Commento all’articolo di Giovanni Caprara apparso sul Corriere del 14 aprile 2013

Sempre più spesso sentiamo parlare, anche sui giornali, di accesso aperto come modalità di comunicazione dei risultati della ricerca finanziata con fondi pubblici. Ne parla la commissione europea per H2020, ne parla il Ministero per HIT2020, ne parlano enti finanziatori della ricerca (in Italia Telethon e Cariplo), ne ha parlato di recente il Presidente Obama che ha reso obbligatorio la pubblicazione ad accesso aperto della ricerca finanziata con fondi pubblici. Il principio è quello secondo cui la ricerca finanziata con fondi pubblici deve essere pubblicamente accessibile senza limitazioni se non il riconoscimento all’autore della paternità dell’opera. Da un lato esiste un problema di “giustificazione” pubblica dell’investimento pubblico, dall’altro si intende meglio contribuire allo sviluppo della scienza evitando la duplicazione di progetti e anche,certamente, individuando fra le ricerche accessibili quelle che, volontariamente o meno, hanno condotto a risultati sbagliati o falsati.

L’articolo di Giovanni Caprara sul corriere del 14 aprile scorso riprende un articolo molto più lungo apparso sul New York Times  e riesce a mettere insieme  in poche righe  i pregiudizi relativi all’open access e quelli relativi alla democrazia della rete, producendo un commento confuso e certamente poco utile.

 “L’accesso libero che internet mette a disposizione di tutti sta creando guai seri ai ricercatori” dice l’autore che contrappone riviste di prestigio come Science o Nature che eseguono un severo filtro di selezione ad altre riviste che stanno nascendo a velocità vertiginosa e che risultano essere imprese molto poco serie. Si citano riviste che non dichiarano le APC (article processing charges)per cui gli autori si trovano a dover pagare importi non previsti. Si racconta anche della “lista nera” prodotta dall’università del Colorado in cui sono elencati i predator publishers che chiedono tariffe molto alte a fronte di servizi inesistenti quando non scadenti. L’articolo prosegue dicendo che alcuni di questi editori arrivano a chiedere fino a 2700 euro per la pubblicazioni in oscure riviste di dubbia fama e di ancor più dubbia visibilità. Secondo l’autore, che riprende in parte gli argomenti del New York Times, l’open access sta facendo moltiplicare la pubblicazione di ricerche di cattiva qualità che inondano la rete a detrimento della scienza. 

Ma l’accesso libero a internet non è l’open access.

Dalla Budapest open access initiative :

“Per accesso aperto alla [letteratura di ricerca soggetta a revisione paritaria] si intende la sua disponibilità libera  sull’internet pubblica, che permette a ciascuno di leggere, scaricare, copiare, trasmettere, stampare, cercare o creare link ai testi integrali di questi articoli, scorrerli automaticamente per indicizzarli, passarli come dati a un programma o usarli per qualsiasi altro fine legittimo, senza ulteriori barriere finanziarie, legali o tecniche se non quelle connesse all’accesso a internet. In questo contesto, le restrizioni alla riproduzione e alla distribuzione e il diritto d’autore dovrebbero servire esclusivamente a garantire agli autori il controllo sull’integrità delle loro opere e il diritto a essere riconosciuti e citati correttamente”

I temi confusamente messi insieme  nelle superficiali righe di Caprara sono quelli della qualità e del filtro all’ingresso (che è prerogativa di tutte le buone riviste, indipendentemente dal modello di business), quelli delle pubblicazioni online (non necessariamente open access e non necessariamente scientifiche) e quelli del pagamento per la pubblicazione dei propri lavori.

La peer review (il filtro di qualità sulla base del quale si attua la selezione)non è prerogativa delle riviste toll access (vale a dire le riviste per accedere alle quali si deve pagare un abbonamento), ma è una prerogativa delle riviste di qualità. Ormai ad una buona rivista si chiede di esplicitare sia i criteri di selezione che il proprio codice etico. Questi sono tra l’altro due dei requisiti richiesti per l’inclusione nelle banche dati citazionali. La Directory of Open Access Journals(DOAJ) elenca 8940 riviste open access che rispondono alle caratteristiche di inclusione stabilite dal board, fra cui c’è appunto quella di essere peer reviewed. Nonostante la presenza di un codice etico e di un processo serio di peer review, come documentato anche su queste pagine le retractions sono in aumento e certamente questo è un fenomeno che colpisce sia le riviste a pagamento che le riviste open access, con la leggera differenza che mentre le riviste a pagamento sono accessibili solo a quei ricercatori le cui istituzioni possono permettersi un abbonamento (e quindi la possibilità di scoprire la frode è data solo a chi ha l’accesso), le riviste Open Access sono accessibili  a tutti i ricercatori. In questo senso, la “democrazia della rete” non rappresenta affatto un pericolo per la scienza (come sostiene l’autore dell’articolo) ma,  anzi, la possibilità che in molti possano contribuire al suo evolversi.

 

Per quanto riguarda i costi di pubblicazione, va ricordato che molte riviste scientifiche di prestigio fanno pagare gli autori una volta che la pubblicazione è stata accettata. Si tratta ad esempio dei costi per la pubblicazione di immagini e foto ad alta risoluzione, o quando il numero di pagine è superiore a quello  previsto dalla rivista per un articolo.

L’articolo sul New York Times ricorda esperienze prestigiose come quella della Public Library of Science, qui possiamo aggiungere l’esperienza di Biomedcentral o di Hindawi publishing, editori che hanno intrapreso un modello di business interamente open access, ma sono molte anche le società scientifiche e gli editori che pubblicano riviste open access di buona/ottima qualità, molte delle quali presenti in  WOS e Scopus. In futuro varrà  la pena di seguire l’esperienza di PeerJ (un open access journal che propone un modello innovativo) e la sua sostenibilità.

Quanto alla lista nera dell’università del Colorado citata da Caprara, essa è certamente utile per districarsi in un mondo pieno di predatory publishers (che non sono sempre e solo editori Open Access), vale la pena di sottolineare però che ad un primo controllo gli editori e i titoli presenti nella “lista nera” non sono censiti dalla Directory of open access journals (che forse potremmo contrapporle come lista bianca).

Ho trovato l’articolo sul Corriere poco obiettivo, soprattutto perché omette informazioni importanti che servono a contestualizzare il tema. Ci sono giornalisti, come Pietro Greco, che anche in maniera molto semplice riescono a dare una visione molto più corretta di cosa sia l’open access.

Certamente oggi i ricercatori sono sottoposti ad una fortissima pressione, devono giustificare i finanziamenti ricevuti su più fronti, devono essere bravi (anzi più bravi) e competitivi. Ciò  li rende (a volte) facili prede di imprese editoriali poco serie. Questo però non è legato tanto al fatto che le pubblicazioni siano open access o meno (e comunque le comunità scientifiche hanno i propri meccanismi di selezione) quanto alla necessità di pubblicare presto e subito, e tanto, a volte a discapito della correttezza. Del resto lo stesso problema capita anche a chi fa giornalismo scientifico

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