Racconti dell’assurdo: ovvero del professore in missione

E’ nelle missioni dei professori e dei ricercatori universitari che la burocrazia di Stato fuori controllo genera le assurdità più palesi.

Non è un problema trascurabile. Il CUN lo ha posto al punto n.3 del documento Semplifica Università: per cominciare.

Frecciarossa per Milano: 2ª classe.

Mi siedo di fronte a una signora, all’incirca mia coetanea, che affannosamente cerca di mettere ordine a un groviglio di scontrini disseminati sul tavolino.

– Collega eh? – esordisco.

Ho indovinato. E’ una professoressa di Roma Tre.

La catalogazione e la classificazione degli scontrini delle missioni è diventata una delle principali attività di noi professori, accanto all’insegnamento, alla ricerca e all’innovazione.

Penso che sia questione di poco e un sistema di valutazione verrà escogitato anche per questa nuova occupazione strategica per lo sviluppo del Paese.

Aspettiamoci presto la SUA-SM, dove SM sta per Scontrini Missioni.

Kyoto, Giappone: ristorante con un collega.

– Per favore il conto, con il totale diviso su due scontrini – scandiamo in inglese.

– Dōmo arigatōgozaimashita – risponde gentile la cameriera.

Dopo un po’ di tempo ci porta una ricevuta sola di 4500 Yen.

– Abbia pazienza per favore, bisognerebbe fare due ricevute separate di metà importo: 2225 Yen per me, 2225 Yen per lui. Due separate, mi raccomando, una e due – riproviamo in lentissimo inglese per farci capire meglio.

– Ni – aggiunge il collega, che vuol dire due in giapponese, mimando il numero con le dita della mano.

– Hai! Hai! Dōmo arigatōgozaimashita – ringrazia con la consueta gentilezza la nostra interlocutrice.

Poi torna dopo 10 minuti con due ricevute da 4500 Yen.

– No, no. Due separate di metà importo! – ci ostiniamo a spiegare.

Per cercare di venire a capo dell’incomprensione ci aiutiamo con la tecnologia: Google translate sul telefonino mostra al gruppo di camerieri, che intanto si è affollato al nostro tavolo, gli eleganti simboli che significano proprio “abbiamo bisogno di due ricevute separate di metà del conto totale: 2225 Yen per ciascuno, separate mi raccomando.

– Ah, separated! – esclama in inglese una nuova cameriera, comparsa da chissà dove, con espressione raggiante.

– Dōmo arigatōgozaimashita – cantilenano tutti in coro.

Poco dopo tutto lo staff del ristorante torna in gruppo con due menù chiedendoci di indicare ciascuno le pietanze che abbiamo ordinato.

– Ci basta il totale diviso per due, è più semplice – penso mestamente di replicare, ma ci rinuncio. Facciamo le liste separate, il gruppo si dissolve per tornare dopo qualche minuto compatto con tre scontrini: uno da 2015 Yen, un altro da 2485 Yen, un terzo da 4500 Yen che è il totale.

Paghiamo, salutiamo e ringraziamo tutti per la pazienza: – Dōmo arigatōgozaimashita.

Usciamo discutendo fra noi italiani sul perché questo straordinario Paese, che ha un debito pubblico cinque volte superiore al nostro, non abbia mai adottato le nostre scellerate misure di controllo e di contenimento della spesa.

Evidentemente loro hanno capito subito che esse non servono proprio a niente.

Oslo, Norvegia: cena sociale di un congresso internazionale.

Siamo in 48, provenienti da tutti i Paesi del mondo. Solo noi Italiani abbiamo bisogno degli scontrini per il rimborso. Tutti – dico tutti – gli altri no: hanno una diaria giornaliera per le missioni all’estero esattamente come l’avevamo noi qualche anno fa. Poi sono arrivati i burocrati del MEF che pensano che tutto il mondo sia nelle stesse penose condizioni in cui essi hanno ridotto l’Italia.

Chiedo vergognosamente in inglese al cameriere:

– Il totale diviso 48 per favore, e due scontrini, uno per me e uno per il collega qui accanto.

Il cameriere non capisce.

Non esiste nemmeno la parola in inglese per tradurre “scontrino”.

Intervengono gli Americani che, con la padronanza della lingua, possono addentrarsi meglio nei meandri demenziali della burocrazia all’Italiana.

Il cameriere non capisce ancora.

Subentrano allora i Norvegesi, con gentilezza e con larghi sorrisi.

Al cameriere s’illumina il volto: finalmente ha capito.

Passano 20 minuti. Quarantotto persone sono in attesa trepidante degli scontrini per i due poveri Italiani, vessati dalla burocrazia del loro Paese.

– Be patient, you are good at football! – scherza qualcuno.

Alla fine riappare il cameriere. Ha in mano 48 lunghissimi scontrini. Ciascuno di essi riporta voce per voce tutte le pietanze consumate dall’intero tavolo dei 48. Ciascuna voce è prezzata per un quarantottesimo del prezzo del menù.

– Is it ok, sir? – chiede il cameriere con espressione trionfante.

– Yes, fine. Thank you very much – rispondiamo già preoccupati di come spiegare al rientro che abbiamo bevuto 48 quarantottesimi di acqua minerale e via di seguito.

Una volta l’Italia era un Paese di Scienziati, Santi, Poeti e Navigatori. Oggi essi sono stati sopraffatti dai Contabili e gli scontrini sono la loro bandiera.

Firenze, Segreteria del Dipartimento.

– Mi scusi, ma perché non mi è stato riconosciuto il rimborso per la cena della missione a Genova?

– Professore, il regolamento parla chiaro. Possono essere rimborsati solo gli scontrini parlanti, dove sia chiaro desumere il tipo di esercizio commerciale e i piatti consumati.

– Abbia pazienza dottoressa, qui c’è scritto Panini da Cecco, cosa vuole che abbia acquistato?

– Niente da fare professore, lo scontrino deve essere parlante e questo non lo è.

Me ne vado sconsolato. Ero rimasto ai pappagalli, alle gazze e ai corvi parlanti, ma gli scontrini …

Mi rammarico di non avere capacità di ventriloquo se no avrei stupito la segreteria con una dimostrazione di loquacità del mio scontrino.

Lo prendo in mano, lo scontrino, e lo squadro ben bene.

– Perché non parli? – mi verrebbe da apostrofarlo con piglio michelangiolesco.

Ma poi lo butto tristemente nel cestino, pensando che oggi forse nemmeno la famiglia Medici potrebbe affidare una prestazione al Buonarroti, senza gara d’appalto al massimo ribasso, RUP, certificazione DURC, mercato elettronico, PEC, scontrino fiscale o, peggio, fattura elettronica e split payment.

Aeroporto internazionale di Francoforte in attesa del volo per Pechino.

Sono stato costretto a volare Lufthansa e un po’ mi dispiace.

Penso che nel nostro Paese siamo più impegnati a costruire nuovi aeroporti e a fondare nuove società di gestione, piuttosto che a organizzare meglio i collegamenti con gli aeroporti esistenti, che già sono tanti.

Ricordo l’incubo di qualche tempo fa per raggiungere Fiumicino da Ciampino, aeroporti della stessa società nemmeno collegati tra loro.

Il bello di Lufthansa è che è una società moderna che usa i mezzi della tecnologia. Posso finalmente utilizzare il nuovissimo servizio passbook del mio telefonino: il recapito automatico della carta di imbarco direttamente sul cellulare esattamente quando e dove serve. Alitalia ancora se le sogna queste raffinatezze tecnologiche.

Arrivo di fronte al controllo bagagli e un’icona gialla appare sul display. E’ la carta di imbarco arrivata precisamente al momento giusto.

Passo il controllo con crescente preoccupazione. Cerco con ansia nell’applicazione passbook: non ci sono funzioni, la carta di imbarco appare e basta quando serve, per poi scomparire quando non serve più.

Panico: non c’è la funzione stampa! Evidentemente essa non serve nel resto del mondo dove l’evidenza di un viaggio aereo non deve per forza essere comprovata con una carta cartacea di imbarco.

Altri ne hanno già scritto su ROARS. La sacralità della carta d’imbarco per la nostra PA è subordinata solo a quella degli scontrini fiscali.

Penso con sconforto all’Italia Digitale tanto decantata, faccio un print screen dello schermo del telefonino e me lo spedisco per email, per stamparlo direttamente al ritorno, sperando che almeno questo vada bene.

Mi immagino già che mi chiederanno di fotocopiare lo schermo del cellulare per fare una triplice copia conforme.

Spero solo che non mi ci appiccichino una marca da bollo.

Aeroporto di Roma Fiumicino.

Mi è capitata la peggiore disgrazia che può succedere al professore in missione: ho perso per un soffio il volo per Palermo che avevo prenotato con tariffa economica non rimborsabile.

Ho dovuto riacquistare un biglietto nuovo e al rientro mi sono state chieste dichiarazioni su dichiarazioni per spiegare l’accaduto nei minimi dettagli, dando riscontro di ciascun fatto con ricevute e scontrini, per tracciare ogni mio spostamento in quel fatidico giorno.

Questa è la lettera che ho realmente inviato al Direttore del mio Dipartimento, dopo mesi di esasperazione.

Almeno è servita a concludere positivamente la vicenda.

Il sottoscritto NICOLA CASAGLI dichiara di aver dovuto acquistare un nuovo biglietto aereo da Roma per Palermo in data 17 luglio 2013 poiché gli impegni istituzionali presso la sede del congresso organizzato da [omissis] si sono protratti oltre il previsto, ovvero fino al tardo pomeriggio.

Il sottoscritto ha quindi utilizzato la combinazione di mezzi più veloce per raggiungere l’aeroporto di Fiumicino per prendere il volo delle ore 20.00, ovvero taxi fino alla Stazione Termini e treno fino all’aeroporto.

Quel giorno finì la benzina. Si bucò un pneumatico. Non avevo i soldi per il taxi! Il mio smoking non era arrivato in tempo dalla tintoria! Era venuto a trovarmi da lontano un amico che non vedevo da anni! Qualcuno mi rubò la macchina! Ci fu un terremoto! Una tremenda inondazione! Un’invasione di cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio! [1]

Nonostante ciò, anche a causa del traffico eccessivo e del ritardo del treno, il sottoscritto, in preda al terrore per le possibili conseguenze burocratiche del mancato imbarco, ha rocambolescamente raggiunto la porta di imbarco pochi minuti dopo la chiusura e, nonostante le vivaci proteste, non gli è stato consentito di salire a bordo ai sensi del regolamento della compagnia aerea.

Ciò non gli ha permesso di utilizzare il biglietto del volo AZ1791 delle ore 20.00 che era stato acquistato a tariffa economica, non modificabile, in ottemperanza al regolamento di Ateneo.

Di conseguenza il sottoscritto è stato costretto ad acquistare un titolo di viaggio nuovo sul volo AZ1783 delle ore 21.40.

Il sottoscritto chiede il rimborso completo della spesa, in quanto tutto questo è stato determinato da ragioni di servizio non dipendenti dalla sua volontà e, soprattutto, poiché era in missione per conto di Dio. [1]

Cordiali saluti

Nicola Casagli

Isola del Giglio, campo base della Protezione Civile.

Atterra l’elicottero che ci ha prelevato con la massima urgenza perché deve essere realizzato subito un sistema di monitoraggio del relitto della nota nave da crociera naufragata poche ore prima.

Quella mattina stavo andando a una riunione del Senato Accademico e adesso sono stato portato qui, senza nemmeno il tempo di chiedere l’autorizzazione alla missione, senza sapere la data rientro.

Mi chiedo cosa scriverò sul mezzo di trasporto utilizzato? Vorranno la targa dell’elicottero? Il codice fiscale del conducente?

Ma adesso non c’è tempo per pensare alla nostra burocrazia. C’è da mettere sotto controllo la nave per permettere la ripresa delle operazioni di soccorso.

Per telefono io e miei colleghi facciamo ordini di strumenti e attrezzature, così sulla parola, senza niente di scritto, senza idiozie telematiche e procedure bizantine.

Questa è la vera forza della Pubblica Amministrazione, quando non è imbrigliata dai burocrati di mestiere.

In meno di 12 ore il sistema di monitoraggio è completo e funzionante, con componenti arrivate a tempo di record da tutto il Paese.

I Vigili del Fuoco e gli Incursori della Marina ci fanno i complementi: non avevano mai visto niente di simile.

Per più di una settimana si va avanti a supporto delle operazioni SAR, che non è l’ennesima Scheda di Autovalutazione della Ricerca prodotta dall’ANVUR, bensì sta per Search and Rescue ovvero ricerca e soccorso.

Apprendo che questo tipo di operazioni vengono valutate per i risultati ottenuti, in termini di vite salvate, e non sulla base di schede di autovalutazione autodichiarata o di conteggi delle citazioni sui media.

Conta solo il risultato e a quello si sacrifica tutto.

Si scambia il giorno con la notte. Si pranza alle 2 di notte e si cena la mattina, o forse viceversa che è la stessa cosa. Si prenota la camera di albergo e non la si usa.

Poi si torna a casa con l’angoscia del rendiconto di missione. Si cerca di spiegare tutto nei dettagli, certi che la segreteria solleverà problemi perché non abbiamo applicato alla lettera i regolamenti.

E invece no, nessuno fa obiezioni. Tutto è riconosciuto e prontamente rimborsato. L’Italia della Pubblica Amministrazione è anche questo: funziona con straordinaria prontezza ed efficienza quando ci sono condizioni di emergenza.

Il problema è che invece non funziona altrettanto bene nell’ordinario.

Proposte di soluzione

Oltre a esporre i problemi mi piace anche proporre soluzioni.

Per la specifica situazione delle missioni provo a elencare di seguito quelle che ritengo possibili:

  1. andare in missione solo in concomitanza di eventi catastrofici di grandi proporzioni;
  2. smettere di andare in missione e utilizzare, per le relazioni nazionali e internazionali, moderni ed efficienti strumenti telematici come la PEC;
  3. limitare le missioni solo alle località raggiungibili in giornata, partendo a stomaco pieno;
  4. proporre alle Nazioni Unite di estendere al resto del mondo il sistema dei controlli fiscali pervasivi e opprimenti in uso in Italia, globalizzando l’uso degli scontrini, delle carte cartacee di imbarco e dei rimborsi a pie’ di lista;
  5. acquistare solo biglietti business e di prima classe modificabili, andare sempre a pranzo e a cena al ristorante dove la ricevuta fiscale parla e parla anche troppo;
  6. andare in missione a proprie spese per far risparmiare la Pubblica Amministrazione e consentirle di sprecare soldi in maniera peggiore;
  7. viaggiare in autostop, portarsi i panini da casa, dormire negli ostelli, anche per sentirsi giovani;
  8. assumere a contratto un segretario per gestire il flusso di scontrini e di titoli di viaggio, invece di reclutare un nuovo ricercatore;
  9. provare a farsi rimborsare le missioni in Lussemburgo o alle Isole Cayman;
  10. tornare a rimborsare le missioni come si faceva prima, riconoscendo il sacrosanto diritto al mutismo degli scontrini e ripristinando le diarie giornaliere soprattutto per l’estero (il cosiddetto trattamento alternativo di missione che è stato introdotto con il decreto MAE del 23 marzo 2011 è una presa in giro e non è praticamente utilizzabile).

Mi permetto di suggerire che la soluzione di gran lunga più semplice sarebbe la n.10.

Sarebbe sufficiente scrivere una bella circolare congiunta MIUR-MEF, magari insieme anche al Ministro della Pubblica Amministrazione e della Semplificazione, che chiarisca in modo univoco che tutte le disposizioni sulle missioni della PA emanate con provvedimenti di legge scoordinati e decreti d’urgenza a partire dal 2007, semplicemente non si applicano alle Università e agli Enti di Ricerca, ai quali la Costituzione e la legge garantiscono il diritto di darsi i propri regolamenti.

L’Università non sarebbe soggetta a disposizioni emanate per circolare, ma per questa volta potremmo chiudere un occhio.

Nicola Casagli

Firenze, 17 aprile 2015

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28 Commenti

  1. A naso, il buon Professor Casagli è nel novero degli Italiani che si lamentano dei controlli e delle verifiche nei confronti delle proprie attività, ma il giorno dopo (probabilmente) si scandalizzano per l’uso dei fondi ai gruppi parlamentari e consiliari (es. acquisto di mutande verdi, ecc. ecc.), per i benefit dei Dirigenti Pubblici (auto blu, ecc.) nonché, a fortiori, per tutte gli altri episodi di corruzione e malversazione che coinvolgono Privati e Pubblici Amministratori.
    Urge riflessione realistica e indipendente sul nostro Paese.

    • Ma via… dare una diaria per le missioni porterebbe costi certi e meno burocrazia, a me hanno fatto obiezione perché avevo mangiato 4 panini che alla signora della segreteria. Se con 25 euro a pasto i sonori delle mutande verdi ci comprano le mutande appunto pagheranno il pranzo con i loro soldi.. Il rimborso forfettario è una cosa giusta e normale. Oggi grazie ai regolamenti di piffero fatti dai ministeri non ti rimborsano nemmeno i biglietti del bus dall’Hotel alla sede del congresso.. Il professore dice cose giustissime, e di buon senso.

    • Caro Renzo
      Non è così. Mi pare piuttosto di essere nel novero di quelli che pensano che in ogni settore della Società (nella politica, come nell’Università e in qualsiasi altro ambito) ci siano i ladri e gli onesti.
      Da che esistono le regole – su per giù dai tempi di Mosé – i ladri devono essere perseguiti e gli onesti devono essere lasciati in pace.
      L’anomalia italiana sta nell’incapacità (o nella non volontà) di perseguire i ladri, per cui per limitare i furti si introducono regole sempre più strampalate, controlli sempre più vessatori con il solo risultato di paralizzare e rendere ridicolo il tutto.
      Io sto con chi scandalizza per i pochi politici-ladri che con il finanziamento pubblico comprano mutande verdi e altre amenità. Sto anche con i tanti politici-onesti che, come noi, sono a disagio per i controlli pervasivi e burocratici che appesantiscono le loro normali attività.
      Nelle Università è la stessa cosa: dobbiamo essere in grado di individuare, isolare e perseguire quei pochi che rubano e lasciare lavorare in pace tutti gli altri.
      Gli altri Paesi evidentemente ci riescono, visto che siamo solo noi nel mondo ad aver abolito le diarie di missione (che i politici invece ancora mantengono) e inventato le genialità dello scontrino parlante e della carta cartacea di imbarco.
      Come sempre sono certo che tu e io la pensiamo nello stesso modo, solo che abbiamo punti di vista differenti.

    • Servono davvero queste leggi?

      ————
      La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi. L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere.
      ——————

    • Caro Professore,
      svariati anni fa, mentre ero iscritto ad un corso di dottorato presso una Università italiana, mi capitò di svolgere frequentissimi viaggi a Bruxelles o in altre città Europee a causa di una mia carica rappresentativa (di livello continentale) di dottorandi e giovani ricercatori. Si trattava di eventi/conferenze/gruppi di lavoro ai quali ero invitato e partecipavo a carico dell’Entità organizzatrice, fosse la Commissione Europea o altro Istituto di varia natura giuridica, secondo il caso. Ovviamente tendevo in ogni caso a scegliere opzioni a basso costo. Mi capitava talvolta di viaggiare sulla rotta Roma-Bruxelles, e di avere come compagni di viaggio degli Eurodeputati, che viaggiavano su quelle stesse rotte low-cost in classe Economy. Mi fu subito chiaro che facevano così perché potevano realizzare una “cresta” elevata sulla dotazione forfettaria che ricevevano per i viaggi, ovviamente esentasse. Nel 2009, a seguito del crescere dell’Euroscetticismo e dell’Euroscandalismo, il regolamento fu cambiato, e da allora le spese di viaggio sono rimborsate solo dietro presentazione dei relativi documenti di spesa.
      Rimane tuttavia escluso dalla rendicontazione dettagliata un altro capitolo di dotazioni degli Eurodeputati, quello per “spese generali”, che serve a coprire le spese sostenute nello Stato membro di elezione, ad esempio le spese di gestione dell’ufficio, telefono e posta e i costi per l’acquisto, il funzionamento e la manutenzione di computer e di materiale telematico. Ammonta a 4.299 euro al mese. Su questo tema gli Euroscettici e gli Euroscandalisti continuano a “mangiano sopra” politicamente, come dimostra questo dispaccio informativo, preso a caso dalla rete
      http://www.ilnord.it/c-4224_PARLAMENTO_UE_BOCCIA_LA_PROPOSTA_CHE_OBBLIGAVA_GLI_EURODEPUTATI_A_RENDERE_CONTO_PUBBLICAMENTE_DEI_RIMBORSI_SPESE
      Io, che sono un Europeista e pure un legalista, “soffro” personalmente e politicamente per una tale situazione, che non è altro che l’archetipo di numerose simili discussioni e argomentazioni, di stampo qualunquista [contro o Stato, contro i Politici, contro la Pubblica Amministrazione], parecchio diffuse, e con le quali ci si può a propria volta accreditare presso i cittadini per ottenere quote di potere.
      Mi aspetto che Lei scenda i campo per difendere i colleghi Politici; o come ci si dovrebbe comportare altrimenti?

    • Eh no caro Rubele …

      … come diceva il cardinal Caprara a Napoleone “sono tutti ladri ? tutti no ma Buona parte !”

      … ai tempi in cui esistevano le diarie (per tutta la pubblica amministrazione) CHISSA PERCHE’ quelle per Bruxelles e Ginevra erano piu’ alte di quelle per gli altri posti (che non sempre erano bilanciate, la Germania degli anni ’80 era meno cara dell’Inghilterra degli stessi anni, eppure in Inghilterra ci si rischiava di rimettere, e in Germania di guadagnarci).

      Tuttavia organizzazioni internazionali SCIENTIFICHE (e che ben pagavano il proprio staff) come l’ESA avevano diarie forfettarie non eccelse.

      Ho conosciuto colleghi che dichiaravano di essere stati in missione per MENO giorni di quelli effettivi in modo da ricevere un rimborso non superiore alle spese effettive, e poter usare i fondi risparmiati per altre missioni.

      Io ora per motivi personali non viaggio piu’ molto quindi non sono aggiornato sulle ultime burocrazie.

      Le assurdita’ burocratiche sono ahime’ sempre esistite, ed anche il buon senso per aggirarle, quando possibile, e quando non sconfitto da nuovi regolamenti. Contribuiamo allo stupidario.

      Un tempo al CNR i biglietti li ordinava l’Istituto in Agenzia Viaggi con un sospeso di cassa, che poi tratteneva dal rimborso missione. E gestiva la cancellazione delle missioni per motivi di forza maggiore. Poi hanno abolito il sospeso, e da tempo il biglietto uno se lo anticipa di tasca propria sulla propria carta di credito … mi e’ capitato di attendere quasi un anno per avere il rimborso dalla compagnia aerea di un biglietto non usufruito.

      Comunque la burocrazia centrale del CNR era specializzata a fare le pulci sulle quisquilie. Una ventina di anni fa spesso andavo in missione a Palermo. Cenavo a casa e prendevo il volo dopo le 21. Una volta, viaggiando con un collega che abita fuori Milano, decidemmo di andare direttamente in aeroporto dall’Istituto e cenare al self-service. Missione rimborsata OK dalla amministrazione locale … ma poi quella romana obietto’ che non si puo’ pranzare nel comune sede di lavoro … ma l’amministrazione locale contro-obietto’ che l’aeroporto di Linate e’ sito in comune di Peschiera Borromeo 🙂

    • @RenzoRubele Diamoci pure del tu, non ci tengo ai formalismi.
      Sull’Europa come non darti ragione, anche se si tratta di diarie di gran lunga più cospicue di quelle, misere, che avevamo nelle Università e negli Enti di Ricerca prima della loro soppressione. Se ben ti ricordi si trattava di importi ragionevoli e commisurati al costo della vita di ciascun Paese.
      Sull’Europa purtroppo io sono ancora scettico. Non riesco a comprenderne gli sprechi, compresi quelli da te menzionati, soprattutto se confrontati con l’assoluta incapacità nell’affrontare i problemi reali. Il trattamento che l’Europa sta facendo alla Grecia è vergognoso e inconcepibile ed è solo la prova generale di quello che fra poco toccherà a noi.

  2. Grazie al Cielo c’è Casagli. Per cambiare l’Università basterebbe partire dal buon senso.
    Togliamo Mancini e nominiamo Casagli!!!
    Rubele@ quello che lei non coglie è che il sospetto (controllo etc.) ha un costo economico enorme. Viviamo nel sospetto, degli amministativi nei nostri confronti, nei confronti dei colleghi ecc.
    Ringrazio ancora Casagli per la freschezza delle argomentazioni

  3. Il bestiario sarebbe senza fine. A me è stato contestato uno scontrino perché “fuori orario pasti”. E in un altro caso la contestazione è avvenuta perché avevo due scontrini, relativi uno a un panino e un’acqua minerale ed il secondo a una macedonia, di cui mi aveva successivamente punto vaghezza: praticamente sono stati considerati due pasti separati ma consumati nello stesso orario. Varrebbe la pena tenere un’antologia aperta al contributo dei malcapitati. Un vero immondezzaio di norme, alle quali però si aggiunge il sadismo degli impiegati, che probabilmente pensano di rifarsi sui “privilegiati” professori in missione.

  4. Va bene, ma poi vogliamo anche dire che si tratta al 90% di fondi che uno si è procacciato lavorando con aziende o da (sempre più rari) finanziamenti europei? (I progetti nazionali non ci sono neanche più)
    Bisogna giustificarsi così per soldi sudati e non regalati da nessuno? Che fra l’altro scarseggiano e che io personalmente uso sempre meno per missioni, cercando di comprarmi qualche attrezzatura o, se va bene, pagarci una persona che lavora a contratto. Sono quindi la prima, come tanti altri, a non sprecarli e a cercarmi sempre soluzioni sostenibili.
    Invece anch’io ho dovuto sudare freddo quando ho usato passbook e ho avuto paura che il boarding pass si disintegrasse nell’etere. Vaglielo a spiegare poi alla segretaria amministrativa dov’è finito il boarding pass, che è già nevrotica di suo per tutte queste regole e carte da produrre.
    E’ proprio che siamo governati da persone che non si rendono conto della realtà.

  5. Renzo, c’è un altro punto che forse non è chiaro all’esterno del nostro piccolo mondo.
    Se mi faccio rimborsare molto per questa missione, avrò meno soldi (o magari non ne avrò) per la prossima! Il mio budget è quello, non è un pozzo senza fondo.
    Perciò mi conviene spender poco e farmi rimborsare solo quello.
    Quando c’era la diaria per le missioni all’estero, facevo i conti di quello che avevo speso e poi chiedevo la diaria di conseguenza (sempre per MENO giorni della effettiva missione) non per altruismo, ma per poter andare a un altro congresso o per chiamare un altro visitatore!
    Ma poi hai in mente che scontrini ti dànno in certi paesi? E poi negli USA cosa fai, non dai il 15% di mancia perché nello scontrino non c’è?
    Ma soprattutto è terribile la figura che facciamo quando dobbiamo rimborsare _uno_straniero_ con le nostre regole!!!

    • Anch’io quando era possibile chiedevo la diaria per lo stretto necessario al rimborso delle spese Sempre meno dei giorni di missione per risparmiare i fondi di ricerca. Poi hanno cominciato a sollevare il problema: ma nei giorni non rimborsati dalla diaria cosa ci facevo in missione? Sono tornato agli scontrini.

    • 24 milioni di lire, 10000 euro, cifre del genere possono essere tutto quello che ho per tutta la mia squadra per un paio d’anni.
      Sarà per questo che noi matematici odiamo i fisici? 🙂

  6. Tralascio la discussione su forfait o dettaglio e aggiungo una possibile SOLUZIONE:
    Carte di Credito o Debito dell’istituzione assegnate a personale in missione.
    In questo modo tutto verrebbe automaticamente registrato.
    Con carta di credito si potrebbero togliere le spese non considerate idonee dallo stipendio, con quella di debito basterebbe che l’università la caricasse della somma prevista prima della missione.

    Certo forse non sono utilizzabili dappertutto e per tutti i servizi, ma penso che attraverso di esse si potrebbero gestire un buon 80% delle spese con zero perdite di tempo (o quasi), salvo contenziosi.

    ciao

    alvise

  7. Ci sono un paio di inesattezze:
    1. le carte d’imbarco sono richieste anche dalla comunità europea (fonte: funzionario EU che segue il mio progetto IRSES);
    2. viaggiare in autostop o comunque con mezzi diversi dal treno o dall’aereo, anche pagando di tasca propria, peggiora la situazione: serve fare assicurazione ad hoc, naturalmente con convenzione con la PA (fonte: tre giorni di delirio, risolti facendo annullare la missione e partendo comunque in violazione di una legge praticamente impossibile da ottemperare)

    Ovvero, la realtà è ben peggio del pregevole racconto…

  8. …manca un caso esemplare: cosa succede quando si rientra da Israele/Cipro/Grecia/…Cina.. e gli scontrini “parlano” non solo in un’altra lingua (…) ma in un altro alfabeto (e valuta diversa dall’euro)?
    Sottoscrivo:la realtà è ben peggio del pregevole racconto…

  9. Arrivo all’aeroporto del Lussemburgo di domenica. Un cartellino attaccato a un palo avvisa che i bus quel giorno non viaggiano per un problema della compagnia dei trasporti lussemburghese. Prendo il taxi (6km a piedi con i bagagli no). Ovviamente non me lo rimborsano perchè non preventivamente autorizzato. Avrei dovuto produrre una documentazione certificata della società dei trasporti pubblici del Lussemburgo. Come non pensarci prima di tornare a casa?

    Stazione di Nantes: compro il panino a un chiosco e la bottiglia d’acqua in un altro cinque minuti dopo. Non rimborsabili entrambi perchè son due pasti.

    E decine di altre.

    (Olanda: vengo invitato ad un convegno. All’arrivo il professore che mi ha invitato mi conta in mano 400 fiorini (era pre euro) poi prende un foglio di carta bianca e scrive che mi ha consegnato 400 euro e me lo fa firmare. Con uno sguardo triste mi fa: “scusa per questo eccesso di burocrazia”)

    • Rilancio la tua Olanda. Brasile 1984 (era di spaventosa inflazione, fra l’altro). Arrivo in Dipartimento e una gentile segretaria mi mette in mano un fascio di banconote. Stupefatto chiedo: “Dove devo firmare?”. “Ci pensiamo domani; vada a riposarsi!”

  10. Dear P,
    Your idea is fantastic. We can talk about it in the next ESC meeting in Barcellona.

    Dear C,
    Yes, of course I will do my best to be there.

    Come faccio a dirle che “il mio meglio” consiste nel trovare i soldi di tasca mia e che per andare devo fare le capriole burocratiche?

    Capriole burocratiche per il traduttore di google si “bureaucratic somersaults” Mi capirà?”

  11. Quanto è vero, mi rendo conto che la differenza tra un carico di lavoro “burocratico” leggero e infernale la fà l’amministrazione e la loro voglia/volontà di rendere le cose semplici. Almeno da noi (ENEA) quando hai una segreteria efficiente riesci comunque a evitare situazioni tragicomiche. Comunque è assurdo che se prendi una bottiglia d’acqua dopo 20 minuti dal tuo “pranzo” non ti verrà rimborsata, per questo quando possiamo usiamo il rimborso a forfait (valido solo fuori dall’Italia).

    Devo però dire che l’uso dello scontrino non è solo da noi, mi è capitato anche che servisse a dei colleghi europei.

    Per la carta d’imbarco elettronica ho stampato lo screenshot del cellulare ed è andato tutto bene, però mi sono sentito un idiota a farlo 🙂

  12. Trovo deliziosa l’idea di tenere un’antologia aperta al contributo dei malcapitati. Sarebbe fine a se stessa, o per piangersi a ddosso, ma sai che risate.
    Sono d’accordo che si aggiunge l’impegno di certi/molti impiegati, non tutti sadici, alcuni convinti di fare il bene dello stato, tutti timorosi del Fantasma/Corte dei conti che torni a chiedere a LORO i soldi indietro quando saranno in pensione.
    Naturalmente è così in tutta la P.A., nel mio caso ospedale.
    Attenzione, diventano così anche a Bruxelles, ma con varietà. Alcune Agenzie EU (es. REA) non vogliono più le carte d’imbarco di carta, altre (es. DG R&I) sì.
    A settembre scorso mi hanno defalcato 250 su un biglietto aereo Alitalia Italia-Bruxelles, comprato in pieno periodo di rientro dalle vacanze verso Bruxelles, perchè gli sembrava troppo ed hanno telefonato ad un’agenzia a Bruxelles chiedendo quanto costava un biglietto da Bruxelles in Italia, cioè nella direzione opposta.

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