Dall’altra parte dell’Atlantico arriva una sonora delusione per chiunque pensa che l’allergia alla valutazione sia una “malattia tutta italiana” -che ci invita anche a domandarci se l’allergia alla valutazione sia proprio una “malattia”.

Un articolo apparso su Time lo scorso 17 aprile (ne potete trovare la versione estesa qui) racconta di come Obama stia portando avanti il progetto, annunciato già nell’Agosto 2013, di organizzare una valutazione delle università statunitensi a livello federale, e della resistenza incontrata in molti rappresentanti di queste istituzioni.

Il progetto di Obama si prefiggeva un triplice obiettivo:

  1. Offrire ai futuri immatricolati una cartina tornasole di facile consultazione per sapere quali istituzioni producono i laureati di maggior successo;
  2. Stimolare la competizione tra le istituzioni per migliorare i loro risultati;
  3. Infine, Obama ha annunciato che cercherà il consenso del congresso per ridurre i finanziamenti federali alle istituzioni con un basso ranking.

Anche se ad oggi non sono stati ancora annunciati i criteri e i metodi con cui il governo intende effettuare la valutazione, molti Rettori (specie quelli delle piccole e medie università ben distanti dalla Ivy League) hanno levato gli scudi, affermando che “tre, quattro o cinque misure non raccontino tutta la storia”. Non sono solo le conseguenze reputazionali a spaventarli, ma anche la possibilità di vedersi privati del finanziamento pubblico- che, a differenza di quanto erroneamente si pensi, costituisce una parte significativa delle entrate anche per le istituzioni private.

Si tratterà di banali scuse della “lobby conservatrice dell’istruzione superiore” o di un saggio monito da prendere in considerazione (oppure entrambe le cose)?

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15 Commenti

  1. “Siamo statunitensi e non vogliamo essere valutati!”
    “molti Rettori (specie quelli delle piccole e medie università ben distanti dalla Ivy League) hanno levato gli scudi”

    Avete preso ripetizioni da Sallusti per i titoli?

    Le piccole e medie università (private) hanno tutti gli interessi a non essere valutate e a non essere comparate con le grandi università (pubbliche e private).

    Il piano di Obama nasce dal problema del debito degli studenti che sta liavitando…

    Secondo me, almeno un po’, dovreste vergognarvi

    • A parte i problemi di “liavitazione” del debito, vorrei rassicurare il lettore medio che tutte le Università USA – grandi, medie e piccole – sono valutate in modo adeguato all’attuale quadro giuridico ed economico in cui operano. Esse vengono innanzitutto accreditate da una o più Agenzie specializzate, riconosciute all’uopo anche a livello federale, proprio per poter consentire ai propri studenti di usufruire dei sussidi e dei prestiti che il Governo USA concede; inoltre l’accreditamento serve anche per determinare il valore legale del titolo di studio. Tali procedure sono in vigore da cent’anni e più, e non vengono messe in discussione dalla comunità accademica, che è largamente responsabile della stessa definizione ed implementazione del sistema di valutazione ivi operante.
      Altre valutazioni sono poi messe in opera a livello Statale (cioè degli Stati federati) in quanto la competenza primaria in materia di politica educativa è in capo alle singole Amministrazioni Statali.
      Pertanto la valutazione è di casa, nelle Università USA.
      E’ il progetto di Obama che è altamente criticabile, invece.

    • Non volevo commentare la riforma di Obama. Di cui non sapevo nulla prima di leggere questo articolo e so comunque poco.
      Volevo solo far notare, da lettore medio, che il titolo del post è falso e tendenzioso.

    • Allora lei ci viene a dire che dovremmo vergognarci, poi riconosce che non sa di cosa si parla ma che a suo giudizio il titolo del post, di cui ignora il contenuto, sarebbe falso e tendenzioso. E questa lezioncina ce la fa senza firmarsi: ma un po’ di vergogna no? Davvero ci vuole una certa pazienza. Alla prossima sillaba fuori posto lei verrà bannato dai commenti di questo sito.

    • Ho detto di non conoscere la riforma di Obama. Basta leggere il vostro post e l’articolo del Time per dire di conoscerla? Credo di no e mi pare sia corretto ammetterlo.

      Detto ciò, con tutta la pacatezza che mi è possibile. Il titolo del post è
      “Siamo statunitenti e non vogliamo essere valutati”. Questo titolo lascia intendere che le università e i ricercatori negli US non vogliano essere valutati in generale.

      Quello di cui parla l’articolo a cui fate riferimento racconta un’altra storia. Negli US ci sono una quantità inverosimile di università di medio basso livello che sono verosimilmente la causa dell’aumento del debito degli studenti. Il fatto che al rettore di una (piccola) liberal-arts school dia fastidio essere valutato a livello federale non stupisce (ci dobbiamo anche chiedere perchè?) e non ha nulla a che fare con quella che voi chiamate “malattia della valutazione”.

      Negli US è normale essere valutati ed essere comparati con medie (e/o mediane). Lo si è da quando si nasce a quando si muore. Questo vale anche nell’università e tra le università. Non mi pare che i ricercatori si stanno ribellando negli US perchè non vogliono essere valutati.

      Quindi, qual è l’evidenza del “Siamo statunitensi e non vogliamo essere valutati!”? Il rettore della “prestigiosa” Lesley University?

    • Se si legge bene, l’articolo di Time, dice qualcosa di più. Da un lato racconta di una potente lobby, in buona parte legata al settore “for profit”, e racconta anche della tipica diffidenza americana per l’intrusione dello stato per le possibili limitazioni di libertà che ciò comporta. Racconta pure la perplessità per gli astrusi indicatori che potrebbero venir usati. Si sente l’eco delle polemiche sui ranking dei college, molto temuti, ma anche notoriamente affetti da arbitrarietà ed esposti a trucchi, fino ad arrivare alla trasmissione di dati manipolati. Non so se si avvererà il commento di Rubele (“Obama prenderà una sonora mazzata sui denti con il suo progetto”) ma mi sembra che vada nella direzione del titolo: sono tanti (e potenti, ma anche in buona fede) quelli che non gradiscono la prospettiva di sottoporsi ad un sistema di valutazione centralizzato persino in una nazione come gli USA così sensibile al mantra della competizione. Vediamo come va a finire. Se Rubele ci azzecca, il titolo ci stava tutto. Ma anche se Obama dovrà sudare sette camicie, non ci pentiremo del titolo. Un’ultima osservazione: jj scrive
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      “Quindi, qual è l’evidenza del “Siamo statunitensi e non vogliamo essere valutati!”? Il rettore della “prestigiosa” Lesley University?”
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      Dall’articolo di Time risulta una situazione diversa:
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      “Moore is hardly alone in his crusade.Nearly 60% of U.S. college presidents doubt the rating plan will work, according to a December 2013 Gallup and Inside Higher Ed poll. … Public comments to the Department of Education on the issue have been overwhelmingly negative.”

  2. Io non so se in america e nel mondo anglosassone ci sia più onestà. Dalla mia esperienza di lavoro in UK per un anno e in California per un altro, direi di sì.

    Esempio VQR, proprio ieri mi sono i battuto nella valutazione VQR che un ricercatore ha inserito in una domanda.

    La persona in questione si ritrova un bell’1attribuito a un lavoro che per IF della rivista e per numero di citazioni (=0) avrebbe dovuto finire nel quadrante “0” da subito e non andare in valutazione…

    Come è possibile che sia accaduto?

    Come fidarsi di un sistema così fallace e comunque soggetto alle simpatie e antipatie dei GEV?

    • “Esempio VQR, proprio ieri mi sono i(m)battuto nella valutazione VQR che un ricercatore ha inserito in una domanda….”
      —–
      Vuoi dire che l’hai scoperto per caso? Casi come questi andrebbero resi pubblici alla faccia della privacy e i rispettivi GEV attaccati duramente.

  3. non solo, ma, al di là dell’onestà o meno dei valutatori resta l’assurdità di articoli scadenti che, a motivo della discordanza IF/citazioni finiscono in valutazione e poi si beccano 1, mentre ci sono articoli buoni che per un pugno di citazioni sono stati valutati da subito con 0,8 o 0,5…

    Ranking! Basta fare un giro nei forum di sport o di giochi a livello amatoriale per rendesri conto delle difficoltà. chd ci sono nello stabilite quali criteri adottare. Oppure il ranking per il calcio, il tennis, vediamo tutti i giorni come i ranking siano pilotabili, ultimo esempio il ranking per i mondiali di calcio in Brasile.

    E qui quattro presunti esperti ANVUR vorrebbero farci credere di essere più furbi di Platini Co.? Suvvia, se devo farmi buggerare preferisco che a farlo sia Platini che un esperto Anvur…

    • Mah, secondo me la statistica la sa meglio Giorgio Parisi di Michel Platini.

      Nostro malgrado siamo finiti nella arena tutta romana per su chi sia “er più” della fisica statistica. Chi sia l’altro contendente è ovvio.

    • Il problema è che forse si potrebbe addirittura parlare di abuso d’ufficio. Perchè questa mancanza di trasparenza?

  4. Penso che sia utile una precisazione. Gli eventuali rankings influenzerebbero i finanziamenti federali agli studenti sotto forma di prestiti garantiti o borse di studio. I finanziamenti alla ricerca invece non verrebbero toccati da questa iniziativa: per quelli c’è la normale peer review preliminare, e le valutazioni in itinere ed ex post. Quindi bisogna fare un po’ di attenzione nei confronti con la VQR.

    Un problema che c’è a monte è la progressiva riduzione dei finanziamenti alle università pubbliche (che dipendono dai singoli stati, non dallo stato federale), alla quale si cerca di rispondere con l’aumento delle tasse universitarie (che sta creando un’esplosione del debito degli studenti), con l’aumento del precariato, inevitabilmente sottopagato, e scaricando quanto più possibile sui finanziamenti di ricerca (che provengono in gran parte da fonti federali), che però in molti campi sono fermi se non in contrazione. Contemporaneamente c’è il passaggio strisciante dal concetto di “università come servizio”, quindi pagata almeno in parte dai contribuenti, a quello di “università come investimento” da parte degli studenti, quindi pagata dagli studenti stessi (concetto questo automatico per le università private). Da qui i molti articoli ed editoriali sulla stampa USA che ultimamente discutono sul “ritorno” finanziario di un’istruzione universitaria.

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