La legge 240/2010 prevede all’art. 16 comma 3 lettera h che le liste di aspiranti commissari sorteggiabili siano composte da

professori positivamente valutati ai sensi dell’articolo 6, comma 7

ossia, da soggetti che hanno superato positivamente la valutazione di ateneo al fine, fra l’altro, del conseguimento degli scatti. Valutazione da eseguirsi anche secondo “criteri oggettivi di verifica” fissati da ANVUR.

Da notare che le previsioni all’art. 16 comma 3 definiscono i contenuti dei decreti attuativi della legge di riforma.

Ora, il D.M. 76/2012 (“criteri e parametri”) stabilisce all’art. 8 comma 8 che

In sede di prima applicazione, si prescinde dal requisito della positiva valutazione di cui all’articolo 6, comma 7, della Legge

Il Consiglio di Stato, la cui sentenza è riportata integralmente più sotto, osserva in proposito che

La norma regolamentare in esame è illegittima in quanto la deroga transitoria che essa introduce si pone in contrasto con norme contenute in fonti sovraordinate.

Pertanto

L’illegittimità della norma del regolamento ministeriale incide, nel caso concreto, sulla legittimità della composizione della Commissione giudicatrice (…). Ne discende la fondatezza del motivo di appello, il quale, investendo radicalmente la legittimità composizione della Commissione, determina l’annullamento di tutti i successivi atti concorsuali

Gli effetti della sentenza sono limitati all’interesse fatto valere dal ricorrente. Va però osservato che il nuovo “criteri e parametri” (D.M. 120/2016) all’art. 8 prevede sì il conseguimento della positiva valutazione prevista dalla legge, ma rimanda al contempo all’art.9 comma 2 del D.P.R. 95/2016 il quale dispone che

Il possesso del requisito  della  positiva  valutazione  di  cui all’articolo 6, comma 7, della legge  ai  fini  della  candidatura  a componente delle commissioni non e’ richiesto per  il  primo  biennio delle procedure avviate  ai  sensi  dell’articolo  3,  comma  1,  del presente regolamento.

Permane dunque, seppure in forma diversa, la situazione censurata dal Consiglio di Stato: la norma regolamentare in esame è illegittima in quanto la deroga transitoria che essa introduce si pone in contrasto con norme contenute in fonti sovraordinate.

Il che getta un’ombra sul destino dell’ASN 2.0.

Pubblicato il 01/09/2016
N. 03788/2016REG.PROV.COLL.

N. 09592/2015 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 9592 del 2015, proposto da:
Piccione Daniele, rappresentato e difeso dagli avvocati Giuseppe Morbidelli C.F. MRBGPP44S16A390N, Roberto Righi C.F. RGHRRT53S30D612B, con domicilio eletto presso Giuseppe Morbidelli in Roma, viale Maresciallo Pilsudski n.118;

contro

Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura generale dello Stato, domiciliataria in Roma, Via dei Portoghesi, 12;
Commissione per l’Abilitazione Scientifica Nazionale Settore Concorsuale 12/C – Diritto Costituzionale non costituito in giudizio;

nei confronti di

Nicola Viceconte non costituito in giudizio;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. LAZIO – ROMA: SEZIONE III n. 05720/2015, resa tra le parti, concernente valutazione negativa in relazione al conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di ii fascia per il settore concorsuale 12/c1;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero dell’Istruzione dell’Universita’ e della Ricerca;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 23 giugno 2016 il Cons. Roberto Giovagnoli e uditi per le parti l’avvocato Morbidelli e l’avvocato dello Stato Figliolia;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. Viene in decisione l’appello proposto da Daniele Piccione per ottenere la riforma della sentenza, di estremi indicati in epigrafe, con la quale il T.a.r. per il Lazio ha respinto il ricorso proposto in primo grado diretto all’annullamento del giudizio di non idoneità al conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale per il settore concorsuale 12/C1 – Diritto costituzionale.

2. Si è costituito in giudizio il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca chiedendo il rigetto dell’appello.

3. Alla pubblica udienza del 23 giugno 2016 la causa è stata trattenuta per la decisione.

4. L’appello merita accoglimento.

5. Risulta fondato, in particolare, il primo motivo di impugnazione, diretto a contestare la legittimità dell’art. 8, comma 8, del d.m. 7 giugno 2012, 76, nella parte in cui, in relazione alla composizione della Commissione giudicatrice, stabilisce che “in sede di prima applicazione si prescinde dal requisito della positiva valutazione di cui all’art. 6, comma 7, della Legge” 30 dicembre 2010, n. 240.

La norma regolamentare in esame è illegittima in quanto la deroga transitoria che essa introduce si pone in contrasto con norme contenute in fonti sovraordinate.

Va, infatti, evidenziato che in base all’art. 16, comma 3, lett. h) della legge n. 240/2010, il regolamento governativo delegato avrebbe dovuto prevedere, ai fini del sorteggio dei commissari, “l’inclusione nelle liste dei soli professori positivamente valutati ai sensi dell’art. 6, comma 7, ed in possesso di un curriculum reso pubblico per via telematica, coerente con i criteri e i parametri di cui alla lettera a) del presente comma, riferiti alla fascia e al settore di appartenenza”.

Conformemente a tale previsione legislativa, il regolamento governativo delegato (ovvero il d.P.R. 14 settembre 2011, n. 222) ha stabilito (art. 6, comma 3) che “Gli aspiranti commissari, entro trenta giorni dalla pubblicazione del decreto di cui al comma 1, presentano esclusivamente tramite procedura telematica, validata ai sensi dell’articolo 3, comma 5, la domanda al Ministero, attestando il possesso della positiva valutazione di cui all’articolo 6, comma 7, della legge e allegando il curriculum e la documentazione concernente la complessiva attività scientifica svolta, con particolare riferimento all’ultimo quinquennio. Possono candidarsi all’inserimento nella lista i professori ordinari di università italiane.”.

Anche il regolamento governativo, quindi, ribadisce la necessità, per poter fare parte della Commissione giudicatrice, della positiva valutazione di cui all’art. 6, comma 7, della legge n. 240 del 2010.

A fronte di tale puntuale quadro normativo, emerge, allora, in maniera evidente l’illegittimità dell’art. 8, comma 8, d.m. n. 76/2012, il quale, invece, in contrasto con la disciplina dettata dalle fonti sovraordinate (sia l’art. 16, comma 3, lett. h) della legge n. 240/2010, sia l’art. 6, comma 3, del d.P.R. n 222/2011), ha stabilito che in sede di prima applicazione si “prescinde” dalla positiva valutazione di cui all’art. 6, comma 7, della legge n. 240/2010.

Come correttamente deduce l’appellante, la norma in esame è illegittima, perché il regolamento ministeriale, in assenza di una “autorizzazione legislativa” non poteva esonerare o prescindere, nemmeno in via transitoria, dalla “positiva valutazione”.

6. L’illegittimità della norma del regolamento ministeriale incide, nel caso concreto, sulla legittimità della composizione della Commissione giudicatrice, non essendo contestato che, nella specie, per nessuno dei componenti della Commissione è stata compiuto la positiva valutazione di cui all’art. 6, comma 7, legge n. 240/2010.

Ne discende la fondatezza del motivo di appello, il quale, investendo radicalmente la legittimità composizione della Commissione, determina l’annullamento di tutti i successivi atti concorsuali, nei limiti dell’interesse fatto valere dal ricorrente alla rivalutazione della sua posizione da parte di una commissione in diversa composizione.

7. L’accoglimento del motivo, stante la sua evidente pregiudizialità logico-giuridica, determina, inoltre, anche alla luce dei principi enunciati dall’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato con la sentenza 27 aprile 2015, n. 5, l’assorbimento delle ulteriori censure proposte.

La novità della questione giustifica la compensazione delle spese del doppio grado di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado.

Compensa le spese del doppio grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 23 giugno 2016 con l’intervento dei magistrati:

Sergio Santoro, Presidente

Roberto Giovagnoli, Consigliere, Estensore

Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere

Marco Buricelli, Consigliere

Francesco Mele, Consigliere

L’ESTENSORE  IL PRESIDENTE
Roberto Giovagnoli  Sergio Santoro

IL SEGRETARIO

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13 Commenti

  1. La prima domanda che viene in mente, dinanzi a tali e ripetute violazioni di una legge, è come sia possibile in un paese normale creare un simile pericoloso caos normativo. Per cui è il singolo a doversi tutelare, con avvocati e spese connesse, anziché , mettiamo, attraverso un seplice ricorso di tipo amministrativo. Il ministro Giannini, già nei guai fino al collo con la scuola, ha delegato tutta la materia universitaria alla relativa direzione nonché all’anvur, e di cosa si preoccupa ultimamente: di come la rivista di fascia A “Chi” l’abbia fotografata topless (pardon: “messa in croce” a suo parere) , su una spiaggia ‘privata’ ( perché non se n’è rimasta sul balcone di casa sua?); questo come premessa al suo grandioso progetto di educazione di genere, che sarebbe una delle grandi carenze pedagogiche della scuola. Siccome il ministro pensa solo e intensamente alla ‘buona scuola’algoritmizzata, dalla ‘buona università ‘ si difendano come pososono i vari poveretti, quelli sì messi in croce.

  2. …questa è bella, non la sapevo.
    Purtroppo per la Ministra, però, l’art. 97 della legge sul diritto d’autore parla piuttosto chiaro, in riferimento alle immagini dei personaggi pubblici, per di più in un luogo pubblico. Parafrasando la giurisprudenza in argomento, se vai in topless in un luogo pubblico, tanto più se sei un personaggio pubblico, quello di essere fotografata e andare a finire su “Chi” (aut similia) costituisce un “rischio della vita”: tradotto, “ti attacchi”.
    Né mi pare che, nella specie, si possa invocare la clausola sul decoro, di cui al secondo comma dell’articolo in questione, perché qui non è che il paparazzo ti ha fotografato in mutande sfruttando l’occasionale forte folata di vento che ti ha alzato la gonna: in topless ci si è messa lei, e dunque non riteneva fosse indecoroso.

    Veniamo a questioni più rilevanti. Mi pare di capire che a diritto costituzionale non si sia prodotto un effetto demolitorio, solo perché non richiesto dal ricorrente (che magari avrà chiesto l’annullamento “nei limiti dell’interesse”….anche se la questione non mi pare così pacifica…).
    La morale, comunque, è che tutte le commissioni erano illegittime? Dunque, abbiamo scherzato?
    Mi pare di capire, infatti -ma “si sbaglio corrigete”-, che i commissari in questione non fossero stati valutati negativamente, ma, più semplicemente, proprio non fossero stati valutati. Gli Atenei, cioè, l’hanno poi operata questa valutazione richiesta dalla legge? Alcuni sì, altri no (anche se così fosse, le commissioni sarebbero tutte illegittime ugualmente, visto che ne basta uno…)?
    Su questo dato di fatto, chiedo lumi.
    Per altro, se questa valutazione non è ancora operativa -come mi parrebbe di poter dedurre dalla proroga contenuta pure nella asn 2.0-, come fanno a costituire la commissione supplente per il ricorrente vittorioso?

    Comunque, la verità è che l’unica strada percorribile -ma, a questo punto, ci vorrebbe pure un d.l. per modificare la Gelmini- è quella di ritenere potenziali commissari tutti i professori ordinari.
    Del resto, questa divisione tra ordinari di serie A e di serie B, che non possono comporre le commissioni, è veramente mostruosa. Ed anche contraddittoria. Se tu Stato pensi che un ordinario non è buono, non è più produttivo, etc. etc., non è che non gli fai fare il commissario, no, lo devi licenziare (come qualsiasi altro pubblico dipendente). Se invece lo mantieni in ruolo (e, per altro, in un ruolo apicale), allora devi essere coerente, e devi fargli fare pure il commissario asn. Tutte le limitazioni in tal senso finiscono solo per rischiare di innescare un gigantesco contenzioso, per giunta, potenzialmente “demolitorio”….che appare ancor più paradossale, scusatemi se sul punto mi ripeto, visto che a tutto questo “dispendio di energie”, per selezionare i commissari asn, che danno medaglie e non posti, non corrisponde nulla (a mio avviso fortunatamente, perché non è che due torti farebbero una ragione), per la selezione (che non c’è) dei commissari di concorso, ovverosia di quelli che fanno il reclutamento vero e proprio, e assegnano i pochissimi posti residui (“se so magnati tutto”: tradotto, da anni fanno politiche pro-cicliche, pur di prolungare la sopravvivenza del peggior sbaglio politico-economico di tutti i tempi, cioè dell’euro, con un “accanimento terapeutico” degno di miglior causa).
    Tom Bombadillo
    P.S.: …ho appena deciso che, “da grande”, voglio fare il Ministro dell’Università (vabbè, non esageriamo, diciamo il vice-sottosegretario aggiunto al reclutamento universitario): sono disposto a farlo gratis, così, almeno, smetto di soffrire.
    Scommettiamo che se poi mi presento alle europee (ci saranno ancora?…o sull’altare dell’euro sacrificheranno pure il processo di integrazione europea?) prendo almeno 600 voti?
    Praticamente, un successone (relativo).

  3. Riporto qui in quanto pertinente un commento inviato ad altro post, inerente le commissioni ASN.
    Un’altra recente sentenza del CdS (n.1962 del 2015) sancisce l’incompatibilità di un commissario di concorso avente un “numero consistente” di pubblicazioni scientifiche unitamente ad uno dei candidati. In quel caso si trattava di valutazioni selettive/comparative, in questo caso è un’abilitazione a numero aperto, che in linea di principio non implica comparazioni. E’ comunque applicabile il principio di incompatibilità sancito dal CdS? (che emergerebbe nella fase di valutazione delle pubblicazioni presentate alla commissione). Oppure, è sufficiente che il commissario in questione “si astenga” dalla valutazione delle pubblicazioni dove lui stesso è coautore?

  4. complimenti per il post a Roars.
    Un altro esempio di post operative coie’ con indicazioni pratiche su come opporsi giuridicamente ed in modo puntuale alle irregolarita’ della ASN. Inutile perdere tempo a commentare che le irregolarita’ sono state introdotte ad arte per permettere ai soliti di essere in commissione e di manipolare il risultato.
    E’ molto piu’ efficace fare un ricorso che annulli i risultati che i soliti si propongono di ottenere.
    Mi auguro che qualche candidato alla ASN persegua questa strada in sede giuridica.

  5. …grazie, Antonio, è come pensavo.
    Allora, però, adesso si rischia di fare il bis. Con la differenza che, ora che tutti lo sanno prima, faranno ricorso su questo punto. E, magari, non “nei limiti dell’interesse”, e quindi c’è il serio rischio di annullare tutto e far girare la macchina a vuoto.
    Voglio dire, che senso ha comporre le commissioni per la nuova asn, se tanto -per giurisprudenza CdS, mica TAR- già sappiamo che non potranno che essere illegittime?
    Forse sarebbe il caso di avvisare il Ministero…che del resto dovrebbe saperlo già di suo…
    Meglio bloccare tutto per il tempo necessario alle modifiche, che andare incontro ad un disastro annunciato!
    Ma poi mi chiedo, pur volendo, possono bloccare tutto ora che c’è in ballo il referendum? Non sarebbe un brutto segnale? Specie quando non è escluso, almeno secondo me, che sia stata proprio la scadenza referendaria a dare la giusta spinta in più per la ripartenza della asn?
    Per il resto, che dire?
    Sì, le cattedre Natta saranno la fine dell’Università come l’abbiamo conosciuta, cioè conforme al modello costituzionale di autonomia. Il reclutamento vero sarà governativo. Perché la tecnica è sempre quella della rana bollita: l’idea è quella di introdurle, e poi, gradualmente, di farle diventare maggioritarie.
    All’autonomia resteranno pochissimi posti…da professori di serie c.
    Ma adesso una possibilità di veto c’è.
    Blocchiamo la deriva accentratrice in atto, fermiamo la riforma costituzionale.
    Qui nella Vecchia Foresta siamo tutti per il NO.
    Tom Bombadillo

  6. …scusa, mariam, iniziamo col votare NO.
    E’ un voto importante: è vero che non ci consente di tornare indietro a prima che iniziasse quest’incubo ordoliberista, ma almeno, visto che ci stiamo andando a schiantare contro un muro (e qui si tratta proprio di vita o di morte, perché, una volta che il processo di de-industrializzazione sarà terminato, poi DAVVERO la sanità pubblica non te la potrai più permettere),
    e, per una volta, abbiamo una scelta che dipende da noi direttamente, cioè se tirare o meno il freno a mano, e allora tiriamolo!

    Soprattutto, dobbiamo toglierci dalla testa che l’Università pubblica possa salvarsi da sola, mentre l’Italia va a rotoli.

    All’interno dell’attuale paradigma, l’Università pubblica non si deve salvare, anzi, è una delle tre principali “vittime sacrificali”, assieme alla sanità e alla previdenza. L’unica è cambiare paradigma economico, e tornare al modello costituzionale -quello, cioè, delineato dalla nostra Costituzione economica- che tanta ricchezza ha costruito nei trent’anni d’oro, prima del ritorno dei liberisti (è così, a volte ritornano).
    Se rimaniamo in questo paradigma, invece -in questo gold standard de noantri che è l’euro-, non c’è possibilità di scelta (testualmente: di alternativa), del resto è fatto a posta per far sembrare precise scelte politiche -a favore esclusivo della stretta cerchia dei prestatori professionali di denaro- come inevitabili, altrimenti la sua sposa non l’avrebbero soprannominata TINA.
    Se passa il sì, ci sarà un accelerazione, anche perché passerà altresì il messaggio che gli italiani sono ancora nella fase del “se so magnati tutto”, tutti intenti, in una crisi di domanda artificiale (ma dagli un po’ di tempo e si trasformerà, inevitabilmente, in una crisi di offerta reale) per rarefazione monetaria indotta, a ritenere che il problema sia la spesa pubblica, che sia il costo del Senato o di altro, quando, invece, la spesa pubblica è l’unica soluzione possibile.
    Basta tagli: che sia Università, Senato, Sanità, Previdenza o quant’altro, basta tagli!
    L’italiano deve far capire che non è più il marito idiota disposto a tagliarselo per far dispetto alla moglie.
    Partiamo dal NO.
    Tom Bombadillo

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