“Non sarà un buon docente chi è un semplice sperimentalista e non sia una persona preparata psicologicamente e al tempo stesso ricca di interessi filosofici.”

W. Wundt, Die Psychologie im Kampf ums Dasein, Kröner Verlag, Leipzig 1913.

 

 

 

C’è un aspetto, finora poco sottolineato nel rovente dibattito sulle abilitazioni, ma rilevante per il futuro dell’università italiana, che non è solo un’Accademia delle Scienze, o un CNR allargato.

In essa lo scienziato è tenuto ad essere anche docente, Jekyll e Hyde nella stessa persona (decidete voi, in base alle vostre preferenze, a chi tocca l’una parte e a chi l’altra). A tutti piacerebbe dedicarsi soltanto, o prevalentemente, alla ricerca scansando le pesanti ore di lezione, le interminabili giornate di esami, le tesi di laurea – non parliamo delle cariche accademiche, per fortuna opzionali – che però fanno parte dei nostri compiti contrattuali e per le quali pure veniamo pagati.

Queste incombenze si affacciano ogni giorno come l’irridente volto del nostro “doppio”, e ci fanno ritardare la stesura e la consegna di importanti articoli, o la conclusione di un saggio. Qualcuno più furbo tenta di ridurre al minimo il carico didattico, o il suo impegno in esso, con pesanti ricadute sulla qualità dei corsi. Giustamente i ricercatori ricorrono contro i pesanti carichi loro assegnati, che li distolgono dalla ricerca (ma senza il loro contributo alla didattica sopravviverebbe la disastrata università italiana?).

Consideriamo adesso che nelle nuove norme concorsuali l’abilitazione scientifica è anteposta a quella didattica (riservata ai successivi concorsi locali); non effettuare più in parallelo le due valutazioni, come si era fatto finora in modo secondo me più logico dovendo abilitare docenti e non solo ricercatori, Hyde e non solo Jekyll, fa correre alcuni rischi non trascurabili.

1) molti validi docenti, che da anni assumono pesanti carichi didattici e ottengono ottime valutazioni dagli studenti, possono essere tagliati fuori dai gradi successivi di carriera solo perché non superano (magari di poco) delle mediane centrate su aspetti relativi alle sedi editoriali dove i loro lavori sono stati pubblicati e alla loro citabilità: criteri che non distinguono contributi di 2 o 200 pagine, con 2 o 22 nomi, autori che progettano il lavoro e altri che lavano le provette, citazioni positive o critiche, essenziali o marginali o addirittura di “scambio”; criteri dunque non necessariamente, e comunque non esattamente, correlati alla qualità dei lavori stessi, e in ogni caso successivi al momento in cui la sede editoriale fu dall’autore decisa;

2) l’età accademica pesa in modo incongruo – chi ha fatto più anni di didattica è penalizzato rispetto a chi ne ha fatti pochi o niente dedicandosi solo alla ricerca – e peraltro con criteri incerti, considerato che viene definita in modo tale da prestarsi ad escamotage opportunistici da parte degli stessi candidati (la diffusa polemica sulla ponderazione per età da utilizzare è ben nota ai lettori di Roars);

3) verranno abilitati una moltitudine di colleghi – anzi, in alcuni settori molti più che in altri, per motivi non dipendenti dalla qualità reale, ma da criteri  di accesso diversi e diversamente usati dalle commissioni – che poi dovranno convergere negli imbuti dei concorsi locali, restando in gran parte in standby per un quadriennio, qualcuno forse per sempre.

Tengo a ribadire che contestando questi criteri di valutazione non si vuole rifiutare la valutazione tout court, con l’arroganza “baronale” che da tante parti – anche in alcuni interventi su Roars – si attribuisce a chi critica.

Giovani e meno giovani candidati, giustamente stufi di passare sempre dietro a persone incompetenti protette dai “baroni” e fiduciosi in questi criteri “oggettivi”, dovrebbero capire che proprio ai  “baroni” questi criteri offrono la certezza di poter idoneare ricercatori ignoranti e pessimi docenti: basta inserirli nei propri lavori e farli citare dai propri amici di cordata, oppure farli pubblicare nelle rivista di fascia A; poi saranno sempre loro a pilotare le assunzioni con gli pseudo-concorsi a livello locale, alla faccia degli altri idonei che nessuno chiamerà mai.

Quando critichiamo il metodo che ci viene propinato è perché  ci sembra incongruo proprio per la reale affidabilità delle valutazioni, a fronte di altri che appaiono (e risultano) più efficaci.

Esistono, basta guardare seriamente a sistemi esteri ben funzionanti, valutazioni ex post del tipo: “scegli e coopta come vuoi i docenti/ricercatori del tuo ateneo, pubblicizzando in dettaglio prima i criteri e poi gli esiti; la valutazione – da parte di agenzie realmente indipendenti – della loro produttività didattica e scientifica contribuirà a dire se e quanti finanziamenti, nazionali e internazionali, puoi ottenere; se scegli male, l’intero ateneo verrà penalizzato e, a ricaduta, il dipartimento che ha fatto male la scelta e le persone stesse che lo compongono (per esempio, con le parti variabili ed incentivanti della retribuzione)” .

Su questa base nessuno avrebbe interesse a consentire a colleghi “furbi” di perpetrare abusi o far passare scelte con criteri diversi da quelli meritocratici, sapendo che ne verrebbero intaccate le istituzioni di cui si fa parte e, a cascata, direttamente le proprie tasche.

Perché questo sistema può funzionare altrove – dove nessuno, che mi risulti, usa “mediane” per selezionare alcunché – e non da noi?

E perché proprio questo sistema di valutazione ex-post è proposto anche nel nostro Paese per il livello di accesso a posizioni universitarie (vedi le attuali regole per la nomina dei ricercatori, che di fatto sono essenziali per la didattica: Jekyll e Hyde in un unico ruolo) e invece cambia radicalmente per i livelli successivi?

E’ certamente importante assicurare la “serietà” delle valutazioni per non consentire le aberrazioni e le ingiustizie che si sono verificate in passato in alcuni concorsi. Ma un problema che riguarda le persone di commissari più o meno onesti non può essere risolto scaricando la “serietà” su conteggi numerici per nulla oggettivi e che rischiano di creare diverse, ma non per questo meno gravi, aberrazioni e ingiustizie.

O alla fine Hyde ammazzerà Jekyll, e forse dovremo assolverlo.

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37 Commenti

  1. La situazione è ancora più grave nell’ambito dell’area 6 – Scienze Mediche. I docenti dell’area delle Scienze Mediche hanno il diritto/dovere di espletare anche funzioni assistenziali graduate in relazione al loro ruolo di docenti (Ricercatori, Associati e Ordinari). Per esempio i professori ordinari, nell’ambito dei policlinici e/o della Aziende Ospedaliere Universitarie Integrate con il SSN, hanno anche compiti di direzione di Servizi o di Unità Operative Complesse e/o di Dipartimenti Assistenziali Integrati (DAI). Tutto questo perchè l’attività didattica e scientifica per il docente di Medicina è inscindibile da quella assistenziale.
    Fareste voi insegnare chirurgia, cardiologia o medicina interna ad un docente che, pur superando perfettamente le mediane, non ha mai curato un malato? Fareste a questo docente dirigere una UO ospedaliero od un dipartimento integrato di chirurgia generale?
    Qualcuno dirà che il concorso locale potrà specificare il profilo didattico ed assistenziale del ruolo che vuole chiamare. Ma cosa succede, però, se i più bravi chirurghi o medici che sanno perfettamente insegnare la chirurgia e la medicina sia nei corsi pre-laurea che in quelli di specializzazione non superano le mediane. Purtroppo potrà avvenire (speriamo di no) che coloro che non hanno mai eseguito operazioni complesse o mai curato malati complessi, ma avranno la loro abilitazione potranno concorrere nei concorsi locali e, se vincitori, dirigere UO Ospedaliere o Dpt Integrati.
    Poveri studenti….poveri malati.

  2. A mio avviso non c’è alcuna competizione o addirittura contraddizione (come tra un Jekyll e un Heyde) tra il docente didatta ed il docente ricercatore.

    Sono convinto, che una delle principali differenze tra la didattica delle scuole superiori e quella che viene fornita all’Università sia insita nell’attività di ricercatore del docente.

    Chi vive costantemente lo ricerca, e quindi contribuisce egli stesso allo sviluppo stesso della disciplina che vuole trasmettere agli studenti dà un sapore diverso alle sue lezioni, trasmette quel “dietro le quinte” che difficilmente può dare chi non vive la ricerca.

    Un esperienza mia personale, ricordo con affetto le lezioni di Chimica Generale del Prof. Paolo Corradini. (Per i non chimici, è stato il ricercatore che ha risolto la struttura raggi X del polipropilene isotattico nel gruppo di Giulio Natta).

    Da quelle lezioni, a parte l’indubbia padronanza tecnica di quello che si insegnava (e non solo quello) venivano trasmesse entusiasmo e voglia di partecipare a questo avvincente gioco che è la ricerca scientifica.

    La cosa è vera anche nella direzione inversa. Preparare e fare lezione su certi argomenti ci costringe a rivedere ed a riconsiderare in maniera nuova e diversa cose che consideriamo di base, scontate. Spesso da domande “innocenti”, ma poste da studenti molto perspicaci e vivaci nascono interrogativi che ci portano verso l’innovazione.

    • Proof Correction riga numero 6:
      “Chi vive costantemente lo ricerca”

      si legga: “Chi vive costantemente la ricerca”

      scusate il refuso che può essere misleading

    • Caro Giuseppe,
      sono assolutamente convinto che tu abbia ragione: in genere la **qualita’** dell’insegnamento e della ricerca sono positivamente correlate.

      Ma questo non contraddice i rilievi fatti dall’articolo: infatti se dobbiamo andare a considerare la **quantita’** (e questo stiamo facendo) allora la correlazione c’e’, ma e’ negativa (+didattica=-ricerca).

      Personalmente io sono convinto che, a regime, il sistema migliore sarebbe quello di permettere ai Dipartimenti potere discrezionale nelle assunzioni, ma poi regolare il budget dei Dipartimenti sulla base di una seria valutazione complessiva.

      All’interno di un Dipartimento e’ piu’ facile valutare (e valorizzare) l’apporto di ogni singolo docente, tenendo presente che l’obiettivo e’ massimizzare la performance globale (e non quella dei singoli: come in una squadra di calcio, nessuno incolpera’ un difensore di aver segnato poco).

      Purtroppo questo modello ideale e’ ancora lontano nel tempo, in quanto:
      1) non siamo certo a regime, la VQR e’ ancora una macchina in fase di rodaggio;
      2) il “concorsone” a numero aperto voluto dalla Gelmini e’ un treno in corsa, difficile pensare di fermarlo senza farlo deragliare (e forse deragliera’ per conto suo).

      Qual e’ la conclusione?
      Semplice: io temo che, comunque vada, sara’ un pasticcio 🙁

  3. Scusate. nel precedente commento non ho digitato la prima lettera del testo !

    Complimenti… L’articolo di Santo di Nuovo sintetizza egregiamente il parere mio e quello di tanti altri colleghi che hanno profuso tempo ed energie per svolgere al meglio, lezioni, seguire tesi, fare esami con correttezza e criterio, seguire dottorati di ricerca. tutte persone che rischiano di essere scavalcati da chi ha, negli anni,”svirgolato” tali impegni e si è dedicato solo alla pubblicazione di articoli, spesso con tesi al limite dell’assurdo ma che portano tante citazioni (non fosse altro per smentire gli assunti o le conclusioni dei lavori pubblicati). Solo che l’abilitazione dovrebbe essere per l’insegnamento e non per la mera ricerca, elemento importante, ma non unico, per essere ritenuto un buon professore universitario. Così facendo si rischia di immettere ancora docenti, anche bravi nei lavori di nicchia, ma al limite dell’autismo e che, quando si interfacciano con chi non sia un semplice terminale, hanno grossi problemi di comunicazione. A questo proposito, suggerirei di andare a guardare le rilevazioni statistiche degli studenti nei riguardidi molti “luminari” delle nostre Università. Se ne vedrebbero delle belle…

  4. “Le interminabili giornate d’esami”… Oh, ma c’è un modo per evitarle. Darsi da fare per uniformarsi alle “best practices” (un anglicismo ogni tanto fa bene) provenienti da “altrove”; dove la definizione di “altrove” è: al di là dei confini patrii.

  5. Curiosità: provando a compilare la domanda tramite il sito docente nella sezione “periodi di congedo” c’è un menu’ a tendina che riporta le principali motivazioni di congedo.
    Ricordo che i periodi di congedo dovrebbero influere sull’età accademica, diminuendola.
    Tra queste “motivazioni” c’è “Esonerato dall’insegnamento”.
    Lascio a voi i commenti.

  6. Serpeggia tra i colleghi l’assunto che chi svolge buona ricerca sia una frana nella didattica. Come se ci fosse una legge di compensazione, fondata non si sa su cosa, del tipo Qualità Didattica x Qualità Ricerca = costante.

    Questo assunto somiglia a tanti altri assunti accettati in maniera subliminale perchè ripetuti tante volte ed in vari ambiti, tipo quello che dice che “noi usiamo solo il 5% delle nostre capacità mentali” oppure “le figlie femmine somigliano sempre ai papà” etc, etc.

    • Per amor del cielo, spero proprio che nessuno voglia ricadere negli errori di proiettare in un mondo a 2 dimensioni (flat-landia) una realtà ben più complessa. C’è già chi vuol ridurre la ricerca di pregio a meri parametri numerici bibliometrici. Tutti noi conosciamo ottimi ricercatori che sono anche bravissimi didatti. Solo che, mi sentirei di dire, le due capacità non sono strettamente dipendenti l’una dall’altra. Si possono avere entrambe le doti, ma l’una non implica, necessariamente, l’altra. Il problema, a me pare, è che se vengono confermate certe interpretazioni “restrittive” dell’uso delle mediane, si focalizza il metro di valutazione dei candidati su un unico aspetto, quello della pubblicazione su riviste indicizzate, a scapito di altri aspetti, forse altrettanto importanti per una Università che sia veramente mezzo di trasmissione della cultura, anche nel senso di saperi trasversale.

    • Mi sembra che il discorso sia molto diverso. L’assunto e’ sul tempo, che, neutrini permettendo, e’ una risorsa finita. Quindi tempo dedicato alla ricerca + tempo dedicato alla didattica = costante.
      Se diminuisci il tempo dedicato alla didattica puoi dedicarne di piu’ alla ricerca. E purtroppo essere un bravissimo docente non fa diminuire la durata delle lezioni, ne la durata degli esami…
      Questo non vuol dire che non si possa essere bravi in entrambe le cose, ma tra avere una lezione a settimana e pochi studenti (=pochi esami) e tre/quattro lezioni e centinaia di studenti, perbquanto,si possa essere eccellentime’ chiaro che nel primo caso si e’ favoriti.

  7. @ Mandretta e Adinuovo

    E’ chiaro che il tempo è una risorsa finita. Ma non si può affermare che ci siano delle “interferenze costruttive” tra i due aspetti. Formare buoni studenti e formarli bene ha una ricaduta positiva sulla ricerca. Dedicare tempo e disponibilità alle tesi di laurea così come a quelle di Dottorato non è tempo sottratto alla ricerca. Se il corso è molto numeroso meglio ancora si può selezionare di più.

    Formare bene gli studenti del corso di laurea e stimolare qualche “vocazione” al lavoro di laboratorio non è tempo sottratto alla ricerca. Ovviamente il tutto richiede fatica e pazienza come per tutte le cose ma “Nothing in Life is Free” come dicono gli anglofoni.

    • Caro Giuseppe, quello che dici è vero quando insegni in un corso attinente con la tua attività di ricerca.
      Se insegni informatica di base a 300 psicologi o 200 ingegneri del primo anno, ti assicuro per esperienza che per la ricerca serve a nulla. Non esiste un laboratorio in grado di ospitare tanti studenti, ne le risorse economiche per attrezzarlo.
      Pur essendo stato apprezzato da parte degli studenti nessuno alla fine è mai venuto per la tesi ne tantomeno per un dottorato.
      Penso che questo discorso si possa ripetere per tutte le materie complementari ed anche per molte materie di base (esempio matematica, fisica e chimica ad ingegneria).
      Ovviamente tenere un corso “accattivante” all’ultimo anno della specialistica è ben altra cosa, ma la didattica non è solo questo.
      Il rischio è che per privilegiare la ricerca si sminuiscano i corsi base (che nessuno vorrà fare) e scompaiano materie complementari utili alla formazione culturale dello studente.
      Nessuno vorrà i tesisti con la media bassa che chiedono tesi compilative perché vogliono laurearsi in fretta, o i triennali che per la maggior parte sono ancora acerbi.
      Infine, come nota polemica, con questa attuale formulazione dell’età accademica se dovessi trovare un bravo studente gli sconsiglierei di partecipare ad un lavoro di ricerca, perché poi mi sentirei in dovere di mettere il suo nome nell’eventuale pubblicazione e questo lo metterebbe poi in seria difficoltà per una carriera accademica.

  8. Caro Giuseppe (Celenteron) Milano…

    non hai visto il “pressochè” nel mio messaggio? Anche io ho a che fare, per mia fortuna, con ragazzi appena usciti dalla nostra Università dotati di una preparazione e di capacità tanto innegabili quanto notevoli.

    Ciò non toglie che la nostra organizzazione didattica ed i nostri calendari (almeno quelli in Bicocca) sono demenziali. Il che non fa altro che rendere il sistema ostico per i più.

    A presto

    Marco Antoniotti

    P.S. E no! NON mi sto riferendo al 3+2.

    • Sono d’accordo e fai bene a sottolinearmi il pressochè. A proposito di demenzialità che dire dei meccanismi kafkiani delle nostre amministrazioni per quanto riguarda gli ordini di materiale da laboratorio, procedure di reclutamento etc.?

      Un esempio, vari assegnisti, borsisti del mio gruppo di ricerca sono stati (e sono) stranieri appena arrivati devono mettere su casa ed affrontare spese iniziali. Non sono mai stato capace di farli pagare in tempo lo stipendio, perlomeno un mese di ritardo lo devono sempre fare. Dargli un anticipo appena arrivati manco a parlarne. Spesso lo faccio di tasca mia a mio rischio e pericolo.

    • dunque, vediamo…croce non era laureato. ha pubblicato a sue spese la sua rivista per almeno due/tre anni. (ma magari quella poteva andare in fascia A, non era laureato, ma era comunque nipote di bertrando spaventa, che tra l’altro è stato docente di storia della filosofia a bologna, ma ha insegnato anche a milano e napoli – vado a memoria su milano). considerato che prima dei 50 anni (età media dei ricercatori qual è? 49?) aveva scritto tre/quattro monografie, svariati articoli su riviste, e che la sua a un certo punto viene rilevata da laterza, direi che croce le mediane le avrebbe passate (poi il concorso locale lo sistemava lo zio bertrando, semmai). resta la sconsolante certezza che pur non essendo strutturato ha fatto alla filosofia italiana una marea di danni decennali. anche perché in cattedra c’è andato chi si è formato su/con lui. con buona pace del collega umanista direi che non poteva fare più danni in accademia di quanti ne abbia fatti fuori. (potremmo licenziare i crociani però, siamo ancora pieni! 😀 )

  9. Nessun “nichilismo strisciante”, mi spiace di essere stato così male interpretato… la contrapposizione tra Jekyll e Hyde da me evocata non è certo un auspicio, ma un timore conseguente alle regole imposte da mediane e sistemi di pesatura della scienza!
    Ho sempre creduto nella stretta e proficua associazione tra didattica e ricerca; anch’io potrei dare riferimenti di ex-allievi bravi sia a insegnare che a pubblicare, vincitori con merito di brillanti posizioni in patria e all’estero, ma non è questo il punto.
    Vorrei si evitassero distorsioni clamorose del sistema invogliando i giovani a privilegiare la ricerca scansando la didattica, e peraltro a concentrarsi sulla ricerca che risulta più “accademicamente utile” perchè procaccia citazioni anzichè su quella più originale ma che sarebbe meno citata…
    Ho riportato anche qualche proposta alternativa di valutazione che premi efficacia scientifica & didattica insieme.
    Non abbiamo bisogno di nichilismo ma neppure di acquiescente silenzio-assenso verso ciò che riteniamo dannoso!

  10. Ho grande stima di Santo Di Nuovo, autore del post di partenza di questa discussione. Anche se mi ha fatto piacere non ritrovare l’irredentismo poetico del “non riduciamo gli uomini a un numero”, il suo argomento Jekyll/Hyde non mi convince però fino in fondo.
    In sintesi:
    1) La valutazione scientifica precede quella didattica? Per forza: la ricerca è il carattere distintivo del docente universitario. Poi sceglieremo i ricercatori che sanno insegnare. Se facciamo l’inverso, usiamo un parametro adatto alla scuola e non all’università.
    2) “Si danneggia chi ha fatto tanta didattica”. Sbaglio, o eravamo noi a alzare la mano nei consigli di facoltà per istituire nuovi corsi di studio (che portavano nuovi posti)? Qualcuno di noi ha mai avuto pressioni dal ministero per aprire nuovi corsi? I carichi didattici ce li siamo auto-imposti, spesso al di là di ogni scelta sensata (avete letto le schede di istituzione dei corsi di studio, nella parte “sbocchi professionali? I racconti di Borges sembrano piatti e banali, di fronte a tanta creatività)
    3) “I primi a goderne sono i baroni, che fanno pubblicare chi vogliono loro”. Chi ha provato a pubblicare su riviste che hanno l’80% di tasso di articoli rifiutati fatica a restare serio, quando sente che è così facile pubblicare sulle riviste migliori. Chi ha sentito parlare di un capitolo di libro rifiutato, alzi per favore la mano.
    4) “I comportamenti opportunistici (auto-citazioni ecc.) minano il sistema”. Certo, ma è come per l’evasione fiscale: invece di considerarli un flagello divino, li vogliamo chiamare frode scientifica e comportarci di conseguenza? Quanto sarebbero ad esempio più puliti i dati, togliendo le autocitazioni? Non è vero che “tutti lo fanno”: premendo il bottone “Exclude self-citations” in Scopus si scoprono interessanti e sostanziose differenze di comportamento tra collega e collega….

    Questo per non mescolare le critiche al sistema con quelle alla sua applicazione. Da questo punto di vista il comportamento dell’Anvur è indifendibile: fretta, trascuratezza, opacità, c’è tutto. Ma non mi sento per questo di rinunciare a una misura oggettiva, da usare insieme a una valutazione più approfondita e discrezionale.
    Non so se la mediana o i terzili o altro dovrebbero indicare una soglia di accettabilità per passare di grado. So però che oggi la mediana per ordinario nel mio settore concorsuale è 5 lavori: se si aprono le pagine della valutazione spagnola e francese (due paesi simili a noi e che conosco meglio), si vede che lì non si potrebbe proprio proporre per il massimo livello della carriera un candidato con meno di 1 lavoro di un certo livello ogni 2 anni.
    Basta ricordarsi che misura oggettiva non vuole dire “misura vera”: vuole dire soltanto che tende a non mutare quando muta chi esegue la misura. Se Anvur mettesse fine all’opacità della base dati e dei metodi calcolo, potremmo avere degli indici oggettivi su cui ragionare: mica fare un atto di fede, ragionare pubblicamente.
    E’ come per i questionari degli studenti sulla didattica. E’ chiaro che non sono LA misura della qualità docente, ma sarebbero un dato oggettivo su cui ragionare. Invece sono pochissime le Facoltà italiane in cui questi dati sono consultabili. Privacy? Ma mi facci il favore, direbbe Totò.

  11. Marco Depolo è un docente di un settore completamente diverso dal mio ma questo è un commento che mi sento di condividere totalmente, perché ritengo che le sue considerazioni sono assolutamente applicabili anche al mio campo.
    Inoltre, vorrei aggiungere che nel mio settore (chimica) i dati primari per la massima parte delle riviste sono disponibili come “supporting information” e sono scaricabili gratuitamente. Non capisco il motivo perchè l’ANVUR non li renda accessibili. Come ricercatore pagato dal pubblico che utlizza soldi pubblici, è parte del mio lavoro pubblicare i miei risultati. Sulle mie pubblicazioni il mio nome lo scrivo io volontariamente. Ho fornito con la massima buona fede tutte le informazioni per riprodurre i miei esperimenti. Questa mi sembra la base del sistema di Peer Review e di comportamento etico nella scienza. Chi ha calcolato tutte le mediane ( tra il 15 luglio e il 27 agosto!!) ha fatto un lavorone di cui secondo me dovrebbe andare fiero, indipendentemente dall’uso che sarà fatto di questi dati. Questi “indicatori” rappresentano qualcosa? Per alcuni si. Altri sostengono che non hanno alcuna correlazione con la reale produzione scientifica e il merito. Entrambe le “fazioni” hanno validi argomenti. Entrambe le fazioni dovrebbero poter verificare i dati.
    Mettiamo a disposizione questa mole di dati per la comunità accademica, che saprà dagli il peso piccolo o grande che sia. Sopratutto l’ANVUR avrebbe validi argomenti per controbattere a delle polemiche strumentali. Sarò ingenuo, ma non capisco quali potrebbero essere le controindicazioni le rendere pubblico quello che è già pubblico…

    • Concordo, rendiamo tutto pubblico.
      L’unico motivo per non farlo è che siano false.
      Ma tanto è inverosimile che le mediane siano state calcolate male!!!
      Inverosimile quanto certo..

  12. faccio il pierino come al solito.
    Ritorniamo alle università del ‘200 e ‘300 dove erano gli studenti che chiamavano i professori, se validi, senza concorsi nè mediane, nè publlicazioni, ma in base alla loro scienza e capacità didattica.

  13. Con grande piacere leggo la risposta del collega e amico psicologo Marco Depolo, e ne condivido la sostanza.
    I punti di “divergenza” stanno nella mia convinzione che
    1) qualità scientifiche e didattiche andrebbero valutate in parallelo, non una pre-giudiziale all’altra (non mi sognerei mai di mettere la didattica PRIMA della ricerca, spero non si deducesse questo dal mio intervento!): altrimenti si rischia che i giovani privilegino l’una a scapito dell’altra, e entrambe sono connesse e utili. Se riunifichiamo Jekyll e Hyde forse è meglio che farli scontrare fra loro.
    2) che il sistema finora seguito abbia falle e lacune non c’è dubbio, il problema è non metterne in campo un altro che ha falle e lacune più grosse e radicali, se le falle riguardano non il comportamento abnorme o delinquenziale di alcuni commissari, ma le regole stesse nel loro complesso. E come voler cambiare la struttura delle navi da crociera per evitare che uno Schettino le mandi a sbattere sugli scogli. E lacune nel sistema ANVUR mi pare ce ne siano tante da tenere continuamente attivo Roars (e altri siti)… vogliamo parlarne, e correggere le storture, compreso il modo di calcolare – non abolire! – i parametri quantitativi, come diversi colleghi suggeriscono (ma l’ANVUR se ne frega)?
    3) il riferimento alla facilità di pubblicazione per baroni baronetti e loro vassalli era prevalentemente ai settori non bibliometrici. Ma avete visto le mediane di alcuni settori? non vi pare facilissimo far arrivare a queste mediane qualsiasi incapace? e questo incapace in ricerca e magari anche in didattica non ce lo troveremo a pressare per essere poi assunto a livello locale, sponsorizzato dallo stesso che gli ha messo il nome nelle pubblicazioni su riviste in fascia A di cui è condirettore? Aberrazioni del sistema, o prassi cui dovremo abituarci dove “bibliometrici” e “non bibliometrici” entrano in competizione nel proprio ateneo, e allora il bibliometrico che non arriva alla mediana, per lui molto più alta, e magari perchè ha dedicato tanto tempo alla didattica (ritornano Jekyll e Hyde), sarà scavalcato dal collega di stanza che sostituendo qualche volta il boss a lezione e con un paio di pubblicazioni in fascia A diventa associato…?
    D’accordo sulla abnorme proliferazione di corsi e didattica a scopi accapparratori di posti – anche se non dappertutto è stato così – ma non eravamo e siamo un una università di massa che (DI FATTO, lasciamo perdere i princìpi) può dare solo titoli culturali a prescindere – anch’io richiamo l’amato Totò – dalla professionalizzazione? O non ho capito nulla finora del sistema universitario italiano, che vedo improvvisamente svegliarsi alla “serietà” e vuole diventare come quello anglossassone (ma solo in un pezzo, mentre il resto rimane invariato)?
    Scusate, scappo a fare lezione altrimenti i miei studenti mi penalizzano nei giudizi, anche se poi nessuno li legge…

  14. Aggiungo, per comprendere il passaggio del confronto fra “bibliometrici” e non, che nel mio dipartimento convivono psicologo (bibliometrici) con pedagogisti, sociologi, filosofi, economisti (non bibliometrici). Senza questa concreta precisazione quanto detto resterebbe oscuro a chi sta in ambiti scientifici diversi e omogenei

  15. L’equilibrio tra didattica e ricerca si è definitivamente rotto a favore della ricerca. La didattica non ha più rilevanza alcuna. Per quelli come me che insegnano a classi di 300 persone è un problema serio, perché il tempo richiesto per la preparazione delle lezioni, per gli esami, i ricevimenti, ecc., è enorme. Stupidamente in passato pensavo che all’Università interessasse che l’attività didattica fosse svolta con serietà (ho sempre ricevuto valutazioni altissime in aula). Purtroppo mi sbagliavo, e poiché il mio datore di lavoro mi giudica solo sulla ricerca, a questa dedicherò tutte le mie energie. Non accetterò più tesisti e limiterò al minimo l’orario di ricevimento degli studenti.

  16. Goerz spero non dica sul serio…
    La didattica universitaria è una cosa troppo importante perchè smettano di crederci le persone che l’hanno sempre fatta con competenza e passione.
    Aggiungo al riguardo una ulteriore precisazione di carattere personale. Un collega attualmente emigrato all’estero che segue il nostro blog mi ha scritto meravigliandosi che nella mia università si facciano lezioni anche nel mese di settembre. Ebbene sì, in aggiunta al normale – anzi, per la verità, abnorme – carico didattico dei corsi di laurea alcuni di noi si dilettano ad “integrarlo” insegnando in master e perfezionamenti. Tanto per tenerci in esercizio!
    E nei week-end facciamo anche una dignitosa ricerca…

    • Anch’io penso che la didattica sia importante, e l’ho sempre fatta con passione e (spero) con competenza. Tuttavia pare non siamo in molti a condividere quest’opinione. La didattica ha danneggiato la mia carriera, se fossi stato più opportunista, se non mi fossi mai fatto trovare in Dipartimento, se avessi rifiutato di accettare tesisti, ecc., avrei avuto meno studenti riconoscenti e più pubblicazioni. E’ vero che il futuro sono gli studenti, ma è l’Anvur che mi valuta e che decide se farò carriera oppure no, non gli studenti. Questa situazione mi lascia l’amaro in bocca e sto pensando di mettermi a tempo parziale e di fare consulenza.

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