Nel prossimo mese di ottobre verrà nominato il nuovo direttore del Dipartimento “Scienze umane e sociali, patrimonio culturale” del CNR. Il direttore del Dipartimento, che sarà chiamato a gestire tutta l’area umanistica del maggiore ente di ricerca italiano, dovrà ispirare, promuovere, indirizzare, valutare l’attività dei venti istituti afferenti al Dipartimento, dovrà svolgere un lavoro gestionale-burocratico all’interno dell’ente e dovrà rappresentare l’anello di congiunzione tra il CNR ed il resto della comunità scientifica nazionale e internazionale. Compito molto complesso, che richiede notevoli qualità scientifiche, culturali, umane, organizzative, necessarie per trovare il punto di equilibrio tra due opposte visioni di Dipartimento: un Dipartimento assimilabile ad un piccolo CNR a fianco degli altri sei Dipartimenti, posto sotto la regìa del presidente del CNR; in caso contrario, un Dipartimento che rappresenta soltanto un inutile passaggio burocratico o, peggio, un ostacolo, al lavoro dei ricercatori in un contesto in cui gli Istituti procedono autonomamente[1].

Allo stato attuale si pongono alcune questioni relative al processo di selezione messo in atto dal CNR per l’assegnazione dell’incarico di direttore del Dipartimento:

–        il bando è ben congegnato?

–        il processo di selezione attualmente in corso è destinato a produrre un buon risultato?

La risposta alle due domande è sostanzialmente negativa.

Partiamo dal bando bando 364.121. Negli articoli 2 e 3 vengono definiti i requisiti richiesti ed i compiti da svolgere.

 

 

 

Dal bando, predisposto sulla base del Regolamento di organizzazione e funzionamento del CNR, si evince chiaramente che al CNR vengono prima i professori universitari e poi i ricercatori del CNR.

Il bando richiede inoltre che i candidati alla direzione dei Dipartimenti, come pure quelli alla direzione degli Istituti, abbiano un’età “giovane” compatibile con quella del collocamento in quiescenza[2]. Va osservato che i limiti di età non valgono per i membri del Consiglio di amministrazione e del Consiglio scientifico.

Viene previsto infine che il lavoro di direttore sia svolto a tempo pieno, sia incompatibile con tutta una serie di incarichi e che i dipendenti pubblici siano collocati in aspettativa.

Fino ad alcuni mesi fa, e cioè fino all’approvazione del nuovo Statuto nell’aprile del 2011, la struttura scientifica del CNR era organizzata secondo 11 Dipartimenti tematici. Nel campo delle scienze umane e sociali vi erano due Dipartimenti: “Identità culturale “ e “Patrimonio culturale”.

Al primo afferivano i seguenti Istituti:

Al secondo afferivano i seguenti Istituti:

Nel nuovo assetto organizzativo dell’ente i due Dipartimenti sono stati fusi in uno solo denominato “Scienze umane e sociali, patrimonio culturale”, denominazione che fa emergere un ibrido tra l’approccio disciplinare e quello tematico, tipico del CNR.

Il Dipartimento “Identità culturale” di fatto non è mai decollato. Dopo che il primo direttore, Andrea Di Porto, è diventato membro del Consiglio di amministrazione del CNR, si sono succeduti vari “facenti funzioni”. Il Consiglio di amministrazione, dopo aver procrastinato per anni l’emissione del bando per la nomina del direttore e dopo aver “audito” i tre candidati selezionati da un’apposita commissione, invece di nominarne uno ha deciso di non procedere per motivi mai esplicitati[3].

I criteri e le modalità di selezione del candidato definiti nel bando sono i seguenti.

 

Da un punto di vista scientifico-professionale si tratterà di trovare persone che siano non soltanto esperte nella propria specifica branca del sapere, ma che sappiano muoversi agevolmente tra la filosofia e la scienza politica, tra l’economia e la linguistica, tra il diritto e le scienze cognitive, come pure tra le tecnologie applicate ai beni culturali sviluppate da archeologi, architetti, chimici, fisici, geologi, ingegneri ed informatici[4]. Insomma per coprire tutto lo spettro del sapere del Dipartimento ci sarebbe bisogno di una persona con la visione di un sapiente rinascimentale, di grande cultura, eclettico, capace di fare una sintesi nell’enorme panorama delle scienze umane, sociali, naturali e della moderna tecnologia. Vengono in mente figure quali Umberto Eco, Roberto Vacca, Salvatore Settis, ma questi nomi non sono candidabili: ove avessero mai avuto intenzione di proporsi alla guida del Dipartimento, la loro domanda non sarebbe stata nemmeno presa in considerazione per via dell’età, troppo vecchi. Vedremo quanti degli oltre trenta esperti che hanno fatto domanda saranno dotati delle caratteristiche sopra ricordate.

Oltre all’alta qualificazione ed esperienza scientifica e professionale, il bando richiede l’alta qualificazione manageriale.

Attualmente è al lavoro la Commissione di esperti che dovrà indicare al Consiglio di amministrazione una rosa di idonei (tre) . La Commissione di esperti nominata dal CdA è composta da un sociologo-statistico (Anthony Masi), da uno storico della scienza (Paolo Galluzzi) e da un macroeconomista (Tullio Jappelli). Tutti eccellenti ed illustri studiosi universitari che saranno probabilmente in grado di valutare  la qualificazione scientifica e, sperabilmente, l’apertura culturale dei candidati, ma che non risulta abbiano le necessarie competenze per giudicare “l’alta qualificazione manageriale dei candidati, tenendo conto delle esigenze scientifiche e organizzative del Dipartimento”[5]. Ci si sarebbe aspettato che il CdA avesse inserito nella Commissione un esperto di management e qualcuno che conoscesse la macchina amministrativa dall’interno dell’organizzazione ma niente, per l’ennesima volta, si è fatto ricorso soltanto a professori universitari, lasciando a casa tutte le competenze disponibili all’interno di un ente con 7.000 dipendenti. Né si può pensare che le capacità manageriali possano essere valutate dai membri del Consiglio di amministrazione nel corso di un’audizione – ove mai ne fossero capaci.

Ma, ci si può chiedere, sarebbe immaginabile che un’azienda si affidasse, per l’assunzione di un proprio dirigente, ad una commissione formata da veri o presunti esperti soltanto esterni, peraltro non dotati di tutte le competenze necessarie, senza la presenza di chi conosce ed opera nell’azienda stessa? E non metterebbe nel conto la dura reazione del proprio personale che si sentirebbe umiliato per non poter contribuire alla prosperità della propria azienda, e potrebbe vedersi piombare in casa propria qualcuno inadatto alla funzione da svolgere per carenza dei requisiti necessari?

Dalla precedente analisi emergono alcune considerazioni.

1. La vicenda della selezione del direttore del Dipartimento mostra ancora una volta che le regole (Statuto, Regolamenti) scritte dagli universitari nominati dai politici che reggono le sorti del CNR e la loro applicazione prefigurano un ente in cui gli universitari agiscono da padroni e costringono i ricercatori dell’ente in una condizione di inaccettabile subalternità in casa propria.

2. Il bando appare troppo pretenzioso. Visto che per dirigere il Dipartimento si richiedono qualità scientifiche e culturali veramente speciali, capacità manageriali e dedizione assoluta, in sostanza si chiede al direttore di diventare una sorta di frate trappista che abbandona la vita mondana per chiudersi in convento, il tutto in cambio di uno stipendio dell’ordine di 130.000 euro annui, quante persone con tutte queste medaglie sul petto e relativi riconoscimenti professionali ed economici saranno disponibili ad assumere l’incarico? Molto probabilmente si giungerà ad una mediazione all’italiana: il direttore non avrà tutte le caratteristiche richieste dal bando e l’ente acconsentirà di interpretare in maniera “flessibile” il bando ed il contratto di lavoro consentendo al direttore di svolgere anche altre attività.

3. La Commissione per la selezione dei candidati appare inadeguata rispetto agli obiettivi prefissati.

4. I ricercatori degli Istituti del CNR sperano vivamente che, con il nuovo direttore, il Dipartimento finalmente funzioni, che non sia di ostacolo ma di ausilio al proprio lavoro, e che sia diretto da una persona che abbia capacità di ascolto, di ispirazione e di sintesi, e che sappia svolgere una vera funzione di leadership.



[1] Il tema del rapporto tra gruppi di ricerca e governance del CNR è trattato nell’interessante articolo di Diego Breviario “Strutture organizzative funzionali all’attività di Ricerca”.

[2] Al momento dell’emissione del bando la stima dell’età massima era di 61 anni.

[3] La mia congettura è che le motivazioni siano state di tipo extra-scientifico, visto che il Dipartimento era “di pertinenza” del vice-presidente del CNR, Roberto de Mattei, notoriamente legato al segretario di un partito dell’ex maggioranza, sostenitore del creazionismo (http://temi.repubblica.it/micromega-online/creazionisti-al-cnr-margherita-hack-ritorno-al-medioevo/) e convinto che il terremoto in Giappone sia stato “una voce terribile ma paterna della bontà di Dio” (video) .

[4] C’è da chiedersi se la decisione di fondere il Dipartimento “Patrimonio culturale”, con forte presenza di scienze “dure”, con il Dipartimento “Identità culturale”, che copriva le scienze umane e sociali, sia stata saggia. Forse sarebbe stato più opportuno che gli Istituti afferenti al Dipartimento “Patrimonio culturale” fossero stati collocati nei Dipartimenti con caratterizzazione scientifico-tecnologica.

[5] Il bando prevede che “La commissione procede con la valutazione comparativa dei curricola scientifico-professionali integrata da un colloquio al quale sono convocati tutti i candidati”. La Commissione appare più che idonea a valutare il livello di conoscenza della lingua inglese dei candidati: dall’analisi dei curricola disponibili in rete risulta infatti che i tre commissari hanno un’ottima conoscenza della lingua inglese.

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