Pietro, 37 anni, ricercatore precario alla Sapienza di Roma in neurobiologia. “So fare solo molecole” dice di se stesso. Ha perso tutto. Il suo professore non gli ha fatto avere il calcio in culo per vincere una nuova, l’ennesina, borsa di studio (su fondi europei, perché il Miur figurati?) per la sua “ricerca da nobel”. Allora si ingegna e si dà allo spaccio. Con un suo amico chimico computazionale realizza una molecola che sta alla base di una pasticca potentissima. Brividi, gaudio e allucinazioni.

 

La pasticca “spacca” e tutti la vogliono. La piccola banda di ricercatori precari che hanno fatto la stessa fine di Pietro diventa una micro-Magliana con tanto di loft con terrazza nell’albergo più costoso della Capitale dove organizzano feste che ricordano – l’immaginario è comune, soldi droga sesso a pagamento – quelle viste nel Lupo di Wall Street (ma c’è molto, molto meno sballo e un senso di colpa un milione di volte più pesante).

Smetto quando voglio è un fim di Sidney Sibilia. Non è solo una commedia divertente sul precariato universitario che ti porta prima allo spaccio e poi, in galera e con un figlio che nel frattempo è nato, a pensare di accoltellare qualcuno per continuare a percepire un sussidio e integrare quello della tua compagna.

Così pensato è una trama molto simile a un film di Nanni Loy, Mi Manda Picone, sull’arte di arrangiarsi del proletariato urbano nell’economia informale.

Smetto quando voglio è un film sull’informalità del potere, e della sua corruzione, che viene riconosciuto solo quando è illegale: Pietro incontra il suo professore campano che lo considera solo perchè lo ha visto parlare con un sottosegretario interessato ad organizzare lo spaccio colossale della sua pasticca.

Smetto quando voglio è un film sulla meritocrazia, sulla lotta fallita del riconoscimento del merito in un’istituzione che non può promuovere il merito (l’università), sul risentimento e l’odio che provoca il rifiuto da parte dello Stato e dei suoi buffoneschi professori ordinari specializzati nell’arte del “chiagni e fotti”: da un lato, lamentano la miseria dei fondi di ricerca che non ci sono, dall’altro lato brigano per parcheggiare il loro yacht accanto a quello del ministro.

Ma se fosse solo questo, Smetto quando voglio sarebbe un film degno dell’antipolitica: odio la casta, che spreca soldi, è corrotta e volgare. E quindi, visto che non riesco ad essere come lei, legalmente, le dimostro di essere molto peggio di lei, attraverso gli strumenti dell’economia criminale. La guerra è guerra, no?

Se loro sono criminali perché non mi accettano, io dimostro di essere peggiore e li escludo io dalla società che conta. Quella dei sottosegretari, dei banchieri, della prostituzione generalizzata, cioè del mondo che comanda davvero, anche sulla casta.

Smetto quando voglio è un film sull’odio sociale. Questo odio sociale viene espresso dal ceto intellettuale contro lo Stato e la sua università che non riconosce le competenze, nel caso le ruba senza dare nemmeno in cambio lo stipendio mediocre dei ricercatori italiani (1200-1400 euro).  

Smetto quando voglio è un film sulla presunzione di considerare l’oggetto della propria invenzione, di una ricerca, un libro, come un capolavoro assoluto, da “premio Nobel”. E ci mancherebbe. Un qualcosa di unico, auratico, che andrebbe premiato con molto più di una manciata di euro. Ma così va la vita in Italia. Avere un contratto a tempo indeterminato nell’università dove hai passato vent’anni è il riconoscimento giusto anche per chi è un premio nobel in pectore.

questo Smetto quando voglioè anche un film sull’accontentarsi in tempi di crisi: in nome del sacro Graal (uno stipendio, la normalità della vita da dipendente, pochi euro da spendere per una pizza, rinunciare al riconoscimento dell’unicità della personalità in un mondo di corrotti, degli uomini a una dimensione.

Il dramma di chi rinuncia alle ambizioni dell’infanzia per “stare sul mercato”, restare in società. Dura la vita. da precari. Sempre meglio che fare il benzinaio per un bengalese. Rovesciamento iperbolico del razzismo dominante. Mai che uno straniero possa assumere un italiano e metterlo a lavorare (regolarmente da quanto si capisce nel film) a una pompa di benzina. Mica come gli stranieri che fanno benzina e tu gli dai 50 centesimi, se va bene.

Smetto quando voglio è un film sulla perdita delle ambizioni, e sulla rinuncia all’unicità che solo una società meritocratica, che coltiva i “talenti”, le “eccellenze”, i fatti, i numeri, le prestazioni, le performance ottimali dell’intellettuale o dell’artista al lavoro dovrebbe riconoscere.

Questa società – è il giudizio del film –  permette di avviare l’ascensore sociale solo a chi ne condivide – volontariamente o involontariamente – la corruzione.

Sei un’illustre accademico? Sei corrotto. Sei un sottosegretario? Sei corrotto. E così anche chi non è arrivato ad essere nulla, è finito in rovina, come gli “eccellenti” latinisti, antropologi, archeologi, matematici, insomma tutto il precariato universitario tra gli anni Novanta e Duemila (almeno 30 mila persone, ma forse sono di più) rappresentato nel film. Tutti corrotti. Devi esserlo, per necessità (amara verità del film) per garantirti uno spazio. E non basta, perché poi diventi un criminale comune, l’unico modo per garantirti un reddito.

L’Italia, per i ricercatori precari, come per tutti, è una discesa agli inferi.

L’unica solidarietà che c’è in Smetto quando voglio è quella tra i precari nell’organizzare un crimine. Non nell’organizzare una resistenza, nel creare un’alternativa. In Italia non esiste alternativa. Alla ricerca e, in generale, alla possibilità di condurre un’altra vita. Sei sempre e comunque illegale. Un messaggio disperato.  Ma allora se vivere dentro l’università non è possibile, allora crea una vita fuori. No, questa ipotesi non è nemmeno contemplata nel film. Perché mai è stata contemplata nella realtà dai ricercatori precari. Come tutte le altre figure del lavoro cognitivo, anche il ricercatore non riesce a pensarsi se non come ricercatore: un ruolo per tutta la vita. “Ho studiato per questo!”.

L’unico futuro è quello a tempo indeterminato. Visto che è impossibile, non si smette mai quando si vuole. Colpisce la scena in cui Pietro, il neurobiologo, giustifica con la sua compagna l’improvvisa ricchezza che li ha investiti. Proviene dalle pasticche, lui però dice di avere vinto un concorso universitario. Alibi poco plausibile, visto che parla di migliaia di euro al giorno.

Lei – che fa la psicologa e cura proprio i tossici che dipendono dalle pasticche messe in giro da Pietro – non si fa domande inizialmente. La sua prima reazione è quella di volere far l’amore con Pietro. Ma prima di iniziare chiede: ma possiamo permetterci una lavatrice? In questo film c’è sempre la passività della donna. La donna è un angelo del focolare, oppure una prostituta. (sempre dell’Europa dell’Est con il nome di “Paprika”). Un universo concentrazionario, prigioniero del fatalismo, dove tutto si vende e viene venduto.

La coppia, giovane e meno giovane, e il suo immaginario del benessere, legato ad una lavatrice. Il sacro Graal di un contratto che permette di uscire dal mondo del lavoro nero, dall’umiliazione delle lezioni private non pagate dai figli di padri criminali che comprano Suv da centinaia di migliaia di euro.

Cresce l’odio perché il “merito” non viene riconosciuto. Cresce il sentimento della vendetta.

Smetto quando voglio è un film sulle competenze messe al lavoro in un ambito diverso da quello originale. La miracolosa molecola viene elaborata da chimici e neurobiologi certamente di genio. Nasce dalla loro cooperazione, e da una riflessione sui saperi taciti che governano i comportamenti di massa, e quelli individuali. Ecco, è questo il senso profondo dei saperi, e la loro ricchezza messa al servizio tuttavia di una scalata sociale alla Scarface, che termina all’italiana. Quella cooperazione che non viene usata per creare un’alternativa, un conflitto, per indirizzare l’odio in una forma di conoscenza ulteriore. Ma per consolidare l’immagine di una meritocrazia tradita che cerca gli strumenti per vendicarsi di un potere ingiusto che non la riconosce.

Murena – Neri Marcorè sfigurato che interpreta il capo degli spacciatori e ricatta la banda dei ricercatori precari rapendo la compagna di Pietro, 37 anni, neurobiologo – è stato un tempo anche lui un ingegnere pluripremiato. Anche i suoi meriti non sono stati riconosciuti. E li ha messi al servizio di un’altra impresa, ugualmente criminale.

Smetto quando voglio è un film sulla disperazione.

Smetto quando voglio è un film sull’incapacità di riconoscere nella cooperazione dei saperi la possibilità di creare un mondo diverso, e opposto, alla corruzione

(Pubblicato su http://furiacervelli.blogspot.it/2014/03/smette-quando-vuole-un-ricercatore.html)

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50 Commenti

  1. Che poi è la trama di Breaking Bad, a cui hanno semplicemente aggiunto qualche spunto da “Generazione 1000 Euro”. Ma quando lo fanno i creativi italiani, invece che di “plagio” i giornali parlano di “omaggio”. (Bisognerebbe chiedere agli sceneggiatori di Breaking Bad se sono contenti di essere *omaggiati* in questo modo.)

    • Anche i Magnifici sette di Sturges sono un “plagio” in versione western dei Sette samurai di Kurosawa. Tutto dipende da come lo si fa. La caratterizzazione del “barone”, un personaggio raccapricciante, interpretato magistralmente da Sergio Solli, ed il colloquio di lavoro di Pietro Sermonti che tradisce il suo essere laureato (vedi il trailer) sono solo due esempi di come l’idea di base di Breaking Bad venga calata nella specifica realtà italiana in modo del tutto funzionale.

    • Ottimo esempio: metà dei film western sono un plagio di film di samurai. Kurosawa ha anche fatto causa a Sergio Leone per “Per un pugno di dollari” e l’ha vinta.

      Tornando al caso specifico, è troppo facile prendere un’idea ben riuscita e calarla in un contesto a noi familiare.

      Poi pensavo che i baroni non esistessero… (Scusate non ho resistito. Non mi censurate, vi prego.)

    • “Smetto quando voglio” presenta una figura di barone-cialtrone veramente abietta. Roba da far chiudere le università per davvero.

    • Addendum: per quanto riguarda i Magnifici Sette, il regista aveva acquistato i diritti dei Sette Samurai, quindi più che un plagio è un remake (e dal punto di vista legale direi che c’è una enorme differenza).

  2. Per me è solo INVIDIA.

    Quando dicevo “sono ricercatore del CNR” subito l’interlocutore replicava: “precario?”.

    Perchè l’interlocutore replicava cosi?

    Secondo me perchè l’interlocutore capiva benissimo che facevo un lavoro bellissimo e appagante e, PER PURA INVIDIA, cercava delle motivazioni che rendessero MENO INTERESSANTE il mio lavoro.

    La realtà era ed è che ESSERE RICERCATORE E’ BELLISSIMO e degli invidiosi bisogna non curarsi troppo, anche se sono decine di milioni (in Italia).

    Comunque, se i ricercatori (e i docenti universitari) fossero meno piagnucolosi presterebbero meno il fianco agli INVIDIOSI.

    • Son d’accordo sul condannare il piagnucolio. L’opinione pubblica non puo’ proprio capirlo, questo piagnucolio. Neanche quando e’ giustificato, per via del precariato, stipendi bassi, etc. La domanda che si pone il comune uomo della strada (il classico uomo della strada che deve guadagnarsi il pane per vivere, e magari pure ingegnarsi per riuscirci) e’: “ma se sti’ scienziati son tanto intelligenti, ma allora perche’ si ritrovan a pignucolare?”. Vaglielo a spiegare!

  3. Quanto moralismo in questa recensione! L’ironia, il paradosso sono registri espressivi incomprensibili all’autore.
    A mio modo di vedere, il film è un ottimo veicolo per far comprendere a chi è fuori dalla piccola “kasta” dei precari bravi e misconosciuti quanto sia grave, oggi, la situazione della ricerca italiana, del ricambio generazionale dell’accademia e della comunicazione dei risultati scientifici.
    Mi auguro che gli spettatori abbiano un briciolo di intelligenza e di libertà intellettuale in più dall’autore…

    • Non credo che Ciccarelli non si sia divertito, tanto è vero che scrive: “Smetto quando voglio è un fim di Sidney Sibilia. Non è solo una commedia divertente sul precariato universitario …”.
      La recensione, da come la leggo, è il tentativo di portare in superficie altri livelli di lettura che, seppur meno appariscenti, sono effettivamente presenti nel film.

    • Se serve un film ogni volta che dobbiamo spiegare qualcosa di elementare all’uomo della strada, siamo messi veramente male.

    • Siamo messi male e credo che dopo tutta la fuffa che è stata rifilata sui media in tema di università e ricerca (https://www.roars.it/online/universita-miti-leggende-e-realta-collectors-edition/), anche i film possano essere utili. Non scordiamo quello che aveva detto il Ministro Gelmini: “È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) (M. Gelmini 2009, http://www.corriere.it/politica/09_ottobre_08/gelmini-times-universita-riforma_5c984e62-b407-11de-afa2-00144f02aabc.shtml)
      È sintomatico che debba essere un film “popolare” a prendere come dato di contesto il processo di dismissione del sistema dell’università e della ricerca. Televisioni e giornali a larga diffusione sono in buona parte ancora fermi a quell’insieme di miti & leggende che è servito a giustificare un taglio che si aggira sul 20%. Un processo di proporzioni notevolissime e dalle conseguenze durevoli sulle prospettive civili ed economiche del paese, ma che per il cittadino comune non è nemmeno accaduto.

    • Un film che faccia informazione è certamente utile, ma non possiamo sperare che qualcuno realizzi un film ogni volta che vogliamo comunicare qualcosa.
      Non è con i film che risolveremo i problemi di università e ricerca. Voglio dire, dopo “Generazione 1000 euro” possiamo dire che c’è maggiore consapevolezza fra la gente, o tutto è esattamente come prima? Io penso la seconda. (A parte che mille euro ora come ora è un ottimo stipendio, considerata la moltitudine di persone che prende 300-400 euro al mese, e in nero.)

  4. shakerato, allora siamo messi davvero molto, ma molto male. Perché l’ “uomo della strada”, quello di cui parla Claudio B., forse neppure sa che uno studioso giovane e dotato normalmente in Italia è un lumpenproletario. Io penso che ci siano registri giusti per ogni diversa situazione; perciò su roars ne parliamo seriamente, ma al cinema è un’occasione di commedia secondo me raffinata e ben riuscita. Se riprende Breaking bad (che non ho mai guardato, quindi non posso valutare se è uno scopiazzamento, una citazione, un remake o un’ispirazione) ancora meglio, perché lo spettatore affezionato delle serie più note si ritrova in un cliché narrativo conosciuto.

    • Si si, “hasta la victoria”.

      “lumpenproletario” sarebbe la parola spagnola per “sottoproletario”. In tema con l’attivismo politico radicale di Judith Alice “Judy” Clark.

      Questa cosa del ricercatore sottoproletario è veramente OFFENSIVA e non corrispondente al vero.

      Il dottorando, che è ancora uno studente, prende circa 1100 Euro netti al mese.

      L’assegnista di ricerca va da un minimo di 1250 Euro netti al mese ad un massimo non definito: qui a Unipd ci sono assegnisti che prendono 1900 Euro netti al mese. Ma anche di più.

      Il ricercatore universitario prende come minimo minimo (dopo un anno) 1800 Euro netti al mese per 13 mensilità.

      Si vuole guadagnare ancora di piu’ rimandendo in Italia?

      Si vada in Trentino o in Alto Adige. Si è ancora in Italia (circa), si parla in italiano (quasi), ed hanno soldi a palate per tutti, anche per chi fa ricerca. Della serie: “il ricercatore lo prendiamo, basta che respiri”.

      Oppure si vada all’IIT o all’ICTP o all’ISPRA. O simili. Li il ricercatore a contratto viaggia sui 2500-3000 Euro netti al mese.

    • Ci sono anche i dottorandi senza borsa e tutti quelli che (come nel film) ad un certo punto si sono trovati a spasso senza paracadute. Se è vero che c’è una frazione di precari bravi o fortunati (o entrambe le cose) che riescono comunque ad avere borse o contratti più o meno dignitosi, in un contesto di risorse fortemente calanti, c’è anche una frazione non piccola che se la vede brutta. È dura anche all’estero ma talvolta risulta molto più facile e remunerativo competere oltre frontiera.

    • Mi sarei aspettato qualche tonnellata di tabelle a giustificare la tesi.

      Di che percentuale stiamo parlando?

      Quante sono le persone con il dottorato di ricerca
      (o specialità in medicina) in Italia che risultano disoccupate?

      E per gli occupati, qual’è il loro stipendio a 3 a 5 ed a 10 anni dal dottorato?

      C’e’ una differenziazione per tipo di dottorato?

    • “Io lavoro solo per soldi. Anticipati”.

      Ecco la FRASE FONDAMENTALE da dire quando un professore chiede di fare qualche cosa.

      Imparate giovani. Imparate.

    • Salasnich, io non ho tabelle, ma ho partecipato a due concorsi proprio a Padova, nel suo dipartimento (ma diverso SSD). Io eviterei di decantare le doti del suo ateneo. Sono sicuro che gli amici degli amici non hanno problemi ad avere un contratto da 1900 euro netti al mese. Ma questo non sposta di una virgola il problema.
      (Ma lei lo sa che 1900 euro netti al mese con le regole attuali vuol dire un costo complessivo di circa 36000 euro l’anno? Più di un ricercatore a tempo indeterminato, che da non confermato costa circa 33000 euro l’anno.)

  5. Non è per fare la “grammar nazi”, Luca Salasnich.
    Alice Clark è stata una storica economica, e una storica delle donne, nata nel 1874 e morta nel 1934, fellow alla London School of Economics negli anni ’10 del secolo scorso. Quindi sbagli persona.
    Lumpenproletariat non è una parola spagnola, ma tedesca, e “lumpenproletario” è la buffonesca italianizzazione del termine.
    Esiste Google, usalo prima di scrivere.
    And take it easy!

  6. Se avete bisogno di un campione statistico formato da una persona a dieci anni dal dottorato e sempre a spasso in Italia sono presente.

    Potete pormi tutte le domande che volete e potete pagarmi in natura.

    Mi basta come pagamento l’indicazione di un solo concorso, dal dottorato al mitico RtdB, per il quale le possibilità di successo da esterno non siano ridicole.

    • O mamma.

      Negli ultimi 6 anni ho gestito 3 assegni di ricerca per lavorare con il nostro gruppo (cioè con me). In due casi su tre i vincitori erano a me sconosciuti.

      A UNIPD ci sono gli assegni di ricerca senior. Sono assegni di ricerca dove è il candidato che propone il progetto con indicazione del gruppo dove lavorare. Il gruppo ovviamente deve dare l’ok.

    • mi aggiungo al campione.
      10 anni dal dottorato.
      Concorso per ricercatore vinto e annullato dall’ateneo per vizi di forma nei verbali.
      Partecipazione ad almeno altri 3 concorsi per ricercatore dove arrivavo sempre al secondo posto.
      Abilitazione nazionale conseguita all’unanimità, mentre i relativi vincitori degli altri concorsi o non hanno presentato domanda o sono stati abilitati a maggioranza.

  7. Salasnich, nel settore umanistico in cui lavoro sono infiniti i casi di “giovani studiosi dotati” che, una volta finito il dottorato (magari senza borsa), il post-doc, e, se fortunati oltre che dotati, un assegno di ricerca, continuano a lavorare nel campo che amano e in cui sono più che ampiamente professionalizzati e specializzati, senza riscontri né economici né di collocazione accademica. Il tuo aureo consiglio, “Io lavoro solo per soldi. Anticipati.” nei settori umanistici susciterebbe soltanto un ghigno sardonico da parte della committenza. Fuori dall’università, editing di testi e schede di cataloghi di mostre, riordino di archivi, catalogazione di reperti, riordino di biblioteche, inventariazioni varie, persino ricerche genealogiche sono, il più delle volte, commissionati dietro corrispettivi ridicoli e prelievi fiscali sproporzionati, dopo contrattazioni meschine, da enti pubblici che, se tutto va bene, pagheranno sei mesi – un anno dopo. Vedo l’umiliazione e la frustrazione di quei (ormai non più) giovani studiosi e studiose che non hanno il coraggio o semplicemente la possibilità (per età, perché a quel punto possono essere passati più di dieci anni dalla laurea, o per responsabilità familiari) di tentare la fortuna all’estero. E vedo lo spreco del sistema italiano di alta formazione che prepara e specializza ottimi elementi per poi sprecarli, sprecando il suo stesso investimento.
    Per questa ragione il film di Sibilia mi è sembrata una satira feroce e paradossale, ma pertinente, sulla quale non era il caso di moraleggiare da parte di Ciccarelli sul fatto che i protagonisti fossero “incapaci di riconoscere nella cooperazione dei saperi la possibilità di creare un mondo diverso, e opposto, alla corruzione”. Nella realtà concreta la sua esortazione sembra (a me, almeno) fuori bersaglio, visto che mi è parso che il registro del film fosse paradossale e cinico proprio per evidenziare l’enormità del disagio.
    Poi, magari, tra i fisici della materia non accade nulla di tutto questo, e sono solo piagnucolii.

    • Mi sembra poco realistico che un chimico computazionale (quello del film) abbia dei grossi problemi a trovare una retribuzione dignitosa in ambito italico.

      E, in ogni caso, come ho già detto, basta spostarsi in Trentino o in Alto Adige, o alla peggio, in Svizzera o in Germania o in Francia. O, alla super peggio, in UK o US.

    • Se bisogna spostarsi all’estero, è evidente che ci sono grossi problemi a trovare una retribuzione in ambito italico.
      E non dico “dignitosa”, parlo di retribuzione tout court. (E’ dignitosa la retribuzione in ingresso di 1200 euro di un ricercatore non confermato? Con magari alle spalle 10 anni di postdoc?)

    • Luca,
      Se volessi essere davvero cattivo direi che la parte meno realistica del film è il Chimico Teorico che trova qualcosa che funziona per davvero…

    • Il vecchio ricercatore universitario non confermato prende

      1334 Euro netti al mese per 13 mensilità

      solo per 1 anno.

      Poi passa a 1600 Euro al mese netti e appena confermato a più di 1800 Euro netti al mese per 13 mensilità.

      Si veda qui
      http://alpaglia.xoom.it/alberto_pagliarini/TAB2010Aumento3e09percento.htm

      Per i ricercatori post Gelmini si veda qui
      http://www.unipi.it/index.php/stipendi-e-pensioni/item/2036-tabelle-retributive-del-personale-docente-dellateneo

      Per il Ricercatore Junior (tipo A) lo stipendio iniziale è, come quello del vecchio ricercatore confermato, di

      1863 netti al mese per 13 mensilita.

      Per il Ricercatore Senior (tipo B) lo stipendio iniziale è ancora di più.

    • @Salasnich mi consenta di dissentire da quanto lei affermato. Ormai è sotto gli occhi di tutti che un’intera generazione (quella degli attuali 35-45enni) è stata “bruciata”. Prima c’erano più possibilità per tutti. Finivi il dottorato e, dopo qualche anno di borse post-doc ed assegni, arrivava il posto da ricercatore (a tempo indeterminato). La riforma Gelmini e la progressiva riduzione di risorse ha distrutto le vite e le aspettative di tanti giovani studiosi che non sono mai riusciti ad approdare ad un concorso perchè la sede su cui avevano maggiormente investito tempo ed energie, per tutta una serie di motivazioni (ordinario con cui lavori che va in pensione, cordate accademiche di SSD più forti in Facoltà e adesso in Dipartimento, programmazioni cambiate all’ultimo minuto ed il posto programmato scivola casualmente di due tre posizioni) non ha mai chiamato il posto e quindi non hai mai avuto la possibilità di “giocartela”. E se quando ti presenti in un’altra sede arrivi puntualmente secondo..
      Quando il tempo passa e vedi che non ci sono grandi prospettive hai due alternative: molli tutto e ricominci da zero (e se non hai le spalle coperte finisci come quelli del film che pur di portare la pagnotta a casa sono disposti ad accettare qualunque tipo di lavoro) oppure cerchi di stringere i denti e non mollare. Questa seconda opzione è la più dolorosa, ovviamente. Perchè non sai se il tempo ti darà ragione, e soprattutto se riuscirai a mantenere sempre lo stesso livello di qualità nelle ricerche che conduci. Inoltre i colleghi già dentro ti insinuano quel tarlo “no, non puoi mollare proprio ora” e tu ti ripeti “no non posso mollare proprio ora gettando al vento anni dedicati alla ricerca” e resti imprigionato in un limbo (sottopagato), vittima di te stesso e calpestando la tua dignità. Mi dispiace dirlo, ma chi è dentro non riesce a sentire per intero il grido di dolore di chi sta fuori. Ti danno una docenza a contratto retribuita (se togli le tasse, non ci paghi nemmeno le spese della benzina)? Devi pure ringraziare, perchè ti stanno dando la possibilità di avere un titolo da usare ai concorsi!
      Come dice Alice Clark nel campo umanistico l’espressione “Io lavoro solo per soldi. Anticipati.” non esiste. Purtroppo, aggiungo io.
      All’uscita del cinema ho pensato “domani invito i miei studenti ad andare a guardare questo film, forse d’ora in poi mi tratteranno con più rispetto”. Eh già, gli studenti. Mica loro la sanno la differenza tra un professore strutturato che si può permettere di arrivare in ritardo, mandare in aula a fare lezione neolaureati, etc. etc. ed un docente a contratto che deve rispondere agli stessi doveri di un professore ma per una manciata di soldi?

      Oops mi sto lamentando troppo? Un piagnucolio insopportabile!

      Da domani smetto, “Smetto quando voglio”.

    • Nel mio dipartimento ci sono almeno 25 RU nella fascia di età tra i 35 ed i 45. Su un totale corpo docente di 120 persone (io ho 46 anni).

      E’ un numero assurdamente alto, ma è cosi.

    • Innanzitutto chiedo scusa per gli errori grammaticali che ci sono nel testo da me su scritto. Nella foga.. mi è sfuggita qualche cosa qua e la.

      La mia storia è legata ad una realtà del sud. Settore umanistico. Probabilmente nelle scienze dure ci sono altri numeri. Per fortuna.
      Però il mondo del precariato universitario (senza paracadute) esiste. Poco a poco ci stiamo rassegnando e mollando. E questa è una sconfitta per tutti.

    • Grazie per il commento che mi sembra del tutto pertinente e utile per chi non conosce da vicino la situazione. Per quanto riguarda il “moraleggiare” di Ciccarelli, penso che la critica nei suoi confronti sia eccessiva per due ragioni:
      1. Ciccarelli è il primo a stigmatizzare le letture moralistiche che scaricano sui singoli e su intere categorie (i giovani “bamboccioni, “sfigati” e “choosy”) le responsabilità della crisi. Proprio su Roars avevamo ripubblicato una sua analisi particolarmente efficace:
      https://www.roars.it/online/ho-25-anni-e-non-lascero-dire-a-nessuno-che-non-ho-mai-lavorato/
      Pertanto, mi sembra strano che cada nello stesso genere di trappola retorica.
      Tanto più che Ciccarelli (e Giuseppe Allegri) da tempo hanno aperto una riflessione sul precariato intellettuale, il cosiddetto “quinto stato” (http://www.hoepli.it/libro/il-quinto-stato-/9788862208598.html), un tema su cui continuano a raccogliere e pubblicare materiali nel blog “la furia dei cervelli” (http://furiacervelli.blogspot.it/), dove non a caso è apparsa questa recensione poi ripresa da Roars. Credo che l’incapacità di “riconoscere nella cooperazione dei saperi la possibilità di creare un mondo diverso” sia più un (triste) dato oggettivo di questo frangente storico che una colpa da imputare alle vittime. È anche possibile che pubblicare la recensione su Roars l’abbia in qualche modo “decontestualizzata”.
      2. La biografia di Ciccarelli che conosce bene la situazione di cui scrive, dato che, prima ancora che essere giornalista, è dottore di ricerca in filosofia politica ed autore di un paio monografie su Spinoza. Ho un ricordo ancora vivido di una discussine su facebook nel corso della quale un giornalista (a tempo indeterminato) di un giornale a larga diffusione nazionale faceva pesare (con dubbio gusto) la condizione di giornalista precario in cui si trovava Ciccarelli.
      Spero di non essere stato troppo parziale, ma ai miei occhi Ciccarelli ha anche il merito di essere stato uno dei giornalisti che hanno seguito con maggior attenzione e rigore sia la mobilitazione dei ricercatori sia, più in generale, le vicende universitarie degli ultimi anni.

  8. Ma Luca, leggo dalla tua pagina che tu sei stato docente di ruolo alle superiori per 8 anni (vabbe’, sempre in congedo).
    Secondo te questo dovrebbe essere il metodo normale di reclutamento? 14 anni dopo il dottorato senza una posizione a tempo indeterminato (tranne l’eventuale “paracadute” dell’insegnamento alle superiori?)
    E poi se nascevi qualche anno dopo ci scommetto che non ti sarebbe andata cosi’ bene.
    E poi, per fisica “butta un po’ meglio” che per il resto. Nel mio settore, su una decina di dottori di ricerca molto bravi, uno è diventato ricercatore in Italia, tutti gli altri stanno all’estero, per adesso l’unico sbocco abbastanza serio è in Brasile.

    • Beh, se è per questo, del mio anno accademico di iscrizione a Fisica (1986-1987) a Padova sono l’unico professore universitario in Italia.

      Ce ne è uno a Ginevra ed una a Londra.

      Però ci sono 2 RU, 3 TLU, e circa altri 15 tra Ric o Tecnol di EPR (INFN, CNR, consorzi vari).

      Quindi circa 23 su circa 65 laureati (35 per cento) sono rimasti in ambito universitario e/o ricerca. Quando mi sono iscritto nei libri avevo letto che circa il 20 per cento dei laureati in fisica sarebbe rimasto nel settore ricerca pubblica/universita. Abbiamo fatto meglio delle previsioni.

    • Rispondo alla domanda
      “Secondo te questo dovrebbe essere il metodo normale di reclutamento?”

      No.

      Però i docenti universitari fancazzisti stanno esaurendosi per pensionamento.

      Il futuro non può che essere migliore.

      Certo, sarebbe stato meglio senza la riforma Gelmini ed il sindacalistico piano straordinario per PA.

      Qui tra qualche anno avremo di nuovo (a seguito immigrazione) un pienone di studenti liceali e universitari. E qualcuno dovrà fare lezione.

    • Inoltre un grande problema è il settore militare.

      In US e UK, ed anche in Francia ed altri paesi, il settore militare traina l’economia.

      In Italia non mi sembra proprio.

      La mia impressione è che in Italia i soldi del settore “innovazione militare” vadano a finire non ai pochi ricercatori che ci lavorano, ma ai moltissimi manager e sottomanager (spesso ex dipendenti dei ministeri dell’Interno e della Difesa) di aziende private a capitale pubblico.

      Un sistema autoreferenziale succhiasoldi.

    • I docenti universitari fancazzisti non fanno ricerca, ma lezione sì (almeno a scienze).
      Se va avanti così il futuro sarà molto peggiore, perchè al loro posto non verrà assunto quasi nessuno, tripla e quadrupla didattica per tutti
      In quanto ai ric tipo A/B credo che lo stipendio sia accettabile (c’è chi non la pensa così). Ma in quanti sono stati ad avere la fortuna di diventarlo? Non era stata pubblicata una tabellina qui da poco?
      (Tabellina nel senso che conteneva numerini piccolini piccolini…)

  9. @ De Nicolao (purtroppo non so se riesco a rispondere dentro il thread) e al suo post di difesa di Ciccarelli. Non ho nessuna cattiva opinione di Ciccarelli e non c’è nulla da difendere, i suoi interventi sono stimabilissimi, non mi sono mai neppure sognata di mettere in discussione il suo valore scientifico né professionale. Ne ho il massimo rispetto, e anzi lo ringrazio di avere aperto questa discussione.
    Mi sono limitata a dire che la sua argomentazione non mi trovava d’accordo, tutto qui. Non c’era alcun bisogno di una difesa d’ufficio con annesso curriculum. Qui si discute e si dialoga piacevolmente e con spirito costruttivo, e magari se Ciccarelli ha voglia di intervenire personalmente è anche più carino. Ma in realtà non c’è nulla da rispondere, perché ciascuno di noi può avere opinioni e gusti diversi, e non credo proprio di essere stata polemica perché non mi interessava alimentare nulla di tutto ciò, ma semplicemente esprimere la mia opinione (spero legittima) su quel post.

    • Opinione assolutamente del tutto legittima 🙂
      I commenti costruttivi ed argomentati sono sempre benvenuti.

  10. Infatti ho argomentato che, a mio modo di vedere, il film era un efficace paradosso che rendeva possibile al colto e all’inclita prendere coscienza della situazione estrema di buona, buonissima parte dei giovani studiosi precari in Italia; e non era una piattaforma di coordinamento etico politico tra ricercatori, ma una godibile commedia.
    Ma adesso vado, mi aspettano tre giorni filati di sedute di laurea. Ciao

  11. @Alice Clark
    “”Io lavoro solo per soldi. Anticipati.” nei settori umanistici susciterebbe soltanto un ghigno sardonico da parte della committenza.”
    E’ ben vero e bisognerebbe lavorare per modificare questa situazione. Luca Salasnich ha maledettamente ragione.

    Talvolta, quando lavoravo in Italia, ho ricevuto richieste di ex-laureati di lavorare gratis per me. A voi e’ mai successo? E avete accettato?

    Cordiali saluti

    Enrico Scalas

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