe funzionare, ma poi naturalmente non funziona (perche’, come popolo, siamo anche abbastanza intelligenti o furbi da distorcere ogni procedura).
    P.es., che in Italia si possa subire conseguenze di una scelta sbagliata, tale da farla evitare, mi sembra molto difficile. (Al massimo, si arriva all'”après moi le deluge”, cioè le conseguenze ci sono, ma “postume”, per chi rimane).
    In generale, temo che un (discreto) funzionamento per un problema di questo tipo si possa forse ottenere considerando una notevole quantità di fattori diversi, e che le ricette isolate siano sempre inutili (spesso anche dannose).

    • @ Alberto Petrucciani
      E’ vero che l’importazione di peso di una procedura, senza attenzione al contesto in cui la si impianta, è sempre un errore. Tuttavia il sistema italiano che, fingendo di fare un concorso, opera di fatto in modo cooptativo privatistico e secretato mi pare uno dei peggiori sistemi possibili: arbitrio senza responsabilità. E’ un miracolo che gli esiti non siano più spesso distorsivi di quanto talora sono.

  16. Non so bene cosa si intenda per “cooptazione”.
    Personalmente, tra le quattro opzioni:

    a) “essere selezionato da una persona”
    b) “essere selezionato da un gruppo ristretto”
    c) “essere selezionato da un gruppo ampio”
    d) “essere selezionato da un algoritmo”

    preferisco la d). Mi sembra un modo piu’ umano.

    • La battuta è veramente splendida. Però mi sa che gli algoritmi li fanno le persone, li scelgono le persone, li applicano le persone, e per fare i numeri per l’algoritmo si briga con le persone, e percio’ alla fine di persone tra i piedi (o con i cui piedi avere a che fare) ce ne sono pure di piu’ che nelle altre ipotesi. Forse si vedono di meno, ma non so se ci sia guadagno.

    • Essere selezionato da un algoritmo significa essere selezionato dalla persona o dal gruppo ristretto o dal gruppo ampio che ha scelto quell’algoritmo.
      E’ quindi una questione di metodologia della valutazione non di soggetto della valutazione.
      Scegliendo di selezionare con un algoritmo, costui/costoro si sono amputati di alcune facoltà umane, cioè hanno ridotto il loro orizzonte interpretativo della realtà, per qualche fine/ragione che a lui/loro riteneva utile/buono/preferibile.

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