Uno dei primi annunci di Matteo Renzi è stato un piano di edilizia scolastica: più di un miliardo di risorse per risolvere vergognose situazioni di sfacelo. Ma c’è chi non si accontenta di questa “bassa cucina” e non rinuncia ai sogni di palingenesi globale dell’istruzione, tra cui la riforma dei cicli scolastici con l’idea di ridurre i licei a quattro anni. L’Italia aveva uno dei migliori sistemi d’istruzione tecnica e professionale del mondo e lo ha fatto a pezzi. È un obbligo assoluto riqualificarlo, ma non si vede perché l’avviamento precoce al lavoro di una fascia di giovani sia in contraddizione col fatto che un’altra fascia studi più a lungo, anche molto a lungo. La tecnologia contemporanea richiede più tempo di studio, più approfondimento. Come pensare che un paese avanzato possa fare a meno di personale di altissima qualificazione?

Il presidente del Consiglio dovrebbe guardarsi non solo dalle ostruzioni della burocrazia ma anche dalla irrefrenabile pulsione ideologica – che nel nostro paese ha forti radici, particolarmente a sinistra – a voler lasciare un segno di sé rifacendo il mondo. È facile capire come tale pulsione trovi particolare alimento nei temi della cultura e dell’istruzione.

Uno dei primi annunci di Matteo Renzi è stato un imponente piano di edilizia scolastica che, a quanto sembra, dovrebbe finalmente partire, mettendo in gioco più di un miliardo di risorse e puntando a risolvere vergognose situazioni di sfacelo ben note a insegnanti, dirigenti scolastici e famiglie. Un omaggio alla concretezza e al buon senso, tagliando corto alla tragicommedia dei propositi di riforme universali di un sistema in puro e semplice disfacimento fisico. Ma la diffidenza è d’obbligo pensando alle ristrutturazioni edilizie del passato: quattrini mai spesi, lavori iniziati e interrotti per richieste di aumenti e l’obsolescenza delle opere iniziate, ecc. La scommessa è tutta qui: se l’imponente somma non sarà spesa producendo risultati tangibili entro tempi strettissimi, non solo l’effetto sulla ripresa economica sarà annullato, ma sarà l’ennesima amara constatazione che in questo paese si preferisce chiacchierare e intessere progetti piuttosto che “fare”. È una sfida da far tremare i polsi e che, per essere vinta richiede un impiego di energie da non lasciare spazio ad altro.

Ma è doloroso costatare che c’è chi non si accontenta di questa “bassa cucina” e non rinuncia ai sogni lungamente covati di palingenesi globale dell’istruzione italiana. Così, è emerso un progetto strampalato, che prevede la trasformazione delle scuole in “centri civici” aperti fino a sera, la cui funzione non sarebbe più ristretta all’istruzione (tagliare sull’insegnamento tradizionale è lo sport prediletto dei “riformatori”) ma estesa ad attività “culturali” e “associative”, e all’esercizio di una funzione di assistenza globale sul territorio. Insomma, una sorta di oratori laici, dove parcheggiare i figli tutto il giorno, tra attività teatrali e sportive, e dove assistere il nonno nella dichiarazione dei redditi. In tal modo, si realizzerebbe l’agognata trasformazione dell’insegnante in “facilitatore”, previa la definizione dei suoi orari, generalizzando l’idea già in atto in ambito universitario secondo cui si può quantificare l’impiego di tempo di un insegnante per preparare le lezioni, correggere i compiti o aggiornarsi, trasformando in stolida burocrazia quel che dovrebbe essere materia di un’intelligente valutazione. Non sembra neanche il caso di contestare nel merito un progetto tanto insensato. Per restare alla concretezza, ci si chiede con quali risorse le scuole – dove già si fanno consigli di classe a termosifoni spenti – potrebbero pagare il personale per restare aperte fino a sera, o semplicemente la bolletta per l’illuminazione. Ma, è noto, l’ideologia vola ben alto sopra i gabinetti rotti e la carta igienica mancante. Le proteste hanno fatto rientrare il progetto in una fase di ripensamento, ma in una forma ambigua, dello stile «aspettiamo che si posi il polverone e poi torneremo alla carica».

CorriereMenoStudi

Ora si apprende che un altro poderoso progetto epocale sta prendendo forma. Riguarderebbe nientemeno che la riforma globale dei cicli scolastici. È evidente che si sta consolidando l’idea di ridurre i licei a 4 anni, con la tecnica efferata di evitare le discussioni di merito e creando il fatto compiuto con le “sperimentazioni”. Ma qui si va oltre, riesumando un progetto di ben 15 anni fa, la riforma dei cicli dell’ex-ministro Berlinguer, che prevedeva un ciclo primario settennale e un altro superiore quinquennale. Sembra che non sia stata assimilata la lezione di quali disastri abbiano compiuto anni di riforme contraddittorie e sgangherate e di esperimenti avventati “in corpore vili” e che non ci si acconci ad affrontare una fase di calma riflessione, limitandosi a rimettere in funzione il funzionamento ordinato del sistema. Invece, questi progetti sembrano alimentati da un vero e proprio odio ideologico della cultura, dell’insegnamento tradizionale, dei percorsi di apprendimento che non siano immediatamente finalizzati al lavoro e che non siano brevi, che culmina nel desiderio compulsivo di distruggere i licei. È davvero triste sentire responsabili politici e ministeriali che invitano a studiare il minor tempo possibile e andare a lavorare quanto prima, stimolando il controcanto di imprese che stampano manifesti in cui da un lato si vede un giovane felice che è caporeparto dopo aver studiato solo tre anni dopo le medie, e dall’altro un precario “sfigato” che vive di stenti dopo aver studiato altri nove anni dopo le medie. Perché alimentare una disgraziata guerra di miserie?

VERDEBLU

L’abbiamo già ricordato invano su queste pagine: l’Italia aveva uno dei migliori sistemi d’istruzione tecnica e professionale del mondo che ha fatto a pezzi. È un obbligo assoluto riqualificarlo ed è ovvio che non è necessario che tutti facciano il liceo e l’università. Ma non si vede perché l’avviamento precoce al lavoro di una fascia di giovani sia in contraddizione col fatto che un’altra fascia studi più a lungo, anche molto a lungo. Come pensare che un paese avanzato possa fare a meno di personale di altissima qualificazione? Ci si rende conto che la tecnologia contemporanea richiede più tempo di studio, più approfondimento? E perché mai non dovrebbe sussistere uno spazio per l’alta formazione culturale di tipo umanistico, senza la quale anche la conoscenza scientifica perde una delle sue principali fonti di alimento?

Sono questioni su cui fermarsi e su cui non fare passi avventati dagli effetti irrimediabili, solo per vedere realizzati vecchi progetti riverniciati da demagogie malamente giustificate dalle esigenze del presente. Per garantirsi quel successo in cui tanta parte dell’elettorato ha investito, il presidente Renzi non dovrebbe solo combattere contro la burocrazia che rischia di annullare il suo programma di edilizia scolastica, ma guardarsi dalle pulsioni ideologiche che cercano di realizzarsi nelle finestre della sua attività di governo.

Il Mattino, 21 luglio 2014

 

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1 commento

  1. di tanto in tanto si propone di ridurre gli anni di studio. Il corso di laurea in medicina, le specializzazioni, il dottorato, per fini esclusivamente economici, tuttavia si fa sempre riferimento ad esperienze di paesi stranieri, spesso anglosassoni. Nel caso della scuola superiore, ad esempio, è vero che la high school negli USA dura quattro anni. Tuttavia non va dimenticato che dalla high school non si passa direttamente ad un percorso finalizzato all’ottenimento di un doctorial degree. Si passa invece al bachelor, scuola ancora generalista, che dura in genere tre anni. Dal bachelor si passa alla scuola di master, che dura da uno a due anni ed eroga un titolo professionalizzante ( corrispondente al vecchio magister della tradizione medioevale europea) ma non ancora un doctorial degree. Solo dopo il master si accede alle scuole che conferiscono il doctorial degree che sono le scuole di filosofia ( Ph.D.) o la scuola per il medical doctor degree che durano, in genere, altri quattro anni. Queste scuole sono dette di filosofia perché attraverso di esse si trasmette un sapere critico e lo studente dimostra di sapere condurre ricerca in autonomia. Si vede allora che la supposta brevità dei percorsi di studio negli USA è solo apparente, in realtà è paragonabile, se non superiore ai percorsi tradizionali europei. Purtroppo in Italia la riforma del tre più due è stata concepita in maniera bizzarra. La laurea triennale viene presentata come laurea breve, non come scuola ancora generalista sul modello del bachelor. La laurea quinquennale è è presentata come laurea specialistica o magistrale , dovrebbe corrispondere al master professionalizzante ma in realtà si confonde con la vecchia laurea. Però la laurea in medicina da doctorial degree è diventata laurea magistrale ( master?) sollevando problemi di riconoscimento del titolo in altri paesi. Chissà perché a questi percorsi si sono aggiunti degli altri master che, francamente, non si capisce cosa siano, dato che esiste già una laurea magistrale ( master). Il percorso si conclude con le scuole di dottorato che, anche da, noi dovrebbero guidare gli studenti a condurre ricerca scientifica in autonomia. Solo che in Italia l’autonomia di pensiero non è mai apprezzata, soprattutto nell’industria e nell’imprenditoria privata. Il dottorato dovrebbe costituire un titolo accademico ma, se l’industria non assume dottori in ricerca e l’università ha gli organici paralizzati, sforna intellettuali delusi destinati alla disoccupazione.

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