Nelle ultime settimane diversi giornali italiani hanno ripreso e commentato un articolo dell’Economist secondo il quale, negli ultimi decenni, la ricerca biologica e biomedica è progressivamente decaduta giungendo ad un livello, diciamo, deplorevole. Basandosi su dati ottenuti da industrie farmaceutiche il giornale economico britannico concludeva che i risultati pubblicati sono riproducibili soltanto nel 25% dei casi, lasciando intendere che per il restante 75% essi sono probabilmente truccati o inattendibili.

Le cause di questo disastro sarebbero molteplici. Da un lato i ricercatori avrebbero abbandonato i criteri di correttezza ed obiettività sviluppati a partire dall’Illuminismo, per farsi guidare dal così detto publish or perish, la necessità di pubblicare per restare a galla; dall’altro il sistema di valutazione degli articoli da parte di altri esperti nel campo, il così detto peer review, è degenerato lasciando spazio ad opportunismi, se non a vere corruzioni; infine i ricercatori hanno perduto interesse per le conoscenze, necessarie per la stessa comprensione del loro lavoro, come la statistica, e quindi sbagliano senza neanche rendersene conto.

Il problema, secondo l’Economist, è di difficile soluzione anche perché le Istituzioni di promozione della ricerca, a cominciare dal National Institute of Health americano, non finanziano progetti di controllo, nei quali esperimenti già pubblicati potrebbero essere ripetuti e, nel caso, validati. Di conseguenza, per chi affronta la ricerca in un nuovo settore non esistono criteri per distinguere i risultati attendibili e quelli da scartare.

Come succede spesso nel nostro paese, un articolo pressoché apocalittico come questo ha sollevato grande interesse sollecitando ulteriori condanne. Si è scritto, per esempio, che molti progetti di oggi sono in realtà tecnicamente impossibili o scientificamente assurdi, eppure essi sono largamente finanziati e attirano molta attenzione. Oppure che esistono ricercatori che danno eccessiva importanza al patrimonio genetico (ma quanti sono davvero?), tralasciando i molteplici fattori che partecipano alla formazione della personalità umana. In base a queste considerazioni ci sarebbe da preoccuparsi. Rimane infatti da domandarsi se fare ricerca in campo biologico o biomedico sia ancora un’attività per scienziati o, almeno in parte, per personaggi ideologizzati e per volgari profittatori.

Per cercare di mettere un po’ di ordine in questa peraltro preoccupante situazione mi pare che sia opportuno domandarsi di che ricerca si parla. Infatti non mi pare che l’Economist e gli articoli di commento italiani si siano posti questo problema. Prendiamo per prima la ricerca di base, quella che viene condotta senza diretti fini di lucro. Questa ricerca, sostenuta da finanziamenti pubblici o da Fondazioni specificamente interessate, coinvolge una frazione non indifferente dei ricercatori di tutti i paesi avanzati. Dalle scoperte ottenute lavorando in progetti no profit sono nate molte delle applicazioni più importanti degli ultimi 50 anni. Quindi non si tratta di uno sport per signorine e per dandies ma della ricerca da cui nascono le grandi idee, i cambiamenti di impostazione scientifica e, alla fine, anche i premi Nobel. Pubblicare tanto, In questa ricerca, non è mai stato il merito principale. Il merito  principale è pubblicare bene, nei giornali di grande prestigio come Nature, Science, Cell e pochi altri. Per ogni laboratorio questo non è sempre possibile. Ciò non toglie che, se ci si riesce, un articolo sui top Journals abbia un peso assai maggiore di un certo numero di articoli pubblicati altrove. Naturalmente può succedere che anche articoli su Nature siano bidoni. Questo però non resta senza conseguenze. Infatti i controlli della cui mancanza parla l’Economist in realtà si fanno eccome. Li fanno i laboratori che vogliono entrare in una nuova linea di ricerca, e devono scegliere su quali conoscenze basarsi. Li fanno i competitori, quando si trovano davanti pubblicazioni in disaccordo con le loro idee e/o con i loro risultati.

D’altro canto può succedere che la non-ripetitibilità di un risultato dipenda non da un errore o da un imbroglio, ma da una differenza, magari apparentemente marginale, nelle tecniche usate: un anticorpo, l’attrezzatura disponibile, la durata di una incubazione. In questi casi può succedere che un ricercatore del laboratorio competitore sia ospitato per qualche giorno nel laboratorio in dubbio di inattendibilità. Questo perché, se il capo di quest’ultimo laboratorio alla fine verrà giudicato inattendibile, il suo futuro non sarà roseo. Avrà difficoltà a pubblicare bene ulteriori risultati, non sarà più invitato a Congressi, se è negli USA potrà anche rischiare di perdere il suo laboratorio. Insomma cadrà, almeno per qualche anno, in una situazione negativa.

Il quadro che vi ho presentato finora, basato essenzialmente sulla qualità delle pubblicazioni, è tutto rose e fiori? Naturalmente no. È vero che gli Editorial Boards dei giornali importanti giudicano più favorevolmente i laboratori che conoscono e di cui si fidano piuttosto che laboratori nuovi o poco conosciuti. Inoltre le scelte dei Boards dipendono, e molto, dagli argomenti studiati. Quelli “di moda” sono infatti preferiti a quelli considerati meno attraenti. Infine i revisori di questi giornali tendono ad essere estremamente esigenti e critici. Le loro richieste di controlli, di nuovi sviluppi della ricerca, di miglioramento dell’evidenza sperimentale possono essere incompatibili con le possibilità di singoli laboratori e dei loro finanziamenti. Ciononostante ritengo scorretto parlare, come spesso si fa, di privilegi di casta o di trucchi di potere, come se gli articoli dei gruppi principali fossero sempre accettati. Lavorando nel Board di un importante giornale ho visto un gran numero di articoli di membri della casta respinti, quando lo meritavano.

In breve, la ricerca di base, anche quella italiana, è il più spesso attendibile. Quando non lo è viene il più spesso scoperta e punita. E la ricerca di cui parlava l’Economist? Adiacente alla ricerca di base c’è la ricerca così detta traduzionale, quella cioè che intende tradurre in termini applicativi quanto la ricerca di base produce.  Qui la situazione è variabile. Da un lato ci sono laboratori indipendenti dall’industria, finanziati, spesso abbondantemente, dalle stesse fonti della ricerca di base; dall’altro laboratori che lavorano per l’industria, per affrontare problemi di interesse prevalentemente applicativo. Nel mezzo ci sono situazioni intermedie, in cui l’industria è importante ma non esclusiva. Per gli ultimi due gruppi la qualità dei risultati dipenderà molto dall’industria coinvolta e dal ruolo del laboratorio tradizionale. Se quest’ultimo gode di molto prestigio per l’industria sarà già importante stabilire contatti ed avere in anteprima notizia dei risultati. La libertà della ricerca non sarà quindi messa in discussione. Esistono numerosi esempi di iniziative particolarmente impegnative da parte di industrie che, per un certo numero di anni, hanno finanziato gruppi o interi Istituti alle condizioni di correttezza e serietà già accennate. In altri casi, specialmente quando la ricerca dipende in larga misura dal finanziamento industriale, le cose possono essere diverse. Non mi stupirei quindi se in questi casi ci fossero risultati difficili da ripetere.

Esiste infine la ricerca clinica, spesso legata alla validazione di un nuovo farmaco. Qui certamente la regola del pubblicare bene, piuttosto che molto, non è sempre seguita. Questo non vuol dire che non ci siano ottime ricerche cliniche, molte delle quali dipendenti solo in parte, o anche per nulla, dall’industria. Altre, però, potrebbero rientrare nel rapporto, non sempre cristallino, che molti clinici hanno con l’industria con i suoi propagandisti. Una cosa comunque è certa. Rispetto al passato l’interazione della ricerca clinica con l’industria è sicuramente migliorata in termini di serietà e di valore. Questo è dipeso dalle regole, italiane ed europee, che hanno posto limiti a rapporti di dubbia correttezza, ed anche all’aumentato prestigio scientifico di molti gruppi. Sicuramente c’è ancora molto da migliorare. Secondo me, comunque, la strada di oggi non è sbagliata.

Per concludere, le descrizioni apocalittiche di cui all’inizio mi sembrano eccessive. Se si considerano tutti gli articoli relativi ad problemi di interesse industriale, che escono oggi sulle migliaia di riviste scientifiche, di carta e on line, che esistono, è possibile che ci siano molti bidoni. Questi bidoni, però, non rappresentano lo stato della ricerca nel suo complesso. È vero che, tra i moltissimi progetti approvati in tutto il mondo ce ne possono essere alcuni, finanziati magari da bizzarri milionari americani, che sono tecnicamente impossibili o scientificamente assurdi. Essi però emergono dall’anonimato perché in Italia esistono giornali più interessati allo scoop che alla realtà, anche in campo scientifico.

Quello che deve essere chiaro, comunque, è che la serietà scientifica nata con l’Illuminismo non si è per niente allentata o corrotta. Anzi, emergere oggi nella scienza biologica e biomedica è certamente più difficile di qualche decennio fa. Secondo me, quindi, per tutti quelli che cominciano o continuano a lavorare nel campo, la sfida è senz’altro dura. Se però esiste l’interesse a farla, questa sfida, i problemi non saranno i bidoni o le congreghe dei competitori, ma piuttosto il rapido sviluppo della tecnologia, le scoperte incessanti, l’isolamento di cui soffre molta ricerca italiana, i finanziamenti insufficienti. Tutte cose che esistevano anche prima, ma che sono diventate ancora più pesanti e pressanti.

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4 Commenti

  1. Commentando e discutendo su Università e Ricerca di base (https://www.roars.it/online/stanno-uccidendo-l'universita/comment-page-1/#comment-17579) ho tentato malamente di sostenere la tesi che molta ricerca, travestita da ricerca di base, è solo un modo per tirare a campare.
    L’Economist, che non è l’ultimo arrivato e che spesso è citato come campione di verità economica, mi sembra dica di peggio.
    Dove sarà la verità?
    L’impossibilità d verificare la ripetibilità di un esperimento mi sembra sia un po tirata per i capelli. Infatti se si ottiene un risultato nel Laboratorio 1 e non è possibile verificarlo nel Laboratorio 2, è biunivoca la considerazione che in uno dei due esistano delle diversità ignote che possono inficiare la validità del risultato.

  2. Il problema esiste, e fortunatamente non è un problema solo italiano. Ed esiste in tutte le scienze, non solo nel campo biomedico. Suggerisco l’altro articolo apparso sull’Economist lo stesso giorno, molto più dettagliato e meno giornalistico

    http://www.economist.com/news/briefing/21588057-scientists-think-science-self-correcting-alarming-degree-it-not-trouble?fsrc=scn/tw_ec/trouble_at_the_lab

    E’ riportato anche il caso dei due famosi economisti che hanno sbagliato i calcoli con Excel:
    “Sometimes replications make a difference and even hit the headlines—as in the case of Thomas Herndon, a graduate student at the University of Massachusetts. He tried to replicate results on growth and austerity by two economists, Carmen Reinhart and Kenneth Rogoff, and found that their paper contained various errors, including one in the use of a spreadsheet.”
    E’ una cosa che ha fatto abbastanza scalpore soprattutto per le implicazioni e l’impatto che l’errore può avere avuto sulle politiche economiche in tempo di crisi.

  3. i “dati” sono sempre irripetibili. Se io mi peso oggi e registro 78.5 Kg, magari domani registro 78.3 e così via ogni volta che ripeto una misura. Quello che uno spera è che rimanga ripetibile un test su un’ipotesi. E qui diverse cose complottano per rendere non ripetibile un test
    – se si stabilisce una soglia per la probabilità dell’errore del 0.5% allora una volta su venti il test non si ripete
    – spesso il test è multiplo (es. in medicina si vogliono verificare gli effetti di molti geni su una malattia) e ci si “dimentica” che la soglia dello 0.5% non va più bene
    – se effettuo quattro esperimenti di cui due con successo e due con fallimento, tendo a pubblicare i successi ed omettere i fallimenti. chi ripete l’esperimento può con uguale probabilità avere successo o fallire

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