La recente accelerazione della curva di Matteo Renzi all’interno del Partito Democratico lo ha portato fino alla massima responsabilità: segretario nazionale.

Si è trattato di un percorso che è passato attraverso le primarie perse a dicembre 2012 a vantaggio di Pierluigi Bersani, dalla vittoria-non vittoria del PD alle ultime elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013, fino al tentativo fallito di formare un governo da parte di Bersani, con il conseguente esecutivo di “larghe intese” affidato a Letta, e le conseguenti dimissioni del Segretario. Quindi la reggenza, e le nuove primarie a dicembre 2013, vinte largamente da Renzi.

Come primo atto, il nuovo Segretario ha rilanciato il suo programma di riforme, a partire dalla legge elettorale, il bicameralismo perfetto, il Titolo V della Costituzione.

In questo anno, dalle primarie perse a quelle vinte, all’azione politica di Matteo Renzi, candidato e sindaco di Firenze, si è sovrapposto l’operato del Governo presieduto da Enrico Letta, sostenuto, ovviamente, dal PD, e composto, in parte, di parlamentari etichettati come “renziani”. Tra questi, il ministro dell’istruzione, università e ricerca, l’on. Carrozza.

Governo che, come spesso capita di leggere nelle analisi politiche anche meno ostili, è costretto, sia per la particolare natura della maggioranza che lo sostiene in Parlamento, sia per il respiro molto limitato del suo programma e mandato, a navigare a vista in molti dei settori in cui il nostro Paese versa in grave difficoltà: la crescita, il lavoro, le riforme istituzionali.

In materia di scuola, per esempio, abbiamo assistito ad una vicenda, quella degli scatti stipendiali degli insegnanti, che dice semplicemente che in molti settori ci si limita a gestire il lascito delle pesanti manovre economiche lungo la linea di continuità del “rigore” Tremonti-Monti-Saccomanni, cercando di correggere la rotta, appunto “a vista”, ogni qual volta si metta in evidenza un’emergenza dal punto di vista sociale, politico o comunque di consenso.

Né in tema di università e ricerca c’è stata una decisa inversione di tendenza rispetto ai passati governi. Certo, i tagli pesanti della legge 133/2008 e della manovra correttiva del maggio 2010 (D.L. 78/2010) non sono stati aggravati, e la ministra Carrozza rivendica alcune decine di milioni di Euro di incremento nel fondo ordinario dell’Università, che pure in questi anni si è ridotto da oltre 8 a circa 7 miliardi; non si può però sostenere che la logica del ridimensionamento sia stata superata. Anzi, l’impianto della riforma “Gelmini” dell’Università, tutta incentrata sulla riduzione del personale, sull’accentuato controllo sui bilanci degli atenei, e accompagnata da una selva di decreti attuativi che hanno – di fatto – bloccato l’intero sistema, non è stato minimamente messo in discussione.

Il reclutamento universitario, infatti, oltre che limitato dalla drastica riduzione del turnover, è bloccato di fatto dall’incredibile lentezza delle procedure per l’abilitazione scientifica nazionale (il requisito per poter aspirare a diventare professore): a un anno e mezzo dalla scadenza del bando (DD 222 del luglio 2012) ancora mancano all’appello i risultati di oltre metà delle commissioni.

Sorte migliore non tocca agli enti pubblici di ricerca: dispersi e soggetti al controllo multiplo e incoerente di (almeno) sette ministeri, non solo vedono i loro bilanci erosi da anni, ma annegano nel mare della burocrazia, in quanto accomunati dalla pletora di norme – spesso illogiche e punitive – che riguardano la pubblica amministrazione. A fronte di annunci di “cabine di regia” e una “nuova governance unificata”, che minacciano l’ennesima riforma a costo zero, l’ennesimo riordino in grado di aggravare i problemi dovuti ovviamente alla scarsità di risorse e personale, ma anche e soprattutto alla scarsa o nulla programmazione, non si vede quell’attenzione a un settore che in qualsiasi altro Paese d’Europa è considerato strategico: nessuna traccia del nuovo Piano Nazionale della Ricerca, finanziamenti universitari (PRIN) azzerati, programma per i giovani ricercatori annunciato ma non bandito (Futuro in ricerca), rientro dei cervelli bloccato, decreti di riparto in ritardo cronico, vertici degli enti di ricerca ancora “monchi”, problema oramai cronicizzati e per i quali sono state annunciate soluzioni ancora all’ordine del giorno (precariato, in particolare ma non solo all’INGV, accorpamenti e soppressioni di enti, blocco dei contratti e delle carriere, caos normativo, eccetera). Una lista lunga e noiosa per i non addetti ai lavori.

Sembra allora molto lontanto il Forum università, saperi e ricerca, presieduto dalla stessa Carrozza, che rivendicava prima delle primarie 2012 “immediatezza, riformismo, metodo” per “settori irrinunciabili come l’università e la ricerca, dato che l’Italia, per competere in un nuovo scenario globale, ha bisogno di più laureati e di più ricercatori”, e che avrebbe voluto “fare dell’università il luogo centrale della promozione di nuove risorse umane, in grado di diventare l’ossatura di un nuovo modello di sviluppo del nostro paese”.

Su tutto questo, che dovrebbe rappresentare l’investimento sul futuro del nostro Paese, sulle sue prospettive di crescita e rilancio della competitività, ovvero l’istruzione, la formazione, l’università e la ricerca scientifica e tecnologica, Renzi ha parlato e scritto poco, in questi mesi. Sulla scuola, dato l’enorme bacino rappresentato non solo dal quasi milione di dipendenti, ma soprattutto dai molti milioni di famiglie degli studenti di ogni ordine e grado, un passo significativo viene dal programma per le primarie:

Gli insegnanti sono stati sostanzialmente messi ai margini, anche dal nostro partito. Abbiamo permesso che si facessero riforme nella scuola, sulla scuola, con la scuola senza coinvolgere chi vive la scuola tutti i giorni. Non si tratta solo di una autogol tattico, visto che comunque il 43% degli insegnanti vota PD. Si tratta di un errore strategico: abbiamo fatto le riforme della scuola sulla testa di chi vive la scuola, generando frustrazione e respingendo la speranza di chi voleva e poteva darci una mano.

Il Pd che noi vogliamo costruire cambierà verso alla scuola italiana, partendo dagli insegnanti, togliendo alibi a chi si sente lasciato ai margini, offrendo ascolto alle buone idee, parlando di educazione nei luoghi in cui si prova a viverla tutti i giorni, non solo nelle polverose stanza delle burocrazie centrali

Molto meno, su università e ricerca, praticamente assenti dal dibattito politico. Questo se si dimenticano le lontane dichiarazioni a una trasmissione televisiva (8 e mezzo di qualche mese or sono) che sono tutt’altro che rassicuranti e – quanto meno – denotano un scarso approfondimento dei temi dell’istruzione universitaria, della ricerca e della loro valutazione e valorizzazione:

Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca, cosa vuol dire? Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine, dove c’è quello, il professore, poi c’ha la sede distaccata di trenta chilometri dove magari ci va l’amico a insegnare, cinque grandi centri universitari su cui investiamo… Le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto? Io vorrei che noi portassimo i primi cinque gruppi, poli di ricerca universitari nei vertici mondiali.

In un’Italia che vede l’istruzione e la scienza ignorate, quando non umiliate, sarebbe auspicabile che chi si candida con determinazione alla guida del Paese, e soprattutto a un suo cambiamento strutturale, illustrasse con chiarezza le proprie idee, possibilmente iniziando un dialogo con i protagonisti di questo mondo, sulla pelle dei quali sono state fatte nei decenni scorsi tutte le “riforme epocali”.

Anche su questo, Matteo, cambia verso.

(Pubblicato su L’Unità)

 

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15 Commenti

  1. come si può pretendere che Matteo cambi verso ? Mi pare che abbia dimostrato abbastanza rapidamente che non ha nessuna intenzione aumentare i livelli rappresentanza e partecipazione alla politica. Si è messo d’accordo, fuori del parlamento, con un noto pregiudicato e pretende che “un’ Aula sorda e grigia” approvi senza modifiche un testo di legge elettorale sostanzialmente non diverso da quello appena dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Ancora parlamento di nominati che saranno grati alle segreterie dei partiti, invece che agli elettori. Governi espressione di maggioranze “farlocche”, con totale sovrapposizione fra legislativo ed esecutivo, legittimati dalla solita “legge truffa”. A me pare che il piano sia quello di allontanare sempre più i cittadini dalla politica per avere la possibilità di realizzare l’obbiettivo vero che è quello di ridurre il tenore di vita degli italiani, aumentare la concorrenza fra i lavoratori, per ridurre i costi di produzione e mantenere i profitti. Per ridurre la spesa buona parte della funzione pubblica tenderà alla privatizzazione, inclusa scuola, sanità ed università. Per realizzare questo obbiettivi tutto ci vuole tranne partecipazione. Purtroppo questo mi aspetto anche se, sinceramente, spero di sbagliarmi.

  2. Io credo che uno dei nostri problemi come università sia la “permeabilità” dei nostri massimi rappresentanti (i rettori) con la politica.

    Io temo che non sia possibile difendere gli interessi dell’università (che poi sono gli interessi del popolo italiano) quando si anela a passare dalla parte dell’interlocutore.

    Sono convinto che sia utile una legge che dichiari l’incompatibilità tra essere rettore e ricoprire incarichi parlamentari e/o di governo.

  3. Son d’accordo. Il fatto e’ che rettori si presentano come rappresentanti di tutto il mondo universitario mentre , in realta’ sono i datori di lavoro. Sopratutto dopo che la gelmini ha cancellato l’organo deliberante della facolta’ occorrerebbe una associazione di tutti i docenti che ci rappresenti. Altrimenti e’ come se il governo parlasse solo con confindustria per risolvere i problemi del lavoro dipendente nell’industria.

  4. Eccoci arrivati, tanto più dopo i fatti di ieri. Costretti a fingere di prendere sul serio come interlocutore sui temi di cultura e università il nuovo ducetto da operetta, la nuova iperattiva nullità nociva.
    Pena infinita per il paese e la sua deriva senza fine

    P. S.: chissà che non metta un Ichinetto a piazza Kennedy, così da stroncare completamente la valorosissima opposizione di Roars e di pochi altri al “nuovo anvuriesco che avanza”

    • In effetti, colpisce leggere i nomi che circolano in queste ore come possibili ministri dell’istruzione. Se le indiscrezioni fossero affidabili (e non “suggerimenti” interessati della proprietà di alcuni giornali) ci sarebbe da riflettere. Non c’è un candidato che non sia omogeneo al modello di università proposto dagli ideologi della valutazione come bastone per disciplinare i riottosi.

    • Solo rinnovati e fervidi complimenti a coloro che, dichiarandosi o perfino essendo veramente di centro-sinistra o addirittura di sinistra, hanno votato, giulivi e belli carichi, homo rignanensis l’8/12, così ponendo le basi per la sua volgare, prepotentissima, PREVEDIBILISSIMA presa di potere immediata. Che altro devono fare PD e piddini perché almeno tre o quattro dei suddetti arrivino a capire che sono da gran tempo destra piena? Destra moderna, s’intende: tecno-finanziaria, prona all’imperium assoluto dell’oeconomicum, turbocapitalistica, divinizzatrice del privato e della figura lato sensu imprenditoriale di chi fa in qualunque spregiudicata e rozza forma circolare i dané.
      Davvero non c’è limite all’ottenebramento degli uomini, e degl’italiani in particolare.
      Ora sarà ben dura limitare i danni. Anche perché, temo, homo rignanensis dura. Intanto perché, in fatto d’attaccamento alla sedia, lo faccio perfino più ferocemente colloso dei predecessori. E poi perché qualcosa conta lo sbracato, straservile giubilo che lo circonda: tutti i media (tranne il “Fatto” e “il manifesto”) e tutti i cosiddetti poteri forti (dunque non deve essere mancata la benedizione merkelian-troikiana) sono tanto tanto euforici

    • Naturalmente non è propaganda, ma banale registrazione di cronaca del presente ed elementare anticipazione del futuro.
      O non ci arrivi proprio a capirlo, o (è più probabile) hai ritratto e sai che continuerai a ritrarre vantaggi dal desolantissimo corso per provvedere alla cui perpetuazione la nuova nullità che piace tanto agl’italianuzzi è stata mandata avanti. E forse ne ritrarrai ancor di più ora che c’è in sella lui, il tuo colto, profondo, sincero e simpatico corregionale.
      Continua a studiare sereno; stai dalla parte giusta

    • Perché non pubblicate la mia replica? Il Giannozzi è untouchable? Può darmi del becero propagandista e io non posso rispondergli URBANAMENTE per le rime? Fra l’altro, Valente ha già fatto capire che condivide le mie certezze (parlare di semplici timori sarebbe improprio).
      Ma forse, molto semplicemente, è tutto bloccato da ore perché siete impegnati nel convegno

    • Ciro, siamo messi proprio male. Scongiurato l’ichinetto, ma comunque ci becchiamo l’ennesimo ministro – che ci spiegherà le sue strategie, la sua visione, il suo progetto: il tutto in quei 10-12 mesi che ci separano dalle (inevitabili) elezioni anticipate, in cui naturalmente voteremo con l’attuale legge elettorale. La palude è sempre più fitta, e gli unici inamovibili sembrano quelli dell’ANVUR. Che schifo.

    • L’ideologia del neoministro si può trovare sintetizzata qui: http://www.pietroichino.it/?p=25189 (ma il testo risale al 2012, magari nel frattempo ha cambiato idea…)
      Un solo commento (ma ce ne sarebbero molti da fare): fa veramente rabbrividire, almeno me, sentir parlare di superamento dell'”università dell’obbligo” in un momento in cui all’università ormai in Italia non si iscrive più quasi nessuno.

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