Abbiamo già segnalato in precedenza la risposta polemica con cui un designato referee rifutava di assumere il compito di valutatore. E’ degno di nota che, per quanto ci è dato conoscere, le risposte negative alle lettere di ANVUR si stiano moltiplicando. Ne segnaliamo due, di Claudio La Rocca e Matteo Sanfilippo, che pur partendo da prospettive diverse, non ritengono di poter svolgere il ruolo loro assegnato.

 

Caro Prof. Graziosi,
ti ringrazio per la proposta di operare come revisore per la VQR 2004-2010. Come sai, la Società Italiana di Filosofia Teoretica, di cui faccio parte, ha sollevato una serie di argomentate critiche alle procedure seguite dal GEV 11 nella definizione dei “criteri” per la VQR, in particolare, ma non solo, in relazione alla formulazione di un rating di riviste svoltasi senza criteri noti e percepibili e secondo linee prefissate non giustificate e difficilmente giustificabili. Nel “Documento di accompagnamento dei criteri” del 29 marzo 2012 si parla, come “elementi comuni a tutti i GEV” di “informed peer review”, intesa, in vari modi, tra cui, per quello pertinente per il GEV 11 (o per la parte del GEV 11 di mia competenza), come “valutazione peer accompagnata da una classificazione delle riviste ottenuta per via non bibliometrica” (p. 1). Nel documento “Criteri per la valutazione dei prodotti di ricerca” del GEV 11 sembra chiarirsi la natura di tale “accompagnamento”: “In caso di divergenza tra il giudizio dei revisori da un lato e la classificazione delle riviste dall’altro, il primo prevarrà se è concorde; se uno solo dei revisori produce una valutazione che si discosta dalla classificazione delle riviste, la divergenza viene trattata come una fra revisori e dunque risolta secondo la procedura stabilita al punto precedente” (il sottogruppo GEV creerà al suo interno un gruppo di consenso per stabilire la valutazione definitiva). Al contempo si legge: “Ai revisori verrà anche inviata la classificazione delle riviste di cui sopra nonché altre informazioni, comprese le indicazioni generali relative all’assegnazione finale dei prodotti per classe di merito (20-20-10-50). Essi le prenderanno in considerazione, ma non saranno tenuti a conformarsi né all’una né all’altra”. E’ evidente dalla combinazione di queste due indicazioni che se da un lato i revisori sono liberi di non “conformarsi” alla classificazione, dall’altra si vorrebbe che questa influisse nel processo di revisione del singolo prodotto. Dal punto di vista tecnico, se vi è una valutazione divergente di un solo revisore rispetto alla classificazione delle riviste, la divergenza non è “trattata come una fra revisori”, ma è già per definizione una tra revisori. Dunque il rinvio alla classificazione può avere un valore solo pregiudiziale, ossia di pregiudiziale sospetto verso quella revisione, tra le due in contrasto tra di loro, che risulta divergente rispetto alla classificazione. Nel documento si legge inoltre: “La procedura di informed peer-review per i prodotti pubblicati su rivista si applica anche alle monografie e ai capitoli di libro, con la differenza che non è stata prodotta alcuna classificazione di case editrici e collane”. La differenza non è un dettaglio, dal momento che non è chiaro cosa renda allora in questo caso la peer review “informed”, se non il successivo riferimento: “Per questi prodotti si terrà altresì conto della presenza di recensioni su riviste, specie se di fascia A o internazionali”. Si riporta così in gioco la classificazione delle riviste, insieme al fattore, molto discutibile, delle mera presenza di recensioni. Il processo di revisione su cui si chiede la collaborazione risulta così inserito in un quadro in cui la classificazione delle riviste esercita un ruolo condizionante,  seppure confusamente delineato. Manca, come ad esempio nei criteri del GEV 10, una esplicita dichiarazione secondo cui “La sede di pubblicazione di prodotti, la tipologia e la lingua in cui è stata espressa la ricerca non sono […] fattori che ne condizionino in alcun modo l’assegnazione a diversi livelli di merito nella valutazione”. Fonte di distorsioni mi sembra essere anche l’indicazione secondo cui “le sole monografie pubblicate dai più qualificati editori accademici internazionali saranno inviate ad un solo revisore, per tener conto del fatto che sono già passate attraverso filtri molto rigorosi e premiare, come già indicato, lo sforzo di internazionalizzazione”. Non è detto in alcun modo chi stabilisca e come quali siano tali qualificati editori (alla classificazione di case editrici e collane si è, come si diceva, e fortunatamente, rinunciato). Anche l’indicazione presente nella lettera d’invito secondo cui si dovrà valutare (in una sola voce) “Internazionalizzazione/Impatto scientifico” da un lato orienta pregiudizialmente in senso negativo la revisione di prodotti in lingua italiana, dall’altro manca di alcun riferimento a criteri attraverso cui una tale valutazione risulterebbe possibile. In considerazione di tutto ciò, e avendo condiviso pienamente la posizione della SIFIT, le cui argomentazioni su ricordate e i rilievi successivi non hanno avuto alcuna risposta, di non riconoscere valore alle classificazioni di riviste proposte dal GEV 11, mi troverei personalmente in grave imbarazzo ad accettare di assumere il compito di revisore in questo contesto, che ritengo tale da condizionare negativamente il processo di revisione. Pur comprendendo chi, nell’intento di influenzare nonostante tutto in senso positivo questo processo e i suoi esiti, operasse scelte diverse, devo dunque declinare il tuo invito.
Con i migliori saluti,
Claudio La Rocca

Caro Ferrata,
mi scuso nel ritardo nella risposta, ma ho dovuto riflettere attentamente su quanto mi chiedevi. Alla fine ho deciso che non posso accettare di far parte della commissione del GEV 11. Sono infatti direttore di una rivista scientifica e coordinatore di un’altra, nonché membro del comitato di direzione di altre due. Di fatto questo prefigurerebbe una sorta di interesse privato in atto pubblico, dato che l’ANVUR e i suoi vari settori invece di accettare i normali criteri quantitativi e bibliometrici, neutrali almeno al 90% ed utilizzati nei paesi più avanzati, hanno scelto uno strano sistema misto con elementi qualitativi che di fatto prefigurano un indebito vantaggio per alcune pubblicazioni periodiche e soprattutto in molti casi (direi soprattutto quelli mediani) la possibilità di correggere il reale h-factor di uno studioso, ignorando tra l’altro che ormai tale fattore d’impatto si costruisce soprattutto sul web. In tale congiuntura, non solo credo sia doveroso per qualsiasi studioso che abbia interessi in riviste, collane editoriali e qualsiasi sorta di iniziativa a stampa o digitale, rinunciare a far parte dei GEV: in pratica quindi a tutti gli studiosi concretamente attivi. Ma devo anche esprimere la mia disillusione, soprattutto alla luce dell’attività profusa da dipartimenti, facoltà e atenei negli ultimi anni. La valutazione era una grande occasione, se attuata correttamente, e invece così è diventata la solita operazione all’italiana. Per giunta è pure costosa in denaro e in ore lavoro, in un momento nel quale si dovrebbe invece risparmiare sino all’ultimo centesimo
Matteo Sanfilippo

Send to Kindle

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.