«E gli studenti italiani sono ancora bamboccioni» titola laRepubblica.it: «Due ragazzi su tre durante il percorso universitario continuano a vivere con mamma e papà. In Europa uno su tre», «Studiano comodamente a casa, quasi sempre accuditi dai genitori, e raramente lavorano per pagarsi gli studi». Che sia stato un caso o sia stata la valanga di tweet polemici, il giorno dopo il titolo è già cambiato e non contiene più l’epiteto denigrativo. Al di là delle polemiche, facciamo un esercizio di fact checking e vediamo cosa dice l’indagine AlmaLaurea: «Le esperienze di lavoro hanno caratterizzato il 65% dei laureati triennali, il 58% dei magistrali a ciclo unico e il 67% dei magistrali biennali». Insomma, gli studenti universitari che lavorano sono ben più di un terzo (anche se in calo a causa della crisi economica e della riduzione di studenti in età adulta). Ma i numeri di Repubblica da dove provenivano? Provengono dall’indagine Eurostudent. Se si controlla a pagina 23 del rapporto si vede che l’Italia è l’unica nazione che ha fatto ricorso esclusivamente a interviste telefoniche. Nel rapporto italiano (pag. 19) si legge che il campione è di 5.043 intervistati con un numero di contatti falliti pari a 3.958 e un  numero di interviste non realizzate a causa di rifiuto pari a 2.629. L’indagine AlmaLaurea coinvolge il 90% di tutti i laureati degli atenei italiani, con un tasso di risposta dell’82% tra i laureati ad un anno. Sorge il dubbio che il dato del rapporto Eurostudent sia stato ripreso senza troppe verifiche proprio perché rinforzava il clichè dei bamboccioni “comodamente a casa, quasi sempre accuditi dai genitori“. Ed è forse per la stessa ragione che non fa notizia AlmaLaurea quando scrive che «Il 65% dei laureati del 2016 ha svolto un’esperienza di lavoro nel corso degli studi». Se la realtà non conferma il cliché, allora non è reale.
«E gli studenti italiani sono ancora bamboccioni» titola laRepubblica.it: «Due ragazzi su tre durante il percorso universitario continuano a vivere con mamma e papà. In Europa uno su tre», «Studiano comodamente a casa, quasi sempre accuditi dai genitori, e raramente lavorano per pagarsi gli studi». Che sia stato un caso o sia stata la valanga di tweet polemici, fatto sta che il giorno dopo il titolo è già cambiato e non contiene più l’epiteto denigrativo.
Al di là delle polemiche, facciamo un esercizio di fact checking e vediamo cosa dice l’indagine AlmaLaurea, la più completa di cui disponiamo (coinvolge il 90% di tutti i laureati degli atenei italiani, con un tasso di risposta dell’82% tra i laureati ad un anno, p. 240). Secondo AlmaLaurea, «Le esperienze di lavoro hanno caratterizzato il 65% dei laureati triennali, il 58% dei magistrali a ciclo unico e il 67% dei magistrali biennali. Più nel dettaglio, nel 2016, 6 laureati su cento hanno conseguito la laurea lavorando stabilmente durante gli studi (lavoratori-studenti); […] Gli studenti-lavoratori, ovvero gli studenti che hanno lavorato occasionalmente durante gli studi, rappresentano invece il 59%».
Ai fini del dibattito sui fuoricorso, spesso colpevolizzati e assimilati a una vera e propria “piaga”, vale la pena di notare che «al crescere dell’impegno lavorativo degli studenti diminuisce l’assiduità nel frequentare le lezioni. Hanno seguito oltre i tre quarti degli insegnamenti previsti dal corso di studi 78 laureati su cento fra quanti non hanno lavorato, rispetto al 67% fra gli studenti-lavoratori e al 33% fra i lavoratori-studenti».
Inoltre, «La condizione socio-culturale della famiglia di origine influenza la probabilità di lavorare nel corso degli studi. Tra i laureati con almeno un genitore laureato, infatti, i lavoratori-studenti sono solo il 4%; salgono al 6% fra quanti hanno genitori con titoli di scuola secondaria di secondo grado e raggiungono l’11% tra i laureati  con genitori in possesso di un titolo inferiore o che sono senza titolo di studio. Tra i laureati con una formazione liceale il lavoro durante gli studi è meno diffuso: i lavoratori-studenti sono solo il 5% contro l’11% di chi ha un diploma tecnico e il 15% di chi ne ha uno professionale». Insomma, gli studenti universitari che lavorano sono ben più di un terzo (anche se in calo a causa della crisi economica e della riduzione di studenti in età adulta).
Inoltre, ha meno necessità di lavorare e segue più assiduamente gli insegnamenti chi beneficia di una migliore condizione socio-culturale. E riguardo alla scelta (?) di rimanere con i genitori, è la stessa Repubblica ad ammettere che «potrebbe anche essere la carenza di lavoro a condizionare il dato e costringere i ragazzi a restare con mamma e papà. […] Se molti meno studenti rispetto alla media europea smettono di vivere con i genitori, il problema – commenta Elisa Marchetti, dell’Unione degli universitari – senza dubbio è riconducibile alla situazione del diritto allo studio, come la condizione abitativa: in molte città universitarie gli affitti sono alle stelle, anche a causa di un’offerta pubblica quasi del tutto assente».

 

Ma i numeri di Repubblica da dove provenivano? Provengono dall’indagine Eurostudent. Se si controlla a pagina 23 del rapporto si vede che l’Italia è l’unica nazione che ha fatto ricorso esclusivamente a interviste telefoniche. Quante e con quali percentuali di risposta? Nel rapporto italiano (pag. 19) si legge che il campione è di 5.043 intervistati con un numero di contatti falliti pari a 3.958 e un  numero di interviste non realizzate a causa di rifiuto pari a 2.629. A titolo di confronto, nel rapporto francese (pag. 4) si legge che  i risultati sono basati sui 46.340 questionari fully completed dai 220.000 studenti interpellati.

Fermo restando che i dati vanno sempre interpellati con cautela, prima di intitolare “studiano comodamente a casa“, cosa costava dare un colpo di telefono ad AlmaLaurea? Sorge il dubbio che il dato del rapporto Eurostudent sia stato ripreso senza troppe verifiche proprio perché rinforzava il clichè dei bamboccioni “comodamente a casa, quasi sempre accuditi dai genitori”. Ed è forse per la stessa ragione che non fa notizia AlmaLaurea quando scrive che «Il 65% dei laureati del 2016 ha svolto un’esperienza di lavoro nel corso degli studi». Se la realtà non conferma il cliché, allora non è reale.

Per approfondire:

https://www.almalaurea.it/informa/news/2017/12/14/studiare-lavorando-pro-e-contro

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6 Commenti

  1. in Italia c’è la c.d. “disoccupazione intellettuale”, che non riguarda solo laureati, ma anche gente con PhD, anni di assegni di ric., mille pubblicazioni ecc… curricula elevati; questo non solo nel senso nell’ambito accademico, ma anche in quello dei concorsi pubblici in generale, della scuola, delle professioni ecc……

  2. A parte la correzione del titolo, non sarebbe professionale da parte di La Repubblica rispondere alle osservazioni e dare delle spiegazioni, subito e non tra cent’anni? Si tira il sasso e si nasconde la mano? La tappa successiva, nella stessa logica, sarebbe quella di raccontare quanti giovani non giovanissimi stanno ‘comodamente’ a casa dei genitori perché non hanno un lavoro, o quel lavoro non è decente e ben pagato; perché, ad esempio, per le recenti leggi o decreti del MIUR, certi diplomati (non laureati triennali, ma diplomati all’incirca alla Fedeli, anche provenienti da scuole professionali) accedono all’insegnamento con facilitazioni rispetto ai laureati magistrali o quadriennali, scavalcando i primi, nelle graduatorie, i secondi, e senza l’obbligo dei famigerati 24 cfr.

  3. A prescindere dal fatto che l’analisi di Repubblica sia corretta o meno, mi chiedo quando finirà questa pesante intromissione nella vita privata delle persone.
    Per quanto tempo dovremmo ancora tollerare che questi esaltatori dei sacri dogmi della società delle competenze entrino nel merito delle scelte di vita di ciascuno fino a decidere fino a quando i giovani debbono stare a casa o se debbono lavorare durante l’università anche quando hanno alle spalle una famiglia che pur non essendo ricca, consente comunque loro di concentrarsi esclusivamente sugli studi?
    Questo fastidioso atteggiamento incomincia a puzzare di ideologia, del resto è più che fondato il sospetto che si voglia educare la gioventù ad accettare l’ineluttabile destino della flessibilità e del lavoro precario e mal pagato. Prima ci si abitua alla dura realtà, meglio è – sembrano dire questi pedanti moralisti che si scagliano contro i “bamboccioni” dall’alto dei loro posti sicuri e ben retribuiti.
    Per far passare il loro messaggio tutto fa brodo, anche fare uso di indagini statistiche strampalate.

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