(articolo apparso originariamente su UniNews24)

Parigi – Una grande manifestazione per salvare la ricerca dalla scure dell’austerity: è quanto hanno pensato gli scienziati francesi. Ma i ricercatori di altri paesi mediterranei – la Spagna, il Portogallo, la Grecia e nondimeno noialtri nel “bel Paese” – potrebbero cogliere la palla al balzo e rilanciare la protesta ad un livello europeo. 


La Francia – In fatto di rivoluzioni, si sa, i francesi non sono secondi a nessuno. Quest’anno l’agenzia nazionale francese finanzierà meno del 10% dei loro progetti di ricerca. Pur sempre meglio che in Italia, dove lo stesso fondo è ridotto a a causa del congelamento a tempo indeterminato del bando SIR; ma tanto è bastato per stimolare i ricercatori di tutta la Francia a organizzare Sciences en Marche, una marcia (biciclettata) in cui i ricercatori di tutto il paese raggiungeranno Parigi il 19 ottobre, per rivendicare il rifinanziamento di una ricerca messa in ginocchio dall’austerity

sciencesenmarche


La questione (euro)meridionale – Ma la ricerca è in sofferenza in tutta Europa, in particolare negli altri paesi mediterranei – Spagna, Portogallo, Grecia, Italia. Alcune grida di protesta hanno trovato asilo stamattina sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano, e raccontano di situazioni, numeri e storie così agghiaccianti da far impallidire la caustica satira della pagina facebook degli Eurocrati. In Grecia ad esempio, racconta al Fatto Varvara Trachana, professoressa associata di biologia cellulare all’Università di Tessaglia, gli scienziati “lavorano con i cappotti addosso quando non consegnano il gasolio per il riscaldamento”: dal 2010 il budget delle loro università è stato dimezzatoogni nuova assunzione è stata bloccata ed i salari sono calati del 30% circa (tanto che oggi uno scienziato greco guadagna in media 1000 euro).

La prima pagina del Fatto Quotidiano di lunedì 8 settembre 2014.


In Italia – ma la situazione è molto grave anche nello Stivale. Il solo fondo nazionale  programmato per i progetti di ricerca, il SIR (Scientific Independence of young Researchers), prevedeva solo 47 milioni di euro da distribuire tra tutti gli atenei e centri di ricerca d’Italia per finanziare la ricerca di base. Ma non è nemmeno partito perché il bando presumeva di poter prendere a prestito alcuni revisori dall’ERC (European Research Council), che invece per motivi di privacy non poteva rivelarli. Risultato: il solo fondo italiano per la ricerca di base attualmente ammonta a 0 euro.
Non meno preoccupanti i dati sul fondo di finanziamento ordinario (cioè i trasferimenti statali agli atenei, loro principale fonte di sostentamento): dal 2008 ad oggi è calato del 18,7%. Ma la parte peggiore riguarda il reclutamento: in poco più di un lustro siamo riusciti a pensionare senza rinnovare più di 10.000 ricercatori, e secondo il rapporto dell’ADI (Associazione Dottorandi e dottori di ricerca Italiani) solo il 3,4% dei 15.300 assegnisti di ricerca attivi in Italia nel 2013 potrà continuare il mestiere di ricercatore (soprattutto a spese, peraltro, dello Stato).


Le reazioni – anche se storicamente non coraggiosi come i colleghi francesi, c’è da pensare (o almeno, sperare) che pure i ricercatori nostrani decidano di alzare la voce prima di vedersi condannati all’estinzione. Un comunicato della Rete 29 Aprile chiedeva ieri al Governo di tornare sui suoi passi riguardo al blocco degli stipendi, e invitava i colleghi ad aggregarsi allo sciopero delle forze dell’ordine qualora Renzi&co. ignorassero l’appello (che è quello che con ogni probabilità accadrà).


Ispirandosi all’iniziativa Sciences en Marche, si sta attivando anche Roars, la più attiva web-community nel campo delle politiche della ricerca, rilanciando l’appello ad una manifestazione “Per la Scienza e per la Cultura”. Spiega Francesco Sylos Labini di Roars sul Fatto Quotidiano: “In Italia vi sarà una grande mobilitazione “PerLa Scienza e La Cultura” per ottenere il rifinanziamento della ricerca di base e del diritto allo studio, per una nuova politica di reclutamento e per la deburocratizzazione dell’università che deve cominciare proprio dalle dimissioni del Consiglio Direttivo dell’Anvur e dal suo radicale e complessivo ripensamento giacché si è dimostrata nociva e ha dato luogo a un insensato spreco di risorse umane a finanziarie”.

Resta da capire invece se (e come) interverranno gli studenti.

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