Sulle parole di Renzi in merito alle università di serie A e B è opportuno distinguere diversi livelli di discorso. Una cosa è la constatazione di un fatto: che esistano diverse realtà universitarie in Italia e che si siano università migliori e altre peggiori. Ma oltre al livello della constatazione, v’è quello del dover essere: l’idea che sia giusta e che debba esistere una differenziazione tra università di serie A e B. Una sorta di traduzione neo-liberale del darwinismo sociale: i vincitori devono essere premiati in modo che domani possano vincere ancora di più e siano in grado di distanziare i loro competitori. Prima si destruttura il sistema universitario, si approfondiscono le differenze, si definanzia e poi si dice: vedete, la situazione è questa e quindi dobbiamo fare di necessità virtù. Un po’ come premiare i ricchi, con ulteriori emolumenti, perché sono stati bravi ad arricchirsi.

Sulle parole di Renzi in merito alle università di serie A e B ci sarà il solito tiro alla fune e il classico conflitto delle interpretazioni. A parte le “spiacevoli conseguenze” che ne seguono se si dovesse in tal modo valutare la realtà universitaria italiana (messe bene in luce in modo paradossale dall’articolo già pubblicato su Roars), nel discorso del Premier e nei commenti che ne sono seguiti è opportuno distinguere diversi livelli di discorso, la cui confusione non può che ingenerare equivoci e malintesi.

Infatti una cosa è la constatazione di un fatto: che esistano diverse realtà universitarie in Italia e che si siano università migliori e altre peggiori. E questa è una mera presa d’atto, allo stesso modo di come lo è affermare che ci sono uomini diversi tra loro: uno con i capelli biondi, l’altro bruni, uno più dotato nella musica, l’altro nella matematica, uno più bello, l’altro più brutto e così via. Negare questo non sarebbe solo un’operazione di mera ideologia, ma di semplice e pura idiozia. E di ciò ci guarderemmo da ritenerne affetto il nostro Premier.

excellenceMa anche a fermarci a questo punto, anche a voler ammettere questa diversità, già il giudizio sfoca quando non si prendano le università come una totalità omogenea, senza alcuna differenziazione interna: una massa di gelatina in cui tutto è uguale a se stesso, come nella notte di Hegel, nella quale tutte le vacche sono nere. E infatti le vacche e i buoi di ciascun ateneo sono ben diversi: le stesse classifiche dell’Anvur (ma ci sono altre classifiche che danno quadri ben differenti!) fanno vedere come per ciascuna università vi siano settori (dipartimenti, campi di ricerca ecc.) che sono eccellenti, a livello di “competizione internazionale”, e altri invece che sono alquanto carenti. Pertanto se si vogliono penalizzare le università in quanto tali – come di serie A e B – si farebbe la classica opinione di gettare l’acqua sporca col bimbo dentro: si penalizzerebbero i settori eccellenti in università che si definiscono di serie B; e si verrebbero a premiare settori pessimi in università di serie A. Questa differenziazione interna alle università – spesso molto più accentuata di quella esterna tra le università – è un portato storico dell’evoluzione del nostro sistema accademico che non può essere cancellato con un tratto di penna.

Ma oltre al livello della constatazione di un fatto, v’è quello del dover essere: l’idea che sia giusta e che debba esistere una differenziazione tra università di serie A e B, perché solo in questo modo è possibile competere internazionalmente. Ebbene nel discorso di Renzi sembra che si passi dalla prima affermazione alla seconda senza avere chiara consapevolezza, non solo dei problemi insiti già al primo livello, ma del fatto che così facendo si enuncia un modello di università e di formazione superiore che obbedisce ad un disegno politico e non si limita solo estrapolare una situazione di fatto. Infatti sulla base di tale constatazione potrebbero essere implementati due atteggiamenti diversi: (a) data la differenza tra le università, bisogna attuarre delle strategie che mirino quanto più possibile alla sua riduzione, finanziando e accompagnando maggiormente, con specifici programmi a ciò finalizzati (e non generiche elargizioni di denaro) quelle che sono in difficoltà; (b) vista la situazione di fatto, approfondiamo e ulteriormente radichiamo questa differenza, in direzione di un sistema universitario polare, col “premiare” e “incoraggiare” le università che già sono in vantaggio e sono “migliori” delle altre. È questa seconda strategia quella che sembra essere stata scelta da Renzi e che è alla base dell’operato dell’Anvur.

Ed è chiaro che ciascuna di queste due strategie cela in sé una prospettiva complessiva, anche in considerazione del fatto che le università sono radicate nel territorio e che il declassamento o la promozione di esse comporta un riflesso significativo anche nel contesto sociale ed economico che le ospita. La prima strategia si muove nell’ottica della solidarietà (una volta si diceva: politica egualitaria o di redistribuzione della ricchezza) e del non permettere che gli ultimi diventino ancora più ultimi; nel caso specifico, che il Mezzogiorno (tutte le prime 20 università sono da Roma in su), diventi ancora più lontano dal resto d’Italia, avvicinandosi sempre più alle sponde dell’Africa. La seconda è invece una sorta di traduzione neo-liberale del darwinismo sociale: i vincitori devono essere premiati in modo che domani possano vincere ancora di più e siano in grado di distanziare i loro competitori, i quali devono adattarsi ad un ruolo secondario. Quale di queste due politiche sia quella preferita definisce di fatto il tasso di distanza dai principi ispiratori della nostra Costituzione e da quelli che erano una volta i caratteri identitari della sinistra.

robberbaronsInfine v’è un altro piano del discorso: quello che riguarda la genesi della situazione attuale e che costituisce anche la prognosi per quella futura: il constatare l’esistenza delle differenze, per farne un principio normativo, è una bella impresa se queste sono generate da una politica universitaria negli ultimi anni concepita proprio per portare a questo risultato, che ora si legge come una sorta di destino scritto nelle stelle. Prima si destruttura il sistema universitario, si approfondiscono le differenze, si definanzia e poi si dice: vedete, la situazione è questa e quindi dobbiamo fare di necessità virtù. E v’è chi è caduto in questa trappola (come dimostra il recente libro di Pivato, Al limite della docenza).

E allora precisiamo quel che vogliamo e cerchiamo di decrittare il discorso di Renzi distinguendo le sue articolazioni interne. Ma più importante, cerchiamo di avere in testa innanzi tutto il modello di università – e di conseguenza di società – a cui vogliamo aspirare. Di conseguenza decidiamo anche a cosa debba servire il processo di valutazione che oggi ci perseguita: ad affrontare le situazioni di difficoltà e a permettere il loro riassorbimento, oppure a sostenere e ulteriormente rafforzare chi è già in posizione di vantaggio? Il meccanismo premiale di certo si muove in una sola, ben precisa direzione, quella che sul piano sociale equivarrebbe alla decisione di premiare i ricchi, con ulteriori emolumenti, perché sono stati bravi ad arricchirsi.

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20 Commenti

  1. D’accordo, “serie A” e “serie B” è linguaggio approssimato da quarantenne rozzo che non ha manco preso la lode in un’università “di serie B” (Firenze, secondo quanto acutamente riporta De Nicolao https://www.roars.it/online/renzi-ha-ragione-ridimensioniamo-gli-atenei-di-serie-b-come-firenze-politecnico-di-torino-e-bocconi/).

    Però cari colleghi, facciamo un discorso aritmetico elementare: vogliamo il 20-30% di studenti che “continuano” con l’università? Vogliamo 60 000 docenti universitari, possibilmente di più? E allora che ce ne facciamo di università (o dipartimenti, o corsi di laurea) che sfornano “eccellenze”? Todos dottores eccellenti, potenziali dirigenti, e poi? 20, o addirittura 30% di dirigenti nella forza lavoro delle imprese (e dell’amministrazione pubblica)? No, non si può. Quindi chiudo il mio sillogismo, con due alternative:

    1) torniamo al 5-10% di laureati e ridimensioniamo i nostri appetiti, facciamo solo università di un certo livello, licenziamo (non riassumiamo quando vanno in pensione) il 50% dei docenti, e sforniamo solo classe dirigente lasciando alle imprese il compito di formare i lavoratori specializzati “on the job” oppure

    2) Qualcuno si fa carico del lavoro umile di formare i tecnici, più o meno specializzati, senza troppe pretese, restituendo alle lauree triennali il ruolo che fu dei diplomi universitari.

    E qui sta il problema, cari colleghi. Che nessuno vuole fare ‘sto lavoro poco gratificante di preparare la classe tecnica. E allora, se nessuno si fa avanti, il giovanotto al governo pensa che forse dividendoci in “serie A” e “serie B” siano gli studenti e le famiglie a selezionare le università, mandando i più dotati (ed i più ricchi) nelle università “migliori” e chi continua con obiettivi più modesti in quelle ” di serie B”.

    Come al solito, la politica ci fa fare quello che non sappiamo fare da soli: i concorsi seri, un’autovalutazione dei risultati scientifici, lauree triennali con sbocchi del lavoro.

    • “Come al solito, la politica ci fa fare quello che non sappiamo fare da soli: i concorsi seri, un’autovalutazione dei risultati scientifici, lauree triennali con sbocchi del lavoro.” Come al solito? La politica? Quando mai è successo?

    • Anch’io come Francesco ho delle serissime difficoltà a capire quand’è successo che: “Come al solito, la politica ci fa fare quello che non sappiamo fare da soli: i concorsi seri, un’autovalutazione dei risultati scientifici, lauree triennali con sbocchi del lavoro.”
      In questi anni ho visto l’ASN con montagne di ricorsi, la VQR con risultati che a volte fan ridere i polli e una contrazione dell’offerta formativa che continuerà nei prossimi anni con le riduzioni dell’organico per turn-over parziale.
      E poi tante altre belle cose che qui si sono ripetute alla nausea.
      Certo, ci saremmo potuti tutti mettere a tavolino, coi politici e con gli industriali, per capire cosa si poteva migliorare, partendo da una base di tutto rispetto. Invece abbiamo assistito e stiamo assistendo spesso al progressivo e brutale ridimensionamento anche del buono che c’era.
      .
      Fatico a capire anche il discorso delle lauree triennali. Non ne capisco il punto. Le eventuali università di serie A dovrebbero istituire delle super lauree triennali? E quelle di serie B delle lauree triennali alla stregua di diplomi tecnici e lasciar perdere le lauree magistrali e i dottorati/la ricerca?
      Questo mi pare sia quello che vogliono in parecchi, dai politici agli industriali, ma nessuno venga a dire, noi men che meno, che la colpa è la nostra o che che esiste già una divisione di questo genere fra le nostre università.

    • “torniamo al 5-10% di laureati e ridimensioniamo i nostri appetiti,”
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      Sono d’accordo. Io uscirei anche dall’OCSE ed aderirei all’organizzazione per lo sviluppo economico delle nazioni africane, dove potremmo effettivamente avere un ruolo trainante. E non mi si accusi di razzismo, perché tutti gli altri continenti (Oceania inclusa) hanno almeno una nazione la cui percentuale di laureati supera il 10%. Oddio, dimenticavo l’Antartide, ma mi sembra lontano e freddo. Credo che le chiacchiere dei pensionati che frequentano il bar sotto casa mia, siano mediamente più sensate (senza offesa per i simpatici vecchietti).

    • Come presidente di laurea triennale professionalizzante (Ottica e Optometria) posso dire che la mia Universita’ (che e’ la prima della serie A italiana, secondo la classifica De Nicolao) ed il mio Dip. (che e’ il primo tra quelli di Fisica in Italia secondo la VQR) stanno investendo risorse in questa laurea.

      Personalmente credo che una grande universita’ possa erogare didattica su tutti i livelli, rimanendo al top se i docenti sono il top.

  2. Cominciare a citare numeri sensati, perchè quelli che leggo sono come quelli che estarggo dal sacchetto per la tombola. Ma quale tecnici, i tecnici di cui parlano le aziende si formano in azienda. solo il 22% dei manager italiani è laureato, il resto ha un diploma e 1/3 la terza media. I docenti universitari non sono più, da tempo 60.000. Il problema dell’università sono i concorsi e quale sarebbe la soluzione? I conocrsi nazionali no, nazionali a sorte no, locali no, l’ASN no, concorso locale dopo l’ASN no, forse la soluzione è semplice: si escludano i vincitori e si assumano gli esclusi. Il problema è il paese. Se qualcno si prendesse la briga di descrivere come crea ricchezza questo paese, allora ci si renderebbe conto dei veri problemi e del perchè ci sono così evidenti mismatching nel mercato del lavoro. Qui si parte dalla fine, ma come i colti sanno l’induzione all’indietro è molto, ma molto demanding, e in questo caso non funziona. Forse dovremmo alzare lo sguardo e magari si riesce a superare questa litania, ormai veramente stonata, della selezione dei docenti che come si vede non porta a nulla di buono.

  3. Ok, d’accordo, credo di capire l’ironia. Diciamo che la politica *prova* a fare maldestramente quello che non sappiamo fare da soli imponendo mediane ed anvur varie. Oppure l’ironia era sulla parola politica, ed in effetti si pensa che mediane ed anvur siano stati imposti da una parte dell’accademia per imporre il suo punto di vista e la politica non c’entra nulla? Si sa, sui blog l’ironia non è facile da capire, e/o io sono un po’ tonto.

    • Io credo che il problema della diversificazione dell’offerta formativa terziaria, in Italia, sia reale, e serio – per venire incontro ad un diversificato corpo studentesco ed *anche* a diverse esigenze del mondo produttivo.
      MA è del tutto evidente che questo tema è assai diverso dalla banalizzazione renziana, che peraltro utilizza concetti fuori corso, dal punto di vista del dibattito internazionale.
      Abbiamo bisogno di formazione terziaria tecnico-professionale di serie A, accanto a formazione accademica di serie A. Per approfondimento, rimane valido un mio breve scritto su altro blog, di qualche tempo fa
      http://www.imille.org/2011/10/l%E2%80%99istruzione-terziaria-tecnico-professionale-e-il-%C2%ABnuovo-apprendistato-universitario%C2%BB-de-%E2%80%9Clavoce-info%E2%80%9D/

    • Renzo, sì, sono d’accordo, l’istruzione tecnica è una cosa serissima (per inciso, conoscevo il tuo articolo su i mille, li seguo saltuariamente ed ho fatto parte del circolo Pd che li ha affiancati per un po’).

      Se posso precisare, volevo proprio dire che se come accademia non sappiamo affrontare l’educazione tecnica nella sua complessità, cascheremo nelle banalizzazioni renziane — e ci deve andare bene perché ne circolano di peggio.

      Provo a fare delle domande: hai mai provato a chiedere a campione ai colleghi quanti conoscono gli IFTS? Qualcuno ricorda un dibattito con E a parte poche lodevoli iniziative, quanto dibattito c’è attorno alla necessità di integrare l’istruzione tecnica nel quadro della formazione superiore? Chessò, facciamo 100 il numero di dibattiti sull’utilità delle mediane nei concorsi, quanti dibattiti si sono fatti sulla necessità di come gestire i passaggi ITS con le lauree triennali? Chi conosce cosa ha fatto il ministro Carrozza su questo argomento?

      Allora, io leggo la motivazione politica che c’è sotto lo sbrigativo linguaggio dell’impertinente primo ministro: togliamo risorse a metà atenei, costringiamoli a dover ripensare l’offerta formativa perché li priviamo dell’ossigeno minimo garantito. La mia è un’interpretazione, non un auspicio.

  4. Cercherò di essere semplice: Mazzuccato, il suo libro ormai stracitato che a ballarò chiede qual è il progetto di questo paese? Boh!
    Piketty, il capitale: c’è una imponente redistribuzione del reddito e della ricchezza in corso che azzerrerà quanto fatto dopo il rapporto Beveridge.
    Anche ammesso, e non lo credo, che l’università debba fornire manodopera, come potrebbe fornire lUniversità queste specializzazioni se il Paese non ha un progetto, uno visione di dove andare? Me lo spieghi come farebbe con un bambino di 6 anni. Il problema è la selezione dei docenti, che in media guadagnano niente? Ma varamente lo pensate se è così vi saluto perchè stiamo veramente alla frutta e allora preferisco un vero bar dove vado a giocare a traversone almeno mi diverto.

  5. Dati e non numeri della tombola:
    In assenza di provvedimenti, secondo le proiezioni elaborate dal Cun, entro il 2018 i professori ordinari caleranno del 50%. Nel 2018 infatti saranno solo 9.443 a fronte dei 18.929 del 2008, anche a causa del pensionamento di 4.400 docenti. Gli associati, invece, caleranno del 27%: nel 2018 13.278, a causa di 2.552 cessazioni, a fronte dei 18.225 del 2008. Complessivamente nel 2018 ci saranno 9.463 professori universitari in meno.

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