Segnalazioni

Sciopero per la Dignità della docenza universitaria: Osservatorio Stampa

L’avvio dello sciopero per la Dignità della docenza universitaria il 28 agosto 2017 ha ricevuto un’eco mediatica superiore ad ogni previsione. Con essa si manifesta, come è bello ed utile che sia in una società che finalmente sembra tornare a discutere di Università, un florilegio di opinioni e commenti nel quale si danno ovviamente posizioni divaricate. Per agevolare la prosecuzione del dibattito che avviene sui media muovendo da alcuni elementi condivisi in quanto “fatti” che hanno preceduto l’indizione dello sciopero, ROARS inaugura a favore dei lettori un monitoraggio redazionale della stampa che si sta occupando del tema. Questo post è un work in progress. Sarà quotidianamente aggiornato, inserendo in alto le fonti più recenti e facendo scorrere in basso quelle più risalenti. La rassegna opera necessariamente una selezione redazionale e non ambisce a coprire tutto il pubblicato fra web e stampa cartacea, ma i lettori possono segnalare alla redazione opinioni e prese di posizioni che siano ritenute d’interesse, che la Redazione si riserva di pubblicare. Nel sito del Movimento promotore dello sciopero è annunciata la pubblicazione di una rassegna stampa completa.

Quattro punti fermi.

Sull’evolversi dei fatti che hanno indotto a proclamare lo sciopero, cui si può decidere di aderire, o non, fino al giorno a suo tempo fissato per l’appello.

Sulla legittimità dello sciopero.

Sulle istruzioni per mettere in atto lo sciopero.

Sulle richieste avanzate con lo sciopero (sono riprese in calce a questo post)

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BERGAMONEWS, 8.9.2017, CARMINATI, Il nostro sciopero: una lezione sui diritti degli studenti (link al sito)

Quali sono i motivi dello sciopero? “Lo sciopero è proclamato dal Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria: il nome parla da sé. Dopo una lunga stagione di tagli all’università pubblica, lo Stato per cui lavoriamo ci ha differenziato da tutte le altre categorie del pubblico impiego, negandoci lo sblocco degli scatti stipendiali dopo quattro anni in cui gli stipendi erano stati congelati. A noi è stato riservato un ulteriore quinto anno di blocco (rispetto a tutto il pubblico impiego); inoltre gli anni di blocco non verranno mai conteggiati ai fini giuridici (diversamente, ancora, rispetto a tutto il pubblico impiego): è come se ci fossimo addormentati a San Silvestro del 2010 svegliandoci a Capodanno del 2016. Io lavoro come ricercatore e professore aggregato da 8 anni, ma è come se lavorassi da 3. Questo ha ricadute pesantissime in termini economici su tutte le fasce di docenza, ma in particolare su quelle più giovani e deboli come i ricercatori: si è stimata una perdita secca, calcolata lungo gli anni, di almeno 90mila euro. Quello che l’opinione pubblica non sa è che gli stipendi dei docenti universitari non somigliano neanche lontanamente a quelli stellari di altre categorie: un ricercatore con dieci anni di anzianità (più almeno dieci di formazione alle spalle, quindi all’età di 45 anni o oltre) arriva a malapena ai 2000 euro. Altra cosa che l’opinione pubblica non sa è che adesso gli scatti stipendiali non sono più “di anzianità”, ma attribuiti dopo valutazioni della ricerca, della didattica, della partecipazione effettiva alle riunioni istituzionali, e sono negati se il giudizio su tali attività è negativo, oltre che, ovviamente, in caso di gravi inadempienze disciplinari. Chiediamo che, come per tutti gli altri lavoratori del pubblico impiego, lo sblocco degli scatti decorra dal 1 gennaio 2015 anziché 2016; e chiediamo il riconoscimento giuridico del quadriennio pregresso, dal 2011 al 2014. NON chiediamo arretrati per tale quadriennio, perché è giusto per tutti aiutare il proprio paese in difficoltà economiche. Adesso queste difficoltà non ci sono più e le procedure valutative hanno definitivamente accantonato i timori che venga alzato lo stipendio a professori che non lo meritino.”

A cosa è dovuta una così, sembra, massiccia adesione da parte di una categoria che sciopera raramente? “Lo sciopero è l’ultimo passo di un lunghissimo cammino di difesa della nostra dignità: ogni nostra richiesta è rimasta inascoltata (o peggio, è stata ascoltata in apparenza e non nei fatti): nei documenti pubblicati sul sito del movimento c’è il sunto dei passaggi precedenti. Vorrei inoltre precisare che lo sciopero è stato annunciato molti mesi fa, volutamente, per lasciare spazio al dialogo col Ministro che però lo ha promesso senza metterlo in atto. La Commissione di Garanzia il 20 luglio ha pregato il Ministro di voler prendere in considerazione la possibilità di convocare i promotori dello sciopero per raggiungere un accordo, ma il Ministero non ha ritenuto opportuno farlo. Inoltre, lo svantaggio sopra evidenziato si aggiunge a tagli drastici del fondo di finanziamento delle università a partire dal 2008, tagli che hanno limitato fortemente sia le risorse per la ricerca sia quelle per gli avanzamenti di carriera e soprattutto hanno impedito un adeguato reclutamento di giovani ricercatori, con il risultato di rendere le condizioni di lavoro più difficili, con incarichi plurimi, immensa burocrazia, aumento del numero di studenti per docente, necessità di fare “supplenze” per mancanza di altri colleghi, sacrificando la ricerca senza la quale, è bene ricordarlo, la didattica non ha ragion d’essere, perché se il professore non studia e non si aggiorna potrà dare ai suoi studenti solo le conoscenze di base che vent’anni fa erano bagaglio ovvio di ogni studente di liceo.”

Quindi si tratta di uno sciopero che può avere una ricaduta positiva anche sui giovani… “Per le ragioni esposte sopra: lo Stato deve rendersi conto che garantire la dignità del corpo docente universitario significa riconoscere che l’alta formazione e la ricerca sono il puntello di un paese e di conseguenza significa assicurare un futuro alle giovani generazioni e al Paese. Non lo dico io, lo dicono le statistiche e analisti assai autorevoli.”

C’è una possibilità di revoca? “Certo: basta che il Ministro faccia quanto chiediamo.”

In una lettera pubblicata sul Corriere della Sera ha dichiarato che “gli studenti non sanno che cosa è uno sciopero.” Può approfondire la Sua affermazione? “Da quando è stata pubblicata la lista dei firmatari dello sciopero (che non sono gli scioperanti ma solo i firmatari! Anche chi non ha firmato può scioperare, e viceversa), sono stata più volte contattata via email dai miei studenti. Quasi tutti mi hanno chiesto se avrei scioperato; se l’appello sarebbe stato annullato; come mai le prenotazioni online all’appello sono aperte se c’è uno sciopero in atto. Ora, queste domande rivelano un’ inconsapevolezza profonda di uno strumento di lotta qual è lo sciopero, il cui obiettivo è quello di sensibilizzare i datori di lavoro e l’opinione pubblica creando disagio. Nel quale disagio rientra l’incertezza sull’effettivo svolgimento dell’appello, date le particolari modalità del nostro sciopero, che invito a consultare. Tra le incertezze c’è anche la possibilità di revoca, auspicabile nel caso il Ministro accolga le nostre richieste (paradossalmente, potremmo esporci a rischi nel caso dicessimo che scioperiamo e poi per qualunque motivo ci presentassimo all’appello d’esame). Immagino che gli studenti neppure sappiano che il docente che sciopera ha una trattenuta dallo stipendio per le ore non lavorate, e che al contrario di altre categorie (ad esempio i trasporti) i docenti si sono impegnati a recuperare l’appello fissando una data straordinaria dopo 14 giorni ma comunque in tempo per consentire ai laureandi di completare gli esami prima della sessione autunnale di laurea. In generale, mi pare che le giovani generazioni, specialmente a Bergamo, siano poco inclini a difendere i propri diritti attraverso forme collettive di dialogo e, se occorre, di lotta: lo si è visto in questi giorni, quando alcuni docenti hanno organizzato assemblee al posto dell’appello – andate deserte; lo si è visto anche all’interno degli organi istituzionali. Per esempio, la “commissione paritetica docenti-studenti” dovrebbe servire proprio a manifestare con forza qualora esistano motivi di disagio, per esempio di incoerenza o povertà dei percorsi di studio; ma regolarmente gli studenti in commissione dicono pochissimo, salvo lamentarsi molto nei corridoi. Lo sciopero non è un fossile di anni trascorsi, ma uno strumento di lotta pacifico e, speriamo, efficace. Di certo, se la situazione permarrà immutata, non sarà l’ultimo per noi docenti.”

LA REPUBBLICA (edizione di Napoli), 6.9.2017, VILLONE, Università, la sfida dei prof in sciopero

IL FATTO QUOTIDIANO, 5.9.2017, BELLELI, Sciopero docenti, se ho aderito è per non distruggere l’Università pubblica (articolo integrale online)

E’ in corso uno sciopero dei docenti e ricercatori delle Università pubbliche italiane, al quale peraltro ho aderito anche io annullando uno dei due appelli di esame previsti per il corrente mese di settembre, per uno solo dei corsi nei quali insegno. La mobilitazione dei docenti universitari sembra al momento piuttosto compatta ed è certamente inusuale nel nostro paese. Aderire all’iniziativa è importante: per docenti e ricercatori significa ritrovare la consapevolezza di essere membri di una categoria unitaria, capace di proporsi come soggetto politico. Troppe volte nel recente passato i docenti universitari hanno preferito, per interesse o piaggeria, schierarsi individualmente col potere politico costituito, anche quando questo si muoveva contro l’Università pubblica, e partecipare ad iniziative distruttive quali le Valutazioni della qualità della ricerca (Vqr).

RADIO ARTICOLO 1, 4.9.2017, DE NICOLAO, Non puoi difendere la dignità degli altri se non difendi nemmeno la tua (post integrale)

«Ci si è decisi a fare questo sciopero perché è chiaro che è in gioco la dignità  Una categoria che non reagisce a un provvedimento incredibile, come questo del “mutuo perpetuo“, è una categoria che ha perso la propria dignità, cioè che non ha neanche più il coraggio di rivendicare un trattamento uguale alle altre categorie. Vuol dire che ha introiettato quella retorica della colpa su cui si è basata gran parte della demolizione dell’università pubblica. Dopo di che, sono il primo a ritenere che non ci si dovrebbe fermare. Anzi, sarebbe grave fermarsi qui, perché questo discorso della dignità deve poi andare avanti su tutti gli altri piani. Non sono stati colpiti solo gli stipendi dei docenti. È stato colpito un asse portante dell’uguaglianza e della promozione sociale di questo paese. E sicuramente questa è una cosa grave, gravissima, più grave ancora dei nostri stipendi. Però, quando c’è un assalto alla dignità, non puoi difendere la dignità degli altri se non difendi neanche la tua». Giuseppe De Nicolao è stato intervistato da Radio Articolo 1 nel corso di una trasmissione intitolata “Università in crisi: il blocco degli esami“, andata in onda il 4 settembre. Oltre a De Nicolao, sono intervenuti M. Ricciardi, docente Diritto del lavoro, E. Marchetti, Udu, A. Arienzo, docente, P. Fanti, docente e segretario Flc Basilicata.

IL DOLOMITI, 1.9.2017, IZZO, Il professore universitario di fronte allo sciopero (articolo integrale online)

All’indomani dell’avvio dello sciopero nazionale per la dignità della docenza dei professori universitari alcuni colleghi hanno sentito il bisogno di dichiarare pubblicamente, sui social o sui media tradizionali, quali sono i motivi che li inducono a NON aderire alla protesta in atto. Non sorprende ed è anzi salutare che fra i professori universitari esistano modi diversi di vedere le cose e che si contrappongano argomenti esprimenti visioni del mondo non formattate in un pensiero unico. Poco appropriato appare, però, introdurre queste ragioni parlando di “penalizzazione” degli studenti. Così come evocare parole come “danneggiare”, “arrecare”, “colpire”, “scaricare”, “infliggere” e altri termini alludenti alla volontà di produrre un “nocumento” al corpo studentesco. Il “disagio” che invece questo sciopero comporterà agli studenti, con tutte le accortezze attentamente apposte dalla Commissione di garanzia sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, che ne ha dichiarato la piena legittimità, resta un disagio, un ragionevole spostamento di data nell’agenda, 15 giorni in più per preparare anche meglio l’esame che si sta studiando. E il disagio o il fastidio – lo sappiamo – non è risarcibile. E allora dove sta la sostanza di queste posizioni? Qual è il reale vulnus che un professore che svolge queste valutazioni starebbe responsabilmente evitando ai suoi amati studenti? Lo sciopero in atto è, nei fatti, uno sciopero bianco con una trattenuta stipendiale, che ha però un elevato valore simbolico. […] Il successo (o il non fallimento) di questo sciopero è la base per coltivare la speranza che il professore universitario italiano abbandoni il timore di rivendicare la sua dignità professionale e l’importanza del suo ruolo nella società italiana. E torni a essere protagonista delle scelte di sistema che vengono operate sull’Università, facendo sentire che alla dignità del suo ruolo ci tiene. Abbiamo tutti – e ripeto tutti – occasione per scoprirci – e non per caso senza la mediazione sindacale – uniti di fronte allo stesso interlocutore che è responsabile dei tanti misfatti che ROARS, alla cui redazione mi onoro di contribuire, non si stanca di raccontare ogni giorno. Solo così, solo devolvendo una giornata di retribuzione per dimostrare attivamente di ripudiare la postura distratta o dormiente che troppi di noi hanno tenuto di fronte alla vera e propria “Primavera silenziosa” (per citare Rachel Carson) che in questi anni si è compiuta ai danni dell’Università italiana, possiamo continuare a dare un senso al nostro impegno. Il valore simbolico di questo sciopero è almeno pari all’eco mediatica che la vicenda – a dispetto di tante previsioni della prima ora rivelatesi errate – sta avendo nella società italiana. Ed è un valore che non si può vanificare richiamando uno qualsiasi degli argomenti che sul piano formale sembrano esclusi da questa protesta. Si allude giustamente ai precari, che è quanto battersi a tutti i livelli affinché nella prossima legge di stabilità, invece di tentare di reintrodurre le ormai celebri “Cattedre Natta”, destinate a un manipolo di superpagati professori eccellenti nominati direttamente dalla Presidenza del Consiglio, siano immediatamente destinate risorse per alleviare questo gigantesco problema costruito a tavolino dagli alfieri della legge Gelmini a “nocumento” (vero, stavolta) dei giovani studiosi. Si tratta, però, di una priorità per la quale solo una categoria di professori unita nel nome della sua dignità professionale può tentare di battersi con credibilità nel corso di questo autunno. Ma il “ben altro”, al punto in cui siamo, davanti a sé non ha che il nulla. Un nulla al cospetto del quale chi fra noi vuol far sentire la sua voce al MIUR, al governo e a tutta la classe politica, chi condivide le ragioni della protesta, ma poi si scopre incapace di dare un segnale reale a costoro, continuerà – temo – a versare lacrime nella pioggia.

 

RESEARCH PROFESSIONAL (the UK’s leading independent source of news, analysis, funding opportunities and jobs for the academic research community), 30.8.17, PATERLINI, Wage Freeze prompts Italian professors to strike   

«Italy’s professors are staging a strike against stalling wages, with around 5,500 refusing to participate in the 2017 autumn exam season» (articolo integrale on line)

 

La REPUBBLICA, 30.8.17, De Nicolao: Bloccare gli esami è l’estremo tentativo per farci ascoltare

«Si parla di cifre, se si considerano solo tre anni di blocco, che possono superare i centomila euro per un ordinario a metà carriera e si aggirano sugli 80mila euro per un giovane ricercatore. Non sono spiccioli Non chiediamo aumenti, ma quello che ci hanno sfilato, e solo a noi, dal portafoglio. È come se ci avessero chiesto di contrarre un mutuo senza darci la casa. Se accettiamo un esproprio di questo tipo abbiamo perso dignità. Sarebbe come ammettere di essere colpevoli, ma di cosa? Al di là di intollerabili episodi sui concorsi, il nostro non è un sistema marcio. A me sta a cuore lo stipendio, ma soprattutto che gli studenti possano accedere all’università. La nostra rivendicazione non è che il primo passo, l’urgenza sta nel diritto allo studio. Penalizzare noi significa far passare il messaggio che l’università non è un settore strategico e importante, ed è stato così in questi anni se si pensa che dal 2010 ad oggi abbiamo subito un taglio del 20% in fondi, personale e studenti iscritti. […] Siamo arrivati a questo dopo anni di mobilitazione: tanti tentativi di farci ascoltare caduti nel vuoto. Per noi è un dolore colpire gli studenti, ci ho pensato a lungo prima di decidere per lo sciopero. Con amarezza, osservo che solo così abbiamo ottenuto attenzione. Pronti a fermarci anche domani, comunque, se arriverà una proposta concreta dalla ministra Fedeli».

La REPUBBLICA, 30.8.17, Marattin: Una battaglia giusta ma così ci perdono solo gli studenti

Gli universitari mettano allora in discussione anche i privilegi di un contratto di diritto pubblico». Quella di Luigi Marattin, 38 anni, ricercatore di Economia politica all’università di Bologna, consigliere economico del presidente del Consiglio, chiamato da Renzi ora con Gentiloni, è più che una provocazione. In premessa, precisa che parla a titolo personale, in veste di docente.
Lei non sciopererà, dunque, anzi chiede ai suoi colleghi di rinunciare ai “privilegi”. Quali sono le sue motivazioni? «La questione del blocco degli scatti sollevata dai colleghi è legittima e giusta. Ma onestamente, anche se è nella natura di uno sciopero creare disagio, così si va a colpire gli studenti che non c’entrano nulla».
Anche uno sciopero dei trasporti colpisce l’anziana signora che prende l’autobus. «Sì, ma questo non è come uno sciopero dell’Atac a Roma, dove si potrebbe rispondere che l’anziana signora elegge il sindaco contro il quale viene fatto lo sciopero».
Ma nel merito, perché è contrario?
«Nel 1993 il rapporto di pubblico impiego fu privatizzato, ma non per alcune categorie tra cui gli universitari. Se per le altre, come magistrati, prefetti e militari, è sensato che rimanga così, per noi è ora di cambiare. Abbiamo un contratto di diritto pubblico con aumenti stipendiali legati, diciamo così, al volere del “sovrano”. Ma abbiamo anche le garanzie previste da questo tipo di contratto. Da un lato dunque abbiamo aumenti solo se il Parlamento si sveglia, dall’altro maggiori tutele. Perché contestare solo un aspetto, come si fa con questo sciopero, senza mettere in discussione l’altro? Io comunque allargherei la questione».
In che modo?
«Va bene chiedere soldi, tra l’altro in questo caso sono soprattutto le mie tasche in quanto assunto nel 2009, tra i più giovani, ad essere colpite. Ma almeno lo si faccia insieme alla richiesta di riforme di sistema».
A quali riforme pensa? «Intanto una riforma dello status giuridico che elimini il rapporto di lavoro di diritto pubblico. In secondo luogo la fuoriuscita degli atenei dal diritto amministrativo, pur rimanendo orgogliosamente pubblici come Berkeleye le università inglesi. Liberiamo i nostri atenei, almeno su base volontaria, da vincoli amministrativi come quelli di un Comune, per permettere loro di competere nel mondo. E poi interveniamo sulla valutazione: in 5 anni porterei la parte premiale su ricerca e didattica al 100%».
Ma chi sciopera contesta intanto la discriminazione sulle retribuzioni.
«In nessun settore, dalle banche al mercato del lavoro, funziona più il ritornello: dateci i soldi, poi ci pensiamo».
Riconosce almeno che l’università in questi anni è stata bistrattata?
«Non ha avuto la priorità che merita. E ha perso un miliardo dal 2011 al 2015. Ma vanno riconosciuti, negli ultimi due anni, una crescita nei fondi, il reclutamento di mille ricercatori di tipo B, l’esonero dalle tasse per gli studenti meno abbienti. Il vento sta cambiando, c’è bisogno di sostenere il vento».

La STAMPA, 28.8.17, Fabrizi: Scelta necessaria. Dobbiamo difendere la nostra dignità

Giancarlo Fabrizi, 54 anni, insegna Chimica all’Università La Sapienza di Roma dove è entrato nel 1994, percorrendo tutti i gradini della carriera universitaria fino a diventare docente di 1 fascia.

Era davvero necessario scioperare?

«Sì, era necessario. Ma sciopereremo seguendo la formula concordata con la commissione che ha indetto lo sciopero, quindi si tratta di una versione della protesta decisamente soft. Si sciopera il giorno dell’appello ma dopo due settimane si chiederà un appello straordinario».

In pratica per gli studenti vuoi dire rinviare l’esame di quindici giorni?

«Sì. Se il docente ha fissato un solo appello, ha l’obbligo di chiedere l’istituzione di un secondo appello straordinario dopo quindici giorni. Se, invece, ha stabilito due date si asterrà nella prima e gli esami si effettueranno tutti durante la seconda data. In questo modo non ci saranno problemi da un punto di vista didattico, gli studenti non saranno penalizzati. Vogliamo avere il massimo rispetto nei loro confronti».

Perché sciopera?

«Ho aderito per difendere la dignità di una categoria di persone che svolge con dedizione e attaccamento il proprio lavoro. L’adeguamento degli scatti non mi aggiungerebbero molto da un punto di vista retributivo ma le precedenti forme di protesta sono state totalmente ignorate. E’ mortificante. Lavoro dalla mattina alla sera in Università, sono professore di chimica, svolgo attività di didattica e di ricerca nonostante le difficoltà crescenti in cui siamo costretti a operare. Non voglio lamentarmi di queste difficoltà ma dopo oltre venti anni continuo a lavorare 9-10 ore al giorno, lo faccio perché lo ritengo giusto, perché è il lavoro che ho scelto e mi piace farlo bene. Ritengo di essere una voce che dà qualcosa a questo Paese e che, quindi, meriti di essere ascoltata. Invece il ministro non si è nemmeno presentato alla riunione indetta per parlare della nostra protesta. Ha mostrato la stessa indifferenza dei ministri che l’hanno preceduta. E’ per questo che ha senso scioperare, anche se lo faremo evitando di creare problemi agli studenti. Vogliamo difendere la nostra dignità che da anni stanno calpestando. Questo paese ha bisogno di un’università forte e di professori validi e motivati».

Pensa che la protesta vi permetterà di ottenere lo sblocco degli scatti?

«Non lo so. Me lo auguro perché siamo stati profondamente rispettosi nella nostra protesta e perché vogliamo soltanto ottenere un riconoscimento del nostro lavoro. Lo ripeto: la questione retributiva è un aspetto per far capire che i professori universitari non possono essere considerati una categoria irrilevante all’interno di una società che voglia pensare al proprio sviluppo».


Obiettivi del Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria: piano pluriennale di richieste (documento del 3.3.17).

In un’ottica pluriennale, le richieste del Movimento sono, in ordine di priorità, le seguenti:

1) subito si sblocchino classi e scatti stipendiali della Docenza Universitaria dal 1° gennaio 2015, la stessa data in cui sono stati rimossi blocchi analoghi per tutti gli altri dipendenti pubblici, in modo da riallinearla (insieme a quanto previsto al punto 2 che segue) a tutto il pubblico impiego dal 1° gennaio 2015, restituendole anche la dignità offesa;

2) subito per la Docenza Universitaria il quadriennio 2011-2014 sia riconosciuto ai fini giuridici, con conseguenti effetti economici a partire dallo sblocco delle classi e degli scatti dal 1° gennaio 2015, come avvenuto per tutti gli altri dipendenti pubblici.

Raggiunto questo risultato, che chiaramente è essenziale per poter acquisire la forza necessaria per proseguire nella lotta, la prima fase successiva sarà per ottenere nell’arco di un tempo ragionevole e verosimile di uno-due anni il finanziamento di:

a. 6000 posti da Professore Associato; infatti, non è logico mantenere nel limbo di un ruolo ad esaurimento 15000 Ricercatori a tempo indeterminato: se un ruolo ha esaurito davvero le sue funzioni, ed è davvero giusto metterlo ad esaurimento, allora non ha senso mantenere in tale ruolo 15000 Docenti a svolgere funzioni ritenute superate, ma occorre dare a tutti coloro che sono nel vecchio ruolo, seppure gradualmente per motivi di spesa, la possibilità di assumere le funzioni dei nuovi ruoli previsti;

b. 4000 posti da Professore Ordinario (abbiamo 19000 Professori Associati a cui occorre dare le possibilità di progredire);

c. 4000 nuovi posti da Ricercatore di tipo B: l’Università ha bisogno di nuove leve aggiuntive;

d. lo sblocco integrale del turnover, da destinare preminentemente ai Professori Associati;

e. un finanziamento ulteriore del “Fondo integrativo statale per la concessione delle borse di studio” di almeno 80 milioni di euro.

Superata questa seconda fase si potrà passare a una terza fase, da raggiungere nell’arco di due–tre anni, per ottenere il finanziamento di:

f. un ulteriore piano di assunzioni identico a quello appena indicato (quindi ulteriori 6000 + 4000 + 4000 nuovi posti);

g. uno stanziamento di 400 milioni di euro da destinare prevalentemente alla ricerca di base;

h. ulteriori 80 milioni di euro da destinare alle borse di studio dei nostri studenti.

Alla fine di questo percorso pluriennale avremo posto rimedio a tutti i problemi individuati nell’analisi fatta nel documento citato all’inizio: riconquista della dignità della Docenza messa in discussione, classi e scatti stipendiali ripristinati pienamente, concorsi mancati riattivati, organico ampliato con l’immissione di 8000 nuove leve, turnover sbloccato, fondi per la ricerca pressoché raddoppiati rispetto al 2010 e fondi per le borse di studio pressoché raddoppiati rispetto a quelli erogati nel 2016.

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6 Comments

  1. Utile, per vedere le posizioni. Condivido la necessità di dare un segnale di … esistenza in vita. Il valore simbolico sarà alto se, conseguentemente, si inizierà a riflettere su vari punti che hanno posto in ginocchio l’Università. Il piano presentato dal prof. Ferraro, mi pare ottimo. Dobbiamo poter contare su di lui e su chi si è attivato sino ad ora, perché ci tengano insieme e favoriscano la condivisione di proposte fattibili

  2. Mi colpisce molto il ragionamento: siccome gli universitari chiedono il ripristino dell’anzianità allora devono chiedere anche di levar loro i privilegi.

    Militari e magistrati non hanno avuto danni economici come gli universitari. Quindi leviamo loro i privilegi?

    Forse, ma solo forse, quelli che vengono chiamati privilegi sono le libertà e le tutele necessarie previste dalla Costituzione, per svolgere il servizio.

  3. Marattin secondo me è il distillato dell’opportunismo e dell’autolesionismo (di sicuro è iscritto alla flc 😉 ), ma è anche la voce del padrone… Un mix perfetto tra renzismo e ecomiaspaghetti (presto – se non lo ha già- lo vedremo con un isegnamento alla luiss o alla commerciale bocconi).
    Evviva roars

  4. Alessandro Sterlacchini says:

    Secondo la Nota del MIUR del 20 agosto 2017 (oggetto: Astensione dallo svoglimento degli esami di profitto nelle Università Italiane) gli atenei devono comunicare al Ministero (seconda pagina punto b)dell’elenco)il “numero dipendenti aderenti allo sciopero anche se NEGATIVO” (maiuscole mie).
    Fortunatamente, come si dice alla fine, i nominativi di quelli che aderiranno negativamente allo sciopero non dovranno essere comunicati.

  5. ho visto questa intervista sul FQ a De Bortoli (cernobbio), la francia è forte perchè hai dei veri poteri forti (evviva!! dobbiamo averli anche noi) e tutti i ministri vengono dall’ENA (appunto), anche l’Italia dice FDB ha una buona formazione (lasciamo perdere i problemi dice FDB) e si lasciamoli perdere… I nostri laureati si sanno far valere nel mondo (e si diventano bravi da soli ..), e noi citiamo “volentieri” il giornalino meneghino… mi permetto di allegare la breve intervista http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/02/francia-ferruccio-de-bortoli-ecco-perche-hanno-piu-successo-di-noi-anche-negli-affari/3832122/
    valutatela voi meglio di me..
    evviva roars

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