Del sistema AVA, oltre che dell’abilitazione scientifica nazionale, si tornerà a parlare nella Commissione Cultura della Camera nel seguito dell’audizione del presidente dell’ANVUR, prevista a una settimana di distanza dal primo incontro con il prof. Fantoni e con Roberto Torrini, che dell’Agenzia è il direttore. Spero che i deputati della Commissione approfittino di questa occasione per sgombrare una volta per tutte il campo da un fastidioso equivoco e porre alcune domande.

Vorrei che non si replicasse più a critiche dirette in modo puntuale al modo in cui è stato organizzato il sistema di Autovalutazione, Valutazione periodica e Accreditamento come se si trattasse di un rifiuto del principio della valutazione in quanto tale. Questo uso dello straw man argument, che consiste appunto nel sostituire ad un interlocutore reale uno spaventapasseri facilmente attaccabile e magari perfino un po’ ridicolo, evitando così il confronto vero, è semplicemente inaccettabile. Roberto Torrini ha riassunto in tre obiettivi quanto previsto dal processo di Bologna e dalle Linee Guida europee:

  1. costruire corsi di studio «che abbiano al centro la formazione degli studenti», organizzando un’offerta didattica ben definita negli obiettivi, nei contenuti e negli strumenti «sulla base di una collaborazione fra i docenti»;
  2. garantire che le università, nell’ambito della loro «attività gestionale», verifichino la coerenza fra quello che è stato dichiarato e quello che avviene davvero nelle loro aule e assicurino un alto livello di qualità nel servizio reso ai loro studenti;
  3. prevedere le modalità per la verifica di tutto ciò da parte anche di una agenzia esterna sufficientemente indipendente dal ministero e dalle stesse università e che a sua volta si attiene a delle procedure, al centro delle quali c’è la «visita» condotta da una commissione di esperti.

Lo dico una volta per tutte: condivido questi obiettivi e dunque la polemica contro chi li contesta mi trova senz’altro schierato dalla parte di Torrini e Fantoni. Proprio per questo, se fossi un deputato della Commissione Cultura, vorrei una risposta alle vere questioni che da tempo e invano vengono poste all’ANVUR.

Il problema non sono gli obiettivi, ma il modo in cui sono stati perseguiti. Non è un problema di «cattiva comunicazione» sulle Linee Guida per l’Accreditamento periodico delle sedi e dei corsi di studio, come suggerisce il presidente Fantoni. Quando ho scritto insieme al collega Salmeri l’articolo sull’università che uccide se stessa non pensavo in primo luogo alle commissioni di esperti e alle loro visite, per quanto bizzarre e inopportune possano apparire alcune indicazioni di questo documento. Pensavo esattamente alla riflessione «sul livello di sviluppo raggiunto dal proprio sistema di Assicurazione della Qualità» che i singoli atenei sono sollecitati ancora una volta ad avviare sotto un diluvio di indicazioni, tabelle e algoritmi spesso misteriosi per gli stessi addetti ai lavori. È perché tengo alla qualità del mio lavoro con gli studenti che mi rifiuto di vederla stravolta in un baccanale di adempimenti, requisiti, misurazioni, riunioni, valutazioni, raccomandazioni, incontri, indicatori, redazioni, programmazioni, colloqui, descrizioni, dichiarazioni. E nella prima puntata dell’audizione né il presidente né il direttore dell’ANVUR hanno spiegato perché tutto questo è indispensabile. Per portare finalmente allo scoperto i veri nodi del contendere e far capire quanto sia importante la posta in gioco bastano in realtà tre domande.

La prima: è vero – come dice Torrini – che l’ANVUR si è limitata a decidere «alcune cose […] negli aspetti di dettaglio», mentre «molte cose sono decise dai decreti di attuazione della Legge 240» e altre ancora «sono strettamente richieste dalla necessità di seguire le Linee Guida europee»? La mia risposta è: no! L’ANVUR non ha semplicemente definito alcuni dettagli. Ha costruito un labirinto che non esiste nella Legge 240 e meno che mai nelle Linee Guida. Perché – per esempio – il direttore dell’ANVUR cita solo il Presidio di Qualità come custode di quest’ultima, omettendo di ricordare che ci sono, oltre al Presidio, almeno il Gruppo del Riesame, il Nucleo di Valutazione e la Commissione Paritetica, tutti intenti a produrre documenti che parlano delle stesse cose e che, nella gran parte dei casi, nessuno legge, anche perché non parlano delle cose davvero importanti? Nello stesso testo consegnato per l’audizione si riconosce in realtà che esiste una criticità determinata appunto «dalla pluralità di soggetti presenti nel nostro ordinamento che intervengono nel processo». La proposta mia e di Salmeri è di prevedere l’obbligatorietà solo del Nucleo di Valutazione e della Commissione Paritetica, le cui funzioni, così come definite dalla Legge 240, sono pienamente adeguate a soddisfare le richieste dell’Europa. Perché questa richiesta di semplificazione deve essere liquidata come una resa alla logica dei fannulloni? E perché, viceversa, la formula per calcolare la quantità massima di didattica assistita e l’ormai mitico fattore correttivo kr devono essere considerati alla stregua di pietre angolari della qualità?

La seconda: è vero – per continuare a citare il direttore dell’ANVUR – che le cose che sono state fatte sono in fondo «banali»? La mia risposta è: no! E proprio per questo non è sprecato il tempo che una Commissione parlamentare dedica a discuterle. Non è affatto banale stabilire, come è accaduto con il Decreto AVA, che l’esito «insoddisfacente» della procedura di accreditamento periodico comporta la chiusura di una sede. E mi verrebbe da aggiungere che non è banale – nel senso almeno dello sforzo e del talento anche creativo che si richiede – compilare la scheda SUA. Il mio problema è semmai che è proprio in questa selva di parole che è più facile perdere il filo di altre e ben più importanti “ovvietà”. L’ANVUR ritiene o no che ogni professore universitario, a prescindere dai suoi meriti scientifici, debba assicurare un numero minimo di ore di attività didattica? E quale dovrebbe essere questa soglia? Potrebbe andare bene il limite delle 100 ore che il Ministro Profumo voleva fissare una volta per tutte e del quale si persero misteriosamente le tracce? Per me questi elementi contribuiscono alla qualità di un corso di laurea e di un ateneo ben più della solenne enunciazione dell’impegno «verso il miglioramento continuo inteso come la capacità di porsi obiettivi formativi aggiornati ed allineati ai migliori esempi nazionali o internazionali». L’ANVUR cosa ne pensa?

La terza: è vero che l’obiettivo della qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento è stato messo dall’ANVUR (e dagli ultimi governi) in cima all’agenda del cambiamento? La mia risposta è: no! E qui davvero si dovrebbe citare l’Europa, perché questo è quanto viene esplicitamente chiesto nel Rapporto presentato alla Commissione della UE nel giugno del 2013 da un gruppo di esperti promosso da Androulla Vassiliou, Commissaria per l’educazione e la cultura. I risultati della VQR sono diventati in molte sedi il criterio principale per l’assegnazione delle briciole di risorse disponibili, con le immaginabili, inevitabili conseguenze sulle motivazioni dei docenti. La retorica dell’impegno per i giovani si gonfia sempre di più, ma gli incentivi sono tutti alla fuga dalla didattica. È proprio il direttore Torrini a ricordare che la didattica è, con la ricerca, la «funzione principe» dell’università. A questa affermazione dovrebbero però seguire azioni concrete. È disposta l’ANVUR a chiedere che l’assegnazione di fondi premiali alle strutture dipartimentali sulla base della VQR sia possibile solo se c’è contestualmente una analoga assegnazione di fondi sulla base della valutazione dei risultati della didattica? Mentre la prima è ampiamente praticata, la seconda è, nella migliore delle ipotesi, rinviata ad un futuro indeterminato. È questa l’università che vogliamo?

Sono felice, infine, di condividere con l’ANVUR un impegno vero allo smantellamento delle “baronie”. E anche in questo caso – limitandomi alla didattica – ritengo che il modo migliore per verificare le intenzioni di tutti sia quello di rispondere ad alcune semplici domande. Fa parte o no di un atteggiamento “baronale” considerare la presenza a lezione e agli esami, per non parlare del ricevimento, come un onere che si può facilmente delegare ad altri, spesso a titolo interamente gratuito e senza alcun controllo reale da parte dell’ateneo? Se la risposta è che non è questo il problema, perché c’è ben altro, abbiamo un’idea diversa del barone universitario e il confronto sarà stato almeno utile a chiarirlo. Se siamo invece d’accordo nel considerare inaccettabile questo comportamento, ci sono necessariamente altre domande alle quali rispondere. Dove si trova una chiara indicazione delle sanzioni disciplinari che ogni ateneo dovrà applicare ai docenti che non dovessero rispettare i loro obblighi nei confronti degli studenti e delle modalità per attivare la relativa procedura? L’ANVUR è disposta ad inviare ispezioni anche “a sorpresa” per controllare che su questo punto ci sia coerenza fra quello che gli atenei dichiarano e quello che accade davvero? Quali sono le misure che l’ANVUR intende proporre per tagliare i nodi della “soggezione” dei giovani ai loro “maestri”, che anche in quest’epoca di “qualità totale” continuano ad alimentare vere e proprie pratiche di sfruttamento?

Queste domande, naturalmente, non sono solo per il presidente Fantoni, ma anche per i nostri deputati. Mi è capitato, qualche giorno fa, di ricevere i complimenti di uno di loro (che non fa parte della Commissione Cultura) per aver lanciato l’iniziativa “Ora basta!”. I nostri parlamentari non se la possono cavare distribuendo caramelle per le buone idee, ammesso che siano tali. Non li abbiamo scelti, perché altri li hanno scelti per noi. Li paghiamo però perché cerchino le buone idee (a questo servono anche le audizioni) e le trasformino in buone leggi, controllando allo stesso tempo che le leggi che ci sono vengano applicate nel miglior modo possibile. Buon lavoro!

 

Link al video dell’audizione: http://webtv.camera.it/evento/6508

 

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20 Commenti

  1. Ottimo intervento, chiaro e diretto. Mi domando solo una cosa, riguardo il punto (3). Perché non applicare il rasoio di Occam? A che servono le “agenzie esterne”? Pensiamo forse che facciano un buon lavoro? Non è forse vero che queste agenzie tendono a imporre schemi e teorie che sono utili per i bulloni ma non per gli studenti? Ci dicono che ci sono “decenni di dibattito scientifico [sic]” in merito, ma quali utili risultati hanno prodotto questi decenni di dibattito? Che non è giusto traslare le norme ISO all’educazione? E ci voleva tanto a capirlo? Perché la collettività dovrebbe spendere risorse per un apparato industriale e burocratico? infatti, tale è l’apparato che ruota intorno alla Teoria Astratta sul Miglioramento della Qualità: un apparato industriale e burocratico: non c’è nulla di male nella esistenza di un apparato industriale e burocratico, ma non mi è chiaro per quale motivo ingenti risorse pubbliche dovrebbero essere spese per alimentarlo.

    Faccio un esempio. Per secoli gli artigiani si sono dati delle regole di autocontrollo che hanno funzionato egregiamente. Prima di essere dichiarato “mastro” e avere la prerogativa di aprire il suo laboratorio, un artigiano doveva sottoporsi a un lungo processo di addestramento, e poi a un certo punto produrre una sua opera alla associazione degli artigiani, per dimostrare le sue capacità, ecc. Non esisteva certo una Agenzia per il Miglioramento della Qualità del Lavoro Artigianale. Capisco che i tempi siano cambiati, ma è ormai chiaro a tutti che non sempre i tempi cambiano per il meglio. Abbiamo bisogno di una regolamentazione, ma questa a mio avviso deve il più possibile essere ispirata al rasoio di Occam, e la legislazione dovrebbe il più possibile prevedere un controllo diretto (da parte della struttura amministrativa già esistente) oppure un autocontrollo che a sua volta viene vagliato dalla struttura amministrativa esistente, evitando il più possibile il ricorso ad agenzie esterne. Qualcuno (Rubele?) mi spieghi per cortesia chi e dove e quando e come ha dimostrato che queste agenzie esterne sono indispensabili per il bene comune. Esiste già una esperienza internazionale? Bene: quali risultati concreti ha ottenuto? vagliati da chi? controvagliati da chi? Che ci sia bisogno di una migliore autoregolamentazione, di un migliore controllo da parte della amministrazione centrale, ecc, su questo non ho dubbi. L’esempio molto concreto (viva la concretezza) avanzato da Stefano Semplici, sul fatto che il professore deve essere in persona responsabile delle lezioni e del ricevimento studenti ecc è molto centrato. Ecco, bisogna parlare di cose concrete molto semplici da verificare, smantellando una volta per tutte questo bizzarro processo in fieri, basato sulla Teoria Astratta sul Miglioramento della Qualità (un miglioramento che naturalmente deve essere “continuo”) che distruggerebbe l’università in pochissimo tempo.

    La nostra storia, dico la storia dell’umanità, è una storia fatta di progressi e di involuzioni, di passi in avanti e di passi indietro. Abbiamo proprio bisogno di riempirci la bocca di queste belle parole, quali “miglioramento continuo”? Appare ovvio che sia meglio migliorare che peggiorare. Ma dove sta scritto che l’alimentazione, da parte dei governi, di questa industria e di questo apparato burocratico, porti a un miglioramento? Ho iniziato a leggere uno dei due documenti che Rubele mi ha dato come compito per casa. Esso si basa su alcuni assunti indimostrati. Una teologia. (Per tacere del fatto che il Processo di Bologna si basa su quella cosa insensata he è il sistema dei crediti: “mi dia un etto di mortadella” ha senso; “mi dia un credito di algebra lineare” NON ha senso. E non ha neanche senso, come modo per “comparare” gli insegnamenti impartiti da docenti diversi, misurare il tempo della lezione: docenti diversi hanno stili diversi e daranno cose diverse agli studenti: signori e signore: stiamo parlando di cultura, NON di bulloni!).

    Quando facevo le elementari, ogni tanto veniva un “ispettore”, e a me sembrava di percepire un timore per queste ispezioni, da parte del mio maestro. Mi sembrava strano che il mio maestro potesse aver paura di qualcuno o di qualcosa, ma mi sembrava che avesse paura dell’ispettore, che, entrato in classe, prendeva uno scolaretto a caso e gli chiedeva di leggere un brano a caso, o di applicarsi su un problema di aritmetica.

    Le soluzioni non devono essere barocche, o basate su astruse e astratte teorie mutuate dal settore manifatturiero. Le soluzioni, siccome sono pensate per il bene comune, devono essere comprensibili dalla Zia Angela. Terra terra, concrete, facilmente attuabili. E devono generare poca carta.

    • Per Fausto, sulla zia Angela. Sono d’accordo sulla semplificazione, in generale, ma direi che anche l’idea dei crediti didattici ci rietra. Questi crediti dovrebbero infatti semplificare il riconoscimento degli esami svolti in qualunque sede universitaria europea, attraverso una moneta, un gettone comune. Se, cioè, il nipote di zia Angela vuole andare a fare qualche esame a Madrid, probabilmente la zia approva (e vorrei vedere) e capisce che se il nipote prende 6+6 gettoni a Madrid poi può portarseli in Italia dove i gettoni hanno lo stesso valore legale. E se è contenta zia Angela, lo siamo anche noi 🙂

  2. Precari, precari, precari, precari, precari…………………..

    ne sta parlando anche La Corte di Giustizia delle comunità europee, dopo che la Corte Costituzionale a rimesso ad essa la questione, per quanto riguarda la scuola, ma sempre di pubblico impiego si tratta e anche dello stesso Ministero, che è il Miur.

    vedere

    http://www.arezzonotizie.it/art_generi/art_attualita/precari-scuola-250-ricorsi-ad-arezzo/

    http://www.statoquotidiano.it/02/06/2014/pantaleo-madia-precari-scuola-stabilizzare/214338/

    e non ne parliamo noi? e non ne parla Roars.it? e non ne parla la Commissione cultura alla Camera?

    Forza, parliamo dei precari!

    • Mandateci qualche bell’articolo sul tema. Non domandarti cosa Roars fa per te ma cosa puoi fare tu per Roars … 🙂

  3. Complimenti all’autore di questo post, che trovo chiaro e utile.
    L’ANVUR è andata oltre il (già brutto) decreto Gelmini e soprattutto oltre le intenzioni dell’Europa.
    Inutile poi, sempre parlando di ipocrisia del sistema politico e dei poteri annessi, riempirsi la bocca sulla centralità della formazione, della didattica ecc. quando il valore del docente viene nei fatti costantemente declassato con un’ASN e una distribuzione di fondi che lo ignorano, con un turn-over al ribasso, con stipendi bloccati da quattro anni, con il mancato riconoscimento del ruolo docente a chi fa didattica da dieci anni e passa.
    Che centralità sia, ma che lo sia però da tutti i punti di vista.

  4. Lilla: semplificare non significa dire cose senza senso, cioè senza contenuto: 6 crediti di algebra lineare non significano nulla: bisogna vedere il contenuto, cioè il programma, gli argomenti svolti, i teoremi dimostrati;
    semplificare non significa illudersi di comprendere qualcosa che non ha senso, e quello che la Zia Angela pensa di comprendere, nel tuo esempio, non ha senso, questi gettoni non hanno senso, hanno un senso convenzionale a cui non corrisponde nulla di preciso. Le ore di lezione? ma bisogna vedere che cosa hai fatto in quelle ore di lezione!
    Se leggi la definizione di credito nel D.M. 509/1999 o nel D.M. 270/2004, ti accorgi che quella definizione non ha senso. Che razza di riforma può mai essere quella basata su una definizione senza senso?

  5. Caro Fausto, e’ vero, bisogna anche vedere cosa si è fatto a lezione. Ma rendere uguali i programmi è qualcosa che non è possibile fare, quindi il linguaggio comune va creato su altri presupposti. La similarità dei programmi è sufficiente (almeno da noi, come commissione internazionale), ma il titolo di studio per valere ovunque ha bisogno di un riconoscimento che deve basarsi su criteri concordati. Il credito è diventata l’unità di misura comune per non lasciare il riconoscimento ad una soggettività a volte inconcludente o ingiusta se applicata a studenti diversi da università diverse. Come in tutti i casi, va bene dolersene ma perché questo non diventi un esercizio fine a se stesso serve nel contempo dare un’alternativa valida.

    • Cara Lilla,

      in primo luogo devo osservare che una alternativa valida esiste, è esistita per secoli: si guarda ai contenuti. Il “linguaggio comune” che tu invochi è semplicemente il contenuto. Il teorema di Rolle lo hai studiato oppure no? Il teorema fondamentale del calcolo lo hai conosci oppure no? eccetera. Quando il giovane Ascher Zaritsky arrivò nella capitale mondiale della geometria algebrica, Castelnuovo gli chiese di accompagnarlo verso casa e durante la passeggiata si fece raccontare che cosa avesse studiato. Alla fine della passeggiata Castelnuovo aveva deciso quale fosse la collocazione giusta per il giovane matematico (che poi cambiò nome in Oskar Zariski). Rendere uguali i programmi è una cosa che non è possibile fare, tu scrivi. E meno male! Se no diventiamo tutti uguali come macchine. Ma non è un problema. Se viene uno studente dalla Spagna, dove ha sostenuto un esame di algebra lineare, si vede il contenuto. Dov’è il problema? Il linguaggio comune esiste già ed è il contenuto. I “criteri concordati” che tu invochi si basino sul contenuto. Tu hai paura di una “soggettività a volte inconcludente o ingiusta”. Lo sapevo, la paura della soggettività. Ma noi siamo inerentemente esseri soggettivi. Perché tutta questa aspirazione a diventare dei bulloni? L’alternativa valida esiste ed è esistita per secoli, e durante questi secoli ha prodotto del progresso civile e culturale. Il “credito”, che non ha alcun significato, è diventato una pseudo unità di misura, che non misura nulla, perché lo scibile non può essere misurato. Castelnuovo si metterebbe le mani ai capelli, se sapesse di questo sistema dei crediti. A me sembra imbarazzante basare una riforma su questa assurdità.

    • Be’….pur non assomigliando io affatto ad un bullone, sì, la soggettività in certi casi mi fa paura: se dovessi affidare il calcolo del mio compenso per ora didattica (seguendo il ragionamento di non pesarla mai, la facciamo gratis? :-)) a due valutatori che la pensano in maniera opposta, passerei qualche ora preoccupata che per qualche ragione prevalesse quello che pensa che il mio compenso orario valga quanto un corso di lingue De Agostini. E in realtà mi è successo, ci è successo, perché la retribuzione aggiuntiva dei ricercatori per ora di lezione, post-decreto Gelmini, non si scosta tanto da quella cifra.
      Ma tant’è, in certi casi occorre misurare per mettersi d’accordo, ma bisogna valutarne la necessità effettiva, la possibilità di farlo ed il modo in cui questo viene fatto.
      La soggettività nel comparare programmi diversi, di durata diversa, in percorsi di studio diversi ecc… diventa troppo variabile e questo può creare a sua volta troppa variabilità nei giudizi soggettivi e quindi disparità di trattamento. Resta quindi valido il giudizio soggettivo, attraverso l’approvazione di enti e consigli, ma è guidato dall’uso di un’unità di misura concordata.

    • Spesso, e anche questa volta, quando leggo qui su ROARS i modi diversi che ognuno ha di approcciare e discutere i problemi, mi tornano in mente quelle barzellette tipo “ci sono un matematico, un ingegnere, un informatico, ecc…”
      Per esempio questa:
      “Un matematico, un fisico un ingegnere sono sottoposti a una prova di sopravvivenza, chiusi ciascuno in una stanza spoglia di tutto fuorché di un materasso, con una scatola di sardine sigillata e una forchetta. Dopo un mese di clausura, quando vengono riaperte le porte della stanza, il fisico è morto appoggiato al muro su cui ha inciso, con la punta della forchetta complicati calcoli sull’energia dei possibili impatti della scatoletta sulle diverse regioni dei muri, secondo diversi angoli di incidenza. L’ingegnere è morto con i muscoli contorti dallo sforzo e con la forchetta deformata dal tentativo di trasformarla in leva per forzare la scatoletta. Il matematico è disteso immobile sul materasso, ma sembra respirare debolmente e muovere le labbra. Avvicinandosi, lo si sente sussurrare con fatica: “supponiamo… per assurdo… che la scatoletta … sia aperta …”

  6. Nel contesto generale del miglioramento della qualità del servizio non sarebbe male parlare anche degli stipendi…
    Con la legge Gelmini non viene più riconosciuta la carriera pregressa (la “ricostruzione”). Quindi per esempio un associato, qualunque cosa abbia fatto prima e qualunque sia la sua età, entra con 2400 euri netti al mese. Che non è molto lontano dalla metà di quanto percepisce un suo collega tedesco…Allora facciamo le ispezioni a sorpresa, licenziamo chi non sta almeno otto ore al giorno nel suo ufficio e puniamo chi non fa almeno 120 ore di didattica frontale l’anno. Così finalmente avremo raggiunto lo scopo…

    • “licenziamo chi non sta almeno otto ore al giorno nel suo ufficio”
      In biblioteca mai?
      Peraltro, le 120 ore sono un obbligo, per ora grazie al cielo ancora non siamo obbligati a stare in ufficio a incollare francobolli, anche se forse non manca molto. In compenso magari ci daranno i buoni pasto.

  7. @Francesco
    Mi dispiace che Lei non abbia colto l’ironia…
    Volevo semplicemente (operativamente) dire che la qualità del sistema si migliora anche e soprattutto motivando i docenti. Quello che sembra prevalere negli ultimi anni è la demonizzazione della categoria. E’ pur vero che l’università soffre di diversi mali, ma la mia esperienza diretta mi dice che la maggior parte dei colleghi fa più del proprio dovere, soprattutto se si considera quello che riceve in cambio (salario tra i più bassi del continente, pochi fondi e poche attrezzature). In queste condizioni è un po’ un miracolo che comunque si continui a pubblicare e a formare buoni laureati (che poi all’estero spesso vengono accolti a braccia aperte).
    Morale della favola: Francesco, beva un sorso di vino: forse l’aiuterà a comprendere l’ironia di chi scrive; propugnatori dei controlli a tappeto: sarà difficile rendere appetibile il sistema semplicemente accentuando la fase “repressiva”…

  8. Cara Lilla,

    la barzelletta è simpatica. Grazie 🙂

    Ora supponiamo, per assurdo, di tornare indietro nel Cinquecento, quando non c’erano i crediti formativi universitari (e nemmeno l’euro).

    Cesare de Seta scrive [1] che

    “nella sola università di Padova sono oltre seimila gli studenti iscritti nella seconda metà del Cinquecento alla matricola della “nazione germanica”. Anche Parma – dopo Padova s’intende – esercita una forte attrazione tra la seconda metà del Seicento e il nuovo secolo:

    “i convittori stranieri rappresentavano il 38 per cento del totale dei nuovi arrivati” [citazione da G.P. Brizzi, “La pratica del viaggio di istruzione in Italia nel Sei-Settecento”, in Annali dell’Istituto Italo Germanico, II, 1976, p.208 ]”.

    Scrive ancora De Seta [ibidem]:

    “A partire dal Seicento s’assiste infatti al radicarsi di un fenomeno parallelo e contemporaneo alla fortuna del Gran Tour: non solo la nobiltà rurale e l’aristocrazia inglese, ma il Kavalier e l’honnete homme – nel processo di generale ristrutturazione della formazione della classe dirigente europea – considera indispensabile un soggiorno di vero e proprio studio in una delle università o dei collegi religiosi disseminati per l’Italia;
    è un fenomeno che si mescola alla classica iniziazione del Gran Tour; è, per dirla in breve, parte del tutto. Come ha spiegato in indagini attente Gian Paolo Brizzi è un fenomeno di vastissime proporzioni che interessa austriaci, tedeschi, svizzeri, ungheresi, polacchi, inglesi, russi e francesi, ed è “estremamente significativo registrare nei collegi della penisola la presenza di giovani provenienti da città che pur ospita analoghe istituzioni a sottolineare il prestigio dei collegi italiani e il protrarsi della pratica del viaggio all’estero come momento fondamentale del momento educativo” [citato da Brizzi, loc.cit.].

    Se non ricordo male, Giordano Bruno, a Padova (nella parte terminale del suo vagabondaggio, subito prima del fatale trasferimento a Venezia) ebbe a che fare con uno studente tedesco.

    Ribadisco che non vedo dove la “soggettività inconcludente o a volte ingiusta” abbia fatto tanti danni 🙂

    Credo che l’Unione Europea abbia senso soltanto se conserviamo le nostre identità, frutto della nostra storia, non certo amalgamandosi verso l’indistinto della retorica europeista senza contenuto. E per mettersi d’accordo non è indispensabile misurare ciò che per sua propria essenza non è misurabile, anche a causa della contradizion che nol consente. Ci si mette d’accorso come in passato, senza usare unità di misura prive di senso.

    [1] In: L’Italia nello specchio del “Gran Tour”, pagina 136, Storia d’Italia, Annali, volume 5 “Il Paesaggio”, Einaudi 1982.

    • Caro Fausto, interessante, poi negli ultimi secoli deve esser successo qualcosa per cui il Gran Tour si fa verso l’estero.
      Ma, in qualità di ingegnera, penso che darò retta a te, in qualità di matematico. Infatti la barzelletta mostra che l’ingegnere, oltre a sembrare rispetto agli altri due un po’ rozzo nel lanciarsi sulla scatoletta armato di forchetta, muore di fatica e di fame probabilmente anche sudando e imprecando, mentre il matematico si stende sul materasso, fantastica su un possibile teorema della scatoletta ed è l’unico che sopravvive 😉

  9. @Francesco.
    Capisco, comunque bisognerebbe cercare di preservare sempre la capacità di cogliere le sfumature.
    Ma, a parte l’ironia, io insisto: nella discussione sulla qualità della ricerca e nei paragoni internazionali bisogna considerare anche il salario dei docenti italiani, che è uno dei più bassi d’Europa (tendenza: calo).
    Spesso ho paura che le grandi analisi e gli alti auspici, ancorché condivisibili e interessanti, finiscano per far perdere di vista proprio il “miracolo italiano”, il fatto cioè che ancora si riesca a produrre buona scienza e buona didattica nonostante il salario basso e le condizioni al contorno catastrofiche. Per esperienza diretta dico che, in genere, il ricercatore tedesco, se lo tratti male, si rifiuta di andare avanti. Come ogni lavoratore, anche il ricercatore/docente non accetterebbe di svendersi. Proviamo a chiederci, oltre alle questioni sui massimi sistemi, come si crede di poter attrarre uno studioso di pregio (e adulto/a, spesso con famiglia e figli a carico…) dalla Francia, dall’America o dalla Germania offrendogli 2400 euri al mese a Roma, a Milano o a Firenze. E’chiaro che, dati questi presupposti, l’internazionalizzazione del sistema resta una chimera… Quando si capirà che il sistema si rende appetibile offrendo buoni salari e buone condizioni di lavoro, sarà stato fatto un passo avanti. La semplice repressione finirà solo per frustrare ulteriormente quelli che ancora credono nel proprio lavoro.
    Scusate la franchezza, ma secondo me bisogna anche avere il buon senso di nominare i fatti concreti che rendono il nostro sistema disastrato invece di pensare che controllando ancora di più il personale si avrà la svolta epocale…

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