Riceviamo e pubblichiamo da un lettore queste riflessioni sui parametri ANVUR.

 

I parametri oggettivi calcolati dall’ANVUR taglieranno fuori una fetta non trascurabile di candidati dalle valutazioni. Lasciamo da parte le considerazioni sulla loro equità (io ritengo che non siano equi, semmai ne riparleremo) e vediamo invece la loro applicabilità. Essendo criteri oggettivi, dovrebbero essere misurabili oggettivamente. Purtroppo, guardando i miei parametri, mi sono accorto che non è così. Siccome a questo punto il desiderio di tutti è che le cose possano procedere senza essere bloccate o fortemente rallentate dai ricorsi, mi permetto di segnalare all’ANVUR (che nella sua mail neanche risponde) alcune problematiche che porterebbero a oggettivi ed inoppugnabili errori di calcolo con ovvie conseguenze. Siccome spero che i responsabili leggano queste pagine di ROARS, mando a voi le mie considerazioni sperando che possano, magari con il contributo di altri, diventare un utile punto di partenza per migliorare il procedimento.

1)    Un punto assolutamente ingiusto è la determinazione dell’età accademica dal primo lavoro. Chi ha avuto il nome come premio in un lavoro da studente (tipicamente in un piccolo giornale) si trova ad avere l’età accademica che comincia anni prima della laurea. Come si possa immaginare che un simile concetto possa stare in piedi di fronte ad un ricorso è davvero difficile da capire. L’ANVUR dovrebbe fissare l’età accademica dal primo lavoro, ma in ogni caso quanto meno non farla iniziare prima dell’anno successivo a quello della laurea (o anche due anni dopo, considerando che si parte dal primo gennaio). Ma se si lascia la possibilità che chi si è laureato nel novembre 1990 possa avere la propria carriera magari nel gennaio del 1988 vuole dire che si vuole suicidare il concorso, perché questo avrà un notevole impatto nel computo delle citazioni e sicuramente qualcuno si troverà penalizzato e ricorrerà (io stesso che sarei ben sopra la mediana calcolando il mio primo vero lavoro, a causa di un lavoro da studente che peraltro non ha ricevuto citazioni la supero invece di poco).

2)    I database di Scopus ed ISI hanno diversi problemi. Io, per esempio, ho rilevato che un mio lavoro viene considerato come due lavori identici e separati da Scopus, con le citazioni divise tra i due lavori. Questo ovviamente può avere una notevole influenza nel determinare l’H index. Ho chiesto a Scopus di correggere l’errore quando me ne sono accorto, ma non l’hanno ancora fatto. L’ANVUR dovrebbe consentire ai candidati di segnalare questi errori oggettivi per evitare ovvi ricorsi dall’esito scontato.

3)    L’ANVUR dice che computerà il numero delle citazioni prendendo il dato più favorevole tra ISI e Scopus. Ma con questo procedimento non fornirà il numero corretto delle citazioni di un lavoro. Ho controllato un mio lavoro del 1993 che viene a tutt’oggi ancora citato. ISI fornisce un numero maggiore di citazioni negli anni più lontani, mentre Scopus ne fornisce di più negli anni recenti. Nel caso del mio lavoro ISI assegna 153 citazioni, mentre Scopus ne assegna 122. Andando a spulciare le citazioni una per una, e considerando che alcune citazioni presenti su Scopus non sono presenti su ISI, il numero vero di citazioni non è 153 (il valore di ISI), ma 171, con una differenza non trascurabile quando spalmata su diversi lavori. Anche in questo caso l’errore è oggettivo ed inoppugnabile, e non reggerebbe ad un ricorso. Spero che il software di ANVUR sappia calcolare correttamente le citazioni, se non lo fa bisognerebbe farglielo fare o chiedere ai candidati di farlo singolarmente.

4)    ISI e Scopus non sono aggiornati. Sto notando che nel mio caso di alcuni lavori usciti ad inizio agosto non erano state ancora computate le citazioni agli inizi di settembre. Un mio lavoro che è stato pubblicato il 7 agosto scorso a tutt’oggi (13 settembre) è citato in Scopus (non in ISI) ma ho notato che le sue citazioni non sono state ancora contate. Naturalmente anche in questo caso l’errore è oggettivo e può avere un impatto notevolissimo nel calcolo dell’H-c index, visto che lavori recenti citano lavori recenti ed  una sola citazione di un lavoro del 2012 fa aumentare l’H-c di una pubblicazione di quattro punti. Secondo me bisognerebbe calcolare il “semaforo” ad una certa distanza dalla chiusura delle domande (due mesi?) lasciando ai candidati la possibilità di ritirarsi spontaneamente senza “penalità” successive.

Sperando che possiate trovare queste considerazioni utili, vi invio i miei più sentiti ringraziamenti per il vostro sito, che trovo davvero prezioso e ben fatto.

Cordialmente

F.S.

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264 Commenti

  1. Il problema dell’età accademica secpondo me è ancora più grave e suscita numerose perplessità. Io, per esempio, faccio parte della generazione di studiosi chiusi brutalmente fuori dall’università grazie al ceelbre ope legis del 1981, con cui vennero assunti senza concorso tutti quelli chepotevano vantare un qualche titolo di precariato. Ho pubblicato il mio primo articolo scientifico poco dopo laurea, nel 1986, data da cui, secondo l’ANVUR, dovrebbe iniziare la mia età accademica. Peccato però che, nei quasi vent’anni successivi, oltre a continuare a pubblicare, con un ritmo certo inferiore di quello di un ricercatore assunto, visto che nel frattempo dovevo anche lavorare per vivere. Sono entrata in ruolo alla fine del 2004, senza peraltro passare per una fase di “precariato” (che in Francia, dove stavo, grazie a dio non esiste, per lo meno certo non nelle nostre forme), il che vuol dire che, con i criteri dell’ANVUR, sono cornuta e mazziata: non solo nno sono potuta entrare a tempo debito all’universitàe ho continuato a fare ricerca a mio rischio e pericolo, ma adesso lo devo pure scontare perchè la mia anzianità accademica finisce per abbassarmi le mediane – il che non mi preoccupa, visto che le supero comunque: ma lo trovo profondamente ingiusto e anche questo passibile di ricorso. Penso che l’ANVUR farebbe meglio a dimettersi scusandoci per il tempo che ci ha fatto perdere, dopo aver dato tante prove di superficialità e incompetenza (vogliamo parlare della mascherina della VQR, dove ci si chiedeva – in inglese, naturalmente, siamo così internazionali! – in che lingua volevamo essere giudicati? Avevo finalmente tirato un sospiro di sollievo, bene, mi ero detta, ora almeno posso metterci il russo, visto che mi occupo di storia russa e che chiunque se ne occupi lo conosce. Sorpresa. Scelta limitata fra italiano e inglese: dovrò esser giudicata in italiano difficilmente competente in materia o da un anglofono che possibilmente non legge né l’italiano né il russo? ET caetera, et caetera…

    • L’unica soluzione per salvare l’abilitazione nazionale e’ un decreto legge che stabilisca il valore non vincolante delle mediane e che riapra i termini per icandidti commissari. Inoltre andrebbero allungati i termini per i lavori dellacommissione.

  2. Caro lettore anonimo, ma lei pensa che l’Anvur davvero conosca il funzionamento di ISI o SCOPUS…e se si faccia la fatica di compiere le verifiche che lei ha compiuto candidato per candidato..
    vorrei sbagliarmi ma reputo proprio di no…
    Ps. non usi mai la posta elettronica per dialogare con l’Anvur (non rispondono a nessuno, alemo a me no) ma trasmetta i suoi quesiti ocn una bella raccomandata con ricevuta di ritorno, insieme a copia della lettera.
    le potrà essere utile per un eventuale ricorso

  3. E’ inaccettabile il modo e i toni utilizzati dal mondo accademico Italiano sulla validità o meno delle procedure di valutazione per prossimo concorso nazionale. Mi meraviglia il fatto che questi signori discutano poco, o per niente, sul perché si è giunti a questo punto. Sicuramente non lo fanno perché dovrebbero giustificare gli esiti di precedenti concorsi in cui le procedure di valutazione sono altamente discutibili se non indecenti. Faccio ricerca all’esterno. E nonostante abbia conseguito un dottorato in Italia solo 2 anni fa…questi vincoli posti dall’ANVUR non rappresentano per me alcun problema. Mi chiedo come sia possibile che colleghi che fanno questo lavoro da oltre 5-10 anni hanno difficoltà ad accedere al concorso nazionale. Mi chiedo cosa abbiano fatto in questi anni…

    • I “vincoli” di ANVUR non sono vincoli, ma abborracciate alchimie indegne di essere chiamate valutazione. Se in passato vi sono stati casi scandalosi, non mi pare che sia il caso di intervenire alla “Totò e Peppino”.
      Ne approfitto per ribadire il mio solito refrain: o l’accademia italiana imparerà a vivere come una comunità che vigila se stessa, nella quale si perde la reputazione se si compiono azioni inaccettabili, oppure non c’è niente da fare. Mi spiace per i cultori dei numerini che pensano di fare emergere il “merito” senza mai metterci la faccia. Non è così, bisogna mettercela. La regolazione può solo servire a fornire trasparenza e rendicontazione. E’ così da 2.500 anni ed è ora che ci si rassegni o si facciano delle scelte che richiedono qualche volta anche coraggio.

    • Vorrei esprimere tutto il mio disappunto per il fatto che una persona orgogliosa dei propri prodotti di ricerca e del loro riconoscimento bibliometrico, venga apostrofata in maniera dispregiativa come “cultore dei numerini”. Vorrei farvi notare che, a prescindere dagli ovvi limitidella bibliometria, che nessuno nega, quelli che voi chiamate “numerini” vengono utilizzati in tutto il mondo civile per valutare ricercatori, gruppi di ricerca, dipartimenti ed Università (appartenenti ai settori Bibliometrici). Le liste di riviste ISI sono riconosciute a livello planetario e se Scopus e WOS fanno un enorme business sui “numerini” un motivo ci sarà. Se poi l’intento è di lasciare l’Università Italiana indietro di decenni in nome del libero arbitrio dei PO di reclutare chi vogliono senza nessun controllo (tanto paga pantalone) fate pure, ma almeno abbiate il coraggio di dirlo apertamente.
      ANVUR andrebbe cancellata dalla faccia della terra per avere gestito tutta questa vicenda in maniera pessima e aver dato voce a gente come lei.
      V.

    • @Vladimir

      Una persona può essere giustamente orgogliosa della sua ricerca.

      Ma una persona orgogliosa del suo riconoscimento bibliometrico mi preoccupa. Se lo è è effettivamente un ‘cultore dei numerini’, naturalmente propenso ad attribuire a strumenti di misura (magari utili) la dignità dei contenuti che si presume vadano ‘misurati’. Questo è un errore grave con conseguenze esiziali.

      Che poi i dati bibliometrici possano avere un valore come informazione aggiuntiva rispetto alla considerazione del merito del prodotto scientifico non lo contesto.

    • Mi sembra che le nostre posizioni sono vicine. Non mi sembra però il caso di utilizzare termini dispregiativi come “cultore dei numerini”. Chi è nei settori bibliometrici è cresciuto in un sistema in cui c’è un’ovvia correlazione tra la qualità di un contributo, la rivista dove è pubblicato e il numero di citazioni ricevute. In ogni CV, grant application, ERA in qualsiasi paese che non sia l’Italia, si chiede esplicitamente di fornire questi dati. Essere insultati per questo dà “un pò” fastidio.
      E’ assolutamente necessario un sistema per impedire il libero arbitrio e la strumentalizzazione nella valutazione della “dignità dei contenuti”. Ovviamente io non ho idea di quale possa essere il metodo migliore per un filosofo, storico dell’arte o un giurista. Nel mio campo c’è e non riesco ad accettare che il metodo venga distrutto perchè da altre parti non esiste.
      Un saluto
      V.

    • Per un filosofo parlare di “un sistema per impedire il libero arbitrio” suona sinistro…
      Più seriamente: “In ogni CV, grant application, ERA in qualsiasi paese che non sia l’Italia, si chiede esplicitamente di fornire questi dati” – questo non vale certamente per le scienze sociali e dubito anche che valga per ogni paese; e lascerei aperto uno spiraglio ad una riflessione se tutto questo non sia, comunque, sbagliato. La bibliometria non è nata per valutare CV e decidere grant applications. E moltissimi si sono pronunciati contro quest’uso, dove si fa.

    • @ La Rocca: ho appena fatto una grant application all’ERA (progetto interdisciplinare, fra scienze sociali e filosofia), e ho dovuto inserire i “numerini” (citazioni ISI e Google Scholar). I numerini non sono usati meccanicamente ma sono usati, anche all’estero.
      Ho appena scoperto che in Finlandia le strutture di ricerca sono valutate sulla base di ranking di riviste, ovvero con un sistema molto più simile al vituperato sistema australiano che al sistema “misto” (ranking + referee) usato nel VQR per le humanities (che secondo me è molto meglio).
      Tutto questo per dire che mi associo all’intervento di Antonio Banfi più sopra: il problema è a monte, sta dentro di noi (l’accademia) e se non lo risolviamo presto non andremo da nessuna parte.

    • “Chi è nei settori bibliometrici è cresciuto in un sistema in cui c’è un’ovvia correlazione tra la qualità di un contributo, la rivista dove è pubblicato e il numero di citazioni ricevute. In ogni CV, grant application, ERA in qualsiasi paese che non sia l’Italia, si chiede esplicitamente di fornire questi dati. Essere insultati per questo dà “un pò” fastidio.”

      Carissimo Vladimir, lei si concentra sui numerini, ma ci sono anche gli apostrofi nella vita.

      Possiamo discutere a lungo sulle conoscenze e le abilità che dovrebbe avere un professore universitario, ma ritengo che tutti rinengano indispensabile la conoscenza della lingua italiana.

    • Caro Fausto S,
      La ringrazio per la premura e per il simpatico commento sull’apostrofo. Spero vivamente utilizzi altri metodi con i suoi studenti. Le comunico che i dispositivi di oggi hanno i correttori automatici che spesso commettono un po’ di errori, specialmente se utilizzati nella lingua sbagliata come spesso sbadatamente fa il sottoscritto.

    • credo che abbia male interpretato il testo di Banfi. La inviterei a rileggere: nel testo i cultori dei numerino sono quelli che negli ultimi anni hanno fatto credere all’accademia italiana che con la bibliometria avrebbero sollevato il mondo e distrutto le baronie. Non chi è orgoglioso della propria ricerca. E neanche chi è orgoglioso della grandezza del proprio h-index.
      Io poi preferisco un mondo in cui ci sono molte voci, ad un mondo in cui di voci ce n’è una sola.

    • “ANVUR andrebbe cancellata dalla faccia della terra per avere gestito tutta questa vicenda in maniera pessima e aver dato voce a gente come lei.
      V.”

      Pur potendo concordare con la prima delle due, dissento dalla seconda: forse uno dei meriti (involontari) di ANVUR è aver stimolato un dibattito culturale che coinvolge ricercatori di aree diversissime e a cui Antonio Banfi ha dato (come molti altri che pure meriterebbero di essere citati) contributi più che significativi.

    • Caro Vladimir, mi unisco a te per la difesa (non necessaria probabilmente) dell’opinioni di vincenzina caputo.
      Inoltre, il “se” iniziale della frase “Se in passato vi sono stati casi scandalosi…” di Antonio Banfi, mi fa rabbrividire. Io non so in che mondo siete vissuti voi, ma negli ultimi 20, nel 90% dei casi, i “concorsi” sono sempre stati “nomine” del candidato di casa. A mio modesto avviso, l’unico intervento alla “Totò e Peppino” è proprio quel “se” iniziale.

    • Qualche precisazione: candidato di casa non equivale a candidato scandaloso. I casi di cui sono a conoscenza nel mio settore in cui i candidati di casa di scarso o nullo valore hanno prevalso su esterni di qualità apprezzabilmente migliore, sono davvero pochissimi. Ciò non esclude che, nel complesso dell’accademia italiana, e specialmente in alcune aree e di alcuni settori (in particolare quelli dove è maggiore il conflitto di interessi dovuto alle attività professionali) tali casi si siano verificati anche con frequenza allarmante. Torno però a ribadire che questi fenomeni non si risolvono con una regolazione soffocante ma con la trasparenza e con la reazione degli stessi accademici. Non si può pretendere di essere omertosi e sperare che regole magiche risolvano i problemi. Vorrei ricordare, che le abilitazioni NON risolvono affatto i problemi, visto che saranno seguite da concorsi locali allo stato ancora più opachi dei precedenti.
      Da questo punto di vista i precari di SECS, di cui pure non condivido spesso gli argomenti, hanno dimostrato che si può legittimamente alzare la voce.
      Vorrei anche precisare che intervenire alla Totò e Peppino era riferito all’ANVUR, trovo abbastanza sgradevole e insultante ribaltare l’apprezzamento su di me, che fino a prova contraria non ho composto liste di riviste degne di far sghignazzare un intero continente.

  4. Il calcolo dell’età accademica sembra veramente bizzarro. Ad una Faq l’Anvur risponde “L’età accademica è rilevata dalla data della prima pubblicazione scientifica pertinente al settore concorsuale rilevabile dal sito docente e/o dalle banche dati utilizzate”. Sembra che se prevale l'”e”, il lavoro scientifico deve essere presente contemporaneamente su CINECA e banche dati (ISI/SCOPUS); se prevale l'”o” può essere presente indipendentemente su CINECA o su banche dati. IL problema è questo: siccome l’età accademica rappresenta il denominatore di una frazione il cui numeratore è bibliometrico, mi sembra che si voglia dividere due cose qualitativamente differenti. Per la prima mediana si divide infatti il numero di lavori indicizzati per il numero di anni trascorsi dal primo lavoro, che può essere (e spesso è) non indicizzato. Per la seconda mediana il calcolo è ancora più paradossale: il numero di citazioni (derivanti dalle banche dati) diviso un numero che, anche questo, deriva da un calcolo effettuato su un parametro non bibliometrico (nel caso in cui, per esempio, il primo lavoro è un capitolo di libro).
    In questo secondo caso o si tengono in considerazione tutte le citazioni dell’intera produzione (e quindi anche il numeratore diventa “non bibliometrico”), oppure si tiene in considerazione, per l’età accademica, l’anno di pubblicazione del primo lavoro indicizzato (e allora si che diventa tutto bibliometrico).
    Poi, nelle Faq, qualche rigo più sotto si legge: “Come precisa la delibera ANVUR n. 50, ai fini delle mediane sono calcolati solo i prodotti indicizzati in almeno una delle banche dati”
    Io sono per una valutazione oggettiva, ma mi hanno insegnato che il rigore metodologico è ciò che distingue la scienza da tutto il resto.

  5. a me i numerini (fasulli) dell’Anvur mi fanno passare la mediana…e forse magari mi danno pure l’abilitazione…. poi sempre a forza di numerologia (magari usando la smorfia) passo pure al vaglio della selezione locale….
    a me..a me.. a me….
    a lei cara Vincenzina gli toccheranno, forse, dei commissari che,grazie alla terza mediana (non mi pare che si parli di un’abolizione delle mediane per i commissari) saranno sorteggiabili per aver pubblicato uno, due al massino tre articoli in riviste di fascia A, nell’arco di dieci anni….
    contenta lei….
    si ricordi, però, che i commissari ciucci fanno vincere i concorsi solo ai loro allievi ciuchini….

  6. La cosa più scandalosa con riguardo all’introduzione di un principio dell’età accademica è che ci sia ancora qualcuno che la possa mettere in discussione. Riducendo il numero di queste persone a 2 o 3, immagino che gran parte delle critiche su questo argomento si riferiscono alla sua misurazione. La soluzione raggiunta dall’ANVUR è certamente debole perchè l’anno della prima pubblicazione si presta a manipolazione. Sarei curioso però di conoscere una possibile contropropoista. C’è quella di considerare la distanza tra oggi e l’entrata in servizio (ma in quale ruolo?). Bene, mi pare interessante anche perchè mi risulta essere un criterio più restrittivo che ridurrebbe il numero di abilitati (che è un mio asupicio, considerando adessoil numero di abilitati troppo ambio nelle scienze non bibliometriche). Se si fosse scelta questa strada sarei stato più contento. Essa però non avrebbe evitato ne le critiche di ROARS ne un post di un collega che avrebbe, come è stato fatto qui, scritto delle sue recriminazioni motivandole opportunamente (un esempio: ho preso servizio nel 2005, da quel giorno inizia la mia età accademica, ma da quel giorno ho dovuto fare più didattica o attività clinica e quindi ho rallentato la prduzione scientifica). In altre parole, il sistema concorsuale perfetto non esiste. Io, però, a quello precedente, preferisco di gran lunga quello imperfetto.

    • La controproposta è semplice: non imbarcarsi nella ricerca di pseudo-indicatori inventati e attenersi alla letteratura bibliometrica e alle pratiche internazionali. Una volta imboccata la via dell’improvvisazione superficale e arbitraria di normalizzazioni ce ne sono tante e diverse ma con una caratteristica comune: sono tutte completamente sbagliate

    • Sull’età accademica il punto è uno solo. il ministro e ANVUR hanno scritto che si doveva fare in un modo. E che l’età accademica era una cosa. Poi evidentemente si sono accorti che c’erano risultati indesiderabili (quali?), e hanno detto che l’età accademica era un’altra cosa e fatto in altro modo (h-contemporaneo). Qui non si discute di due indicatori migliore l’uno o l’altro. Ma del fatto che in uno stato di diritto le regole si rispettano.

    • Le regole che funzionano meglio sono sempre quelle più vicine alla propria situazione. Così non si può discutere. La seconda mediana dei bibliometrici favorisce i più giovani perchè hanno lavorato in un periodo con più riviste scientifiche e quindi con più opportunità di essere citati. Lo si è già detto e ripetuto, con queste regole 500 citazioni di un giovane valgono più delle 1000 di un ricercatore più anziano.
      Per il resto se si voleva evitare manipolazioni bastava prendere
      sum(i) cit_i/eta_i anzichè cit_tot/eta_0. Un compromesso che ai giovani continua a non piacere però.

    • @ delrosi, ETA’ ACCADEMICA

      L’introduzione dell’età accademica in una procedura di abilitazione a numero aperto è in mia opinione, un criterio assurdo. I numeri che adrebbero considerati sono quelli assoluti, non normalizzazioni che tengano conto di periodi di congedo, malattia o maternità.

      E se siamo solo tre persone (almeno io, Sylos Labini e Baccini) che ritengono questo sbagliato, io sono tra di loro.

      Lo ho già scritto in altri post. Lo scopo della procedura DI ABILITAZIONE non è creare una classifica dei docenti italiani, ma stabilire chi è sopra o sotto un’asticella, dei criteri minimi.
      L’esempio più vicino a questo è la laurea, che rappresenta una qualificazione a numero aperto. Si consegue la laurea dopo aver raggiunto un certo numero di crediti formativi es. 180. Ha senso negare la laurea ad uno studente “sfigato” perchè questa soglia la raggiunge in 10 anni anzichè 3?? Di contro, ha senso laureare uno studente brillantissimo che raggiunge “solo” 170 crediti in due anni? E a una studentessa brava che a a causa di una maternità non ottiene tutti i crediti nei 3 anni? La risposta alle tre domande è assolutamente no. Tirata di orecchi allo studente ritardatario ma laurea senza discussioni; encomio allo studente brillante a alla studentessa in maternità, con richiesta di ottenere tutti i crediti prima della laurea.

      Attenzione: se poi devo confrontare i tre candidati, una volta che la laurea la hanno ottenuta, in un concorso pubblico o un posto di lavoro, l’età accademica la devo considerare eccome.

      L’età accademica dovrebbe essere considerata quindi solo NEL CONFRONTO tra candidati, ad esempio a livello di selezione locale, non certo per valutare se certi criteri li superano o meno.

      A tutto questo aggiungiamo il problema metodologico: come si determina l’età accademica? Come si può verificare in maniera indipendente l’età accademica di un candidato, visto che le motivazioni dei periodi di congedo potrebbero essere giustamente coperte dalla legge sulla privacy? Come posso identificare la prima pubblicazione se non dalle dichiarazioni del candidato? Posso escludere le pubblicazioni più antiche per variare al mia età accademica? Questo comportamento è accettabile da un punto di vista etico? E dal punto di vista giuridico?
      A questa domanda non riesco a trovare una risposta “univoca anche se con alcune ambiguità”.
      Metterei la mano sul fuoco che i probabili ricorsi dei candidati all’ANVUR riguarderanno in buona parte l’età accademica.

      L’ANVUR potrà essere criticata quanto si vuole, ma il peccato originale è che nel DM76 (discusso precedentemente con ANVUR, presumo) è stato introdotto un criterio illogico per una procedura di abilitazione (la normalizzazione degli indicatori per età accademica) e loro hanno cercato di implementarlo come possibile, mettendo però una pezza peggio del buco.

    • Io invece penso che sarebbe stato meglio considerare solo la produzione scientifica dell’ultimo decennio, normalizzando eventualmente i parametri di chi si fosse addottorato da meno di 10 anni (o avesse avuto periodi di congedo per maternita’).

      Penso che, come **primo filtro**, sarebbe stato piu’ che sufficiente, e nessuno avrebbe potuto lamentarsi.
      Ovviamente, in sede di giudizio, la commissione dovrebbe considerare la produzione complessiva, com’e’ giusto che sia.

      Comunque, dopo la storiaccia delle “riviste scientifiche”, questa dell’eta’ accademica e’ una falla minore.

    • “E se siamo solo tre persone (almeno io, Sylos Labini e Baccini) che ritengono questo sbagliato, io sono tra di loro.”

      Con me siete in quattro.

    • perfettamente d’accordo. Che l’età accademica sia un criterio del tutto assurdo in un sistema che deve conferire un’abilitazione non v’è dubbio alcuno.
      Il problema sorge quando si usano questi argomenti per rigettare la bibliometria “in toto”.
      V.

    • Vorrei solo aggiungere una cosa. Anche qui a mio parere il problema è riconducibile all’aver voluto utilizzare la mediana di coloro già in ruolo. Se ci si pensa un attimo, la normalizzazione diventa necessaria nel momento in cui si vuole confrontare la produttività di un “aspirante” PA con quella del 50% degli attuali PA. Sarebbe un confronto veramente impari senza normalizzazione. Tutto questo non sarebbe stato necessario se qualcuno avesse avuto la saggezza ed il coraggio di utilizzare indicatori fissi.
      V.

    • Caro Marco,

      Come ho avuto modo di dire in altro post non posso essere d’accordo con voi tre, quattro o cento, se le finestre temporali restano decennali e se si pretende che ricercatori precari debbano superare le mediane dei loro diretti superiori i quali mettono i nomi su tutte le loro pubblicazioni.
      Il criterio del superamento delle mediane calcolate sul gruppo al quale si aspira a fare parte regge solo sull’assunto che molti membri di quel gruppo sono dei nullafacenti o quasi.
      Ovviamente concordo che la definizione data e’ ingiusta, soprattutto se si considera che e’ sempre stato un pregi aver iniziato la produzione scientifica prima di essere inquadrato in un posto in cui sei pagato per fare ricerca. Per assurdo con questa definizione possiamo avere personale in ruolo con EA inferiore a quella di ruolo!

    • Caro Playmoutian,
      grazie per il commento.

      Volevo riflettere sulla tua affermazione:
      “…se si pretende che ricercatori precari debbano superare le mediane dei loro diretti superiori i quali mettono i nomi su tutte le loro pubblicazioni…”

      Mi permetti di farti osservare che quello che tu descrivi si chiama “honorary authorship”, e non è un comportamento giusto.
      Se io faccio una pubblicazione, e includo qualcuno che non ha dato nessun tipo di contributo scientifico solo perchè è il mio supervisore, questo non è corretto. Non è possibile dire che visto che questo modo di fare sia putroppo ampiamente diffuso, allora dobbiamo introdurre assurdità tipo l’età accademica.

    • Caro Marco,

      In realtà il processo per cui i non strutturati contribuiscono ad aumentare la mediana che poi dovranno superare per me si risolve prendendo come mediana di riferimento quella dei ricercatori al fine di diventare PA.
      L’età accademica serve, a mio avviso, a bilanciare il fatto che è stata presa come riferimento una finestra di 10 anni, anzi 10.5, che senza età accademica comporterebbe per la maggioranza una attesa obbligatoria “mediana” di almeno 11 anni (con continuità di contratto) per ottenere la tenure nelle università italiane.
      La stima nasce dal concetto stesso di mediana, supponendo che la produttività di associati e ricercatori sia la stessa con continuità di contratto, cosa di cui dubito perché di solito le università tendono a dare più risorse ai più alti “in grado”.
      Sul problema dell'”honorary authorship”, in prima battuta non è detto che l’associato non collabori attivamente con il ricercatore, cosa che sarebbe di per se normale. Inoltre non ci vedo niente di strano se il ricercatore pagato su un progetto presentato dall’associato, metta il nome del coordinatore del progetto nei suoi lavori anche se questo non sempre è attivo nel lavoro stesso.
      Questo e’ un modo secondo me normale di lavorare ed e’ per questo che il concetto di superare la mediana del gruppo a cui aspiri a diventare parte è per me assurdo in pricipio.
      In pratica si hanno tutti gli altri problemi elencati: grossi gruppi che mettono il nome di tutti e si autocitano a vicenda creando quindi persone che non hanno mai fatto nulla ma si trovano a superare le mediane con facilità.

    • “Inoltre non ci vedo niente di strano se il ricercatore pagato su un progetto presentato dall’associato, metta il nome del coordinatore del progetto nei suoi lavori anche se questo non sempre è attivo nel lavoro stesso.”

      E invece no. Purtroppo in Italia c’è questa ignoranza diffusa delle regole di authorship che alla fine invalida tutto il sistema. Aver reperito i fondi per un progetto NON è condizione sufficiente per essere autori di un lavoro. In quel caso si va negli acknowledgements. È indispensabile rispettare questi criteri, altrimenti è ovvio che gli indicatori bibliometrici diventano una barzelletta.
      V.

    • “Purtroppo in Italia c’è questa ignoranza diffusa delle regole di authorship che alla fine invalida tutto il sistema.”
      Veramente questo discorso l’ho sentito anche in UK.
      Comunque io do per scontato che chi dirige un progetto segue il lavoro e da le linee guida e partecipa almeno alla scrittura degli articoli.

    • Carissimi,

      Grazie per I vostri commenti. Spero che ROARS continui ad essere un luogo aperto ove confrontarsi e cercare assieme di migliorare la nostra Università.

      La soluzione prospettata da de Nicolao per l’abilitazione (mediane fisse e niente normalizzazione per età accademica) nella sua estrema semplicità è eccellente. Risolverebbe in un colpo solo problemi pratici e di principio.
      Con due modifiche tutto sommato piccole si risolverebbero una marea di problemi.

      @ playmoutian,

      se gli indicatori fossero calcolati solo su un periodo discreto (tipo 10-15 anni), senza nomalizzazione, questo sarebbe accettabile ed enormente piùsemplice da calcolare/verificare. Nei settori bibliometrici, si utilizzano le citazioni dai database scopus/ISI. Ora, Scopus prima del 1996 non ha una copertura completa, quindi qualsiasi dato calcolato prima del 1996 utilizzando Scopus è impreciso.

      @delrosi:

      ho il Massimo rispetto per le donne in gravidanza, per chi ha avuto problemi di salute e per chi non ha una posizione a tempo indeterminato all’interno dell’università. Ritengo che queste categorie non debbano essere svantaggiate ma neppure avvantaggiate.

      Non avrei alcuna preclusione a farmi operare da un primario donna che ha avuto tre figli, se ha una qualifica sufficiente. Ma lei, se il primario è stato appena abilitato con metà delle competenze necessarie, perchè appunto ha dovuto giustamente seguire tre figli, si lascerebbe operare serenamente?

    • L’età accademica andrebbe abolita. La legge n. 240/2010 parla dell’abilitazione come di un’attestazione di qualificazione scientifica e non c’è ragione di normalizzare per l’età. Qualcuno potrebbe sospettare che sia stata introdotta ad arte per consentire il sorpasso di candidati più anziani da parte di giovani appartenenti a gruppi di ricerca numerosi che sfornano molti articoli a firma multipla. L’età accademica è una fonte senza fine di paradossi logici, pone problemi quasi insormontabili di misurazione obiettiva e per di più è del tutto inutile se devo valutare la qualificazione scientifica dei candidati che è un concetto assoluto. Posso aver raggiunto la medesima qualificazione impiegando periodi di tempo diversi e non c’è ragione di distinguere.

      Infine, essendo in contrasto con la legge n. 240/2010, l’età accademica fornisce anche materia di ricorso ed è pertanto pure pericolosa per la tenuta giuridica delle abilitazioni. Uno dei tanti mostri inutili e dannosi che sono stati partoriti da ANVUR+MIUR.

    • Caro Giuseppe, non concordo con la tua (e di altri) posizione.
      Il concetto di eta’ accedemica, se pur definito in modo aberrante, e’ una delle poche cose sensate che e’ stata introdotta in questa follia.
      Infatti se eliminamo solo questa e lasciamo gli indicatori cosi’ come sono, sarebbe una condanna a morte certa per tutti i precari.
      Se la finestra temporale resta di 10 anni e’ plausibile che questo significhi dover fare almeno 10 anni di carriera prima di raggiungere la mediana e quindi 11 per superarla.
      Inoltre le citazioni aumentano con il tempo, questo e’ un fatto, anche perche’ non si filtrano le autocitazioni.
      Ritengo in pratica impossibile per giovane dopo 10 anni di poter raggiungere il numero di citazioni mediano di associati che avranno (“medianamente”) 20 anni di carriera.
      Se si elimina l’eta’ accademica, bisogna rivedere le finestre temporali ma sopratutto, come ho gia’ detto, rivedere anche il metodo. Ovvero i ricercatori devono essere sopra la mediana dei loro pari, e cosi’ via.
      Ricordiamoci inoltre che “a regime”, se ci si arrivera’ mai, il percorso previsto dalla legge gelmini e’ 3 anni di dottorato + 3 anni di contratto A + 3 anni di contratto B.
      Supponendo che si partecipi all’abilitazione l’ultimo anno disponibile, ovvero all’ultimo del contratto B, un ricercatore tipo, avra’ 3 anni di dottrato + 5 da RTD.
      Considerato che e’ assurdo pensare che durante il dottorato si possa avere una produttivita’ paragonabile a quella di un associato o di un ricercatore, la vera finestra temporale su cui e’ lecito fare i conti e’ di appena 5 anni.

    • “Ritengo in pratica impossibile per giovane dopo 10 anni di poter raggiungere il numero di citazioni mediano di associati che avranno (“medianamente”) 20 anni di carriera.”

      Ma io sono anche contrario alle mediane. A norma di legge 240/2010 si deve valutare la qualificazione scientifica non valutare se si supera la metà dei PA o PO già in servizio (su questo punto il DM 76 potrebbe essere oggetto di ricorsi perché travalica il testo di legge). Se un candidato ha raggiunto la qualificazione da professore associato è giusto abilitarlo senza fare distinzione tra RTD o precario. Se devono esserci soglie, devono essere soglie tali che al di sotto di esse non c’è la massa critica per aspirare ad una qualificazione scientifica.

    • Sono d’accordo sul non considerare le mediane cosi’ fatte come un criterio logico.
      Ma scagliarsi solo contro l’EA, pur formulata in modo ingiusto, e’ per me sbagliato.
      Piuttosto che eliminarla, la si potrebbe usare come criterio di minimo, ad esempio imporre 5 anni di EA per PA e 10 anni per PO, altrimenti sei bocciato.
      E’ sbagliato essere precari per molti anni, ma e’ anche giusto avere un po’ di esperienza prima di diventare professore universitario!

  7. Caro Del Rosi, il problema non è come si misura l’età accademica. Il problema è aver voluto normalizzare gli indicatore bibliometrici senza che la legge di riferimento la “Gelmini” nè parlasse. E’ stato il DM 76 e le delibere ANVUR che hanno introdotto la normalizzazione per l’età accademica senza rendersi conto, come tutti i dilettanti allo sbaraglio, di introdurre una variabile non controllabile.
    Se si fosse un pò seguito il dibattito prima dell’uscita delle norme forse si capirebbe. Cosa è successo: a) sono stati introdotti (alla luce delle migliori pratiche internazionali, sic!!!) gli indicatori quantitativi (citazioni ed H index); b) qualcuno avrà scoperto (guarda un pò) che gli indicatori sono età dipendenti; c)qualcuno avrà detto: non sia mai, penalizziamo i giovani e diranno che il MIUR e l’ANVUR proteggono i vecchi baroni; d) qualche solone avrà avuto la grande idea: bene! normalizziamo per l’età così favoriamo i giovani e puniamo i professori anziani (in particolari gli associati che non hanno fatto carriera prima) e ringiovaniamo l’accademia (come si fà ad Harvard); e) ….e le donne che hanno tante icombenze come le tuteliamo? Semplice tenendo “conto dei periodi di congedo per maternità, di altri periodi di congedo o aspettativa, previsti dalle leggi vigenti e diversi da quelli per motivi di studio, nonché di interruzioni dell’attività scientifica per fondati motivi da valutare in relazione al curriculum del candidato”.
    f) rendendosi conto che l’unico dato certo e certificabile era l’età di nascita, e forse la data di matrimonio (ma i single ed i gay sarebbero stati penalizzati), hanno iniziato a dibattere su come si potesse misurare questa età, invece di umilmente ammettere che questa normalizzazione era una bufala; g) premesso che, giustamente, per diventare professore universitario non è previsto per legge nessun titolo (laurea, dottorato, specializzazioni, anzianità di servizio come ricercatore o quant’altro), ci si è dovuto inventare l’età accademica.
    Vi ricordo che sul sito dell’ANVUR è stata pubblicata questa FAQ … esplicativa: “l’età accademica è rilevata dalla data della prima pubblicazione scientifica pertinente al settore concorsuale rilevabile dal sito docente (CINECA) e/o dalle banche dati utilizzate. Nel caso sia possibile rilevare divergenze tra sito docente e banche dati, verrà utilizzata la data della prima pubblicazione in ordine di tempo.
    Rimane come al solito un problema (uno dei tanti) che l’ANVUR non risolve. Chi decide che il paper n. 1 individuato nelle banche date è pertinente al settore concorsuale?
    Caro del Rosi, se si voleva ingarbugliare la matassa, non si poteva fare meglio. Hanno voluto utilizzare gli indicatori normalizzati (in un pubblico concorso dove deve essere certificato tutto, dove i verbali si firmano pagina per pagina, dove il responsabile del procedimento risponde di regola come una Sibilla, dove il ricorso si nasconde dietro ogni virgola o condizionale usato) senza rendersi conto che sia il numeratore che il denominatore era non….certificabili.
    Requiem….

    • A me la necessità di stabilie un principio dell’età accademica pare pacifico (il principio, non la sua misurazione). Riguardo al “Che dire”, confesso di essere in imbarazzo….cosa devo dire: è un gran commento. Sintetizzandolo, si critica, in sequenza: la bibliometria (i cui limiti sono noti a tutti, risparmiatemi la rassegna please), il ringiovanimento dell’Università, l’introduzione di correttivi per le donne in gravidanza; si termina poi con un quesito sulla cui rilevanza potrei non dormirci la notte. Cosa devo dire? non saprei proprio… forse si, è meglio che vada a riposare.

    • Aggiungerei che se un candidato si è laureato e ha cominciato a pubblicare molto tardi (perchè magari non è particolarmente brillante) e se ha un’anzianità inferiore a 10 anni si vede amplificato, in modo per niente meritorio, il parametro articoli (nei settori biblio). In questo caso come la mettiamo? Direi che mi aggiungo alla lista Baccini, Sylos, Zhok, etc.).
      Se poi ci aggiungiamo che i parametri DM76 secondo me sono illegittimi causa mancanza dell’individuazione del contributo individuale, completiamo l’opera.
      Anche io penso che tutto questo sia frutto di improvvisazione corredata da tentativi (riusciti) di garantire le grandi cordate che, peraltro, sono costituite proprio da coloro che hanno esercitato il controllo delle commissioni nel vecchio sistema (con tutte le “storture” annesse).

    • Per eliminare alcune storture, bisognerebbe imporre un’EA minima per procedere con l’abilitazione. Questo dovrebbe essere l’unico parametro inderogabile per le commissioni.

  8. Credo che per l’età accademica l’ANVUR dovrà tenere conto del primo articolo PUBBLICATO su CINECA e INDICIZZATO SU SCOPUS ISI altrimenti utilizzando una disparità tra i criteri aprirà la via ad ulteriori ricorsi.
    Per l’alternativa io proporrei quella utilizzata in Europa per i finanziamenti ai ricercatori: la data di conseguimento del dottorato.

    • La mediana è stata calcolata su docenti che il dottorato forse non l’hanno nemmeno fatto. Il problema è sempre quello di confrontare un indicatore del candidato con un numero di riferimento e di dare un senso a questo confronto. Deve essere maggiore di 0.01 o non deve discostarsi più del 10% in senso negativo? Stiamo parlando di un requisito di accesso accettabile non di una tagliola.

    • Proprio così la maggior parte di loro è diventato PO tra il 1980 e 1l 1986, con una successiva infornata negli anni novanta.
      Il dottorato in Italia ha preso avvio dopo il 1980 e il primo ciclo era del 1982, forse.

    • cara Patty,
      Il problema è utilizzare l’età accademica in una procedura in cui non è previsto il confronto tra candidati, ovvero l’abilitazione nazionale.

      E’ chiaro che se devo stabilire chi è più meritevole tra diversi candidati, (un grant come l’ERC-STg, ad esempio o il concorso locale) allora serve eccome.

  9. Diciamo che ancora una volta non riesco a seguire il “mainstream” dei commenti e ad appassionarmi ad una discussione come questa, ma delle due l’una:
    a) Non ho capito come si calcoli l’età accademica;
    b) qualcuno ci “marcia”
    Allora: per età accademica si intende “il periodo di tempo successivo alla data della prima pubblicazione scientifica pertinente al settore concorsuale, tenuto conto dei periodi di congedo per maternità, di altri periodi di congedo o aspettativa, previsti dalle leggi vigenti e diversi da quelli per motivi di studio, nonché di interruzioni dell’attività scientifica per fondati motivi da valutare in relazione al curriculum del candidato.”

    Detto questo -e riconoscendo che tale norma è scritta coi piedi- non capisco le lamentazioni di chi ha pubblicato in tenera età (durante il corso di studi, per esempio) e che ora si vede quindi un’età accademica spropositata!
    Il secondo periodo della norma recita infatti: tenuto conto dei periodi di congedo per maternità, di altri periodi di congedo o aspettativa, previsti dalle leggi vigenti e diversi da quelli per motivi di studio, nonché di interruzioni dell’attività scientifica per fondati motivi da valutare in relazione al curriculum del candidato.
    Ripeto: tale norma sembra scritta per chi è “strutturato” e quindi perde il valore di universalità che una norma dovrebbe avere, ma se uno ha pubblicato il lavoro di tesi e poi ha fatto altro per tre anni e quindi è tornato a far ricerca, quei tre anni, aggrappandosi alla frase “nonché di interruzioni dell’attività scientifica per fondati motivi da valutare in relazione al curriculum del candidato.” mi pare offra delle vie d’uscita e, a mio parere, quei tre anni non andrebbero computati.
    Normalizzare per età accademica serve a confrontare chi ha vent’anni di attività con chi ne ha per esempio la metà… Dove è il danno?
    Se io ho venti pubblicazioni in dieci anni (e da precario con diverse interruzioni etc etc), perche’ dovrei “soccombere” contro chi e’ ricercatore da venti (e quindi ha fatto solo ricerca) con trenta articoli?
    Riconosco un “favor” (forse) verso i giovani, ma è la “infame” legge Gelmini, con l’eliminazione del primo ingresso (quello da ricercatore) ad aver creato questa guerra tra chi cerca (e meriterebbe) di entrare e chi invece è già dentro e vuole far carriera…
    E poi basta con la “menata” del vecchio articolo molto citato che verrebbe penalizzato rispetto al nuovo… questo è vero (forse, sarebbe da dimostrare con calcoli alla mano) per l’hc ma il vecchio articolo molto citato, contribuisce ad alzare le citazioni totali e cioè la seconda mediana (settori non bibliometrici) che pure è importante.

    Ripeto: non difendo il sistema di valutazione (che non mi piace perché fatto male), ma certe critiche partigiane mi sembrano risibili e lontane da quelle critiche puntuali (e più utili) che ROARS continua ad ospitare.

    • Chi ci marcia? Non è facile dare una risposta.
      Ribadisco fino alla noia: sum_i cit_i/eta_i comporta una normalizzazione, non è taroccabile e non devi togliere e ripudiare le pubblicazioni più vecchie. A parte l’incertezza +/- 10% sulle citazioni, di cui si potrebbe tenere conto nello stabilire un requisito di ammissione, sostituirebbe lo sgangherato cit_tot/eta_0 in modo decoroso.

    • “Normalizzare per età accademica serve a confrontare chi ha vent’anni di attività con chi ne ha per esempio la metà… Dove è il danno?
      Se io ho venti pubblicazioni in dieci anni (e da precario con diverse interruzioni etc etc), perche’ dovrei “soccombere” contro chi e’ ricercatore da venti (e quindi ha fatto solo ricerca) con trenta articoli?”

      Nella legge 240/2010 l’abilitazione è descritta come un’attestazione di qualificazione scientifica. Non viene menzionato il numero di anni necessario a raggiungere questa qualificazione che è un concetto di tipo assoluto (ho la qualificazione necessaria per svolgere i compiti di un PO oppure di un PA). Aver introdotto l’età accademica è una forzatura del DM 76 e potrebbe persino essere oggetto di ricorso.

    • Esatto!
      Si tratta di attestare la maturità scientifica del candidato, non di operare una valutazione comparativa.
      (Che poi la valutazione comparativa si possa svolgere con i numerini è alquanto dubbio; sicuramente non con questi numerini).
      Ma, per citarla, c’è qualcuno che NON sospetti che l’età accademica “[..] sia stata introdotta ad arte per consentire il sorpasso di candidati più anziani da parte di giovani appartenenti a gruppi di ricerca numerosi che sfornano molti articoli a firma multipla”?

    • io francamente non credo. Come scritto sopra mi sembra che introdurre un meccanismo di normalizzazione fosse inevitabile nel momento in cui chi accede al sistema si deve confrontare con i parametri di chi sta dentro il sistema da trenta anni. Il problema è nell’utilizzo delle “mediane”. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che l’età accademica sia un’assurdità però per eliminarla bisognerebbe utilizzare indicatori fissi.
      V.

    • 1) Non è una valutazione comparativa e non c’è nulla da confrontare.
      2) Se pensiamo che per fare il professore universitario basti fare ricerca da un paio d’anni, con qualche articolo a k autori opportunamente di moda, opportunamente normalizzato e soprattutto opportunamente citato abbiamo un problema.
      Serio, altro che i concorsi vecchio stile.

    • Abolizione di età accademica a mediane ed uso di indicatori fissi: sono proprio gli interventi sul DM 76 che potrebbero rimettere il treno sui binari. Se si fanno subito, le abilitazioni possono ancora essere salvate.

    • @StefanoL

      non mi sono spiegato. So benissimo che l’abilitazione non è una valutazione comparativa tra candidati. Però, nel momento in cui si utilizzano come parametro di confronto le mediane dei PA e PO in servizio, è assolutamente ingiusto non normalizzare per età accademica. Un precario con 10 anni di ricerca si dovrebbe confrontare con le mediane di associati che magari ne hanno 30. Se si utilizzassero indicatori fissi al posto delle mediane allora certamente l’età accademica non ha senso.
      I casi limite di un paio d’anni con pochi articoli ingigantiti in maniera abnorme dalla normalizzazione deovrebbe comunque essere la commissione a scremarli.
      V.

    • De nicolao ha assolutamente ragione. L’eta’ accademica e’ illegittima e apre la porta ad innumerevoli ricorsi.

  10. Caro FS
    chiedo scusa a lei ed agli altri lettori, ma mi autocito da un precedente commento ad altro articolo. In ogni caso la mia storia sembra molto simile alla sua. Età accademica 30 anni, primi lavori senza citazioni, di ruolu tuttavia da un anno dopo la laurea (dunque un privilegiato).

    Provo ad esporre per punti ciò che proporrei “si fossi foco”, con la premessa che chi scrive è un associato settori bibliometrici.
    1. Età accademica: a mio parere sarebeb più equo e ragionevole occorre valutare la produzione scientifica relativa al periodo trascorso nel ruolo occupato al momento di presentare la domanda. Del resto, mi sembrerebbe implicito nel ragionamento che porta a determinare un numero di pubblicazioni che DEBBONO essere state prodotte negli ultimi dieci anni. Tutti gli associati hanno già avuto giudizio positivo circa la produzione relativa al periodo trascorso da ricercatori. Se era buona allora lo è ancora, o no? In alternativa, fare i conti dal momento in cui il singolo candidato ha ricevuto la prima citazione.

    2. H indice corretto: ho già detto come la penso (e l’ha detto anche lei). Come se l’articolo di sette pagine sulla relatività ristretta, valesse meno oggi di allora. Ma non scherziamo. Ricordo che quando ancora non esisteva Pub med, circolava un giornale, Current Contents, che, nelle prime pagine riportava l’elenco dei Citation Classics. Avere un lavoro che resiste al trascorrere del tempo ed al progresso delle conoscenze è un MERITO, non una colpa!

    3. Numero di citazioni ricevute dalla produzione complessiva (a prescindere dall’ovvia impossibilità di determinarlo con precisione maggiore del +/- 20%, direi): vedi punto 1 piano alternativo. Ma chi vuoi che citasse i miei primi lavori, scritti in itliano su riviste che più di nicchia di così non si può. Eppoi, mica abbiamo avuto tutti le medesime opportunità. Io ho scelto in base al mio gusto e passione personale il mio ambito di ricerca, certo non in base alla mia conoscenza di quanto forte fosse il gruppo nel quale sono entrato.

    4. Invito a voler riflettere ancora una volta come tutte queste “quantificazioni” siano pretestuose, decisamente “gattopardesche” (Israel, ROARS, 2012)e mirate ad un blocco delle assunzioni e progressioni di carriera per quelli della nostra generazione.

    PROPOSTE ACCESSORIE

    ELIMINAZIONE dei SSD e dei settori concorsuali, aberrazione direi unica, perlomeno singolare, del nostro sistema di reclutamento. Uno scandalo da cui è nato lo scandalo presente e del quale non ci si riesce a liberare.

    Assunzione diretta del docente da parte dell’ateneo interessato.
    Quando lavoravo a Boston University, il candidato si faceva bello bello un certo numero di conferenze (lezioni) presso i dipartimenti interessati e il giudizio dei dipartimenti era esiziale per l’esito della trattativa, non so se mi spiego. Alla faccia della produzione scientifica.

    Come altri, ritengo inderogabile introdurre il meccanismo dell’assunzione diretta locale, prevedendo (e mettendo in atto) sanzioni per quei dipartimenti ed atenei (per esempio con riduzione di FFO, inibizione a bandire ecc) che assumono docenti e ricercatori (compresi assegnisti di ricerca in parcheggio)che, in un tempo ragionevole si dimostrano improduttivi, assenti dalle lezioni, incapaci di attrarre fondi.
    Il fatto che il nostro sistema sia statale, cioè pubblico, secondo me non è un ostacolo insormontabile.

    Si eliminerebbero così le pastette cui siamo stati abituati da anni? Il vizietto è difficile da eradicare, ma secondo me questo sarebbe un modo molto migliore per cominciare a tentare di risollevare la qualità del nostro lavoro.

  11. Salve a tutti,
    pongo un altro interrogativo riguardo al computo degli articoli “pubblicati su riviste indicizzate” ed al relativo calcolo delle delle citazioni (riferite all’età accademica) e al contemporary h-index.
    Come verrà trattato un articolo pubblicato su una rivista che al momento della pubblicazione non era indicizzata ed oggi lo è? I casi sono veramente tanti e riguardano articoli poco recenti (pensiamo alle riviste indicizzate solo su Scopus ed agli articoli pubblicati prima del 1995), ma anche recenti.
    Il bando su questo punto è chiaro e si riferisce non al fatto che il singolo articolo sia indicizzato, ma la rivista! Comunque, Scopus tiene il computo di tali citazioni (si rileva nella lista dei riferimenti bibliografici di un articolo indicizzato in cui compare l’articolo in oggetto), pur se – come si può facilmente constatare – non compaiono del profilo dell’autore.

    • Per quale motivo si è scelto di basare il calcolo delle mediane sulle banche dati ISI e Scopus che risultano in maniera evidente incomplete ed imprecise? Non capisco come mai, in tutti questi anni, ci abbiano raccomandato di tenere “in ordine” i nostri siti docente al Cineca e, soprattutto di utilizzare UGOV per la catalogazione dei prodotti di ricerca per poi valutare il nostro lavoro partendo da risultati inesatti.
      E’ una battaglia persa in partenza!

  12. Prima di tutto ringrazio tutti per i commenti.

    Però c’è un malinteso di fondo.

    Molti di voi mi rispondono dicendomi che i criteri non sono giusti, e quali sarebbero più giusti. Ma il punto – l’ho premesso all’inizio dell’intervento – non è discutere su come rendere più giusta l’asticella: e come mettere l’asticella con questi criteri evitando errori oggettivi, grossolani ed indiscutubili che naturalmente porterebbero alla vittoria di qualunque ricorso.

    Esempio: l’età accadmica situare l’inizio dell’età accademica nell’anno dopo la laurea non è giusto: ma è oggettivo, e reggerebbe a qualunque ricorso. Situarla vagamente al primo lavoro pubblicato nelle banche dati no. Un’alternativa sarebbe quella di lasciare al ricercatore la possibilità di situare dove più favorevole l’inizio dell’età accademica, ovviamente non prima dell’entrata in ruolo come ricercatore o professore.

    Vorrei che non si discutesse se questi criteri sono giusti o meno (penso che non lo siano, ma è un argomento differente).

    Vorrei che si discutesse come rendere il più possibile oggettivi questi criteri perché se non lo sono il concorso si blocca e l’idoneità non la prende nessuno, neanche quelli bravissimi come Vincenzina.

    • L’oggettività si deve applicare anche al calcolo della soglia. L’oggettività comporta anche la trasparenza.

    • “ovviamente non prima dell’entrata in ruolo come ricercatore o professore”
      Immagino intendessi dire “non dopo”…
      Il problema dell’età accademica è in effetti spinoso, un altro dei gravissimi errori compiuti dal duo MIUR/ANVUR. Sarebbe stato meglio non normalizzare un bel nulla. Per come sono state formulate le regole (data prima pubblicazione attinente al settore concorsuale), la chiarezza c’è – ovviamente ognuno di noi sa quand’è che ha pubblicato la prima cossa attinente al proprio campo di studi, e avrebbe il dovere di inserirla nel sito cineca – ma si lascia il campo aperto a dubbi su come certificare tale età o, peggio ancora, ipotesi di truffaldina manipolazione a piacimento dell’EA stessa da parte dei candidati (anche tra i commentatori di Roars c’è chi ha candidamente proposto questo…).
      Se si ragiona su un criterio alternativo, non mi convince l’ipotesi della laurea come anno di partenza dell’EA – per i motivi ben esposti qui sotto da Nicola Ferrara. Nemmeno mi convince la data dell’eventuale entrata in ruolo: io, che sono ricercatore da dieci anni, naturalmente “ricercavo” già da prima (se no, come l’avrei vinto un concorso?).
      In ultima analisi, la normalizzazione per me andrebbe abolita, anche perché, come ha scrito in un post su Roars non ricordo chi, qui non si tratta di una prova comparativa, dunque si “normalizzerebbe” rispetto a chi?
      Ma se si insiste su questa strada, a me parrebbe logico che: 1) il candidato “autocertifica” la propria EA inserendo sul sito del cineca TUTTE le pubblicazioni, incluse le più vecchie che lo “sfavorirebbero”, che lui ritiene attinenti al suo campo di ricerca; 2) le commissioni (e anche chiunque altro, essendo i cv dei candidati visibili sul sito del miur) possono fare un riscontro, che se porta all’accertamento dell’esistenza di pubblicazioni precedenti del candidato, una volta accertatane anche la congruenza al settore concorsuale, porta necessariamente a una “correzione” dell’EA – ma potenzialmente anche a una censura del candidato stesso, se l’omissione da parte sua è, diciamo così, particolarmente vistosa.

    • Caro Fausto, io non mi reputo bravissima. Sono solo una persona normale che per fare il proprio lavoro è DOVUTA andare a 6000 km di distanza dai suoi affetti. Il mio lavoro è soggetto a dei vincoli. Se produco una certa quantità di articoli il mio contratto su rinnova, diversamente vado a casa. Come lei sono anche io per l’oggettività. Ma dovrebbe partire da qui la discussione…invece a me pare che l’oggettività, i numeri, etc non piacciono a tutti.

    • Il mio settore è 07/A1 – ECONOMIA AGRARIA ED ESTIMO. Come mai?
      Si certo…per essere precisi si tratta di un’abilitazione scientifica nazionale. Il suo invece Lilli?

    • Il mio è 05/G1 – Farmacologia, Farmacologia Clinica e Farmacognosia. Purtroppo potersi permettere 5 congressi internazionali è un’utopia anche per i gruppi che nel mio dipartimento sono superfinanziati. Poichè sono un cane sciolto ottenere finanziamenti per i progetti è molto più difficile, quando si è fortunati viene giudiacato idoneo ma, we are sorry, non ci sono abbastanza soldi. Al peggio ti scrivono che si l’idea e il progetto sono buoni ma non hai mai lavorato su quell’argomento e quindi lascia perdere.
      Anche io ho scelto per passione già al 4° del mio corso di laurea in medicina. Ho rischiato in un periodo in cui non c’erano Co.Co.Co. e il dottorato era di 825.000 lire al mese, che tuttavia era almeno per me sempre meglio, dal punto di vista stress, della guardia medica che ho fatto per quasi 3 anni prima di entrare in dottorato ed essermi licenziata da una posizione di titolarità.

  13. per stessa affermazione di Rossi & co. (i suggeritori di Katsaros) il passaggio da h/EA ad h_c è stato “suggerito” per non “penalizzare” i concorrenti più anziani all’abilitazione poichè h_c (per un nutrito gruppo di fisici) satura al sul valor medio dopo 12-15 anni di carriera.

    Solo questa affermazione doveva suscitare un “arrevuoto” (sconvolgimento, n.d.r) generale. Ma come, prima fai i conti simulati, poi ti accorgi che premi la popolazione più giovane e quindi cambi il parametro per “aggiustare” le cose?

    Questa è stata la logica perversa di procedere da parte degli improvvisati bibliometristi dell’ANVUR. E questo semplice esempio rende, secondo me, vergognoso qualsiasi confronto (come si sta leggendo qua e là), tra chi supera le mediane e chi no.

    C’erano quelli che prima erano sopra, poi sono scesi sotto e viceversa, c’è chi è sotto ma regge le sorti di un piccolo ateneo sobbarcandosi esami e didattica (e di conseguenza pubblicando meno di bulimici gruppi in cui si condividono a 100 nomi gli stessi lavori), c’è chi è sopra e firma comunque ricorsi al TAR per bloccare questa metodologia di preselezione ESIZIALE per il sistema universitario pubblico.

    Mi ripeto a costo di diventare noioso a me stesso, forse un approccio “quantitativo” alla analisi della ricerca potrebbe, in extremis, servire alla selezione di un giovane ricercatore, di sicuro se dovessi spendere budget per un associato o un ordinario mi premerebbe analizzare ben altri parametri.

    • per me l’ìargomentazione più assurda è che “si comporta bene” su un campione di fisici… etc. etc. Che diamine significa “si comporta bene”? Che tipo di parametro scientifico e’?
      V.

  14. Vorrei che una cosa sia chiara a tutti. Per diventare professore universitario non è necessario: a) laurea, b) dottorato, c) specializzazioni varie, d) ricoprire un ruolo in enti pubblici e privati, etc. E’ necessario mostrare di aver svolto attività scientifica con successo.
    Per tali motivi l’età accademica (per normalizzare altri parametri) non può essere valutata utilizzando le categorie suddette. Questo, spero, sia un punto fermo per tutti.
    Esaminiamo il resto:
    “il periodo di tempo successivo alla data della prima pubblicazione scientifica pertinente al settore concorsuale, tenuto conto dei periodi di congedo per maternità, di altri periodi di congedo o aspettativa, previsti dalle leggi vigenti e diversi da quelli per motivi di studio, nonché di interruzioni dell’attività scientifica per fondati motivi da valutare in relazione al curriculum del candidato.”
    Sono professore ordinario per cui i miei indicatori bibliometrici (ho popolato il sito cineca con diligenza) sono stati usati per calcolare gli indicatori normalizzati per i candidati inclusa la mia età accademica.
    Qualcuno mi sa dire chi si è assunto la responsabilità di ritenere il mio primo lavoro (ad un anno di laurea durante il mio periodo di formazione, 1978) in banche dati coerente con il settore concorsuale dove attualmente (2012) sono inserito? Io non lo ho dichiarato. Come hanno fatto? L’impiegato del Cineca, quella del Call Center dell’ANVUR che non risponde mai a telefono? Sembra questione di lana caprina, ma non è così. Basta questo per dire che le mediane con le relative normalizzazioni sono false.
    Passiamo oltre “….fondati motivi da valutare in relazione al curriculum del candidato”. Qualcuno sà dire cosa vuol dire fondati motivi? Aver avuto una grave e lunga malattia è un fondato motivo? Io protrei (con i dovuti scongiuri) aver avuto un blocco della mia attività per una lunga e grave malattia. Prima di aver calcolato i miei indicatori e la mia età accademica mi è stato chiesto questo? NO.
    Infine, tanto per citare le migliori pratiche internazionali, ma vi immaginate se un ricercatore che volesse far valutare la sua attività scientifica al fine d essere assunto in un qualsiasi dipartimento universitario extra italiano (compreso il Ghana) presentasse i periodi di congedi per maternità, per legge 104, per motivi sindacali, per motivi politici e per qualsiasi
    “fondato motivo da valutare in relazione al curriculum del candidato”. Se ci fosse ancora Totò direbbe… ma mi faccia il piacere.

  15. Da Antonio Banfi: “Qualche precisazione: candidato di casa non equivale a candidato scandaloso”…In un sistema meritocratico il “candidato di casa” non dovrebbe esistere…dovrebbero esistere i candidati. Ma questa non è una novità…non a casa il 99? % delle persone iniziano e finiscono la propria carriera nella medesima Università. Strano…

    Per quanto riguarda “metterci la faccia”…bhè i ricercatori che fanno bene il proprio lavoro la loro faccia la mettono e come….mi preoccuperei di coloro che la faccia (e.g. nome)non la metteno perchè di ricerca ne producono ben poco.

    Se i “numerini” come lei li chiama non forniscono alcuna indicazione sull’attività di ricerca svolta da un ricercatore…bene quale altro metodo propone?

    Mi sembra che una parte del mondo accademico Italiano stia facendo di tutto per giustificare i non risultati…o i pochi risultati raggiunti in questi anni. Non a caso, in molte classi di concorso, nonostate le mediane siano bassisime se confrontate a quello che viene richiesto ad un ricercatore che lavora nehli USA, oltre il 60% degli addetti ai lavori è escluso. Tutto questo si potrebbe definire “la guerra dei poveri”!

    • 1) il sistema era (ed è) un sistema di concorsi locali. Si stupisce che favorisca spesso i candidati locali? Che fra l’altro costano meno?
      2) con metterci la faccia, intendo denunciare gli scandali. Dire di no, opporsi a scelte di reclutamento ingiustificabili. Non intendo “firmare articoli”.
      3) la peer review come negli USA, che lei mi pare ben conoscere. Nel caso, informed peer review.
      4) i dati disponibili smentiscono la tesi che il mondo della ricerca italiano è improduttivo. L’abbiamo scritto un milione di volte, grafici inclusi, può trovare abbondante materiale nel sito.
      p.s. lo scrivente ha vinto un concorso di II fascia a idoneità singola in ateneo diverso dal proprio, dove non aveva mai messo piede prima, con commissione composta da 4 commissari sorteggiati su 5. Così, per dovere di cronaca.
      Infatti sono in attesa di prendere servizio da un anno e nove mesi, visto che costo il multiplo di un interno. Si figuri se mi piacciono i concorsi locali.

    • Cara Vincenzina,
      Penso sia meglio lasciar perdere. Nei paesi civili un Professore universitario si vergognerebbe ad utilizzare concetti come “il candidato di casa”. Il sistema è marcio al punto che chi vi è dentro non è più in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, probabilmente senza nemmeno essere in malafede. A proposito di numeretti, credo che il sistema da proporre, forse questo verrebbe accettato meglio, sarebbe il numeretto del salumiere, con licenza di accoltellare chi sta davanti in fila ovviamente.
      Un saluto,
      V.

    • Qui nessuno difende il concetto di candidato di casa (espressione, peraltro, di Vincenzina Caputo). Il concetto è utilizzato(non difeso, ci passa una leggera differenza) perché i concorsi sono locali ed è ovvio che favoriscano di fatto (è chiaro? *Di fatto*) i candidati locali anche per ragioni di costi. I concorsi locali (previsti anche dalla 240) sono sbagliati e/o necessitano correttivi sulla mobilità dei docenti. Questo è OVVIO. Il resto sono chiacchiere, incluse le sue sul sistema marcio e sulla “probabile buonafede”, che la pregherei d’ora in poi di evitare.
      A proposito, Vladimir, mi dica: le stanno bene concorsi locali per gli abilitati con 4 commissari sorteggiati su 5? Si intende sorteggiati non in loco, come previsto attualmente da molti regolamenti, ma centralmente e con procedura verificabile, all’interno di una lista di docenti che superino anch’essi alcuni livelli di produttività.

    • Il punto fondamentale, secondo me, è la mancanza di valutazione a posteriori. Se nella mia struttura favorisco un candidato inadeguato, ma amico, questo deve avere come conseguenza una penalizzazione per la struttura.
      La valutazione a posteriori permetterebbe di sgombrare rapidamente il campo da tutte le storture dei “concorsi” come li abbiamo conosciuti, nelle varie formulazioni, da tren’anni a questa parte. La chiamata diretta per mezzo di selezioni locali gestite direttamente dalle strutture che mettono a bando un posto (come avviene nei paesi avanzati) permetterebbe ai dipartimenti di dotarsi di procedure di selezione finalizzate all’assunzione del candidato migliore e più adatto al tipo di ricerca che viene svolta in quel contesto.
      Poi, se invece del candidato migliore si sceglie un incapace perchè è amico, allora questo si rifletterà sugli scores del dipartimento che (questi si) possono essere valutati usando parametri di diverso genere.
      Vorrei sottolineare che anche i concorsi effettuati mediante commissioni sorteggiate per 4/5 siano finiti ad implementare logiche del tutto simili a quelle dei concorsi con 2/3 idonei. Il sorteggio non fa alcuna differenza; quello che può fare la differenza, invece, è sapere che la scelta delle persone giuste o sbagliate avrà una conseguenza.
      Se l’ANVUR, invece di fare un mestiere che non le compete finendo a calcolare le mediane, fosse organizzata allo scopo di fare una VERA valutazione delle strutture universitarie, allora io non ci vedrei nulla di male in un’abilitazione larga che prelude alla vera selezione effettuata a livello locale. Come è stato più volte sottolineato, abilitazione non significa assunzione e magari così si riattiverebbe anche una certa mobilità tra i diversi atenei. Mi pare che, come ha detto Giorgio Israel, le abilitazioni nazionali dovessero essere intese proprio così.

    • Concordo al 100%. Si fanno chiamate dirette, la struttura si ne assume la responsabilità e viene valutata per la produzione scientifica e per l’attività didattica che l’ANVUR ha completamente dimenticato.

    • Purtroppo per esperienza non mi fido di nessun commissario e commissione. Il candidato locale non viene scelto solo per una questione di costi quando si tratta di scegliere tra una nuova assunzione ed una promozione interna. Qui la maggior parte delle persone è interessata agli avanzamenti di carriera. Io sono molto più concentrato sull’accesso al sistema. Anche qui si tende a scegliere il candidato locale e non c’è nessuna questione di costi. Si è insegnato ai giovani che quello che conta è mettersi pazientemente in fila, non contraddire il capo e rispettare le regole non scritte del sistema (tipo ritirarsi da un concorso quando ti viene ordinato). Quello che si fare conta nulla o quasi. Una generazione di potenziali ricercatori è stata trasformata in uno stuolo di yes man dalla scarsa produttività. Chi non ha accettato, non ha avuto altra possibilità che fuggire all’estero, per poi accorgersi che sistemi diversi sono possibili…
      A me sembra incedibile che si cerchi di negare queste realtà. Gi indicatori bibliometrici, o i numeretti se preferite, hanno almeno il pregio di poter essere influenzati col proprio lavoro e qualità. Poi è ovvio che nessun sistema può garantire alcunché. Io sono sconvolto che la reazione di molti ricercatori e professori alle mediane è stata di rabberciare in fretta e furia una monografia. Vergogna. Non mi sta però nemmeno bene che la colpa di questo sia data agli indicatori. Da altre parti gli indicatori si usano e questi comportamenti non li ho mai visti. Stesso dicasi per il foglio di Excel con le indicazioni dei lavori da citare per aumentare l’h-index. Anche questo non l’ho mai visto da nessuna altra parte.
      V.

    • Concordo pienamente con te…ma questi atteggiamenti non vengono mai discussi da nessuno perchè nella realtà dei fatti tutti gli aordinari e associati preferiscono sentirsi dire “yes man”!!! Preferiscono mettere le loro firme a lavoro già fatto e non amano l’intraprendenza dei giovani…perchè esiste una regola implicita che è: “mai superare il maestro”. Non è un mistero questo…ma mai nessuno ha creato una discussione così gigantesca dietro questi fenomeni…i giovani aspettano pazientemente il loro turno…e i colletti bianchi fanno ore di consiglio litigando per un posto promesso dopo un posto ceduto!!!

    • Mi pare di capire che, secondo lei, tutti coloro che sono rimasti in Italia sono yes men mentre chi ha scelto di andarsene è un povero perseguitato.
      Non si può discutere su questo piano.

    • Non ho espresso la questione in termini così categorici come la mette lei. Sicuramente credo che la maggioranza di quelli che se ne sono andati, sarebbero rimasti se avessero potuto. Questo non significa che siano stati perseguitati. Significa che senza il “santo in paradiso” le porte sono inevitabilmente chiuse, a prescindere dalle qualità individuali. Almeno questa è la mia esperienza. Nella mia area non ho esempi particolarmente edificanti. Può essere che in altre aree sia diverso ma faccio un po’ fatica a crederlo.
      A me a suo tempo è stato insegnato che il sistema funziona in un certo modo e non c’è alternativa. Poi ad un certo punto, grazie a Dio, ho aperto gli occhi e ho scoperto un mondo diverso da quello che conoscevo. Rispetto agli yes man credo senz’altro che questi, allo stato attuale delle cose, abbiano maggiori possibilità di essere reclutati rispetto a chi tende a pensare con la propria testa e a dirlo. Sbaglio?
      V.

    • Ha perfettamente ragione! il problema sono le riforme che non hanno mai riformato e la legge Gelmini che straparla di meritocrazia e di togliere il potere ai baroni per poi alla fine lasciare tutto come prima se non peggiorare. I giovani sono stati penalizzati anche dalle ope legis, a partire da quella del 1980-81 che ha saturato il sistema inglobando di tutto e di più. Da allora, i pochissimi concorsi nazionali sono stati fatti ad personam per i soliti figli di. Nel 2000 c’è stata un’altra ope legis con abilitazione dei tecnici laureati a ricercatore o associato. Purtroppo come al solito tutti caballeros (almeno nel mio ateneo)! Per l’ennesima volta molti giovani veramente bravi si sono visti chiudere tutte le porte, e dulcis in fundo con la 240 si è andati di male in peggio con l’assurdità del RTD 3+3 che o diventa PA oppure ha buttato tutto il suo tempo e il suo entusiasmo alle ortiche, a meno ovviemente di non essere il solito figlio di qualcuno per il quale comunque la carriera può essere costruita ad arte con o senza mediane.

    • 1saqquara: Non ho mai detto questo. Lo sta dicendo lei. Tuttavia, non credo che non abbia mai sentito parlare di qualche caso.

    • In tutto questo discorso sugli “yes man” che mi pare un po’ semplicistico (non è sempre così, e l’Italia non è sempre “pizza spaghetti”), come qualcuno ha giustamente ricordato, si dimentica troppo spesso il destino dei giovani (stricto sensu) ricercatori, che appare al momento segnato. Con il reclutamento saturato dalle abilitazioni e i posti RTDb legati a quelli da ordinario non entrerà quasi nessuno. Il che non farà certo bene alla ricerca italiana.

    • Lei semplifica spesso dei concetti che sono alla base del successo di gruppi di ricerca. Il destino di alcuni giovani ricercatori è stato segnato già da tempo. Ma lei se ne accorge solo adesso…

    • Concordo con Antonio Banfi.
      @Caputo: era un commento all’intervento di Vladimir.
      @Vladimir. Mi sembrano giudizi, oltre che semplicistici, anche un pò qualunquisti come sempre accade quando si pretende di generalizzare all’intero globo terracqueo la propria esperienza personale.
      Eppoi credo che ciò che lei espone appartenga al tema generale dei rapporti di lavoro piuttosto che a pratiche che appartengono esclusivamente al mondo accademico. Non crede che chi, come dice lei, pensa con la propria testa possa ricevere uguale trattamento a quello che lei denuncia anche in ambienti, che so, produttivi o industriali o dei servizi? Non sto assolutamente dicendo che sia giusto (tutt’altro) ma sono dinamiche che si trovano anche in altri ambienti di lavoro. Da qui a far derivare che l’accademia italiana (che ha le sue colpe, beninteso, e che io non difendo in toto e non condanno in toto) sia tutta corrotta, ce ne passa.

    • in che senso me ne accorgo solo adesso? Ma lei cosa ne sa? Vuole che le indichi la bibliografia di cosa ho scritto in merito? Guardi che io e i miei colleghi ci facciamo, rispettosamente parlando, un mazzo tanto per stare dietro alle vicende penose dell’accademia italiana, almeno abbia il rispetto di non lagnarsi del servizio che le viene offerto visto che è gratis e nessuno la obbliga a usufruirne.

    • Caro Vladimir, faccio attività di ricerca dal 2009. Ho scelto di fare questo lavoro per passione. E quando il motore di tutto è la passione la libertà di svolgere alcune attività di ricerca anziché altre diventa requisito fondamentale. Spesso mi sono chiesta perché il mio Paese non mi ha concesso questa libertà. Oggi ho molte risposte che non sto qui a raccontare. Tuttavia, non posso che rimanere basita dal fatto che non si riconoscano alcuni limiti di del sistema accademico Italiano. Limiti che vedono oggi molti ricercatori in difficoltà. Molti di loro dopo 10 anni di lavoro non hanno prodotto quanto richiesto (o cosi’ sembrerebbe) per accedere all’abilitazione nazionale. Forse non si rendono conto che in altri Paesi (USA, UK, etc) se non produci perdi il posto di lavoro. Posso capire che nella vita di ogni ricercatore ci puo’ essere l’anno no…ma non posso accettare che dopo 10 anni un ricercatore abbia partecipato a meno di 5 conferenze internazionali o pubblicato meno di 3 articoli si riviste con un certo impact factor. Questo non dovrebbe essere accettato per il semplice fatto che gli Italiani pagano i nostri stipendi.

      Complimenti per il tuo CV.

      Vincenzina

    • @Antonio Banfi:Non ho espresso un giudizio sulla sua attività. Volevo semplicemente affermare che per cambiare un sistema non basta discutere una riforma…ma bisognerebbe cambiare il modus operandi. Creare ambienti in cui le competenze prevalgono su tutto il resto, incentivare i giovani ricercatori a pubblicare in riviste internazionali prestigiose, garantire una certa “libertà” di ricerca, etc. Dice: “…io e i miei colleghi ci facciamo, rispettosamente parlando, un mazzo tanto per stare dietro alle vicende penose dell’accademia italiana”…quindi è lei stesso ad ammettere che ci sono cose che non vanno. Allora non capisco perché poi semplifica il concetto di “yes man”. Credo che questo aspetto sia uno degli aspetti più critici su cui lavorare per creare degli incentivi diversi. Non la conosco, ma non credo che le piaccia molto essere contraddetto. Ognuno a modo suo si fa “un mazzo tanto” per combattere le vicende dell’accademia italiana. Non è il solo.

    • No io non semplifico il concetto di yes man, non saprei neanche bene come fare. Dico che è abbastanza insultante ridurre l’intera università italiana a una banda di yes man. Su questo sito da circa un anno si discute di come si potrebbe fare meglio, con un certo rigore e un certo approfondimento dei dati che ha costato a tutta la redazione molto tempo e moltissima fatica. Ora, non è che non mi piaccia essere contraddetto, solo chiederei garbatamente che non si attribuisca a chi dissente da lei e altri la patente di difensore delle baronie o di assuefatto al marciume. Inoltre trovo un po’ seccante leggere che ci saremmo accorti “solo adesso” delle storture del sistema. Veramente non so chi si occupi delle storture del sistema più attivamente di ROARS, sacrificando da circa un anno ore di tempo non certo per interessi personali. Mettiamoci una pietra sopra e vediamo come ragionare con calma partendo da dati di fatto e soluzioni ragionevoli e proponibili. Sempre che ci sia qualcuno, a partire dal Ministro, disposto a prenderle in considerazione.
      p.s. l’impact factor è un indicatore bibliometrico del tutto screditato. Vogliamo discuterne? L’indice H, con tutti i suoi difetti, è stato costruito apposta per togliere di mezzo un indicatore ormai totalmente exploited in termini di comportamenti opportunistici.

    • “Limiti che vedono oggi molti ricercatori in difficoltà. Molti di loro dopo 10 anni di lavoro non hanno prodotto quanto richiesto (o cosi’ sembrerebbe) per accedere all’abilitazione nazionale.”

      Nel mio SSD (ING-INF/04) le mediane per l’abilitazione di II fascia sono praticamente coincidenti con quelle di I fascia e sono oggettivamente alte. Non solo l’uso di criteri bibliometrici automatici per la valutazione dei singoli ricercatori è ripudiato dalla letteratura scientifica e dalla pratica internazionale, ma l’uso del criterio della mediana crea ulteriori paradossi. In alcuni settori produce soglie bassissime mentre in altri alza muri che poco hanno a che fare con la valutazione della qualificazione scientifica (che è un concetto assoluto). Per non dire della possibilità che in alcuni casi ci siano stati accordi per tenere basse le mediane ometttendo di popolare il sito docente prima del 15 luglio. La discussione sui limiti della bibliometria (che è ampiamente documentata nella letteratura scientifica internazionale) e sulle folli regole ANVUR non è riducibile alle rivendicazioni di ricercatori fannulloni. A testimoniarlo ci sono centinaia di articoli e migliaia di commenti pubblicati su questo blog.

    • Nel mio SSD (07/A1 – ECONOMIA AGRARIA ED ESTIMO) le mediane per l’abilitazione di II e di I fascia sono oggettivamente basse. Nonostante cio’, circa il 50% dei ricercatori e professori associati non hanno i requisiti. Posso anche concordare con lei sui limiti della bibliometrica. Ma, per alcuni settori,non si puo’ negare l’assenza di risultati. Non so cosa abbiano fatto molti miei colleghi in questi anni. Pertanto, ritengo che sia giusto imporre dei vincoli. Diversamente, sarebbe un atto indegno nei riguardi di chi i risultati li ha raggiunti sacrificando il proprio tempo. Ecco, mi piacerebbe che si parlasse anche di questo. Del fatto che in alcuni settori, c’è un bisogno urgente di regole oggettive precise che sicuramente non saranno largamente condivise. Onestamente, all’assenza di queste regole, preferisco questo sistema (con tutti i suoi limiti e assurdità) a quello precedente, in cui tutto è stato deciso a discrezione dei commissari.

    • “Nel mio SSD (07/A1 – ECONOMIA AGRARIA ED ESTIMO) le mediane per l’abilitazione di II e di I fascia sono oggettivamente basse. Nonostante”

      Sono talmente basse da costituire una delle dimostrazioni dell’assurdità del criterio della mediana.

      “per alcuni settori,non si puo’ negare l’assenza di risultati. Non so cosa abbiano fatto molti miei colleghi in questi anni.”

      Mi sembrano considerazioni del tutto generiche al punto da non essere falsificabili. Di quali settori stiamo parlando? Di quali colleghi? Che metriche usiamo e quali pietre di paragone? Se anche alcuni settori fossero alla frutta, perché dovremmo imporre a tutta l’accademia italiana dei metodi di valutazione che sono rinnegati dalla letteratura scientifica e dalle pratiche internazionale. Se anche fosse vero che 07/A1 è un settore canaglia da mettere a ferro a fuoco mandando i caschi blu [a scanso di equivoci, lo dico in modo ironico], perché dobbiamo imporre criteri antiscientifici e considerati dannosi a tutto il resto dell’accademia italiana? Chi vuole l’olio di ricino, beva pure. Io preferisco le cure scientifiche.

    • Non c’è dubbio, si sa che in 07/A1 le mediane sono davvero basse basse, una frazione degli altri settori 07. Ciò non toglie che proprio per questo non dovrebbe stupire che “circa il 50%” dei componenti il settore non abbia i requisiti. Mi sembra anzi del tutto conseguente. Francamente non essendo del settore non so perché vi siano esiti di questo genere. Però, come primo passo:
      1. non generalizzerei
      2. cercherei di capire con calma cosa è capitato e perché 07/A1 ha mediane pari a 1/3 di 07/A2.
      Questo va sempre fatto, per evitare casi come quello di storia delle matematiche o di medicina legale, che si trovano schiacciate dall’uso di parametri non consoni alle abitudini scientifiche del settore (i.e. non è che non pubblichino, ma pubblicano “diversamente”, per es. monografie anziché articoli indicizzati).

      Si intende che proprio i ricercatori di 07/A1 (Vincenzina Caputo in primis) sono titolati a spiegare cosa è capitato, se vi è qualcosa di storto e suggerire come rimediarvi.

    • Antonio Banfi:

      Qualcosa di storto: 1)alcuni concorsi non trasparenti (basta fare una ricerca online per trovarne le prove); 2)assenza di un’attività di ricerca da parte degli addetti ai lavori in quanto non era necessario pubblicare per superare il concorso.

      Rimedi: questa riforma per il nostro settore va più che bene. A quanto pare non è cosi per le altre classi (la mia domanda: tutte le altre classi?). Se si vuole fare un discorso serio, bisogna proporre sicuramente dei criteri di valutazione oggettivi (su questo punti credo che concordiamo tutti) con delle varianti in relazione alla classe di riferimento.

    • Bene, credo che ripartire da criteri statici di produttività minima, chiaramente definiti, potrebbe essere quindi un buon punto di partenza anche per 07/A1. Per questo penso che i criteri CUN 2011 siano una possibile alternativa, purché vengano ulteriormente rielaborati. Per certi settori ci sono vere e proprie aberrazioni bibliometriche, ma a mio avviso, la strada è questa, tagliare fuori gli improduttivi senza pretendere di selezionare “eccellenze” su base numerologica. Con i numeri è più facile trovare gli zeri che i molto bravi. Ma l’obbiettivo è appunto sopprimere gli zeri o similzeri, non fare il giardino bibliometrico delle meraviglie, cosa che finora non è riuscita a nessuno (anzi!).

    • Il C.U.N. 2011. In estrema sintesi tali criteri sono:

      1. Originalità, carattere innovativo, importanza e rigore metodologico della produzione scientifica.

      Chi la decide? In realtà se una produzione scientifica è già stata collocata su una rivista di un certo tipo…di per sè è già stato comprovato il rigore scientifico della stessa.

      2. Congruenza con le tematiche del settore e/o con tematiche interdisciplinari pertinenti.

      In presenza di una lista delle riviste di ciscun settore già determinerebbe la congruenza della tematica al settore disciplinare.

      3. non è possibile individuare e definire indicatori universali…continua: In ogni caso gli indicatori prescelti devono essere riconosciuti a livello internazionale

      Questa parte è quella che mi spaventa di più. Alcune iviste, per esempio, hanno un Impact factor che di per se è un indicatore universale. Inoltre, le regole del gioco vanno decise chiaramente prima. Non devono e non possono in alcun modo lasciare discrezionalità alla commissione. L’attività di ricerca si misura quotidianamente con giudizi, che se opportunamente misurati, comportano la collocazione della produzione scientifica.Pertanto, dato un rank di riviste, le regole del gioco devono essere chiare e decise prima di ogni procedura di valutazione. Questo spingerebbe le persone a indirizzare i propri lavori su determinate riviste…accrescendo la qualità della produzione scientifica nazionale.

    • “Alcune iviste, per esempio, hanno un Impact factor che di per se è un indicatore universale.”

      Per O Seglen, “Why the impact factor of journals should not be used for evaluating research”
      BMJ 1997; 314 doi: 10.1136/bmj.314.7079.497 (Published 15 February 1997)

    • Vincenzina Caputo. Non è vero. Ha letto i criteri CUN 2011? Quello che lei cita NON sono i criteri CUN 2011. O meglio lei cita parte della premessa ai criteri cun 2011.
      Copio e incollo i criteri per la sua area (07), per PA:
      – autore o co-autore di almeno 15 (20 se l’anzianità accademica è oltre i 20 anni) lavori originali in
      extenso, sottoposti a peer-review e pubblicati su riviste, monografie, volumi collettivi o atti di
      convegni (come previsto dal parere CUN prot. n. 423, del 24/2/2010). Almeno 6 di questi lavori
      devono essere riferiti agli ultimi 5 anni.
      – almeno un numero minimo di tali lavori devono essere pubblicazioni su riviste ISI o Scopus. I
      valori minimi e la relativa produttività negli ultimi 5 anni, devono essere rappresentativi dei livelli di produzione dei diversi settori concorsuali proposti dal CUN (parere n. 1714 del 4/11/2009), e
      sono riportati in tabella:
      [area Agraria e estimo 2 pubblicazioni scopus di cui 1 negli ultimi 5 anni]
      – vengono inoltre valutati eventuali titoli e indicatori di attività scientifica, quali:
      • periodi di formazione e ricerca svolti, in Italia o all’estero, presso qualificati centri di ricerca
      diversi dalla sede di laurea;
      • coordinamento di unità operative nell’ambito di qualificati progetti di ricerca nazionali o
      internazionali;
      • conseguimento di premi o riconoscimenti legati all’attività di ricerca svolta e rilasciati da
      qualificate organizzazioni scientifiche;
      • attività di revisore per conto di riviste ISI o Scopus;
      • riconoscibilità internazionale della produzione scientifica e interdisciplinarietà nella ricerca;
      • presenza di attività pubblicistica di divulgazione, di prodotti di trasferimento tecnologico
      (brevetti o altro), di attività di normazione;
      • produzione di cartografia purché corredata da pubblicazioni (anche non curate dall’autore del
      prodotto) e/o documentazione atta a consentirne la valutazione;
      • presenza in comitati organizzatori di convegni scientifici nazionali o internazionali

    • …non vorrei risultare petulante…anche se ormai servirebbe a poco.

      Nell’elenco da lei riportato non trovo una regola oggettiva su cui un ricercatore, per esempio, potrebbe costruire il suo CV.
      Le riviste sono ritenute tutte uguali? Ipotizziamo che un candidato ha lo stesso numero di articoli…quale sarebbe la discriminate? Si richiede un numero minimo…ma il peso del singolo contributo come verrebbe valutato?

      Il testo dice anche: “…verranno valutati altri titoli….quali…” Come verranno valutati? In base a che cosa??? Tutte le esperienze all’estero hanno lo stesso peso? Quale?

      In Belgio, per il mio settore per esempio, ogni anno si fà lista di riviste ritenute secondo vari indici (tenendo anche conto dell’IF) più o meno importantu. I CV dei candidati vengono valutati seguendo i giudizi contenuti in nelle liste. In Olanda, anche l’ordine dei nomi ha una sua importanza per valutare un gruppo di candidati. Quello che voglio dire è che in molti paesi le valutazioni vengono fatte su criteri oggettivi (spesso numeri) noti a tutti i partecipanti. Ma perchè questo non è possibile in Italia.

      PS: quando si concorre per alcuni progetti Europei….questi numeri vengono richiesti. Per vincere un progetto il team di ricerca deve presentare un CV. E l’impact factor, pue se discutibile sotto vari punti di vista, è ritenuto utile per valutare le collocazioni scientifiche dei vari gruppi.

      In sintesi…mi piacerebbe conoscere le regole del gioco prima. Tali regole devono essere chiare. Cosa vale cosa.

    • Prima diciamo che i criteri cun sono del tutto discrezionali.
      Poi diciamo che non sono abbastanza tassativi.
      Poi vogliamo liste di riviste, basate su un criterio screditato universalmente come l’impact factor.
      Continuo a non capire. Vogliamo filtri per escludere l’indecenza o la macchina fine-di-mondo per fare le selezioni dei docenti senza usare il cervello? No, perché in tal caso la soluzione è semplice: niente commissioni e facciamo fare tutto a un computer.
      Con tanti saluti a Goodheart, Campbell e San Matteo.
      Però non è che sia una discussione nuova, si discute sul ruolo del giudice da qualche secolo, il sostituto-macchina ancora non si è trovato.
      Ma forse sono io che sono troppo scettico e poco costruttivo.

    • “Per non dire della possibilità che in alcuni casi ci siano stati accordi per tenere basse le mediane ometttendo di popolare il sito docente prima del 15 luglio.”

      Quando scrivo io che c’è molto marcio nell’università vengo immediatamente accusato di fare di tutta l’erba un fascio, di estendere ad altre realtà ciò che ho visto in maniera semplicistica, di qualunquismo, di non avere dati ecc. ecc. Lei invece descrive questa vera e propria associazione a delinquere (perché di questo si tratta) e va bene…
      V.

    • L’invito al popolamento del sito docente su base volontaria voleva dire offrire la gola agli opportunisti. Girano voci che qualcuno ne abbia approfittato ma, come avrà notato, ho usato un tono rigorosamente dubitativo (“Per non dire della possibilità”). Quello che è certo è che la modalità di raccolta dei dati era colpevolmente esposta a manipolazioni intenzionali. Non posso dire con certezza che ci siano state ma posso dire con certezza che non si raccolgono dati così critici a fini normativi senza i dovuti controlli e garanzie di affidabilità

    • Bisogna trovare una via di mezzo ed ovviamente non è semplice. Per quanto mi riguarda un meccanismo per escludere coloro che sono totalmente improduttivi non è sufficiente. Mi rendo cento che non si può selezionare il top 5% con la bibliometria ma servono comunque degli indicatori piuttosto selettivi e che siano soprattutto in grado di fornire parametri oggettivi nelle valutazioni comparative.
      V.

    • Grazie per il link. Sono molto perplesso e decisamente deluso dai criteri CUN per l’area 6: 1) i criteri richiamano nuovamente le mediane; 2) gli altri criteri sono molto vaghi ed in alcuni casi del tutto assurdi. Sono comunque tutti pieni di condizionali, il che non mi piace per nulla.
      V.

  16. L’ANVUR, in mezzo alle tantissime mancanze in tema di trasparenza, ha chiarito però almeno una cosa: il modo in cui è stata calcolata l’età accademica per determinare la seconda mediana. La FAQ attualmente visibile sul sito dell’ANVUR recita testualmente:

    “Come da delibera 50, è stato considerato l’anno nel quale compare la prima pubblicazione su loginmiur. Sia esso l’anno T. L’ età accademica (EA) è pari a ((2012 – T) +1).”

    Questa FAQ ribadisce quello che già era stato scritto nella FAQ “fantasma” pubblicata qualche mese fa (e poi fatta sparire, probabilmente per non far sollevare polemiche). Non credo ci possano essere dubbi. ANVUR ha considerato, per l’età accademica, la più antica pubblicazione PRESENTE SUL SITO CINECA. Se questo è stato fatto per le mediane, ovviamente DEVE essere fatto lo stesso per calcolare l’età accademica dei candidati. Se si facesse diversamente, ad esempio considerando pubblicazioni non caricate dal candidato sul sito CINECA, allora ci sarebbero immediatamente i presupposti per un ricorso vincente.
    Il campione di docenti usato per il calcolo delle mediane ha popolato A SUO LIBERO ARBITRIO il sito CINECA, inserendo ciò che ha voluto. Pur essendo stati invitati da ANVUR ad inserire tutta la produzione scientifica, non sono stati obbligati a farlo (e non potevano esserlo per legge). Quindi hanno evidentemente inserito ciò che hanno ritenuto opportuno inserire. I candidati alle abilitazioni devono avere il diritto di fare esattamente lo stesso, inserendo nel sito CINECA le pubblicazioni che risultino per loro più vantaggiose dal punto di vista del calcolo dei parametri. Solo così il loro risultato potrà essere correttamente comparato con le mediane. Naturalmente l’intero procedimento è irragionevole, perchè è irragionevole (e probabilmente anche illegittimo, come fatto qui notare da molti) il principio dell’età accademica. Ma le mediane, irragionevoli o no, adesso ci sono e se le si vuole usare in qualunque modo (io non le userei per nulla) si devono calcolare i parametri dei candidati in maniera coerente a come esse sono state calcolate.

    • Più che irragionevole, il procedimento per il quale i candidati alle abilitazioni inseriscono “nel sito CINECA le pubblicazioni che risultino per loro più vantaggiose dal punto di vista del calcolo dei parametri” a me sembra disgustosamente immorale. Vorrei che ci fosse una presa di posizione da parte dei redattori di Roars su questo: scommetto che, se venisse fuori un documento comprovante senza ombra di dubbio che i docenti di prima e seconda fascia hanno DELIBERATAMENTE inserito dati INCOMPLETI su cineca, dati su cui poi sono state calcolate le mediane, giustamente lo denuncereste con toni di scandalo: la posizione qui più volte apertamente argomentata da Sam e qualcun altro in merito alla legittimità della MANIPOLAZIONE CONSAPEVOLE della propria età accademica da parte dei candidati scandalizza qualcuno, o sono il solo? Grazie

    • appoggio fp. La “manipolazione consapevole” è intollerabile, specialmente se allo stesso tempo si criticano le scelte di ANVUR per la costruzione dei parametri, oltre ad essere rischiosa. Occorre anche ricordare che, almeno per i settori ibliometrici, per le commissioni controllare l’età della prima pubblicazione dichiarata dai candidati non è un’impresa impossibile, basta usare wok e scopus.

    • Aggiungiamo a questo il fatto che per stessa ammissione dell’ANVUR i dati di chi sul CINECA non ha messo nulla non sono stati usati “per evitare che un tale comportamento, se intenzionale, potesse alterare i valori.” Quindi il comportamento di chi non mette nulla viene immediatamente “sgamato”. Anche se probabilmente queste persone non hanno nulla da mettere (e abbasserebbero le mediane). Invece il comportamento di chi mette dati incompleti, e nel caso degli associati ha alzato la mediana per i ricercatori, viene tollerato.

    • Il sito CINECA è solo una base di dati nella quale i docenti possono (e non devono) inserire le proprie pubblicazioni e il proprio CV. Non c’è nessun obbligo a inserire tutte le proprie pubblicazioni, quindi dove sta l’immoralità a mettere le pubblicazioni che si considerano più rilevanti? In tutti i paesi del mondo i ricercatori inseriscono la lista delle loro pubblicazioni più recenti e più rilevanti. Non capisco dove stia il problema etico, ma evidentemente ormai il mondo si è convinto che siccome l’ANVUR ha inventato una cosa chiamata “età accademica”, essa esiste davvero e possa essere “falsificata”. L’età accademica è solo una definizione dell’ANVUR, e la FAQ precisa cosa si intende. E’ la data della più vecchia pubblicazione presente sul proprio sito CINECA. Se invece si volesse fare riferimento alla definizione di età accademica come la “più vecchia pubblicazione in assoluto”, essa non è in nessun modo falsificabile. Il primo articolo che uno ha pubblicato esiste da qualche parte come pubblicazione, una pubblicazione è per definizione “pubblica” e può essere rintracciata con una ricerca. Ma come si può obbligare qualcuno a inserire in un sito la sua prima pubblicazione? O a produrla in un concorso? Ad un concorso, uno produce ciò che ritiene di produrre. Se non vuole produrre nulla, non è più libero di farlo? Non può presentare una lista vuota di articoli? O presentare tutte le sue pubblicazioni, anche quelle non rilevanti nel proprio settore scientifico? Insomma, c’è qualcuno che avrebbe il diritto di dire al candidato di un concorso cosa presentare? Scusatemi, ma secondo me qui si sta deviando da una discussione su un’abilitazione nazionale a una discussione sui diritti fondamentali della persone. Ma dove vogliamo arrivare? I candidati presentino ciò che intendono presentare, e le commissioni valutino i titoli presentati. Questo è ciò che si fa in ogni parte del mondo dove esiste uno stato di diritto. Se poi vogliamo introdurre altre pratiche, magari stravaganti, credo che faremmo bene a riflettere un attimo prima di proporle. In Italia, e soprattutto in ambito accademico, ho il sospetto che la stravaganza stia diventando la norma.

    • L’ANVUR dice che comunque verranno controllati i dati inseriti nel sito CINECA con quelli di ISI e Scopus, anche se non dice se ci saranno penalizzazioni che sarebbero anche legittime (dire il falso èmpunito!). L’ANVUR però ammette di aver eliminato per il calcolo delle mediane tutti i docenti che non hanno “popolato” proprio sito.

    • caro fp,

      la cosa che mi scandalizza è che sia stato introdotto nel DM76 un parametro indefinibile correttamente per tutti i candidati, l’età accademica, che non ha alcuna utilità in una procedura di abilitazione.

      La conseguenza di questo è che ha generato un caos interpretativo, come già evidenziato da tanti altri commentatori, come sam.

    • Caro Marco Bella, ho scritto più volte che secondo me l’età accademica è un’assurdita.
      Allo stesso tempo, appartengo alla scuola di quelli che pensano che una legge dello Stato vada rispettata, sempre, non solo quando fa comodo.
      Ossequi.

  17. Eugenio di Rienzo: cosa propone? Ha una proposta alternativa? Il problema non è…” a me, a me, a me…”! Io mi sarei fermata alla graduatoria nazionale…eliminando il concorso locale…ma da buoni Italiani…come possiamo rinunciare “alla scelta locale”. Consordo sul fatto che alla fine i Commissari faranno vincere “il candidato di casa”…ma come possiamo risolvere questo problema? Nominiamo commissari provenienti da altri paesi???

    • I concorsi locali sono previsti dalla legge Gelmini, legge che la sottoscritta con molti altri ha cercato inutilmente di contrastare cercando di far capire ai cari PO quanto fosse pericolosa la riforma. Ma quando a parole si toglie il potere ai baroni (secondo la Gelmini) e nei fatti si concentra ancora di più il potere nelle loro mani aumentando il potere di ricatto nei confronti dei più giovani c’è poco da fare. Io avrei abolito proprio i concorsi così come sono nazionali o locali che fossero.

  18. eugenio di rienzo propone che si valutino i prodotti scientifci solo per peer rewiew come accade in tutti Paesi civile: usa, Uk, Svizzera ..
    ma scusi Vincenzia lei che ha viaggiato tanto non ha mai sentiro parlare di episodi di malcostume accademico negli altri paesi?
    Io conosco bene la situazione francese e possio citargliene a dozzzine solo negli ultimi 3 anni…
    aveva ragione Gramsci l’italia non apprenderà mai la differenza tra cosmpoliismo e apertura internazionale…

  19. Riguardo al primo punto, si mi stupisco ed anche molto. In un paese che vuole investire sulla ricerca si dovrebbe preferire il candidato migliore e non il candidato che costa meno.

    Ci sono stati molti casi di denuncia. Ma non mi pare che questi casi abbiano sollevato tutta questa discussione. Anzi. Dia un’occhiata a questo sito: http://agecon.ucdavis.edu/people/faculty/quirino-paris/

    Non credo che tutto il mondo accademico italiano sia improduttivo. Tuttavia, bisogna specificare cosa si intende per produttività. Tuttavia, non capisco come mai il mondo accademico produttivo non faccia di tutto per combatte quello improduttivo!!!

    Per gli altri punti, ognuno fa quello che ritiene piu’ giusto. Tuttavia, non dobbiamo spaventarci dei giudizi.

    • L’ITALIA non è un paese che vuole investire in ricerca, mi sembra più che evidente vista la riduzione degli investimenti che si è cominciata a vedere dal lontano 1994. Si ricordi che la ricerca non porta voti e che circa 300 milioni di fondi vennero dirottati un anno per i camionisti e successivamente per salvare l’Alitalia.

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