Vendere fumo pare essere l’azione di governo che meglio riesce a questo esecutivo. Magari con stile contegnoso (certo, deve piacere il genere, ma ammettiamo che dopo cotanti, sbracati predecessori persino questa condotta somiglia a un approdo), ma pur sempre fumo.

Prendiamo il ministro dell’istruzione, università e ricerca, Francesco Profumo, che si sta dedicando al suo compito con encomiabile impegno (o spaventoso accanimento, a seconda dei punti di vista).

Non pago di aver agitato come clava il feticcio della meritocrazia all’interno delle università attraverso il suo braccio armato (l’ANVUR = Agenzia Nazionale di Valutazione) e di essere il mandante della micidiale operazione valutativa in atto negli atenei, si sta applicando al mondo dell’istruzione di base, il settore della formazione più delicato e bisognoso di ogni cautela.

Nel caso dell’università, i primi risultati sono sotto gli occhi di tutti, per quanto le conseguenze più disastrose siano di là da venire: nomina governativa di un’agenzia indipendente (!) incaricata di valutare il merito di strutture e studiosi (e ovviamente esentata dallo stesso metro di giudizio che esalta), un sistema di valutazione raffazzonato, frutto di qualche fremito esterofilo, oltre che palesemente contrario ad ogni buonsenso, una serie di indicatori quantitativi spacciati per misura di qualità (per gli atenei: esami superati, dispersione, sbocchi occupazionali, brevetti; per i singoli studiosi: indici di citazioni, ranking di riviste e impact factor). E ancora: abilitazioni nazionali-fuffa –data la ridicola percentuale di assunzioni nella disponibilità economica della maggior parte degli atenei–, blocco del turn-over per un’intera generazione di giovani studiosi, elenchi e graduatorie di virtuosi e di reprobi; insieme, ovviamente, alla formula magica del “finanziamento competitivo” delle università evocata per mettere a tacere la realtà di tagli sempre più agghiaccianti al sistema pubblico della formazione e della ricerca, cui si intende rimediare con la possibilità di un aumento indefinito della tassazione studentesca (un articolo del decreto sulla spending review, rigettato dai senati accademici delle università di Bari e Torino, ha cancellato il limite del 20 per cento nel rapporto tra le tasse e il finanziamento che lo stato eroga agli atenei).

Un disegno complessivo che non mira certo a unire un Paese, ma a renderlo, nel migliore dei casi, irregolarmente florido e barbaro tutto. Questa operazione –che si chiami VQR = Valutazione Qualità della Ricerca o abilitazione scientifica nazionale– nel più disastroso naufragio di motivazioni scientificamente fondate e nella più desolante assenza di ogni seria problematizzazione metodologica; e neppure fatta salva l’efficienza amministrativa: decreti che violano le più elementari norme di costituzionalità, concorsi che rischiano di inabissarsi sotto valanghe di ricorsi, mediane che vanno e che vengono, per dirne solo alcune.

Né gli interventi sulla scuola sono meno deleteri. Dopo la trovata –questa tutt’altro che sobria e notevolmente pacchiana– dello “studente dell’anno”, non è ancora abbastanza la magra figura fatta col tirocinio formativo attivo, con la caterva di domande errate formulate da funzionari ministeriali voraci lettori di Wikipedia, scuse ufficiali del ministro ai partecipanti al concorso, graduatorie di merito emesse e poi ritirate e implementate. Si tira fuori dal cilindro il concorso a cattedre. Con tanto di interviste, passate in tutti i tg, a neolaureati speranzosi (ma fino a che punto l’ingenuità, allevata a non diffidare e a non respingere, può essere ancora innocente?). A parte gli articoli di sfrontata propaganda della stampa mainstream, persino il pallido PD ha dovuto mostrare una soddisfazione imbarazzata: in un contesto di sofferenza drammatica in cui 200 mila precari garantiscono da anni il funzionamento della scuola italiana, per i più giovani questo concorso rischia di essere solo una trovata pubblicitaria. Né risolveranno nulla le famose “quote” ventilate dal ministro.

Ma quello che fa davvero rabbrividire è l’annunciata procedura di selezione della nuova classe docente (vd. le anticipazioni di stampa e l’intervista concessa dal ministro a «Repubblica» 1/9/2012). Si parla di una modalità telematica: si starebbe lavorando a una prova selettiva da svolgere sul computer, utilizzando i supporti presenti nelle scuole (ammesso che, in strutture ridotte allo stremo, ci siano e risultino funzionanti…). Il tutto per accelerare le procedure, ma anche per fornire al candidato in tempo reale il giudizio sulla prova e l’eventuale promozione allo step successivo. L’idea sarebbe maturata dopo l’utilizzo dell’online per l’esame di maturità e la selezione all’ultimo concorso a preside (dove–sia detto per inciso– si trattava di selezionare funzionari, non educatori). Ottima idea! Cosa c’è di male –si dirà– a voler snellire la burocrazia delle scartoffie? E non dubitiamo che l’idea piacerà a buona parte della sinistra, incapace da tempo di abitare un orizzonte culturale diverso da quello cui dovrebbe contrapporsi.

Il fatto è che una simile procedura la dice lunga sull’impostazione della prova di preselezione. Si scopre infatti con raccapriccio che tale prova dovrebbe consistere in «test con domande di carattere logico-deduttivo, alcuni in lingua, inglese, francese, tedesco e spagnolo, e le altre per misurare le competenze informatiche» (citiamo dall’intervista rilasciata dal ministro a «Repubblica»). Solo dopo questa modalità si passerà a prove auspicabilmente meno strutturate, che non risulteranno, dunque, davvero discriminanti.

La scrematura della massa degli aspiranti docenti, lungi dall’accertare in modo rigoroso conoscenze disciplinari e maturità critica complessiva, viene affidata a una prova modesta e degradante, come mortificante è stata quella del tfa: quiz da televisione e/o da scuola guida. Ancora una volta, la disinibita opzione fra una prova scientificamente fondata (una composizione di senso compiuto in italiano, una traduzione dal greco o dal latino, ad esempio) e la cultura da videogiochi si risolve a favore di questi ultimi, mostrando a chiare lettere, da parte del ministro e dei suoi collaboratori, una considerazione virtuale e bassa della cultura.

Quello che Profumo ignora è proprio l’orizzonte complesso della conoscenza: la necessità cioè che un docente sappia confrontarsi con il senso della storicità delle culture, con l’evoluzione dei codici linguistici (il modificarsi delle forme e dei significati), in una parola con l’esercizio del pensiero critico. Questa capacità non sarà mai accertabile da un quiz ed è lontana anni luce dall’attitudine furbesca necessaria per districarsi nei test a risposta multipla.

Quello che Profumo non capirà mai è che da questo tipo di prova a quiz resta inevitabilmente esclusa e sanzionata ogni possibilità di problematizzazione teorica: che si tratti di quiz o di videogames, l’esperienza che si suggerisce è quella della suzione televisiva, della realtà epidermica, del gioco reversibile. E non importa quali valori implichino le conoscenze filosofiche, storico-letterarie o scientifiche: si tratta comunque di un orizzonte alto, che mette chi ne faccia esperienza in condizione di collocarsi alla sua stessa altezza (per accoglierli o per respingerli), di riconoscersi in un’idea –o in una possibilità– di umanità alta, generosa e libera.

 

 

 

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3 Commenti

  1. «test con domande di carattere logico-deduttivo, alcuni in lingua, inglese, francese, tedesco e spagnolo, e le altre per misurare le competenze informatiche» sono cosa ben diversa dai test del TFA.

    In particolare, la parte logica-deduttiva, che sembra essere quella prevalente, screma tutti coloro che non sono particolarmente “svegli”. Essendoci tanti aspiranti, scartare i meno “svegli” mi sembra una buona strategia, non vedo cosa ci sia di male.

    Già le sole 36 domande logiche-deduttive sono sufficienti a passare la preselezione, se vengono confermate le bozze che girano in questi giorni. Altrimenti, non vedo come non possa giovare anche una infarinatura di conoscenze informatiche e la conoscenza di una lingua straniera.

    Non va dimenticato che la preselezione si limita a bloccare chi non raggiunge un punteggio minimo, NON opera una valutazione comparativa.

  2. Concordo con Marc. Il problema, come al solito, sarà che le domande saranno fatte con i piedi e che metteranno alla prova plausibilmente virtù da telequiz. Ma in linea di principio test di base che mettano alla prova livelli elementari nelle capacità inferenziali e linguistiche potrebbero anche avere una funzione. Come al solito, però, dovrebbe essere ben chiaro che questi test non sono utili a selezionare i migliori, ma solo ad escludere gli inetti. Se a questo tipo di test viene richiesta elevata selettività, allora diventano immediatamente metodi distorsivi: ci si deve allenare per il tipo di esercizi da test e si finiscono per selezionare positivamente dei campioni di Sudoku.

  3. test con domande di carattere logico-deduttivo? da questi signori? Considerata la capacità logica dimostrata finora, le possibilità che abbiano un minimo di rigore metodologico sono le stesse che posso avere io di vincere le olimpiadi…

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