Al Convegno organizzato il 15 novembre 2012 da ROARS ed ospitato dall’Enciclopedia Treccani Sabino Cassese ha magistralmente dimostrato che in Italia i concorsi universitari sono di fatto passati dalle mani della comunità scientifica a quella dei giudici. Ha infatti affermato che “la scelta degli esaminatori, la selezione dei docenti, lo stesso progresso della ricerca saranno decisi non nelle università, ma nei tribunali”. A distanza di quasi sei anni dall’ultima tornata di concorsi, il processo delle abilitazioni attualmente in corso è destinato dunque ad arrestarsi in un pantano giudiziario. In ogni caso, qualora andasse in porto, produrrebbe un ampio stuolo di idonei che, per le note ristrettezze finanziarie, saranno in minima parte chiamati dalle università (si stima qualche migliaio rispetto alle circa 70.000 domande presentate[1]).

Di fronte a tale situazione emerge con forza l’ipocrisia che è alla base del sistema di reclutamento e di avanzamento del personale universitario: in Italia si fa finta di svolgere concorsi pubblici (analoghi a quelli per l’assunzione dei postini o degli impiegati dell’amministrazione pubblica) mentre nei fatti si tratta di una cooptazione tra professionisti.

Alle origini dell’università erano i professori che sceglievano i propri assistenti, normalmente con criteri di qualità rispetto all’avanzamento delle conoscenze e nella prospettiva di creare una “scuola”[2]. Tale modalità si prestava ad abusi, ma nel complesso dava buoni risultati, anche perché questi venivano scrutinati dal resto della comunità scientifica. Allorquando i docenti universitari sono diventati dipendenti pubblici, per garantire loro l’indipendenza necessaria per schermarli dalle pressioni politiche ed economiche, sono stati di fatto equiparati agli impiegati pubblici che, secondo la legge, devono essere selezionati per concorso. Nei fatti è continuata la cooptazione con criteri molto spesso qualitativamente ed eticamente appropriati (altrimenti non si spiegherebbe il più che apprezzabile livello di risultati di ricerca e la qualità dell’insegnamento che permette di formare laureati che ben figurano quando si propongono nello scenario internazionale), ma in non pochi casi, ben documentati dalla stampa, ha prevalso l’appartenenza, il clientelismo, il vero e proprio abuso. Perché l’accademia non ha reagito a questo ben noto cancro scacciando i mercanti dal tempio ?

La risposta è nella struttura organizzativa e nel patto fondativo dell’università: il docente si sente padrone del proprio territorio (la baronia) e non si interessa del territorio del collega (che a sua volta accetta il principio del “vivi e lascia vivere”). L’università non è dunque un tessuto sociale coordinato, teso a raggiungere obiettivi comuni, ma l’insieme di individualità interessate al proprio orticello e non alla foresta di cui fanno parte. Dunque nessuna reazione all’interno dell’accademia rispetto a deviazioni come quelle del collega che assume con un concorso “truccato”, ma formalmente ineccepibile, persone a lui vicine ma certamente non quelle che servono per svolgere le attività per cui sono pagate con i soldi del contribuente.

Il punto essenziale è che, quando si verificano scelte sbagliate o, peggio, che rispondono a criteri diversi da quello del merito, chi sbaglia non paga. Ed il dramma è che la persona assunta o promossa rimane a vita nella posizione immeritatamente conquistata, occupando il posto di chi avrebbe avuto il diritto di vederselo riconosciuto – e non c’è la possibilità di rimediare all’errore.

Va anche osservato che il malcostume si annida nei settori accedemici in cui i docenti svolgono l’attività professionale al di fuori dell’università (medicina, ingegneria, architettura, diritto, scienze aziendali, ecc.), docenti che ben di rado si incontrano nelle aule, nei laboratori, nelle biblioteche, negli uffici universitari. E’ ovvio che persone proiettate nell’attività professionale hanno ben poco interesse a far funzionare a dovere l’università, mentre hanno l’irresistibile propensione ad assumere ed a promuovere candidati da impiegare nel proprio studio, spesso in posizione subalterna sia sotto il profilo scientifico che psicologico. E ciò certamente non giova all’indipendenza ed all’originalità del corpo docente ed alla crescita dei nuovi talenti. Tutt’altra storia si riscontra in settori più distanti dal “mercato” come, per esempio, la fisica, in cui è pratica ordinaria che il docente e lo studente si comportino come membri di un gruppo di sapienti che, senza paratìe gerarchiche o psicologiche, si confrontano sui temi di interesse per dare il proprio contributo alla scienza ed all’università.

Il sistema concorsuale attualmente vigente, che prevede un processo monstre a livello nazionale troppo oneroso rispetto agli esiti previsti[3] e comunque prodromico alle decisioni delle singole sedi universitarie, è ormai uscito dal controllo del mondo universitario per finire nelle mani dei giudici: appartiene dunque al passato, non funziona più.

E’ tempo di cambiare strada.

Avanzo una sommessa proposta: abbandonare il sistema del concorso. Si dia alle singole università il potere di operare le scelte relative ai docenti in piena autonomia selezionando i candidati ai nuovi posti e all’avanzamento di carriera in ragione delle esigenze e delle strategie dell’organizzazione. Le scelte – dichiaratamente cooptazioni – siano trasparenti e vengano fatte definendo chiari obiettivi da raggiungere e da verificare ex post nel giusto contesto della comunità scientifica caratterizzata da un “denso intreccio di interazioni sociali”, come ha ben spiegato Thomas Kuhn nel suo libro The Structure of Scientific Revolutions .

Vengano svolte valutazioni sui risultati ottenuti e si eroghino premi e punizioni per chi ha compiuto le scelte sbagliate. Mi rendo conto che questo è il modello dei paesi di cultura protestante che mal si addice ad un paese di tradizione cattolica in cui chi sbaglia non paga. La proposta richiede dunque un bel salto di paradigma, visto che il sistema attuale è arrivato al capolinea: ma saremo capaci di farlo?

 



[1] Il docenti universitari sono circa 60.000. Si può stimare che, se si escludono i circa 16.000 ordinari, molti associati ed i ricercatori abbiano presentato più di due domande. A questi si devono aggiungere i ricercatori degli enti pubblici e gli esperti e docenti che operano in vari settori e all’estero (si può stimare che i candidati esterni siano circa 20.000).

[2][2] Si pensi a figure come Fermi, Natta, Levi Montalcini.

[3] Andrebbe quantificato il costo di una operazione che prevede l’esame di 70.000 domande.

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60 Commenti

  1. Concordo sull’idea di abbandonare il concorso a vantaggio della cooptazione trasparente. Ma questa impostazione può funzionare soltanto a condizione che la cooptazione riguardi incarichi di durata non illimitata. Basterebbe che a tutti i livelli i cooptati lo fossero per due o al massimo tre anni. Con questa clasola di temporaneità di tutti gli incarichi assegnati all’interno di questa “comunità” si produrrebbero effetti positivi di varia natura, compresa la sanzione pratica ed efficace della possibile mancata ri-cooptazione da parte di chi sbaglia nelle scelte di cooptazione che è chiamato a fare.

  2. Cooptazione vuol dire sapere prima chi si vuole assumere. Ma siamo sicuri che questo sia sempre vero e/o utile ?
    Nei paesi civili come il regno unito si indicono bandi tramite internet, e i direttori di ricerca in moltissimi casi a priori non sanno chi assumeranno. Il sistema quindi e’ un misto tra concorso e cooptazione.
    E il candidato non selezionato per le interview avra’ solo lo stress dell’invio di una mail.
    In Italia la soluzione del problema sara’, temo, simile a quello delle quote ‘rosa’ tot per cento di esterni italiani, tot altro di esterni esteri.

  3. Complimenti per la poesia a Pasquino!
    Assumere tutti quelli che lo meritano, che sanno fare ricerca, che hanno l’entusiasmo …
    come mai siamo riusciti a rendere impossibile questo?
    Dmenticavo: professori che in privato e in segreto si complimentano con il candidato che ha fatto la lezione migliore ma NON ha vinto il concorso in cui loro sono stati commissari …

  4. Ho letto con molto piacere i numerosi interventi dei colleghi, che ringrazio, e vorrei fare qualche considerazione.
    Mi sembra che siano stati colti soltanto alcuni spunti proposti nell’articolo. Mi sarebbe piaciuto conoscere l’opinione degli intervenuti sulla capacità della struttura sociale e di potere dell’università di affrontare le temperie che stiamo vivendo (sistema baronale, potere dei rettori, ecc.); sulle differenze di comportamento e di interessi tra i docenti che svolgono attività professionale e quelli che vivono nell’università sulle scelte delle commissioni di esame di abilitazione; sui ricorsi che, come prevede Cassese, sposteranno le decisioni dall’università alle aule di giustizia; sull’introduzione di un sistema di incentivi che premi i bravi e meritevoli e che penalizzi chi è al di sotto delle prestazioni richieste (ma da noi è mai stato licenziato un universitario o un ricercatore degli enti pubblici, o è immaginabile che ciò avvenga?).
    Sugli interventi.
    Appare alquanto generalizzata la convinzione che in Italia non abbiamo la cultura adatta a selezionare il corpo docente con un sistema come quello adottato nel Regno Unito (unico esempio citato come virtuoso e funzionante). Lì vige sostanzialmente un sistema di valori che conduce alla responsabilità, e quindi chi sbaglia paga, mentre da noi non è così. Siamo dunque destinati ad essere dannati ed a tenerci i concorsi “farlocchi” che coprono le cooptazioni?
    Vengono avanzate alcune proposte, come quella di introdurre il ruolo unico della docenza e di disegnare un sistema trasparente di cooptazione (che non significa arbitrio ma applicazione onesta di regole). C’è anche chi ritiene che le leggi possono cambiare i comportamenti nel senso migliorativo – e speriamo che abbia ragione, ma i processi culturali sono lenti.
    Si fa riferimento al fatto che la Costituzione obbliga le università ad assumere i docenti attraverso i concorsi. Non credo che sia così. L’art. 97 recita “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.” Ciò significa che la legge può stabilire altre modalità. Per esempio i dirigenti apicali della pubblica amministrazione vengono nominati dal governo e non selezionati per concorso, come pure i membri dei servizi segreti. Dunque non c’è l’obbligo costituzionale.
    Infine si fa riferimento alle pratiche attuali: partecipare ai concorsi per farsi conoscere, gli inviti a ritirarsi dal concorso, la conoscenza dei vincitori in anticipo. Se poi si aggiunge che l’attuale procedura prevede che chi non è abilitato in questa tornata non potrà ripresentare la propria candidatura al prossimo turno, c’è da mettersi le mani nei capelli. L’immagine che se ne trae è quella di stantìo, di soffocamento, di assenza di vera competizione in un sistema che si basa sulle competenze e sull’eccellenza.

  5. Parlo per il mia area, 02, ed il mio settore, 02/B2.

    A me sembra che il mio area, ed il mio settore in particolare, sia molto competitiva. E che le cose vengano fatte abbastanza bene.

    I docenti neoassunti (tra cui io) sono molto bravi e spesso vincono grant di ricerca in italia e all’estero.

    Le abilitazioni nazionali con mediane alte sono di stimolo per fare meglio e per poter reclutare persone anche dagli enti di ricerca e dall’estero.

  6. Dìmenticavo ancora: iscritti a più prove di un settore,Le prove vengono fissate tutte nello stesso giorno ai quattro lati dell’Italia. I potenziali concorrenti si riducono di un quarto. Non dovrebbe essere illegale?

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