La Responsabile nazionale Scuola del PD che accusa Roars del trafugamento di una preziosa reliquia, che circolava entro circoli ristretti e selezionati (“addetti ai lavori del Pd, alcuni docenti e ricercatori scelti, diversi rettori“). Un consesso eccellente (una ex ministra, rettori, esponenti del mondo assicurativo e imprenditoriale) che si riunisce per additarci la via della “Positive University”. No, non è un cattiva trama che mescola Dan Brown con la New Age, ma sono i primi passi dell’ennesima riforma dell’università. L’obiettivo – a costo zero – non è il Graal, ma  l’uscita dalla Pubblica Amministrazione e la revisione dello stato giuridico prendendo ad esempio il Jobs Act. Di questo parla un articolo della Rete 29 Aprile, apparso sul Fatto Quotidiano, che proponiamo anche ai nostri lettori.


Questa è una storia semplice.

Anzi, per certi versi, è altamente rappresentativa di come in Italia si tenda, in questi ultimi anni, a mascherare da “riformismo” un decisionismo arrogante che si confronta con gli interessati solo dopo aver deciso il da farsi in cerchie ristrette. Questa storia sta tutta in due quadri.

Primo quadro: qualche giorno fa comincia a girare nell’etere un documento del Pd su “La buona università e la buona ricerca”, comparsa che segue la pubblicazione di alcuni interventi sulla stampa, di cui abbiamo già detto. Ovviamente la stampa si è basata su quel documento che le è stato passato, quindi nessuno può essere accusato di avere “trafugato” nulla, nel momento in cui lo critica (come è invece è stato fatto in maniera stizzita)…

La bozza del Pd è stata predisposta nel gennaio di quest’anno, come discussione interna al gruppo dirigente, e prevede alcune azioni per l’università, accompagnate dalla doverosa puntualizzazione che si tratta di operazioni “quasi tutte a costo zero”; tra queste, staccare l’università dalla pubblica amministrazione e modificare il meccanismo di entrata nella professione “semplificando il percorso dal primo accesso alla carriera. Come abbiamo fatto nel Job’s Act” (il che suona molto male…). Poi seguono anche altre possibili azioni che non hanno alcuna originalità perché figlie di dibattiti da tempo in corso all’interno dell’università, mentre alcune di esse, come l’Erasmus extra europeo, stanno partendo adesso (strano che le antenne del Pd non se ne siano accorte…). Insomma: ce la cantiamo e ce la suoniamo, informiamo la stampa per fare sensazione, ma quando gli universitari più critici chiedono conto del contenuto, gridiamo al trafugamento della preziosa reliquia, condivisa peraltro già con dogs and pigs (ci piace tanto l’english).

Restiamo ai due punti segnalati: via l’università dalla funzione pubblica e dalla pubblica amministrazione e un Job’s Act per definire l’ingresso in carriera a “tutele crescenti”. Metteteveli in testa e andiamo avanti.

Secondo quadro.

L’8 aprile scorso, a S. Patrignano, si riunisce un consesso di gente di varia estrazione che comprende alcuni rettori, una rediviva Letizia Moratti (a volte ritornano, e non lo fanno per farci piacere, ma per finire il lavoro iniziato a suo tempo), esponenti del mondo assicurativo e imprenditoriale (Generali, Finmeccanica, Network Kpmg Italia & Ema, PlanetFinance Italia) e anche L’Oréal (non sia mai che ci si presenti in disordine al funerale dell’università…). Compitino degli astanti: “Dieci idee per la Positive University” e, tra queste idee, quella che “Le università sono un bene pubblico ma non Pubblica Amministrazione (Un’università positiva non può essere competitiva se viene trattata come parte della Pubblica Amministrazione)”. Poi altre ideuzze, in gran parte già presenti nella normativa esistente. Ad esempio il codice etico e di comportamento, che la legge 240 del 2010 ha già previsto.

Il trend è chiaro, no? Un’università inserita nella funzione pubblica, anche se i docenti già non sono contrattualizzati, può prevedere limiti e controlli per le assunzioni, visto che la nostra Costituzione, che peraltro il documento Pd richiama come una delle fonti di ispirazione, prevede all’art. 97, terzo comma, che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”.

Un’università fuori dalla pubblica amministrazione, invece, dotata di risorse perché finanziata dal denaro pubblico ma non più nel “campo del diritto amministrativo”, potrà essere magicamente più competitiva, soprattutto se adotta il modello delle tutele crescenti, si appoggia al mondo imprenditoriale e aumenta le interconnessioni con esso. I concorsi sono brutti e truccati (alcuni, vero, non tutti); soluzione: assumiamo a un livello più basso chi si vuole.

Queste dichiarazioni e progetti immaginano un’università anglosassone o tedesca, elitaria e attenta alle competenze (“Le università devono puntare a un target preciso” dicono i rettori/imprenditori quando parlano di futuri studenti) e ignorano che la Germania ha eliminato, da quest’anno, le tasse universitarie e aperto le porte a tutti, perché solo coi grandi numeri si fa vera selezione di talenti. Peraltro, en passant possiamo notare che i rettori, queste ideuzze, le condividono con tutti (aziende di consulenza, imprenditori, ex ministri decotti) tranne che con le loro comunità di riferimento, quelle che li hanno eletti e che dovrebbero chiedere conto di queste novità, e magari dovrebbero anche chiedere di far cadere qualche testa che pensa solo per conto di altri e dei loro interessi.

Morale, senza alcun colpo di scena: perfetta continuità, nelle ipotesi di base e nelle conclusioni, tra Moratti, Gelmini, Pd e rettori/imprenditori: semplificare, deregolamentare, mano libera, poche tutele, poco impegno finanziario pubblico, privatizzazione.

Nel documento del Pd la senatrice Puglisi, o chi per lei, si chiede: “Ma il Professore di Yale, potrebbe mai concorrere ad una cattedra in un ateneo italiano?”. No, senatrice, il professore di Yale non verrà mai in Italia, ma non per vincoli burocratici, bensì perché a Yale lo pagano meglio, tre volte un professore italiano, e soprattutto ha a disposizione strutture efficienti, fondazioni private e pubbliche che finanziano le sue ricerche, biblioteche che funzionano, laboratori aggiornati. Il sistema italiano è sicuramente “gerontocratico e ingessato, [e] difficilmente dà libertà di movimento e di circolazione di idee” e infatti lei e il suo partito disegnano le “ riforme” parlando con i gerontocrati e senza far circolare le idee.

De te fabula narratur, e di tutti quelli che stanno apprestando l’ennesima, assurda, riforma della riforma della riforma di un sistema che vi vuole, molto semplicemente, solo fuori dalle scatole.

Rete 29 Aprile

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)

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19 Commenti

  1. No, no, Puglisi può star tranquilla e dovrebbe saperlo.
    Il Professore di Yale, se ha sentito l’intervista di Renzie alla Georgetown University, prenderà il primo aereo per Malpenz perché lui ha dichiarato:
    “For me, for mai party, for mai gavernment, the relascion ebout ekonomics with the United States of America are stronger than de PASTA”.
    .
    Mica fusilli.
    Che risate…quando mi sono ripresa mi sono rimessa a piangere.

  2. Essere non contrattualizzati è bello ma non mi è chiarissimo perchè, visto che non c’è nessun sindacato che possa difendere il mio “non contratto”.

    Quando ero ricercatore del CNR avevo dei vantaggi economici che come docente universitario non ho più:

    i) buoni pasto (circa 200 Euro netti al mese in piu’);

    ii) rimborso fino al 50% delle spese sanitarie (circa 1000 Euro netti all’anno in piu’);

    iii) borse di studio per i figli (circa 1000 Euro netti all’anno in piu’);

    iv) vacanze a prezzi scontatissimi (circa 1000 Euro netti all’anno in piu’).

    A parità di livello (III livello RU; II livello PA; I livello PO) credo che, tutto sommato, convenga economicamente il CNR: circa 5000 mila Euro netti all’anno in piu’ per un ricercatore/tecnologo standard.

    • @Salasnich “Quando ero ricercatore del CNR avevo dei vantaggi economici che come docente universitario non ho più”

      Mah io sono sempre stato EPR (prima CNR e ora INAF, CTP nell’infame era del Parastato, ricercatore e poi primo ricercatore) ma questi fringe benefit (ii-iii-iv) non li ho mai visti ne’ ne ho mai sentito parlare. La mensa (ora buoni pasto) si’ (e mi e’ sempre parsa una cosa ovvia … ricordo quello che ci disse Garattini quando, ero uno studente di 15 anni in visita, ci fece mangiare a quella del Mario Negri.

      Ma per il resto, a parte i primi tre anni da non confermato o straordinario, gli EPR sono sempre stati alla rincorsa dei piu’ alti salari dei non contrattualizzati. Guarda caso nel nostro ente, INAF, coesiste personale ex CNR col contratto del comparto ricerca, e personale ex Osservatorii non contrattualizzato con stato giuridico universitario “ad esaurimento”. E buona parte di questi ultimi, salvo se obbligati a farlo per accedere alle progressioni di carriera, si sono ben guardati dall’optare per il contratto ricerca.

    • Ho usufruito di i) e ii) per diversi anni, quando ero al CNR.

      Di iii) non ho usufruito, ma nel CNR ci sono.

      Di iv) non ho usufruito, ma nel CNR ci sono.

      Che lo stipendio sia un po’ piu’ alto all’Univ. puo’ essere. Ma di poco.

      Certamente è palloso timbrare il cartellino.

    • Preciso che, da quanto ho usufrito per 2 anni (durante la laurea) di borsa INPDAP come figlio di una insegnante di scuola secondaria deceduta, ho una certa sensibilità nel trovare i “fringe benefit” che la Pubblica Amministrazione offre.

      Confermo che come docente universitario i “fringe benefit” sono sostanzialmente nulli. Ed i pochi che c’erano li hanno eliminati poco dopo che sono arrivato (forse porto sfiga alla categoria).

      L’assenza di “fringe benefit” per i docenti universitari, che sono invece previsti per tecnici e amministrativi (anche dirigenti) dell’Università e per tutti i dipendenti contrattualizzati della Pubblica Amministrazione, è dovuta, a mio avviso, proprio alla mancanza di un contratto collettivo.

      In assenza del contratto collettivo, non vi è purtroppo una minimale benevolenza da parte del Governo, dell’opinione pubblica (cioè dei giornali che manovrano l’opinione pubblica) e degli stessi studenti (sempre più in fuga verso l’estero).

      Perchè il CUN non si esprime in maniera forte sulla attivazione da parte del MIUR di “incentivi di funzione” (aka “fringe benefit”) per i docenti universitari?

    • @Salasnich: “Certamente è palloso timbrare il cartellino” … ma ci si puo’ anche rifiutare e autocertificare come facciamo in diversi della vecchia guardia nel mio istituto (incluso un paio di direttori) http://sax.iasf-milano.inaf.it/~lucio/temp/Fun-and-Curio/Fun/Pecore/manifestopecorenere.pdf

      In quanto ai fringe benefit, ripensandoci, un sussidio sulle spese mediche esisteva moltissimi anni fa (in ogni caso soggetto a un tetto di spesa annuo, quindi era first come first served) ma da tempo e’ soggetto a tetti sul reddito che lo rende inapplicabile al personale di ricerca.

      In quanto alla differenza stipendiale diciamo che a livello di primo ricercatore/ astronomo associato va tra i 4000 e i 7000 annui netti per una anzianita’ di 20-30 anni (da tabelle citate nei link inviati per e-mail privata)

    • Si, anche io autocertificavo, ma solo perchè nella mia unità INFM-CNR a Milano (dentro il dip. di Fisica della Statal) non c’era la macchinetta per timbrare.

      Però io autocertificavo la presenza sul posto di lavoro. Poi ho scoperto che altri (in altre sedi) autocertificavano il fatto di aver lavorato, non dove. Mah…

      Si, so che a tempi MOLTO lunghi i docenti univ. guadagnano un pò di piu’ dei loro cugini degli enti.

      Non è però il mio caso, dato che come PA sono (dopo riscatto) ad anzianità di servizio di 4 anni, 2 mesi e 2 giorni (cioè classe 2) e quindi guadagno come un PA postgelmini di livello iniziale. E tra 22 anni e 15 giorni vado in pensione…

    • In più nei Dip. Univ. di Fisica in Italia c’è la policy di dare l’ufficio singolo ai livelli II e I dell’INFN, ed anche personale tecnico-amministrativo univ. di “alto grado”, mentre PA e PO spesso sono in uffici condivisi (io sono con un assegnista).

      Trovo la cosa alquanto buffa, dato che i PO ed i PA hanno un numero enorme di studenti che vengono in ufficio a chiedere informazioni e spiegazioni.

  3. L’attuale regime presenta numerose criticità, tante volte ricordate anche su queste pagine: siamo però sicuri che la soluzione stia nell’ “uscita dalla PA” da tante parti evocata? Siamo consapevoli delle possibili conseguenze di una simile riforma? Non sarebbe più razionale ed efficace introdurre un regime speciale per le università all’interno dell’amministrazione pubblica?

  4. “Le università sono un bene pubblico ma non Pubblica Amministrazione”

    Forse gli imprenditori e il Pd dovrebbero chiarirci cosa intendono per bene pubblico e come intendono continuare a garantire la produzione di questo bene pubblico facendo fuoriuscire le università dalla Pubblica Amministrazione.

    Al momento non è chiaro in cosa consista questa “fuoriuscita” ed è quindi difficile discuterne, ma la portata simbolica del messaggio è notevole e, a mio avviso, preoccupante.

  5. La soluzione vera alla burocratizzazione è banale, e denuncia il fatto che gli scopi reali siano del tutto diversi.

    Basterebbe infatti un articolino su una qualsiasi legge omnibus (oppure una leggina di un articolo denominabile “semplifica università”) che intervenisse con emendamenti alle leggi che impongono i bizantinismi ben noti (un primo elenco già pronto, se non erro, lo ha realizzato il CUN) aggiungendo la formulina “non si applica al sistema universitario”. Fine del problema, niente privatizzazioni sostanziali (uscita dalla PA), niente Jobact, ambedue non solo inutili, ma deleteri.

    Se invece si vuole – col sotterraneo supporto dei soliti noti – il rettore/manager/preside/sindaco/sceriffo, se si vogliono trasformare le Università in mini-aziende (ma le Università non possono, per definizione, funzionare come mini-aziende) con il precariato come norma, in modo da predisporre una bella dismissione e restare con “4-5 hub della ricerca” (qualsiasi cosa significhi), allora si può procedere queste proposte. E anche con questi debolissimi argomenti, che sembrano perfino ingolosire chi è martoriato da anni di colpi mediatici e tagli di stipendio, o chi spera di guadagnarci in potere o in altro modo.

    Ma, almeno, per gentilezza, ci si assuma la responsabilità di cose così gravi e non si provi a… farle in nostro nome. Non “queste sono le proposte emerse dalle giornate d’ascolto”. Siamo all’Università, che ha (o dovrebbe avere) una sua storia, una sua funzione, una sua dignità. Trattarla, ancora una volta, come fosse un’accolita di miserabili che sanno solo plaudire ad ogni capriccio del potente di turno è troppo, e non si può accettare. Non più. Ci si potrebbe accorgere che, stavolta, si è fatto un grosso errore.

    In un mondo normale un presidente della Conferenza dei Rettori (ma tale club ci sarebbe, in un simile mondo?) che sottoscrivesse quanto segue:

    “Le università sono un bene pubblico ma non Pubblica Amministrazione. I docenti non dovrebbero essere più considerati a tutti gli effetti dipendenti pubblici. Ciò potrebbe anche significare un cambiamento nelle politiche retributive. In questo la riforma Gelmini, nonostante alcuni indubbi benefici, ha fallito nel superare un approccio burocratico e centralista”

    Dovrebbe dimettersi un secondo dopo.
    Per di più in una situazione in cui ormai da anni, col consenso delle alte sfere, una parte rilevante dell’FFO lo pagano i dipendenti coi loro stipendi bloccati, dunque, di fatto, ampiamente ridotti.

    Ma qui… good night and good luck.

    Massimiliano Tabusi (Rete29Aprile)

  6. Regola empirica: ogni ministro della pubblica istruzione/universita’ del governo Italiano ha sempre in mente una riforma della scuola e/o dell’universita’. Per la serie “al peggio non c’e’ mai fine”. Cosi’ e’ e cosi’ sara’ sempre! Evviva l’Italia.

    • Chi glielo dice alla Puglisi che il professore di Yale può già venire in Italia senza che ci sia bisogno di ulteriori riforme del sistema universitario. La norma è la chiamata diretta nei ruoli dei professori di studiosi ed esperti stranieri o italiano impegnati all’estero. Ci sono anche i finanziamenti appositi che coprono fino al 50% della retribuzione. Il problema, come già detto è trovare il professore di Yale disposto a venire in Italia. Perché dovrebbe voler venire in Italia?

  7. “Nessuna istituzione, lo so bene, nessun principio, nessuna regola sfugge ai condizionamenti storici e dunque all’obsolescenza, nessun cambiamento deve suscitare scandalo. Purché sia assistito dalla razionalità e purché il diritto, inteso come categoria del pensiero e dell’azione, non subisca sopraffazione dagli interessi. Ma ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività “resistere, resistere, resistere” come su una irrinunciabile linea del Piave.”

    Francesco Saverio Borrelli.

    Poche considerazioni:

    1) Se davvero vogliono far uscire l’Università dalla PA, allora è dovere di chi crede nell’Università come Bene Comune resistere.
    Anche se facessero la migliore legge possibile su questa uscita.

    2) Ho il sospetto che non faranno la migliore delle leggi possibili. Tra l’altro: ci sono precedenti?

  8. L’intento della legge mi sembra chiaro. Secondo me si vogliono sblindare nella figure intermedie (prima dell’associato) i contratti, dando alle università libertà di assumere chi vogliono per quanto tempo vogliono. Ovviamente sempre con contratti a tempo, che varieranno da pochi mesi a qualche anno al massimo. Chiameranno questa figura in un qualche modo, dicendo che è un contratto unico, e sostenendo di aver liberalizzato il sistema, sburocratizzato, e aumentato le assunzioni di giovani. Dall’altro faranno, per coloro che entreranno in ruolo, un PA formalmente a tempo indeterminato ma soggetto anno per anno al rinnovo del suo contratto. Naturalmente non toccheranno nessuno di quelli già in ruolo = Jobs act applicato all’università.

    ps spero che, contrariamente alla legge Gelmini, stavolta saliremo tutti sulle barricate.

  9. come per la scuola, così per l’università: QED!!!
    il jabact lo stanno subdolamente imponendo anche al settore scuola/università nel silenzio più totale e con la presunzione di essere il meglio in circolazione. Ma il CV della Puglisi lo avete visto?
    http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029165.htm
    Nient’altro che tagiatore di teste (vera ragione della sua mission nel mondo scolastico). Sul ritorno della Moratti nessun dubbio: Adesso stiamo solo scontando i danni fatti da lei, per scontare quelli della Gelmini dovremo aspettare ancora un paio d’anni

  10. Diciamo meglio: il professore americano di Yale non verrà mai in Italia (a meno che non abbia sufficiente esprit umanistico da fare come Tiberio a Capri). Il professore italiano che insegna a Yale non lo può dire e di solito non lo dice, ma ha un’enorme voglia di tornare in Italia. E appena può lo fa. Ma questo è un commento un po’ off topic. I piani che emergono da computer di senatori PD e prendono forma in convegni a San Patrignano (!) sono vere e proprie mostruosità: ma finché non faremo una protesta come si deve, affermando il diritto a non essere governati da cialtroni de passaggio, questa dilettantesca e tragica iconoclastia non si fermerà mai. I finti spazi di ascolto dànno una modesta patina di legittimità a copioni già scritti: tutto, sia nella scuola sia a livello universitario, corrisponde infatti all’idea della formazione media e superiore propria delle confindustrie europee (e quindi, ma solo di riflesso, di quella italiana, nel ruolo di articolazione periferica che ha assunto giocoforza nell’eurosistema). Si va in sostanza verso un modello americano (le 5 università prefigurate da Renzi fin dagli inizi), naturalmente sottofinanziato come è d’uopo in una provincia in corso di declassamento e riposizionamente economico. Perché le classi dirigenti italiane dovrebbero pagare le tasse per avere, fra le altre cose, un buon sistema universitario organico alla nazione? I loro figli vanno a studiare a Londra e Boston da generazioni. È giunto il momento di smetterla di pagare un servizio a quei pezzenti di cittadini normali, no? E anche le tasse pagate dai cittadini normali è bene dirottarle su altro. Si passerà, in un secondo momento (2017?), al punto che nell’agenda di Monti era in cima alla lista: la sanità. Stessa logica, affari privati ancora più consistenti.

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