Da anni ormai è costante la lamentela circa l’insufficiente sostegno della ricerca pubblica italiana all’innovazione delle imprese. Tale lamentela trova conforto nel dibattito internazionale largamente influenzato dal paradigma neoliberista. Ma è giusto attribuire alla ricerca pubblica la sindrome della “torre d’avorio”, l’ostinata avversione verso l’applicazione della ricerca a fini economici e sociali, fino a mutare le regole del gioco affinché l’università e gli enti pubblici debbano diventare una sorta di agenzie di consulenza pronte a soddisfare le richieste di soluzioni tecniche pronte all’uso? E’ opportuno che venga richiesto agli enti pubblici di fare ricerca, di trasferire le tecnologie, di creare imprese (spin-off), di fornire servizi tecnici, e tutta una serie di attività che rischiano di snaturarne la missione? La risposta è no.

Ma veniamo alla realtà italiana, che è alquanto complessa e talvolta contraddittoria.  I dati raccolti a livello internazionale (Figura 1) mostrano che la quota di imprese innovatrici italiane sul totale delle imprese (circa il 32%) è tra le più basse – il valore medio europeo è del 39%.

Figura 1


Fonte: EUROSTAT Science, technology and innovation in Europe 2010.

Al contempo le imprese innovatrici italiane collaborano, per generare nuovi prodotti o introdurre nuovi processi, meno di quelle di tutti gli altri paesi inclusi nella Figura 2 – e le piccole e medie collaborano ancora meno.


Figura 2

Fonte: OECD, The OECD Innovation Strategy, 2011.

L’indagine sull’innovazione condotta dall’ISTAT mostra che le imprese che intrattengono rapporti di collaborazione per sviluppare i loro processi tecnologici si rivolgono prioritariamente ai fornitori, ai clienti, ai consulenti, perfino ai concorrenti, ma molto di meno alle università ed agli enti pubblici di ricerca.

Questi dati danno conto della strutturale debolezza tecnologica del nostro tessuto produttivo che si riflette nella sua ben nota scarsa produttività. Fin qui i dati statistici. Ma dietro le medie si nasconde una realtà alquanto variegata. In occasione della IX Giornata sulla ricerca e l’innovazione organizzata lo scorso 9 novembre 2011 dalla Confindustria sono state presentate le innovazioni di oltre venti aziende; ebbene, in tutti i casi queste innovazioni scaturivano dalla collaborazione con l’università o con gli enti di ricerca.

Se poi si analizzano gli ostacoli all’introduzione di nuovi prodotti e di nuovi processi nelle imprese, le indagini statistiche ci dicono che la causa  principale è la carenza di finanziamenti, mentre la conoscenza e le difficoltà di accesso alle strutture pubbliche di ricerca non vengono considerate come rilevanti fattori ostativi. La lezione è dunque chiara: laddove vi sia una capacità culturale, produttiva e tecnologica dell’impresa, la collaborazione diventa, per i partner coinvolti, un dialogo ed una crescita; viceversa, nella maggior parte dei casi le aziende non dispongono delle competenze necessarie per interagire con il sistema scientifico, e tendono a chiedere agli organismi pubblici soluzioni prontamente adottabili da lanciare sul mercato – ma questa non è la loro specializzazione anche se, nelle aree scientifiche di carattere applicativo, la saldatura tra ricerca pubblica e mercato è molto stretta.

Da ciò discende qualche indirizzo di politica scientifica: se l’Italia vuole mantenere e migliorare la propria posizione nel contesto internazionale va decisamente incrementato l’investimento in ricerca del settore produttivo. L’obiettivo di Lisbona indicava che, della spesa per R&S del paese, due terzi dovessero provenire dalle imprese ed un terzo dal settore pubblico: in Italia siamo ancora inchiodati da anni al fifty-fifty. Lo scarso investimento da parte del settore produttivo nazionale è largamente dovuto alla soverchiante presenza del “piccolo” che ormai in molti sostengono che non sia anche “bello”, alla difficoltà delle aziende di crescere, ed alla ridotta presenza di grandi imprese che, per la loro dimensione, possono disporre di risorse e strutture dedicate all’avanzamento scientifico e tecnologico.

In presenza dunque di un sistema “zoppo” non ha senso abbassare il  livello scientifico delle strutture pubbliche forzandole ad andare verso le richieste immediate del mercato, compromettendone l’integrità. Tali strutture non sfigurano affatto nel panorama internazionale, come mostrato dalla Figura 3 in cui viene riportato il rapporto tra pubblicazioni scientifiche e ricercatori delle università e degli enti pubblici in alcuni paesi dell’OCSE.


Figura 3

 

I dati mostrano dunque un’indiscussa qualità scientifica che si accompagna ad una capacità di adattamento al mondo che cambia: non va dimenticato che le università sono sul “mercato” da dieci secoli. E’ il mondo produttivo che deve impegnarsi in uno sforzo di innalzamento tecnologico investendo in sapere, tecnologia, risorse umane. Se dunque il tema è quello della scarsa collaborazione tra pubblico e privato, è bene che i principali responsabili vengano cercati tra gli imprenditori “pigri” (non dimentichiamo che ve ne sono altri molto più “dinamici” sotto il profilo della ricerca) e che, una volta tanto, non si getti la croce sugli scienziati pubblici che svolgono più che onorevolmente il proprio lavoro anche in presenza di crescenti difficoltà.

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