ROARS continua ad ospitare lo sviluppo del dibattito in tema di pubblico impiego/contrattualizzazione del rapporto di lavoro della docenza universitaria. Un dibattito innescato dalla FLC Cgil in concomitanza con l’avvio dello sciopero proclamato – in piena autonomia dal mondo sindacale – dal movimento per la Dignità della docenza universitaria. Abbiamo già pubblicato un intervento di Roberta Calvano che commenta l’ipotesi della contrattualizzazione in senso critico. Le ha risposto Francesco Sinopoli (segretario generale del sindacato Cgil) con una riflessione apparsa su Huffington Post, che riproduciamo di seguito.La nota con la quale la Flc Cgil ha divulgato alle agenzie di stampa la propria posizione sull’opportunità di un’eventuale contrattualizzazione della docenza universitaria, ha suscitato un’accesa discussione, in primo luogo tra i docenti.

In un dibattito caratterizzato dalla rivendicazione sugli scatti – cui si oppongono le occasionali, ricorrenti e strumentali polemiche su concorsi e assunzioni – si è generata una contrapposizione a tratti semplicistica tra i partigiani dell’una o dell’altra ipotesi. È soprattutto prevalsa una levata di scudi tanto forte quanto, forse, comprensibile, in mancanza di un confronto autentico e informato che è invece assolutamente necessario; tranne poche eccezioni, innanzitutto l’utile intervento di Roberta Calvano su Roars.

Ritengo in ogni caso che una provocazione così dirompente, alla luce della storia di questa categoria, possa essere l’occasione per farci domande e aiutarci a comprendere meglio le condizioni della docenza universitaria oggi.

Non a caso ho lanciato questa proposta all’avvio dello sciopero proclamato dal Movimento per la dignità della docenza universitaria. E non a caso all’avvio di quella che sarà una fase difficilissima di rinnovo dei contratti collettivi nel pubblico impiego. Infatti, se c’è qualcosa che accomuna i docenti con il personale contrattualizzato del pubblico impiego è proprio l’aver subito in questi anni interventi durissimi sui salari e sull’organizzazione del lavoro.

Ciò a differenza di quanto accaduto per gli altri dipendenti in regime di diritto pubblico. A mio parere questo fatto è stato colto dal Movimento che ha lanciato lo sciopero, quando ha giustamente messo l’accento sul rapporto tra retribuzione e riconoscimento professionale. Ma questo movimento non ha approfondito le radici di questo processo, e non ne ha quindi colto profondità e radicalità.

Il problema principale credo sia quello del valore sociale della docenza e della ricerca universitaria. Io preferisco utilizzare questa espressione, perché può far comprendere meglio cosa è accaduto negli ultimi decenni. Infatti, se l’appartenenza al regime di diritto pubblico attribuisce al Parlamento la tutela dello status universitario, il venir meno del valore sociale della ricerca e della docenza – figlio del degrado produttivo e culturale di questo paese – ha determinato una condizione di debolezza pari (e forse per alcuni aspetti addirittura superiore) a quella dei lavoratori contrattualizzati.

Perché questo è stato possibile? E perché la riserva di legge è valsa in maniera così diversa per i diversi settori in regime di diritto pubblico? Io credo che questa sia la domanda da porsi, se vogliamo dare una risposta a questa condizione di debolezza. E farlo impone domandarsi se lo stato giuridico è ancora oggi una vera garanzia di autonomia, libertà e professionalità della docenza universitaria.

In questo quadro, un principio che ritengo imprescindibile è quello dell’unità del sistema universitario (e quindi delle condizioni di lavoro che in esso si definiscono), di un suo profilo pubblico e democratico. Questo principio è stato minato alla radice dalla legge Gelmini. La condizione di ampia autonomia e tutela che ha garantito lo stato giuridico è in una crisi forse irreversibile; ribaltata da una legge che lascia ai singoli atenei la regolamentazione dell’organizzazione del lavoro.

In un contesto segnato dalla scomparsa di quasi il 20% dei docenti, con tagli alle risorse che hanno inciso profondamente sulla funzionalità, ogni ateneo ha infatti piegato questa discrezionalità alle proprie esigenze di sopravvivenza. Così, liberamente e disordinatamente, i rapporti di lavoro formali e quelli reali dei docenti universitari sono in questi anni drammaticamente cambiati e sono stati differenziati da amministrazione ad amministrazione, come non si è mai registrato in nessun altro comparto pubblico, e forse anche privato.

Certo, i docenti universitari conservano formalmente un unico stato giuridico, uguale per gli atenei pubblici e privati, con le relative classi stipendiali: ma questo stato giuridico è declinato nei regolamenti con condizioni, orari e compiti diversi ateneo per ateneo. Un unico stato giuridico, ma 97 rapporti di lavoro diversi.

In primo luogo, già oggi una parte dei docenti universitari sono “contrattualizzati”: i ricercatori a tempo determinato. Questi docenti all’atto della loro assunzione devono firmare un contratto con condizioni che differiscono ateneo per ateneo e talvolta persona per persona (i compiti didattici e di ricerca sono stabiliti nei bandi).

La normativa e tutti i regolamenti precisano che questo è proprio un contratto di lavoro dipendente subordinato. Così gli Rtd hanno un unico stipendio nazionale, ma compiti didattici diversi da realtà a realtà: in molti atenei di tipo A hanno “al massimo” 60 ore annue di insegnamento, in molti altri “almeno” 60 ore; i tipo B in alcune università hanno “da 60 a 90 ore”, in altre “non meno di 90”, in altre ancora “da 60 a 120”, talvolta 100, tal’altra 120 (ma solo in casi di provata necessità: delle amministrazioni ovviamente, non dei ricercatori).

Questione che diventa ancor più complessa se la osserviamo dal punto di vista degli assegnisti, dei docenti a contratto e finanche dei dottorandi. In secondo luogo, questa diversificazione non è soltanto quella dei docenti “contrattualizzati”. È propria anche dei professori e dei ricercatori “in ruolo”. La legge 240 del 2010 ha stabilito alcuni principi generali di organizzazione delle attività didattiche e di ricerca, che ogni ateneo ha definito e interpretato a suo modo. Così ogni università ha dato la sua personale declinazione di cosa sia didattica frontale, didattica integrativa e i cosiddetti compiti di servizio agli studenti, al pari di quelli gestionali e amministrativi.

In questo modo, sulla base delle proprie peculiarità, ha sostanziato in modo diverso (anche molto diverso) il rapporto di lavoro con i propri professori e ricercatori, superando se non aggirando i “lacci e lacciuoli” dello stato giuridico.

Non solo. Ogni ateneo ha anche diversamente quantificato i compiti per le diverse figure professionali. Prendiamo in considerazione solo le università pubbliche, per limitare il campo. Ci sono atenei che chiedono 150 ore di didattica (per i Po), altri “almeno” 120, altri ancora “tra 90 e 120”, taluni tra “96 e 120”, altri tra “100 e 120”.

Per i ricercatori, molti atenei chiedono “fino a 350 ore” annue di didattica integrativa e compiti di servizio, alcuni chiedono anche “almeno 250 ore”, altri ancora concretizzano questi compiti in almeno 45 ore di seminari, precorsi ed esercitazioni, taluni almeno 60 ore di quest’attività, altri 120 (ma cumulandole anche con tutoraggio e-learning e tirocinio). Alcuni atenei chiedono due giorni alla settimana di presenza in sede, altri tre, altri ancora 10 o 12 giorni al mese, molti infine non stabiliscono regole particolari.

In terzo luogo, lo sciopero degli esami di queste settimane ha al proprio centro una giusta rivendicazione in merito al recupero, a livello giuridico, degli scatti persi dopo il 2010. In questi mesi però sta anche progressivamente entrando a regime il nuovo sistema degli scatti, su base triennale e con la verifica del raggiungimento di alcuni requisiti didattici, di ricerca e istituzionali.

Anche qui, la “Gelmini” ha demandato a ogni singolo ateneo la definizione di questi requisiti. E ogni ateneo ha declinato in modo totalmente autonomo, e autoreferenziale, le proprie esigenze. Qualcuno ha demandato la definizione delle soglie triennio per triennio, in base alla situazione contingente (compresa quella delle risorse).

Altri hanno definito criteri precisi. In alcune università, però, per avere lo scatto si ha bisogno di raggiungere tutti i criteri, in altre ne bastano soltanto due, in altre ancora ne è sufficiente uno solo. In alcune viene considerata anche la valutazione degli studenti (i questionari con le loro opinioni), in altri no. In alcune viene considerato come criterio l’assolvimento della didattica assegnata, in altre di quella “istituzionale”, in altre una percentuale significativa di questa didattica, in altre ancora un numero minimo di ore (qualcuno 90 annue in media, altri 180 nel triennio).

Per alcune è necessario aver partecipato almeno al 30% delle sedute del Consiglio di Dipartimento, per altre al 50%, per altre ancora al 70, al 75, all’80, qualcuna al 100%. Meglio tacere sui criteri relativi alla ricerca, che tra prodotti Asn, Vqr, Anvur (cosa intenderanno?), If, quartili, e quant’altro danno pieno sfogo alla fantasia istituzionale presente nei nostri 97 atenei.

Nel mondo accademico è avvenuta una trasformazione radicale del contesto istituzionale, senza un’adeguata riflessione sulle nuove logiche organizzative. Così, non soltanto i compiti dei nostri docenti universitari, nonostante il loro Statuto giuridico unico, sono diversi da ateneo ad ateneo, ma anche la loro progressione di anzianità sarà basata su criteri diversi a seconda dell’ateneo in cui matureranno lo scatto (con alcuni interessanti quesiti, che presto si dovranno forse porre anche in qualche Tar, come per esempio come comportarsi in caso di trasferimento). Ci stiamo pericolosamente avvicinando anche per il personale “strutturato” a quella individualizzazione del rapporto di lavoro che i “precari” in particolare parasubordinati nell’università conoscono da sempre.

Allora, se questa è la reale condizione di lavoro nell’università italiana, il punto non è più, evidentemente, una distinzione sempre più astratta “per la contrattualizzazione” o “contro la contrattualizzazione”. Il punto è capire come si riesce a fermare la deregulation dei rapporti di lavoro che è già in corso, e che sta accelerando con l’entrata a regime della Legge 240 e dei conseguenti regolamenti universitari.

Il punto è quali possano essere quelle proposte che non solamente difendano l’autonomia della ricerca universitaria, ma che garantiscano una organizzazione democratica ed efficace del lavoro nell’università. Anche di quello docente. Se questa è la trama, anche la proposta del ruolo unico, sulla quale pure abbiamo tanto lavorato e che resta tra le nostre rivendicazioni, lascia purtroppo inevase molte delle questioni relative all’indebolimento dello stato giuridico e non è – di per sé – sufficiente ad evitare il processo di “balcanizzazione” delle condizioni materiali di lavoro nei 97 atenei italiani.

Il lavoro accademico ha caratteristiche particolari, dovendo intrecciare didattica, ricerca, terza missione, autogoverno degli atenei e dei corsi di laurea. Giustamente la Costituzione ne salvaguarda la libertà. Un’università libera e democratica è infatti garanzia, e forse condizione, dello sviluppo di una società aperta e plurale. La libertà di insegnamento e della ricerca, però, si salvaguarda anche garantendo condizioni di lavoro paritarie in tutti gli atenei, indipendentemente dalle esigenze di bilancio o dagli obbiettivi di sopravvivenza (o di sviluppo) di questa o quella amministrazione.

Quella della garanzia e dell’autonomia della docenza universitaria, tutelata dall’articolo 33 della Costituzione, è una obiezione importante alle proposte di contrattualizzazione. Non possiamo però nasconderci che, per mezzo innanzitutto dell’Anvur e delle politiche di valutazione/accreditamento, con un lento processo di riaccentramento amministrativo e di riduzione degli spazi di democrazia e negli atenei, già oggi l’autonomia e la libertà del ruolo docente sono in gravissima crisi. E a nulla è valso “lo stato giuridico” contro le nuove forme di governo amministrativo del sistema universitario.

L’articolo 33 vale per le università come per il sistema scolastico e, formalmente, garantisce la libertà di insegnamento a prescindere dal rapporto di impiego, sia esso di diritto pubblico, come quello dei docenti universitari, sia esso di diritto privato, come per i docenti delle scuole che hanno un contratto collettivo nazionale di lavoro. Nella sostanza in entrambi i casi la libertà di insegnamento e l’autonomia professionale sono sotto attacco a causa degli interventi normativi degli ultimi anni, finalizzati a riscrivere in una ottica “neoliberale” gli assetti di tutte le istituzioni della conoscenza.

La legge 240/10 infatti ha anticipato molti contenuti della legge 107/15. La matrice ideologica è infatti la stessa. Il “new public management”, nella versione italiana di questi anni introdotto dalla legge 150/09, dalla 240/10 e della 107/2015, presuppone una trasformazione radicale della governance delle istituzioni della conoscenza.

Il risultato è una torsione autoritaria delle autonomie, nelle quali tanto gli organi di autogoverno quanto il ruolo del sindacato vengono marginalizzati. Mentre si costruiscono progressivamente le condizioni per realizzare anche in Italia un modello di “quasi mercato”, dove le istituzioni della conoscenza competono per accaparrarsi risorse pubbliche, studenti (clienti insieme alle loro famiglie), convenzioni con soggetti privati. Tutto benedetto da sistemi di valutazione che devono legittimare esattamente questo modello, attraverso le famose “classifiche”.

Tra i molti temi di riflessione posti nel suo contributo, Roberta Calvano solleva quello del rischio che proprio la contrattualizzazione possa determinare una frammentazione delle relazioni di lavoro a causa della “contrattazione decentrata”. Non avrebbe senso nascondere questo rischio, tuttavia già oggi ci sono tantissimi livelli di organizzazione decentrata che non hanno luoghi di “negoziazione”. In apparenza lasciati all’autogoverno regolamentare degli atenei – e quindi della comunità nel suo complesso – ma nei fatti gestiti dai centri decisionali apicali. La contrattualizzazione permetterebbe, invece, di avere un quadro nazionale omogeneo entro il quale negoziare localmente (nel rispetto quindi delle autonomie degli atenei) con regole, procedure e soggetti chiari.

Ci si spinge fino a piegare alle particolari esigenze che governano in quella congiuntura un ateneo. Si diversifica il sistema universitario, segmentando gli atenei tra strutture di rango diverso anche attraverso differenti condizioni di lavoro. Si rafforza il processo in corso di smantellamento del sistema universitario nazionale e ci si avvicina pericolosamente a una individualizzazione della condizione di lavoro della docenza. Lungi da sviluppare quella diffusione della formazione necessaria a una società della conoscenza moderna e democratica, s’incentiva solamente la costruzione di un sistema di gerarchie, disuguaglianze ed esclusioni sociali.

In questo quadro, che è il quadro posto dai processi di trasformazione in corso e dagli indirizzi che la legge Gelmini ha imposto a questi processi, è necessario porre il problema del lavoro dei docenti universitari. Per questo, come segretario generale della Flc Cgil, ritengo oggi prioritario evitare che compiti, carichi di lavoro, progressione di anzianità e magari anche stipendi diventino totalmente a discrezione delle singole amministrazioni universitarie.

Per questo poniamo il tema della definizione di un rapporto di lavoro omogeneo sul piano nazionale, che garantisca libertà, diritti e certezze di tutte e tutti, non soltanto dei più forti o di quelli che lavorano negli atenei più forti. Questo credo infatti sia il compito di un sindacato, e soprattutto di un sindacato generale che ha a cuore i diritti e gli interessi di tutta la comunità universitaria, oltre che l’obbiettivo di difendere la funzione generale dell’università per una società democratica.

Una comunità, peraltro, sempre più divisa e conflittuale, a partire dalla crescente separazione tra personale contrattualizzato, personale docente, precari e studenti. Questo è ciò che significa porre il tema della contrattualizzazione, ben consapevoli che anche il contratto collettivo nazionale è da tempo in difficoltà e consapevoli anche del fatto che tra le nostre maggiori sfide vi è, oggi, proprio quella di ripensare lo strumento contrattuale per renderlo più efficace, democratico, vicino al lavoro e alla società.

Certamente, tanto lo stato giuridico quanto i contratti collettivi nazionali valgono come tutela e come strumento a disposizione dei lavoratori fintanto che questi ultimi partecipano si organizzano e rivendicano con forza – attraverso lotte e proposte – maggiori diritti e facendo valere il proprio valore sociale.

Per questo ci pareva necessario lanciare oggi questo sasso, rompere la tranquillità dello stagno di uno Statuto giuridico ormai astratto e ideale, più che reale, che si concretizza in 97 rapporti di lavoro differenti. Il contropotere organizzato che si esprime attraverso una contrattazione collettiva riconosciuta crediamo possa essere oggi, potenzialmente, più tutelante di ciò che rimane dello stato giuridico. La capacità del contratto di interpretare e governare le trasformazioni organizzative, quando sostenuto da adeguati rapporti di forza, vale per tutte le professionalità.

Su queste questioni, riteniamo quindi fondamentale aprire una riflessione e un dibattito pubblico autentico ed efficace. In questo sì, accogliamo in pieno la richiesta di un confronto aperto col mondo universitario. Confronto che era l’obiettivo della nostra presa di posizione. Organizzando un momento di studio e discussione in cui guardare in faccia come sta concretamente cambiando il lavoro universitario, quali regole sia possibile costruire per la sua regolazione e per la difesa della sua libertà.

Lo faremo a partire dalla costruzione, nei prossimi mesi, di un incontro nazionale di discussione su stato giuridico e contratto, in cui tutte le parti potranno prender parola. Vedremo e capiremo se e come ripensare la condizione della docenza universitaria e quali possono essere le risposte ai tanti dubbi e problemi del presente.

In ogni caso, sappiamo che se non si apre una più generale vertenza nazionale per l’istruzione e la ricerca nel nostro Paese, andremo poco lontano. Tutti.

Pubblicato su Huffington Post 
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34 Commenti

  1. Mi vengono i brividi al pensiero che i sindacati possano iniziare ad occuparsi della docenza universitaria.
    Osservo che:
    1) il sindacato che Sinopoli rappresenta ha già contribuito in modo prepotente alla proletarizzazione degli insegnanti nella scuola;
    2) in particolare, mi risulta che nella scuola i sindacati si siano “battuti” per decenni per mettere sullo stesso piano bidelli, amministrativi, insegnanti e dirigenti (e decisamente meno per le retribuzioni);
    3) qualche organizzazione sindacale già oggi farnetica di rivendicazioni condivise tra personale amministrativo e professori universitari;
    4) il ruolo unico della docenza universitaria, di cui Sinopoli rivendica fiero la proposta, esprime la smania, propria di certo sindacalismo, di livellare, e contribuirebbe a distruggere gli incentivi che ancora ci sono (si vede che Sinopoli non sa di che cosa parla). Non conosco altri Paesi che abbiamo adottato una soluzione così cretina come il ruolo unico proposto dalla CGIL. E credo che già solo l’idea di un ruolo unico della docenza universitaria sia offensiva per chi ha lavorato e ha conseguito meritati traguardi di carriera.
    5) Viene fatto pensare, a leggere l’intervento di Sinopoli, che la sua principale preoccupazione non sia tanto l’organizzazione della docenza universitaria, e meno che mai l’aspetto economico (manco vivessimo d’aria), quanto la sindacalizzazione dei docenti universitari e, chissà, forse, a sentire certe voci, la loro indebita assimilazione a insegnanti di scuola e amministrativi.
    Ho sentito dire che da un po’ di tempo a questa parte la CGIL si occupa pure di bioetica. Ecco, lasciassero in pace noi professori universitari.

  2. LL@
    sacrosanto quello che dici, mi si rizzano i capelli all’idea che costoro, che non ci rappresentano che non ci conoscono, che hanno contribuito con la loro ideologia collaterale al pd-ismo (da Baffino al grullo) al permettere le leggi devastanti sull’università pubblica vogliano egemonizzarci. Proclamino uno sciopero a sostegno, mobilitino le montagne di amministrativi che contrallano a sostegno della nostra categoria e allora ne potremo parlare. Roars giustamente accoglie tutti i commenti, mi piacerebbe sentire interventi di sindacati di universitari (se ci sono ancora) per avere un altro punto di vista. Sinopoli risponde sui giornale di regime. Per fortuna anche oggi sul FQ c’è un articolo a favore dello sciopero: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/05/sciopero-docenti-se-ho-aderito-e-per-non-distruggere-luniversita-pubblica/3836371/
    viva roars

    • Condivido l’articolo i BEllelli, e credo che sciopererò con le stesse sue motivazioni (forse però io parlerei di “senso di appartenenza” e non di “coscienza di classe”: sfumature…).
      Condivido anche l’orrore espresso da altri colleghi per la prospettiva di una contrattualizzazione/sindacalizzazione. Mi consolo con la consapevolezza che se e quando ciò accadrà, vorrà dire che l’Università era già morta da tempo.

  3. C’è un aspetto ulteriore che va considerato. Come mai Marattin, uno dei consiglieri di Renzi, apre alla contrattualizzazione in contemporanea con l’uscita della flc cgil? E come mai altri teorici dell’ “eccellenza” si accodano? Io penso che si voglia aprire la strada -attraverso la contrattualizzazione- a contratti integrativi per le singole sedi, in modo da realizzare finalmente la divisione fra atenei di serie A (con i bilanci in ordine e che possono pagare di più) e di serie B (prevalentemente collocati al Sud). L’opportunità di una scelta del genere dal punto di vista delle politiche pubbliche francamente mi sfugge

    • È una vera ossessione quella della Serie A/Serie B. Al punto che sembra veramente essere il denominatore comune di buona parte delle “riforme” che continuiamo a veder somministrate. Ci sono aspetti ideologici e psicologici.
      Quelli ideologici riflettono un darwinismo (di stampo economico, direi) che vede nella “lotta per la sopravvivenza”, che fa emergere i super-docenti e le super-sedi, una via obbligata ad un miglioramento della specie a cui vengono attribuiti effetti taumaturgici. Una sorta di “pensiero magico” che, ignorando anche la più semplice aritmetica (se un laureato italiano costa la metà di uno tedesco, non c’è darwinismo che tenga, ma è come un auto senza benzina che nemmeno il mago dei motori potrà mai far correre), coltiva la favola dei 500 esemplari di über-professor di “razza Natta”, capaci di rimpiazzare l’emorragia di 12.000 posti persi.
      Poi, c’è l’aspetto psicologico: si immagina sempre che vengano tagliati gli altri (colleghi, dipartimenti, atenei) e di essere i (pre)destinati alla serie A. Tranne poi risvegliarsi come Tullio Jappelli che dapprima vagheggia premi agli eccellenti e taglio di rami secchi:
      _____________
      “la riforma non fa affluire più risorse ai gruppi di ricerca più attivi e non individua i rami secchi da tagliare negli atenei. Si tratta purtroppo di un’altra occasione perduta: presentarla come una riforma meritocratica è una mistificazione.”
      http://www.astrid-online.it/static/upload/protected/JAPP/JAPPELLI_PAGANO_corriere_23_08_09.pdf
      _____________
      Ma quando fiuta aria di trombatura e serie B, chiede di cambiare le regole, prima che non gli tocchi finire nel girone dei dannati:
      _____________
      “Giusto prevedere un premio per i dipartimenti migliori. Ma la selezione dovrebbe avvenire sulla base di criteri condivisi e sperimentati, mentre quelli indicati possono portare a risultati indesiderati. In prima applicazione, meglio prevedere una platea più ampia di premiati, assegnando somme differenziate.”
      http://www.lavoce.info/archives/43914/come-selezionare-i-dipartimenti-di-eccellenza/.

  4. Non leggo l’articolo, troppo e inutilmente verboso e prolisso, ma ho letto i commenti. Ho avuto per anni davanti a me il modo di non agire e acritico della Cgil, incarnato in un suo rappresentante docente, sordo e cieco rispetto a quel che succedeva. Per cui ritenevo e ritengo che la Cgil non sia all’altezza di nessuna trattativa. Ora che lo sciopero è in atto, si svegliano, il solito discorso del tavolo dette trattative, come della ministra, anche lei sindacalista, per non farsi completamente e definitivamente sfuggire di mano la situazione che peraltro non hanno saputo e voluto monitorare. Immagino già i discorsi compiacenti e i reciproci complimenti su come sanno e vogliono e sono in grado di incidere sulla realtà. E non conoscono nemmeno tutte le leggi: la 382 esiste ancora , credo , e allora vale per una parte del corpo docente e per altro ancora, del tutto disatteso.

  5. Come nel caso della decisione sullo sciopero, ogni singolo professore componente della docenza universitaria coltiva e difende le sue idee riguardo a questo delicatissimo tema, su cui è facile trovarsi su fronti di confronto e discussione anche molto accesi. Ciò che è importante – per non dire: fondamentale – è che ciascuno di noi si informi attentamente sui dati normativi ed economici sottesi alle questioni agitate. E prenda definitiva consapevolezza che nell’Università non esistono temi a scompartimenti stagni (retribuzione, valutazione, didattica, ricerca, numero chiuso… la lista completa potrebbe riempire il post).

    L’unica cosa che condivido dell’analisi di Sinopoli (cui del resto concedo l’onore delle armi, perchè mostra di saper argomentare dal punto di vista degli interessi del sindacato che guida – che non coincidono con quelli dei professori universitari, però) è questa.

    La lettura dell’articolo di Sinopoli – correttamente – costringe a prendere atto che la modifica di sistema accolta silenziosamente (ma con viva e vibrante rassegnazione!) da molti componenti della docenza universitaria nel 2010 con l’emanazione della legge Gelmini ha innescato un processo che anche a distanza di anni costringe a fare i conti fino in fondo con le conseguenze di sistema di quella sciagurata normativa.

    La filosofia sottesa all’impianto di quella riforma, nella sua sempre possibile (e da me auspicata, totale) reversibilità, deve continuare a interpellare a fondo il professore universitario.

    Continuare a disinteressarsene, o assumere posizione in nome di scorciatoie mentali basate su reazioni istintive e poco consapevoli, serve a poco e sul medio-lungo periodo è, anzi, estremamente pericoloso.

    Perché lascia campo libero a chi poi, attraverso una politica sempre più debole e subalterna al ruolo della tecnica (per bocca dei suoi interpreti – che non si capisce mai in modo trasparente come siano assoldati quali consiglieri del Principe), finisce per imporre visioni dell’Università rispondenti a interessi che con l’Università e la passione, l’impegno e le idealità di chi la fa vivere ogni giorno, non hanno nulla a che fare.

  6. Vorrei che fosse chiaro che “contrattualizzare” la docenza universitaria significa esattamente SOTTOporla al Direttore Generale e alla struttura amministrativa, e questo è anticostituzionale (art.33).
    L’analisi di Sinopoli è ampiamente condivisibile, ma la soluzione è esattamente opposta alla sua.
    Con il significativo supporto di ANAC ritengo che sia necessaria un’operazione di “deframmentazione” delle regolamentazioni adottate dai diversi atenei che interferiscono con lo stato giuridico del corpo docente, costituzionalmente tutelato. Queste vanno contestate in ogni sede e con ogni mezzo, a partire dallo sciopero in atto.

    • Collega, attenta a evocare ANAC…del cui supporto e soprattutto delle cui astute entrate a gamba tesa sull’autonomia universitaria noi come professori universitari non abbiamo alcun bisogno.

  7. Nella pratica sperimentale la chiusura a priori rispetto a quanto mette in discussione scenari consolidati è una delle migliori strategie per precludersi l’accesso a risultati davvero innovativi.

    Ora – a prescindere da valutazioni personali sul punto – la discussione sul tema della contrattualizzazione è certamente una occasione per rileggere la condizione universitaria oggi.

    Da questo punto di vista FLC ha un merito indiscutibile in aver posto il tema e il documento di Sinopoli è una ottima base di riflessione ed analisi su questioni reali.

    E´ reale il fatto che l’Università sta subendo un pluriennale definanziamento, come è reale, appunto, la spinta “diversificare” le sedi universitarie (A o B, ricerca o didattica, mega o mini, numero chiuso o meno… ).

    Di fatto, ancor più dopo la L.240, siamo di fronte ad una modifica profonda che da un lato ha una dimensione politica e dall’altro si rafforza con strumenti normativi (La L. 240 ad es.).

    È pensabile che in questo scenario anche il ruolo giuridico non resti coinvolto nelle trasformazioni più o meno in atto ?
    A mio avviso no, e credo che rispondere invece “si” sia illudersi.

    Ovviamente non immaginiamo che in un semestre cambierà il ruolo giuridico, ma sembra quasi certo che la sedimentazione e sovrapposizione semiconsapevole di figure e di norme (spesso lontanissime tra loro) restituirà, in certo un arco temporale, anche inferiore a quello che ci separa dalla entrata in vigore della L. 240, una architettura dei ruoli ben al di la della questione contrattualizzazione o meno.

    I “professori Natta” (anche se sembra sempre più improbabile che nasceranno, ameno nella forme finora circolate), i vari regolamenti circa scatti su valutazione, nuove forme di ricaduta della VQR ? “La uscita” dalla pubblica amministrazione (qualsiasi cosi significhi in termini concreti) …. e cosi via… difficile immaginare che il “professore universitario” resti (realmente) immutato.

    Bene ha fatto la FLC a porre la questione e il lavoro di Sinopoli è, a mio avviso, una delle migliori analisi dovutamente articolate apparse da tempo.

    Leggere, (e gettare via, tutto come contratto si/no, sindacato si/no si può fare ma se fosse una attività di ricerca sarebbe un errore.

    Partecipare al lavoro che FLC sembra intenzionata a promuovere può essere invece una occasione importante per l’Università in questo periodo.

    • Il referendum costituzionale andava nella stessa direzione ed era sostenuto con argomenti molto simili sull’ineluttabilità di processi in atto. Un paese e le sue istituzioni – istruzione in primis – si distruggono così: un pezzo alla volta e con la collaborazione di opportunisti e anche di cittadini in buona fede (quelli che in altri tempi sarebbero stati definiti “utili idioti”). A me la saldatura di intenti tra Renzi-boys e CGIL mette solo i brividi. Siamo abituati ad essere accerchiati. Sappiamo che rimarranno solo macerie, ma proprio per questo non cederemo così facilmente.

    • Se si rivelasse reale e non un effetto di parallasse, “la saldatura di intenti tra Renzi-boys e CGIL” sarebbe oggettivamente preoccupante.

      FLC, che dopo la proposta (provocatoria ?) ha evidentemente da recuperar dialogo con ricercatori e professori, deve essere il primo soggetto a smentire questo scenario…

    • A Pezzella@
      A differenza di lei trovo le prese di posizione di Sinopoli inopportune e strumentali. Per buona educazione e pluralismo ammirevole come sempre, roars accoglie lo scritto di flc. Mi chiedo dove erano costoro quando più volte si è alzato il grido di dolore nostro e di Ferraro. Dov’erano (loro che scrivono facilmente sui gioonali di regime Repubblica, Corrierino etc.) quando gli eroici colleghi combattevano contro Anvur. Molte volte alcuni di noi hanno dato una mano e perfino scioperato in sintonia con flc. Quando Ferraro ha raccolto le nostre 20000 firme al Presidente una posizione forte e autorevole del Sindacato, aggiugendo firme a firme sarebbe stato molto comodo sentirli suo loro giornaloni unici (ha ragione Travaglio). Ma questi hanno taciuto o al massimo tenuto posizioni soffici. Non hanno capito che salvare i professori e anche si lo dico i loro stipendi (ovviamente non solo) voleva e vuol dire salvare Unipubblica. Vedo invece pannicelli caldi, tratteggi di scenari e raffinazioni sindacal politiche di cui proprio non ce me facciamo niente. Hanno annusato l’aria e ora si mettono davanti al movimento io personalmente non ce li voglio e credo anche molti di quelli che hanno partecipato al dibattito…

    • Caro Alessandro,
      cioè se ho capito bene, correggimi se sbaglio:

      1-non sono stato in grado di contrappormi alla precarizzazione della figura del ricercatore universitario;
      2-non sono stato in grado di evitare figure precarie nell’università senza praticamente speranza di entrare a TI;
      3-non sono stato in grado di evitare che un Laqualunque di rettore (o chi per esso) potesse decidere praticamente in piena autonomia (semplicemente “…sentito il Senato Accademico”)su scatti, VQR, e quant’altro;
      4-non sono stato in grado di evitare che le commissioni ASN giocassero in casa con l’arbitro a favore.

      In poche parole, non SIAMO stati in grado di contrapporci alla L240/2010…

      Ora, non ci resta altro da fare che livellare ulteriormente verso il basso, verso meno diritti, verso le minori tutele anche quelli che sono gli strutturati a TI per rendere omogeneo il quadro “docente universitario”.

      Capisco che stando fuori dal frame di discussione circa la contrattualizzazione dei docenti si rischia di non partecipare al governo di tale trasformazione che appare ai più ineluttabile, ma io mi aspetto (stupidamente forse) che il livellamento sia verso l’alto e non verso il basso, con i precari che acquisiscono diritti e tutele e non il contrario.

      È per questo che un sindacato esiste, forse.

      Ti saluto cordialmente

    • Caro Valiante,
      come tutto a questo mondo non c’è solo il bianco e il nero. La legge 240/Gelmini almeno un merito ce l’ha: il limite di mandato a max sei anni per i rettori. I più lungimiranti se ne stanno accorgendo.
      Anche ANAC non è tutta ombra: riconosce la frammentazione che deriva dall’autonomia degli atenei, ma lungi dall’invocare la contrattualizzazione, propone invece una ricentralizzazione di alcune decisioni. Non si vede perché, visto che gli stipendi li stabilisce la legge, poi le singole sedi possano elargirli a loro discrezione. Così pure riguardo al procedimento disciplinare.
      Quanto ad arruolamento e carriere è senza dubbio vergognoso che siano stati abbandonati in mezzo al guado migliaia di Ricercatori a tempo indeterminato che, a fronte di una regolare ASN, si vedono scavalcati dai nuovi Ricercatori B, già dal primo stipendio.
      Ma sta a noi presentare contestazioni ad ogni livello.

    • Il limite del mandato a sei anni senza rielezione ha completamente svincolato i rettori dal loro elettorato. E si vede! Basta osservare la sintonia della CRUI con tutte le inziative dal basso di questi anni. Per finire con le inziative/dichiarazioni di Manfredi sullo sciopero.

    • I punti 1 – 4 di Salvatore Valiante prima di fornire una chiave di lettura sulla discussione contrattualizzazione si/no dovrebbero indurre una riflessione sulle “nostre” capacità di azione e su quanto la condizione di non contratualizzati la abbia saputo potenziare e sostenere…
      Analogamente contrattualizzato non è sinonimo di perdita di tutele…
      Il tema è complesso e si rischia di perdersi in semplificazioni su opposti schieramenti
      A mio avviso puo essere utile – anche al dibattito sull’università – non derubricare la iniziativa di FLC senza approfondimenti

  8. Io non vedo una saldatura tra CGIL e governo o pd. Infatti, mentre la CGIL ha espresso (tramite il segretario nazionale della FLC) la posizione a favore della contrattualizzazione, il pd ha manifestato il contrario. Una intervista a un intellettuale di area non puo’ essere considerata la posizione ufficiale di un partito con centinaia di migliaia di iscritti. Mi pare che questo partito si muova nella direzione esattamente opposta. Infatti, nel 2016 il governo tento’ di modificare lo statuto degli enti di ricerca rendendo NON CONTRATTUALIZZATI i ricercatori degli enti. Poi la ragioneria dello stato ha detto di no, perche’ costava troppo, e non se ne e’ fatto nulla, per cui nel decreto non si e’ fatto, ma la proposta era quella, sta nell’articolo 4.1 della bozza di aprile 2016 (scusate il link lungo ma l’ho trovata su google). https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0ahUKEwjY4qmBvY7WAhVG1RQKHS-KBuwQFggmMAA&url=http%3A%2F%2F1.flcgil.stgy.it%2Ffiles%2Fpdf%2F20160414%2Fbozza-decreto-legislativo-aprile-2016-semplificazione-attivita-enti-pubblici-di-ricerca.pdf&usg=AFQjCNHEUgpWBL88tUKwpcV1fFDh9GTDNQ

  9. > nel 2016 il governo tento’ di modificare
    > statuto degli enti di ricerca rendendo NON
    > CONTRATTUALIZZATI i ricercatori degli enti.

    Sinceramente, vista la varieta’ di “oscuri estensori” (copyright Presidente Napolitano) che mettono mano alle proposte di legge, non credo che la proposta di stato giuridico per il personale degli enti (che era curiosamente assimilato ad altre figure pubbliche non contrattualizzate ma NON ai colleghi universitari) fosse ispirata dal Governo, quanto da altre fonti quali la consulta dei Presidenti degli Enti, l’ANPRI e la Commissione Cultura della Camera (il cui vicepresidente e’ “uno di noi’).

  10. Ecco il testo di una mia lettera pubblicata da Repubblica l’ 11 gennaio 1984. Sono passati più di trenta anni. Oggi non sarei così violentemente negativo, ma la mia opinione non è cambiata.

    “Leggo su Repubblica del 7 gennaio che i sindacati hanno chiesto al ministro della funzione pubblica di estendere ai docenti universitari la contrattazione triennale prevista per il pubblico impiego. Indipendentemente dagli effetti positivi o negativi che la proposta dei sindacati potrà avere sugli stipendi, è opportuno che sia messo in luce il grave pericolo per la cultura e la scienza universitaria e per il pubblico interesse che deriverebbe da un ipotetico accoglimento della richiesta dei sindacati.
    Ogni tre anni sindacati con la scusa della “tutela normativa” dei docenti avrebbero di fatto il diritto di proporre modifiche all’ordinamento universitario, alla disciplina della ricerca scientifica e dell’esercizio dell’insegnamento. Il negoziato con il governo coinvolgerebbe senza dubbio le procedure di reclutamento, di selezione e di promozione dei docenti, con le conseguenze che purtroppo è facile immaginare. L’istituto del contratto collettivo, che prevede un negoziato con il ministro della funzione pubblica, sottrarrebbe di fatto l’iniziativa legislativa in ambito universitario alle sedi istituzionali, che sono il Governo, su proposta del Ministro della pubblica istruzione ed il Parlamento dopo un’approfondita istruzione da parte delle competenti commissioni della Camera e del Senato.
    Per avere un’idea di quali potrebbero essere le proposte normative dei sindacati basta ricordare alcune delle richieste avanzate o appoggiate dai sindacati confederali in tema di Università e ricerca, da quando, alla fine degli anni 60 questi sindacati hanno fatto il loro ingresso in questo settore:
    1. blocco di concorsi a cattedra.
    2. stabilizzazione prima temporanea e poi definitiva o per legge di tutti gli incaricati.
    3. abolizione con la libera docenza di ogni verifica livello nazionale sull’attività scientifica degli assistenti.
    4. assunzione senza regolare concorso di un migliaio di borsisti, fatturisti, incaricati di ricerca e assimilati, nei ruoli di ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).
    5. abolizione delle borse di studio della pubblica istruzione e trasformazione dei borsisti in dipendenti dell’Università a contratto in attesa di un’immissione in ruolo.
    6. istituzione di “assegni di formazione” in sostituzione delle borse e immediatamente dopo, blocco dei nuovi concorsi per assicurare l’immissione “ope legis” dei primi assegnisti nei ruoli dello Stato.
    7. abolizione del ruolo dei professori aggregati e conseguente promozione “ope legis” di questi professori.
    8. riproposta di un ruolo analogo a quello dei professori aggregati ma con immissione senza concorso “ope legis” di tutti gli assistenti e professori incaricati (accordo con il Ministro Malfatti del 1977 e successivo decreto Pedini di applicazione dell’accordo del 1978, decreto bocciato dal Parlamento).
    9. assunzione “ope legis” di contrattisti, assegnisti, perfezionandi, borsisti ed altri, in un ruolo di aggiunti universitari (decreto Pedini).
    10. blocco delle elezioni per il rinnovo della prima sezione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.
    11. unificazione ed appiattimento della carriera del ricercatore CNR, con l’abolizione della qualifica, ottenibile prima solo con un concorso aperto all’esterno, di “direttore di ricerca”.
    12. blocco a tempo indeterminato dei concorsi per borse di studio del CNR, al fine di consentire ai borsisti di entrare nei ruoli universitari “ope legis”.
    13. richiesta di modificare lo stato giuridico dei ricercatori universitari per consentire loro di fare una professione privata.
    14. richiesta di assunzione di ricercatori CNR per chiamata diretta dalle liste dei disoccupati di Napoli.
    Per effetto delle richieste sindacali almeno due terzi degli attuali docenti universitari hanno raggiunto la loro posizione senza regolare concorso aperto a tutti, in aperta violazione della Costituzione. Si tratta della quasi totalità dei docenti di livello iniziale ed intermedio, a molti dei quali non è stata offerta la possibilità di essere giudicati in modo competitivo sulla base delle loro qualificazioni e che hanno dovuto adattarsi ad entrare nelle posizioni ritagliate per loro dalle leggi proposte dei sindacati. Non ci possono essere dubbi pertanto sull’uso che i sindacati farebbero delle occasioni offerte dal rinnovo triennale del “contratto” per i docenti universitari.
    La Cgil sostiene di voler evitare che i professori universitari siano “lasciati sostanzialmente privi di tutela sindacale” questa offerta di protezione non ha molta credibilità visto l’atteggiamento generale di questo sindacato nei confronti del problema della remunerazione delle più alte qualificazioni professionali, anche in campo industriale. Ma anche se l’offerta fosse credibile sarebbe dovere dei professori rifiutare questa protezione per non svendere per ipotetici miglioramenti economici l’autonomia dell’istituzione universitaria pubblica e le speranze di un progresso della scienza e della cultura universitaria, progresso che non può avvenire senza una severa selezione competitiva dei docenti, al riparo dal clientelismo politico e sindacale.”

    • Figà@
      Caro Professore ti leggevo negli anni in cui la Repubblica dava spazio intellettuali profunipubblica autorevoli come Te. Se sei ancora accreditato (anche se non Bocconiano 😉 ), scrivi un articolo riprendendo le argomentazioni di De Nicolao e Roars. Racconta il rapporto tra risorse e risultati, indica a questo giornale di pseudosx la necessità di salvare Unipubblica e leggere i dati o allargare il dibattito a persone che non hanno pregiudizi ma dati e competenze (quelli di Roars ma non solo ovviamente). Lascia perdere le tue autorevoli posizioni di allora e Ti prego fai una battaglia per UNipublbica (compreso la vergogna degli stipendi decurtati).
      Grazie
      giufe

  11. @paola sonia gennaro
    Cara Gennaro,
    “La legge 240/Gelmini almeno un merito ce l’ha: il limite di mandato a max sei anni per i rettori. I più lungimiranti se ne stanno accorgendo.”

    un eletto che è completamente svincolato dall’elettorato diventa moooolto utile…ma non al proprio elettorato di rappresentanza.
    E si è visto, come dice giustamente A.Baccini.

    • Valiante & Baccini
      Parole sante, Rettori e Crui una volta eletti fanno la cinghia di trasmissione del governo, reprimono, controllano, puniscono. Non c’è un punto della Gelmini che mi convinca. Ha cambiato tutto per non cambiare nulla. Ancora oggi ad esempio si chiede ad uno studente a :che facoltà sei iscritto, ma le facoltà non ci sono più (mi pare salvo nel Uniprivate). L’unico cambiamento i Direttori Generali e di questi ne avevamo davvero bisogno 🙂 A a questo va aggiunta la dematerializzazione delle attività, in concreto le cose che una volta il personale amministrativo ti aiutava a gestire (in una logica di cliente interno) adesso te le gestisci da solo. Loro gli aministrativi (anche quelli del flc) controllano le procedure e dei pericolosi intellettuali che ad ogni piè sospinto potrebbero approfittarsi del denaro pubblico (i professori): da noi da 700 professori siamo passati a 450 ma gli amministativi sono rimasti ca 700. Hanno sempre più cose da fare, applicare regole, consip e altro, commissioni anticorruzzione etc. (Casagli Docet).E voi volete contrattualizzare?
      Ma come per la corazzata Potemkin, qualcuno può dire che è ca..ta pazzesca?
      viva roars

  12. A me sembra che, forti di un suffragio diretto di carattere personale, i rettori possono governare per sei anni senza essere costretti a contrattazioni o compromessi con i diversi potentati a vari livelli, compresi quelli sindacali, e senza doversi preoccupare di conservare il consenso con prebende e favori per garantirsi la rielezione.
    Mettersi contro ai Rettori significa portare acqua al mulino Sinopoli, dimenticando che il rettore è uno noi che sta lavorando per noi.
    Quanto alla CRUI, come rileva anche ANAC, è soltanto una “associazione privata” di atenei, ovvero un sindacato dei rettori.

    • “dimenticando che il rettore è uno noi che sta lavorando per noi.”
      ____________
      Esatto. Sono colleghi che lavorano per noi come già facevano nel 2010:

    • “e senza doversi preoccupare di conservare il consenso con prebende e favori per garantirsi la rielezione”

      C’è sempre qualcuno in una rete di potere, con o senza rielezione, nei confronti del quale essere riconoscente o al quale elargire magnanimità in cambio di un obiettivo prefissato che NON sempre si sovrappone a quello del corpo elettorale (un mandato o tre non fa differenza e si è visto).

      Secondo me la differenza è etica e non procedurale: su questa base si può comprendere anche la trasformazione da docente a burocrate.
      Essendo etica non può che essere l’individuo, investito di un qualunque incarico nella filiera della gestione della cosa pubblica a sapere, una volta eletto, cosa fare, dove farlo, quando farlo e per conto di chi farlo.

      “Mettersi contro ai Rettori significa portare acqua al mulino Sinopoli”

      Se davvero una delle due parti avesse a cuore la questione universitaria (compresa quella centrale per lo sciopero) avrebbero avuto comportamenti ed avrebbero fatto dichiarazioni di diverso tenore e tutti avremmo applaudito in estasi come sul prato al concerto dei Rolling Stones (vabbè o dei Beatles, a scelta).

      “il rettore è uno noi che sta lavorando per noi.”

      Evidentemente mi sono distratto.
      Per fortuna De Nicolao ci ricorda come sono andate in realtà le cose

    • Certo ci sono rettori e rettori.
      Ma ricordo bene, senza fare nomi, che prima della Gelmini c’erano rettori al sesto mandato che non se ne andavano neppure da pensionati. Della serie “un rettorato ti allunga la vita”, almeno quella accademica.
      Naturalmente ad ogni elezione il loro consenso aumentava.
      Anche il rettore non può diventare un sultano, ma deve tornare ad essere un pari tra pari.
      Ora però mi metto in pausa per un po’.

    • Purtroppo la legge gelmuni lo ha traformato da pari a sultano pro-tempore, e come tale interessato più a cercare un posto dove poggiare … in futuro, quando il sultanato sarà finito che a interessarsi del destino dei pari che lo hanno votato.

  13. Buongiorno,

    oggi vorrei scrivere degli studenti. Sono fuori tema? non credo, e vengo al dunque. Spero che ci sia ancora accordo sul fatto che l’Università sia in prima istanza il luogo dove formare nuovi studiosi, coloro i quali porteranno avanti la ricerca di chi la fa oggi, per non interrompere la catena del sapere. Fra gli studenti c’è colui il quale porterà a compimento il progetto che hai impostato, e via dicendo. Mi auguro che non si sia diventati così autocentrati, come spesso capita di sentire, da considerare l’Università il luogo dove chi OGGI fa ricerca ha il suo luogo, dimenticando che sì, certo che lo è, ma ANCHE , e direi , soprattutto, per i futuri colleghi che porteranno avanti la freccia del sapere. Ora, molti ragazzi, usciti onorevolmente da cinque anni di studi superiori, non riescono ad accedere ai corsi a causa del numero chiuso. Tralascio commenti su molti test che meriterebbero una valutazione psichiatrica per la loro assurdità. Anche ponendo, e non è così, che i criteri di accesso fossero perfetti, una possibilità non la si nega neppure agli omicidi, perchè chiudere la porta in faccia a dei diciottenni che hanno il loro giusto titolo in tasca, sono pieni di speranza, progetti, e si trovano a non sapere dove sbattere la testa? a 18 anni è difficile riprendersi, non si è molto resilienti, e così rischiamo di perdere dei potenziali grandi studiosi, o semplicemente buoni , perchè hanno sbagliato un test, magari impostato male.
    Ecco perchè questo sciopero non mi piace. Perchè uno strumento così anomalo per la categoria, e quindi così sconcertante, mediatico, DOVEVA ESSERE USATO IN MODO MOLTO PIU’ AMPIO, poteva, doveva essere il momento in cui rimettre sul tavolo la tragedia che sta vivendo l’Università nel suo complesso e di cui tutti sappiamo benissimo. Peraltro riaprire i corsi vorrebbe dire necessità di assunzioni, sappiamo bene che in molti corsi si chiude solo per mancanza di Docenti, aule, non per motivi didattici quali possono essere quelli di Medicina, che sempre è stata a numero chiuso. Quindi una battaglia per l’accesso all’Università degli studenti, da valutare DOPO, NON PRIMA, diventa necessariamente una battaglia per nuove assunzioni, sia di personale docente che non docente di supporto, spazi, labortatori, INVESTIMENTI, quindi.
    Questo sciopero è assolutamente legittimo, lungi da me ritenere sbagliato rivendicare ciò che spetta come corrispettivo del proprio operato, ci mancherebbe: ma dispiace che una così grande occasione venga usata solo per una delle tante questioni drammatiche che colpiscono L’università in tutte le sue componenti.
    Si trattava solo, e concludo, di aprire davvero le motivazioni dello sciopero, ricordandosi di far parte di una collettività, come dice la parola stessa, dove tutto ha importanza, e alcune componenti, in primis gli studenti, sono più fragili di altre, ed avrebbero bisogno di essere difese da chi ha voce più potente della loro.
    Buon lavoro
    Paola Rescigno

    • Cara Paola,
      le sue osservazioni sono pienamente legittime.
      Le motivazioni di uno sciopero devono essere chiare univoche e lampanti per poter essere proclamato, dichiarato legittimo secondo la Legge, ed anche per avere un effetto (se no si potrebbe scioperare tutti per assurdo contro i terremoti).
      Il Movimento le aveva e le ha in testa ben chiare queste motivazioni e NON riguardano solo la “vile pecunia” (non ci troverei nulla di male se fosse solo per un pugno di dollari).
      Per fortuna le università NON sono fatte solo ed esclusivamente da docenti con il “posto fisso” che con tutta la loro serie miserevole di difetti umani (non diversamente dalle altre categorie) sceglie di protestare legittimamente contro un torto subito concretamente.
      Circa il 50% dei docenti è precario (e subisce la stessa sorte degli scioperanti a posto fisso), ci sono poi più in generale i cosiddetti precari dell’università (assegnisti, borsisti etc.) con possibilità di carriera inesistenti(solo il 6% passa alla carriera accademica), ci sono i dottorandi per i quali il numero delle borse è dimezzato, ci sono gli studenti (la laurea triennale che serve per rincalzare i mobili, il diritto allo studio, questo sconosciuto) e gli amministrativi sommersi ormai di pratiche burocratiche sensa più alcun senso e con le opportunità di progressione di carriera ridotte ad un lumicino.
      Ogni realtà universitaria avrebbe bisogno quindi di tutelare la propria “dignità” calpestata avendo motivazioni legittime.
      Sarebbe il caso forse che, proprio sfruttando l’occasione di questo sciopero (difficilmente ne capiterà un altro), tutte queste categorie si decidessero a impegnarsi al fianco dei docenti (precari e non) per ALLARGARE anche alle altre questioni universitarie (una l’ha descritta lei) la discussione pubblica, ma oltre le semplici dichiarazioni a mezzo stampa (ne ricordo anche in occasione della protesta anti VQR, quante belle parole…) perché come dice De Nicolao:
      “…questo discorso della dignità deve poi andare avanti su tutti gli altri piani. Non sono stati colpiti solo gli stipendi dei docenti. È stato colpito un asse portante dell’uguaglianza e della promozione sociale di questo paese. E sicuramente questa è una cosa grave, gravissima, più grave ancora dei nostri stipendi. Però, quando c’è un assalto alla dignità, non puoi difendere la dignità degli altri se non difendi neanche la tua”.

      https://www.roars.it/online/non-puoi-difendere-la-dignita-degli-altri-se-non-difendi-nemmeno-la-tua/

      Forse una discussione pubblica, fatta anche di scontri dialettici e confronti duri se necessario, che abbracci le tante questioni universitarie (che in realtà si riducono ad una radice causale comune) dovrebbe vedere l’attivazione concreta delle diverse realtà universitarie, finalmente consapevoli di partecipare alla realizzazione di una sola ed unica istituzione pubblica.
      Cordialmente

  14. E’ dal 1977 che sto dall’altro lato della CGIL.

    And proud of it.

    Qualche anno addietro al CNR (inizio della via crucis VQR) assistetti a due seminari di De Nicolao e Baccini di fronte a Profumo e Fantoni i quali non furono in grado di rispondere a una singola delle osservazioni degli oratori. Di fronte alla reazione furiosa dei ricercatori CNR e di chi era presente i “moderatori” della CGIL intervenirono come un sol uomo a difesa del Ministro e del Presidente ANVUR. Coerentemente con quanto hanno fatto per i metalmeccanici o gli insegnati della scuola.

    Mi augurano che spariscano dalla scena sindacale, prima o poi. Cominciamo a dire che sono nemici dei salariati. Basta giustificazioni.

    Se si avvicinano al mio contratto metto su un servizio d’ordine, giuro.

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