060703(Pubblicato nel numero speciale di Science and Society di Aspenia online)

Scriveva il Nobel per la fisica Richard Feynman: “Tra molto tempo – per esempio tra 10mila anni – non c’è dubbio che la scoperta delle equazioni di Maxwell sarà giudicata l’evento più significativo del XIX secolo. La guerra civile americana apparirà insignificante e provinciale se paragonata a questo importante evento scientifico avvenuto nel medesimo decennio”. Se le equazioni di Maxwell hanno, infatti, segnato una svolta epocale nella comprensione dei fenomeni elettromagnetici, diventando una colonna portante della fisica moderna, esse hanno anche permesso, a distanza di qualche decennio, una serie straordinaria di innovazioni tecnologiche che a loro volta ha stimolato un fenomenale sviluppo economico: ad esempio, il fatto che i segnali elettrici potessero essere inviati attraverso l’aria, come successivamente osservato da Hertz, è alla base della scoperta della radio e delle moderne telecomunicazioni.

Questo è un esempio della stretta connessione tra ricerca di base, innovazione e sviluppo. Negli ultimi 130 anni il prodotto interno lordo (PIL) pro capite degli Stati Uniti (ovvero il reddito medio lordo per individuo) è cresciuto esponenzialmente: poiché il lavoro non può crescere esponenzialmente e neppure il capitale o le terre da coltivare, cosa ha prodotto una crescita del genere? La crescita esponenziale deve provenire da una reazione a catena positiva, in cui la produzione di qualcosa consente di produrre ancora di più: qualcosa di prodotto deve essere stato esso stesso un fattore di produzione. Questo qualcosa non può che essere il progresso tecnico. Non è un caso che i paesi che investono la maggior percentuale del loro PIL in ricerca e sviluppo, oltre ad avere una maggior frazione di scienziati o ingegneri, sono quelli che sono appunto identificati come i leader tecnologici (da questa prospettiva l’Italia è invece più prossima ai paesi in via di sviluppo). Il problema cruciale dell’investimento nella ricerca di base è che i rendimenti sono ad alto rischio e si hanno generalmente su scale temporali che non sono interessanti per il singolo individuo.

È necessario peraltro ricordare che la ricerca di base rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente allo sviluppo economico: un aspetto diverso, ma ugualmente importante e strettamente correlato, riguarda la capacità di un paese di utilizzare le scoperte della ricerca di base con la presenza di un sistema che supporti in modo sistematico i collegamenti tra scienza e industria.

Per l’alto rischio intrinseco della ricerca di base – in cui non è mai chiaro in partenza quanto sarà il ritorno sulle risorse impiegate – è lo Stato che in genere si fa carico di questo investimento. Gli Stati Uniti sono un punto di riferimento in tal senso: nel paese per altri versi paladino del libero mercato, la ricerca di base è finanziata dal governo federale per 40 miliardi di dollari all’anno, che si assume così il rischio dell’investimento.

Come nota Mariana Mazzucato nel suo bel libro “Lo stato innovatore” (Laterza, 2014) la più rinomata impresa ad alta tecnologia americana, la Apple, socializza il rischio e privatizza i guadagni. Infatti, la Apple si classifica tra gli ultimi posti per le quote stanziate in ricerca e sviluppo (rispetto alle vendite): la strategia adottata, da quando la piccola impresa si sviluppò nel mitico garage di Steve Jobs, è stata invece quella di identificare le tecnologie emergenti con grande potenziale innovativo e di integrarle per costruire prodotti orientati al design. Il segreto del successo dell’Apple è nell’innovare senza spendere e di riversare sullo Stato il rischio della ricerca. Un’analisi approfondita dei recenti prodotti della Apple, dall’Ipad all’Iphone, mostra infatti che la base tecnologica è fornita da scoperte della ricerca fondamentale degli ultimi due decenni che sono state finanziante dallo Stato (in gran parte americane ma anche di alcuni paesi europei). Dunque, in questo come in molti altri casi, una gestione attenta ed efficiente della spesa pubblica ha permesso allo Stato di agire come investitore chiave per scommettere sulla ricerca ed assumersene l’alto rischio, riuscendo così a creare le condizioni necessarie per produrre innovazione e modellare i mercati del futuro.

C’è però un vero paradosso in questa strategia: la socializzazione del rischio (attraverso il finanziamento statale alla ricerca di base) e la privatizzazione dei profitti (per le imprese che riescono a usare le scoperte ottenute a spese delle Stato per fabbricare prodotti ad alta tecnologia) può creare rapporti di tipo parassitario tra Stato e settore privato. Infatti se lo Stato evita al settore privato di rischiare nella ricerca, il settore privato, che deve tanto agli investimenti pubblici, dedica troppa energia per ridurre il proprio carico fiscale spostando il suo denaro off-shore e assegnando la proprietà intellettuale a paesi a fiscalità privilegiata.

In estrema sintesi, la contrapposizione tra ricerca applicata e ricerca fondamentale è un falso problema, mentre la gestione del rischio (intrinseco allo sviluppo della ricerca) è l’elemento fondamentale per l’innovazione tecnologica insieme con la costruzione dei necessari collegamenti tra ricerca fondamentale e industrie.

Il problema centrale per chi si occupa di come distribuire i finanziamenti statali in maniera più efficiente è come gestire il rischio nella ricerca. Il dogma attuale dice che la maggior parte dei fondi di ricerca deve essere assegnata solo ai migliori scienziati così da ridurre eventuali “sprechi”. In questo modo, i ricercatori, che sono impiegati dello Stato, sono messi in concorrenza tra loro per l’assegnazione delle risorse e solo una piccola frazione, tra il 5% e il 10%, sarà in grado di ottenere i fondi di ricerca necessari per sviluppare pienamente i propri progetti scientifici. Questa è l’idea che sta dietro la cosiddetta aziendalizzazione della ricerca scientifica, da molti vista come l’unica cura contro il parassitismo dell’organizzazione statale.

Infatti, vi è un difetto fondamentale in questa strategia di finanziamento e più precisamente un errore ideologico: se una certa concorrenza è un bene per la ricerca pubblica, è evidente che c’è una soglia oltre la quale la concorrenza crea più effetti negativi che positivi. Un eccesso di concorrenza stimola comportamenti scorretti e una pressione invasiva sulle scelte di campo dei temi di ricerca realizzati da singoli individui. Come risultato, una condotta poco professionale negli articoli scientifici sta diventando un problema impellente: “Troppi dei risultati che riempiono il mondo accademico sono il risultato di esperimenti scadenti o analisi dubbie“, riassume ad esempio un recente articolo dell’Economist intitolato “Come la scienza va nella direzione sbagliata”. Un altro effetto negativo è che i giovani scienziati stanno diventando sempre più conservatori nel loro approccio alla ricerca investendo tempo di ricerca solo nelle idee tradizionali: questa tendenza è guidata dalla pressione dei peer e proprio dalle esigenze del mercato del lavoro. Il problema è quindi come stimolare progetti innovativi con rendimenti estremamente rischiosi ma potenzialmente molto redditizi.

Le agenzie di finanziamento della ricerca devono capire dunque se sia più efficace dare grandi contributi ad alcuni gruppi di ricercatori d’élite o se sia meglio distribuire finanziamenti più modesti a molti ricercatori. Sovvenzioni di grandi dimensioni sarebbero più efficaci solo se l’impatto scientifico aumentasse in funzione crescente della dimensione del finanziamento. Uno studio quantitativo di questo fenomeno suggerisce che le strategie che premiano la diversità e la diversificazione, piuttosto che l’eccellenza, si rivelano essere più produttive.  Il problema non è dunque finanziare ricercatori riconosciuti oggi come eccellenti; è piuttosto dare la possibilità di sviluppare quei progetti di ricerca che diventeranno eccellenti domani, ma che sono oggi sviluppati da ricercatori di “buona” (non ancora eccellente) qualità. Quindi, piuttosto che sperare di minimizzare il rischio puntando su poche linee di ricerca, è più efficiente diversificare. Proprio per questo i paesi leader tecnologici, oltre ad avere la più grande produzione di articoli scientifici e di citazioni, non sono specializzati in pochi settori scientifici; hanno invece diversificato il più possibile il loro sistema di ricerca. La diversificazione rappresenta quindi l’elemento chiave che correla con la competitività scientifica e tecnologica: come nei sistemi biologici, la diversificazione realizza stabilità e competitività a lungo termine. In conclusione, l’eccellenza viene fuori da sola come un effetto collaterale naturale da un sistema della ricerca complesso, molto eterogeneo e diversificato – quindi sano. È allora decisivo finanziare anche progetti di ricerca che un domani magari non avranno successo, assumendosene comunque il rischio.

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