La legge n° 240 del 2010, in particolare, ha introdotto la possibilità di chiamata diretta per “studiosi che siano risultati vincitori nell’ambito di specifici programmi di ricerca di alta qualificazione”, mentre il n° 276 del 2011  identifica «i programmi di ricerca di alta qualificazione, finanziati dall’Unione europea (UE) o dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR), i cui vincitori possono essere destinatari di chiamata diretta …». Si capisce subito, pertanto, che non può essere usato nel caso del FutureInResearch, né in quello del Brain2South. L’assenza di uno specifico decreto inibisce agli studiosi selezionati attraverso queste tipologie di bando di accedere all’istituto della chiamata diretta ad RTD-A. Per quanto riguarda gli assegnisti di ricerca, invece, la possibilità di chiamata diretta non è minimamente contemplata dalla legge. Mentre per i contratti di prestazione autonoma la situazione è poco chiara e dipendente, per giunta, dai singoli regolamenti previsti dagli atenei.

La cronica assenza di fondi è una condizione con cui il personale accademico italiano ha ormai imparato a coesistere in maniera, per certi versi, sorprendente. Questa caratteristica diventa addirittura incredibile agli occhi di uno straniero. Molti colleghi infatti non si capacitano di come l’Italia, nonostante i pochi mezzi, riesca ad avere un ruolo di primo piano nella ricerca mondiale [1]. Uno dei frangenti in cui, tuttavia, questo problema si fa più sentire è quello del reclutamento, specie nei livelli d’ingresso alla carriera accademica.

Per quanto farraginoso e ricco di figure precarie, il livello d’ingresso è costituito da contratti per i quali è necessaria, ovviamente, un’adeguata copertura finanziaria e, in certi casi, di punti organico. Una categoria molto “mobile” di ricercatori early-stage è costituita dagli assegnisti di ricerca. Questa categoria è prevista dalla legge n. 240 del 2010 all’articolo 22. Degno di nota in questo contesto è la previsione del comma 3: «… La durata complessiva dei rapporti instaurati ai sensi del presente articolo, compresi gli eventuali rinnovi, non può comunque essere superiore a quattro anni …». Tale disposizione è stata recentemente modificata da un emendamento approvato in sede di conversione del Decreto Legislativo n° 192/2014 (c.d. “Mille proroghe”), portando la durata massima a sei anni [2]. Un’altra tipologia contrattuale molto diffusa è la prestazione di lavoro autonomo “per programmi di ricerca”, prevista dal Decreto Legislativo n° 165/2001 e successive modifiche.

Fermi restando i dubbi circa l’utilità di un accanirsi in un settore che offre ben poche prospettive ai giovani italiani, assegni di ricerca e prestazioni autonome sono attualmente posizioni molto utilizzate nell’università vista la loro relativa economicità rispetto, ad esempio, ad un RTD-A. Volendo essere rudi e crudi, queste due tipologie contrattuali costano molto meno e fanno quasi lo stesso lavoro. Per comprendere la dimensione del fenomeno, è possibile fare riferimento ai dati forniti dall’Ufficio di Statistica del MIUR.

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Figura 1: Numerosità delle varie categorie contrattuali tra il 2003 ed il 2014 negli atenei statali. La categoria “RTD” include entrambe le tipologie previste dalla legge n° 240/2010. La categoria “Ricercatori” comprende i ricercatori a tempo indeterminato, sia gli RTD. (Fonte: elaborazione personale di dati dell’Ufficio di Statistica del MIUR).

Come si evince dalla Figura 1, assegni e prestazioni sono rimasti costanti tra il 2003 ed il 2008 attorno rispettivamente a 10000 e 5500 unità per anno. Nel 2009 c’è stato un balzo in entrambe le categorie. Gli assegnisti hanno improvvisamente superato quota 15000, mettendo in evidenza un trend spiccatamente crescente fino ad oggi. Gli autonomi sono balzati ad 8000, stabilizzandosi poi nel corso del tempo attorno alle 7000 unità di personale per anno. Nello stesso arco temporale, dopo una lenta salita, il numero totale dei ricercatori è andato diminuendo progressivamente, senza che l’ingresso nel ruolo delle nuove figure contrattuali a tempo determinato previste dalla legge n° 240/2010 abbia minimamente tamponato questa decrescita. I numeri degli RTD, infatti, restano piuttosto esigui. La figura mostra inoltre come le università italiane abbiano fatto progressivamente ricorso ad assegnisti e lavoratori autonomi per sopperire alla scomparsa dei ricercatori. A partire dal 2011, infatti, la somma tra assegnisti ed autonomi eguaglia il numero dei ricercatori e di qui in poi li supera, con un andamento in continua crescita.

Sul fronte dell’ingresso in questi ruoli, la situazione è piuttosto tragica ed il futuro si prospetta con tinte ancora più fosche. Gli atenei non hanno già i soldi per bandire posizioni da RTD-A ed a breve per molti mancheranno anche i fondi per bandire assegni di ricerca o contratti di prestazione. A salvarsi saranno solo quelle istituzioni titolari di progetti di ricerca finanziati da enti esterni e quelle che, sottraendole involontariamente ad altre università, riceveranno risorse aggiuntive dalla quota premiale del fondo di finanziamento ordinario. In questo contesto, non è difficile immaginare gravi difficoltà per la ricerca in numerosi atenei, specie al sud, che si vedranno privati del determinante contributo offerto dalle figure meno garantite.

In questa concitata situazione appare lampante un’anomalia tutta italiana. In una larga maggioranza di paesi civili, fondazioni di diritto privato ed associazioni scientifiche bandiscono selezioni per posizioni postdoc o “ricercatore junior” che funzionano in una maniera molto semplice. L’ente che bandisce le posizioni si occupa di giudicare se la proposta ed il curriculum di chi applica siano meritevoli (nominando apposite commissioni giudicatrici) e, in caso di vittoria, l’applicante guadagna da sé una posizione presso un’istituzione ospite che ha preventivamente fornito il proprio assenso.

La burocrazia italiana ha di fatto reso impossibile questo semplice schema, utilizzatissimo in Europa e negli Stati Uniti. Ne sono un esempio i bandi FutureInResearch della Regione Puglia [3] ed il Brain2South della Fondazione con il Sud [4]. Analizziamo i due casi. Nel dicembre 2013 la Regione Puglia ha pubblicato un bando con il quale invitava dottori di ricerca dotati di un curriculum adeguato a presentare progetti di ricerca di concerto con un’istituzione ospite. Successivamente, delle commissioni nominate ad hoc e composte da studiosi di tutta Italia, avrebbero valutato i progetti e la loro coerenza con il curriculum vitae di chi li presentava. In caso di vittoria, l’istituzione ospite guadagnava i fondi per bandire un posto da RTD-A che sviluppasse il progetto selezionato. Non è una beffa? Non è una presa in giro presentare un progetto coerente con il proprio curriculum, sudando per scriverlo, mentre si fanno decine di altre cose, e poi non avere alcuna garanzia né il diritto di svolgere quel progetto?

Nel caso della Fondazione con il Sud, invece, il bando recitava al punto 2.2.1: «Ai fini della partecipazione al Bando, ciascun ente selezionato dal ricercatore dovrà, attraverso un’apposita dichiarazione (Allegato A): … prevedere per il ricercatore un contratto di lavoro adeguato alle mansioni che andrà a svolgere e comprensivo di tutte le coperture socio-sanitarie necessarie, secondo quanto disciplinato dal CCNL di riferimento …». Inutile sottolineare le difficoltà degli atenei nell’ottemperare a questa richiesta. Sia in questo caso, sia in quello pugliese, la motivazione di tutte le difficoltà si trova nell’assenza di una norma ragionevole che regoli l’istituto della chiamata diretta.

La chiamata diretta per come la conosciamo oggi ha la sua genesi nella legge n° 230 del 2005. La norma è stata aggiornata più volte nel corso degli anni e cerca in sostanza di stabilire dei criteri per regolare la chiamata di professori e ricercatori senza ricorrere alla usuale selezione concorsuale [5]. La legge n° 240 del 2010, in particolare, ha introdotto la possibilità di chiamata diretta per “studiosi che siano risultati vincitori nell’ambito di specifici programmi di ricerca di alta qualificazione”, demandando l’identificazione di tali programmi ad un successivo decreto del ministero competente. Tale decreto è il n° 276 del 2011 [6] ed identifica i programmi di ricerca e la posizione cui si avrebbe accesso. L’articolo 1 del decreto, tuttavia, dice chiaramente «Il presente decreto identifica i programmi di ricerca di alta qualificazione, finanziati dall’Unione europea (UE) o dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR), i cui vincitori possono essere destinatari di chiamata diretta …». Si capisce subito, pertanto, che non può essere usato nel caso del FutureInResearch, né in quello del Brain2South. Eppure, in entrambi i bandi si mette nero su bianco che questi sono programmi selettivi di alta qualificazione. L’assenza di uno specifico decreto, tuttavia, inibisce agli studiosi selezionati attraverso queste tipologie di bando di accedere all’istituto della chiamata diretta ad RTD-A. Per quanto riguarda gli assegnisti di ricerca, invece, la possibilità di chiamata diretta non è minimamente contemplata dalla legge. Mentre per i contratti di prestazione autonoma la situazione è poco chiara e dipendente, per giunta, dai singoli regolamenti previsti dagli atenei.

Sebbene in passato ci siano stati specifici programmi di ricerca finanziati dal MIUR che hanno consentito l’ingresso di personale fresco e motivato, ad oggi la situazione è in pieno stallo e non sembra sia presente alcuna idea di riproporre questi bandi. Anzi, a giudicare dagli esiti dell’ultimo (il bando SIR), sarebbe meglio che il ministero eviti di riproporlo con le stesse disastrose modalità [7]. Pertanto, vista l’indisponibilità dello stato a finanziare adeguatamente adeguati programmi di ricerca (sia globali, sia dedicati ai giovani ricercatori), sarebbe opportuno che il governo prevedesse forme alternative per consentire che il merito (sic!) venga premiato come si compete. E’ più che mai necessario aggiornare il famoso decreto ministeriale n° 276 del 2011 (il ministero avrebbe già dovuto farlo a partire dal luglio 2013), trovando le forme più idonee per consentire al mondo delle fondazioni o delle associazioni scientifiche il finanziamento di contratti di ricerca entry-level, proprio come avviene nel resto del mondo. Inoltre, è ragionevole supporre che questa mancanza nel sistema accademico nostrano sia uno dei fattori che scoraggia la mobilità in ingresso. Una persona desiderosa di venire a lavorare in Italia dovrebbe avere motivazioni fuori dal comune per sobbarcarsi l’onere di venire a sostenere un concorso in una nazione lontana dal proprio luogo di residenza, senza avere alcuna garanzia circa il suo esito. Se la sua venuta in Italia fosse, invece, legata alla vittoria di una selezione competitiva basata sul suo curriculum ed un progetto di ricerca, forse la situazione cambierebbe.

Senza alcun dubbio, il nostro è un paese in cui le buone intenzioni tendono ad avere esiti molto negativi. Allargare l’accesso alla chiamata diretta, pertanto, potrebbe dar luogo a comportamenti disfunzionali ed iniqui. E’ innegabile, tuttavia, che dare ad uno studioso in erba la possibilità di affermarsi per sue originali idee e per suoi progetti sarebbe un ottimo modo per premiare il merito. Un merito che troppe volte viene maltrattato da una burocrazia disumana a da quella cronica assenza di fondi che ci fa sembrare “strani” agli occhi dei nostri colleghi stranieri o che ci fa vergognare durante le conferenze, quando ci accorgiamo di non avere alcun numero o codice di grant da esporre nelle nostre diapositive.

Bibliografia

  1. http://www.roars.it/online/la-performance-della-ricerca-scientifica-italiana/
  2. http://www.roars.it/online/incrementata-la-durata-massima-degli-assegni-di-ricerca/
  3. http://www.sistema.puglia.it/SistemaPuglia/futureinresearch
  4. http://www.fondazioneconilsud.it/bandi-e-iniziative/leggi/2015-07-14/bando-brains2south/
  5. http://www.roars.it/online/chiamate-per-direttissima-un-dubbio-e-una-domanda/
  6. http://attiministeriali.miur.it/anno-2011/luglio/dm-01072011.aspx
  7. http://www.roars.it/online/usciti-i-risultati-della-prima-fase-molti-lamentano-procedure-scorrette-e-annunciano-adesso-siricorre/

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8 Commenti

  1. Questo post mi pare dica alcune cose condivisibili e altre su cui non sono molto convinto. Sicuramente l’autore ha ragione (i dati sono incontrovertibili) quando segnala la progressiva diminuzione di risorse per l’intero sistema aggravata poi dagli ulteriori sbilanciamenti introdotti dalle “quote premiali”.
    Sulle forme di reclutamento “per chiamata diretta” mi pare che nulla vieti di finanziare posti di RTD-A con fondi esterni, sta poi al dipartimento/ateneo nel definire il profilo del posto messo a bando rendere coerenti le esigenze del progetto di ricerca con la selezione del candidato. Non vedo l’esigenza di allargare le maglie delle chiamate dirette e saltare la fase del concorso pubblico. In realtà negli esempi che sono stati portati la cosa che non mi convince e’ stato quello che fosse la Regione Puglia a selezionare persone, mentre sarebbe stato più corretto che ai bandi concorressero gruppi di ricerca, che poi una volta vinto il finanziamento aprissero un concorso, presso il loro ateneo, per reclutare una persona su quel progetto. Non possiamo pensare che Istituzioni politiche locali o privati si facciano i loro mini ERC caserecci, anche perché se gia’ e’ difficile evitare distorsioni a livello europeo, figuriamoci cosa accadrebbe negli “ERC de noantri..”.
    Molto diversa e’ la chiamata di studiosi stabilmente impegnati all’ estero, perché quella prevede un passaggio al CUN e il parere di una commissione (ora la stessa delle abilitazioni).
    A mio avviso la strada maestra e’ quella di evitare la moltiplicazioni di forme di reclutamento non standard e invece premere sul governo di turno affinché finanzi adeguatamente il reclutamento ordinario.

    • Per amore della precisione, neppure le chiamate dirette di studiosi stabilmente all’estero da tre anni passano più in CUN, se non nel caso in cui il Ministero ritenga, nell’ambito della sua attività istruttoria sulle singole pratiche, di dover acquisire elementi conoscitivi ulteriori, correlati al riconoscimento tecnico della posizione ricoperta all’estero dallo studioso interessato. Il passaggio, dunque, non è affatto obbligatorio, ma è solo eventuale e dipendente da esigenze istruttorie proposte da singole pratiche

    • Sicuro? Io so dai miei colleghi nella ex commissione ASN che a loro hanno richiesto dal CUN dei pareri su chiamate. Ma se non e’ più obbligatorio alcun vaglio scientifico, oltre quello dell’ ateneo che chiama, mi sembra molto sbagliato

    • Innanzi tutto, che il CUN chieda pareri alle Commissioni significherebbe che il CUN è investito del potere di “decidere” in merito alle chiamate dirette. Il che non è. Le chiamate dei professori stabilmente impegnati all’estero da tre anni sono soggette al parere delle Commissioni ASN, dopo le recenti modifiche. Le chiamate dirette dei vincitori di programma di ricerca di alta qualificazione, invece, non sono soggette ad alcun vaglio scientifico né delle Commissioni ASN né di altri, tanto meno del CUN. Sono le cd. chiamate per direttissima (https://www.roars.it/online/chiamate-per-direttissima-un-dubbio-e-una-domanda/), possibili anche su posizioni di professore ordinario. Per esse, anche l’ascrizione a un settore scientifico disciplinare o a un altro e così ai corrispondenti settori concorsuali e macrosettori è decisa, in autonomia, dall’Ateneo (che chiama) e dall’interessato (chiamato). Sotto la disposizione, art.1, comma 9, legge 4 novembre 2005, n. 230, cd. legge Moratti e successive modifiche, confrontabile su http://www.normattiva.it, che disciplina oggi le tante figure di cd.chiamata diretta, cui andrà presumibilmente ad aggiungersi quella prevista dall’art.15 del ddl Stabilità 2016 (i 500 professori per intenderci)

      ==================
      Art.1, comma 9. Nell’ambito delle relative disponibilita’ di bilancio, le
      universita’ possono procedere alla copertura di posti di professore
      ordinario e associato e di ricercatore mediante chiamata diretta di
      studiosi stabilmente impegnati all’estero in attivita’ di ricerca o
      insegnamento a livello universitario da almeno un triennio, che
      ricoprono una posizione accademica equipollente in istituzioni
      universitarie o di ricerca estere, ovvero che abbiano gia’ svolto per
      chiamata diretta autorizzata dal Ministero dell’istruzione,
      dell’universita’ e della ricerca nell’ambito del programma di rientro
      dei cervelli un periodo di almeno tre anni di ricerca e di docenza
      nelle universita’ italiane e conseguito risultati scientifici congrui
      rispetto al posto per il quale ne viene proposta la chiamata, ovvero
      di studiosi che siano risultati vincitori nell’ambito di specifici
      programmi di ricerca di alta qualificazione, identificati con decreto
      del Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca,
      sentiti l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario
      e della ricerca e il Consiglio universitario nazionale, finanziati
      dall’Unione europea o dal Ministero dell’istruzione, dell’universita’
      e della ricerca. PERIODO SOPPRESSO DALLA L. 30 DICEMBRE 2010, N. 240.
      Nell’ambito delle relative disponibilita’ di bilancio, le universita’
      possono altresi’ procedere alla copertura dei posti di professore
      ordinario mediante chiamata diretta di studiosi di chiara fama. A
      tali fini le universita’ formulano specifiche proposte al Ministro
      dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca il quale concede o
      rifiuta il nulla osta alla nomina, previo parere della commissione
      nominata per l’espletamento delle procedure di abilitazione
      scientifica nazionale, di cui all’articolo 16, comma 3, lettera f),
      della legge 30 dicembre 2010, n. 240, e successive modificazioni, per
      il settore per il quale e’ proposta la chiamata, da esprimere entro
      trenta giorni dalla richiesta del medesimo parere. Non e’ richiesto
      il parere della commissione di cui al terzo periodo nel caso di
      chiamate di studiosi che siano risultati vincitori di uno dei
      programmi di ricerca di alta qualificazione di cui al primo periodo,
      effettuate entro tre anni dalla vincita del programma. Il rettore,
      con proprio decreto, dispone la nomina determinando la relativa
      classe di stipendio sulla base della eventuale anzianita’ di servizio
      e di valutazioni di merito.

    • Per quanto sia conscio del fatto che nel nostro paese le buone intenzioni vengano implementate in maniera piuttosto discutibile, se non assurda, sul fronte del sostegno alle carriere degli studiosi “in erba” siamo in condizioni preoccupanti. In molte nazioni, la prassi descritta nel testo funziona piuttosto bene: fondazioni private ed associazioni scientifico-culturali finanziano posizioni a tempo determinato (dai 2 anni di postdoc fino a contratti da ricercatore senior per 5 anni) sulla base di selezioni competitive esterne alle università. Le università sono tenute esclusivamente a prestare il proprio consenso ad ospitare il ricercatore in caso di vittoria.

      Tale possibilità è del tutto impraticabile in Italia. E’ impossibile per gli assegnisti (i postdoc “de noantri”). Per gli RTD-A, sebbene la legge preveda la possibilità di chiamata diretta per questa figura, l’individuazione dei programmi scientifici che danno accesso a tale istituto è demandata ad un decreto ministeriale che non è aggiornato da diversi anni ed attualmente la strada sarebbe praticabile solo per i vincitori di uno starting-grant di ERC.

      Gli RTD-A finanziati su fondi esterni non incidono sui punti organico, ma sono soggetti (come è giusto che sia) alle normali procedure concorsuali.

  2. Ok evidentemente si riferivano a studiosi all’ estero. Per l’altra tipologia,
    se la cosa e’ accettabile per gli ERC, dove comunque la competizione e’ di livello molto alto, anche se qualche caso un po dubbio lo ho visto anche li, mi pare impensabile che il “programma di alta qualificazione” diventi il taxi per fare chiamate senza concorso.
    Altrimenti aboliamo i concorsi e facciamo chiamare agli atenei chi vogliono loro senza controllo. Certo poi la vedo dura difendere quel poco che rimane del valore legale del titolo di studio.

  3. Trovo necessario istituire una abilitazione nazionale anche per l’accesso ai ruoli RTDa (che dovrebbe sostituire gli assegni di ricerca) e RTDb. Altrimenti, specialmente in futuro, l’ingresso nei ruoli di docenza soffrirà sempre di favoritismi (anticipati sui neo-dottorati).

  4. Carissimi,
    credo che la prova peggiore, in questo contesto, sia stata data proprio dalla regione Puglia, che ha costruito un monstrum senza precedenti, col risultato, di cui mi riferiscono, di avere due aspiranti ricercatori che presentano il progetto, Tizio vince, Caio perde. Poi arriva il momento di dare il posto…e la commissione lo da a Caio! È successo davvero!! Mettetevi nei panni di Tizio, e poi ditemi che paroline dolci direste agli scienziati regionali che si sono inventati una simile procedura.
    Tom

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