I lettori più attenti forse si saranno già accorti, ma da una settimana il logo di ROARS è cambiato. Da tempo abbiamo dedicato una attenzione crescente alla scuola, alle politiche scolastiche ed ai temi della valutazione. Abbiamo così deciso di fissare anche nel logo questo passaggio.

ROARS non è più l’acronimo di Return On Academic ReSearch. Adesso è l’acronimo di Return On Academic Research and School Tutto il resto non cambia: gattino ruggente e caratteri, un po’ trash.  Un nome che richiama la neo-lingua con cui si parla di scuola e ricerca in questo paese (e non solo).

Dopo anni di roars ci siamo tutti sempre più convinti che non è possibile separare scuola e università. Che i disastri delle politiche universitarie e scolastiche dell’ultimo decennio hanno radici comuni.  Su questo continueremo ad intervenire come abbiamo sempre fatto.

Cogliamo l’occasione per sollecitare i lettori a inviarci proposte di post. Sul tema dell’università ormai i nostri autori sono diverse centinaia, quelli che scrivono di scuola sono ancora pochi. Tutte le proposte saranno vagliate in tempi rapidi dalla redazione. Qui potete leggere le avvertenze per i collaboratori.

Cogliamo anche l’occasione per ricordare che un modo concreto di sostenere ROARS è fare una donazione. Basta cliccare qui.

 

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21 Commenti

    • Eppure lo abbiamo anche scritto: “Un nome che richiama la neo-lingua con cui si parla di scuola e ricerca in questo paese (e non solo)”.

    • La giustificazione è anche peggiore. Ci si mimetizza rendendosi irriconoscibili e, quindi, assicurando lunga vita alla nazionalizzazione linguistica inglese della Repubblica Italiana.
      La linea di divisione tra progressisti e reazionari cade ormai lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono la lingua e la cultura italiana come motore di emancipazione economica, sociale, geopolitica del Paese e coloro che ne hanno permesso e continuano a permetterne lo svilimento, la consunzione e l’etnolisi finale.

    • Dieci anni di roars parlano da soli: siamo tra coloro che “hanno permesso e continuano a permetterne lo svilimento [della lingua e cultura italiana], la consunzione e l’etnolisi finale”. La scelta dell’acronimo lo dimostra chiaramente.Il nome lo dimostra chiaramente.

  1. Credo che la crescente attenzione di Roars verso la scuola sia sbagliata in generale ed ancora di più ora che esistono due ministeri separati.
    Sarebbe stato meglio creare un blog parallelo per la scuola che gode di molta più attenzione dai media, politica, governo e dalla popolazione.
    L’università ha visto un ministro dimettersi nell’indifferenza generale (compresi i suoi sottosegretari rimasti inchiodati alla poltrona).
    Disperdere la discussione dei rari accademici e ricercatori su temi importanti ma estranei al mondo unversitario non migliorerà lo stato di cose presente.

    • Non condivido la posizione.
      Sebbene ci siano tante differenze tra la scuola e l’accademia, magari con un po’ di lungimiranza, gli accademici avrebbero potuto guardare cosa avveniva negli anni passati alla gestione della scuola pubblica per prevedere cosa sarebbe accaduto loro dal 2010.
      Lo svilimento della figura del professore della scuola, perpetrato per anni, e la sua riduzione a scribacchino con finalità aziendali di scuole customer-oriented (mi perdonerà Giorgio Pagano) frequentata da studenti/clienti ai quali somministrare servizi, non era che l’inizio davanti al quale gli accademici hanno risposto nella migliore delle ipotesi con una pacca sulle spalle con sufficiente scontento.
      Avessimo avuto l’intelligenza di guardarci allo specchio oggi ci vedremmo per quello che siamo diventati: una massa di burocrati nell’azienda del padrone (che non è lo Stato), spesso contenti di esserlo, intenti a compilare i vari surrogati cartacei/digitali come GRIE, AVA, google scholar e via dicendo.

      Quindi ben venga parlare su Roars dei problemi della scuola e dell’accademia.
      Perché i problemi, contrariamente a quanto sostiene Fukuyama con la fine della Storia, cominciano proprio adesso, nell’era più ideologica che ci sia mai stata

    • Posto che scuola e università hanno vissuto e stanno vivendo fenomeni di marginalizzazione e di svuotamento tra loro correlati, ma non simili, la scelta di allargare il focus, mettendoli sullo stesso piano, a questi due ambiti a mio avviso renderà roars una voce meno autorevole sui problemi universitari, e potrà dare l’impressione di uno sviluppo in senso puramente sindacal-rivendicativo dell’identità del blog. Del resto, è anche vero che la precedente impostazione non è stata in grado di incidere più di tanto sulle scelte politiche effettuate dai vari governi, e che mediamente parlando il pesonale docente delle scuole è molto più consapevole della situazione e molto meno complice dell’aguzzino che lo stritola rispetto ai docenti universitari, categoria rispetto alla quale la sperimentazione sociale messa in atto da confindustria ha sortito, ormai da anni, gli effetti sperati. Ma roars era nata proprio per provare a rendere reversibile queto fenomeno: dunque mi spiace di questa ‘conversione’, non tanto per roars, quanto per l’università.

    • (anche da ricercatore di un EPR) tendo a condividere i dubbi di “Pasquale” e Fausto Projetti. La didattica e la divulgazione sono uno scopo ma non il principale di una istituzione di ricerca (e’ quella che chiamano la terza missione ? anche se non ho mai ben capito quali siano la seconda e la quarta).

    • Anche a me dispiace questo allargamento. E’ vero che l’università ha problemi in comune con la scuola, ma nulla vietava di continuare a trattarli, questi problemi, ospitando articoli e approfondimenti anche non di stretto interesse accademico, come Roars ha peraltro sempre fatto. Non si può fare tutto (o meglio, non si può fare tutto e farlo bene): come spazio di discussione per l’università Roars è unico e prezioso, mentre di spazi di discussione per la scuola ce ne sono a bizzeffe. Magari mi sbaglio, lo spero, ma intravedo due possibili esiti di questa scelta: o Roars finisce per sdoppiarsi (ma allora mi sembra che perda di senso l’operazione), o finiranno per essere marginalizzati tutti quei temi troppo specifici per essere di interesse comune fra i due mondi. Insomma, secondo me il gattaccio aveva ancora tanto da fare lì dov’era, mannaggia a voi…

  2. Come un grande sociologo e storico musulmano, Ibnu Khaldun scrisse nel Muqaddimah: “Nel corso della storia molte nazioni hanno subito una sconfitta fisica, ma ciò non ha mai segnato la fine di una nazione. Ma quando una nazione è diventata vittima di una sconfitta psicologica, allora questo segna la fine di una nazione “.
    Accettando il colonialismo linguistico inglese avete accettato la sconfitta psicologica là dove i Fascisti ne avevano, e ce ne hanno, fatto subire una fisica.
    Ma io continuo a lottare per non accettare la sconfitta psicologica.

  3. cari, volevo dire che plaudo alla vostra evoluzione e vi ringrazio per continuare a fare del vostro meglio.

    la scuola superiore e l’universita’ lavoravano insieme e lavoravano per far crescere la nazione all’epoca del risorgimento.
    fu il fascismo a creare le gerarchie, che ancora oggi diamo per scontate o inevitabili – non lo sono,
    e credo che bisogna tornare a guardare avanti.

  4. Trovo molto condivisibile allargare l’interesse a tutti i cicli (oggi si dice così) di scuola oltre a quello universitario. Questo perché essi sono accomunati dalla medesima pressione a cui sono sottoposti, ovvero quella della razionalità dominante e che ROARS testimonia da anni con acume.
    Smascherare questo principio uniformante improprio può portare a trovare un altro tipo di unità, pur nelle diverse peculiarità, ovvero quello del compimento dell’uomo al di là delle contingenze contestuali. Per una scuola libera ed umana (attraverso la cultura) a tutti i livelli.

  5. Concordo con le ragioni di Giorgio Pagano. Purtroppo stiamo assistendo ad un progressivo e indiscriminato usodi termini inglesi anche quando disponiamo di quelli italiani. In questi giorni tutti parlano di lockdown e ben pochi usano il termine confinamento. L’ignoranza dilaga: in un articolo di qualche giorno fa Corrado Augias citava la lettera di un lettore che usava l’espressione “out out” invece di “aut aut”. Qui non si tratta di andare contro all’insegnamento di Tullio De Mauro che sosteneva che la lingua non deve essere blindata ma aperta alla dinamica dello sviluppo delle relazioni e del sapere, ma c’è il limite posto dall’opposizione alla sciatteria ed alla pigrizia mentale. Ma, soptrattutto, al rispetto della nostra cultura e della nostra identità culturale nazionale – non dimentichiamo che l’italiano è la quanta/quinta lingua insegnata nel mondo.
    Va osservato poi che spesso usano termini inglesi persone che l’inglese non lo conoscono – ricordiamoci di Renzi con le sue slide (!) che quando, come presidente del Consiglio, si è prodotto in discorsi a braccio parlando in un inglese da corso intermendio Shenker, ci ha fatto fare una figura barbina in tutto il mondo.
    Concordo infine con la scelta della redazione di allargare la prospettiva anche alla scuola. Un blog come ROARS deve mantenersi come luogo della discussione del mondo della cultura e della politica senza i vincoli posti da piccole conventicole o, peggio, da posizioni simil-sindacali.

    • Ernest, nemmeno il plurale con le regole della grammatica inglese e nemmeno sottomettere per inviare, però dalla tua replica deduco che “anno usciti i verbi nuovi”…

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