Segnaliamo ai lettori la raccomandazione formulata dal CUN relativamente al taglio della formazione post-laurea degli aspiranti docenti della scuola. Con l’ultima legge di bilancio, infatti il cosiddetto FIT, che aveva durata triennale e prevedeva anche tirocini in collaborazione con le università, è stato ridotto ad un solo anno da svolgersi presso le istituzioni scolastiche. La ragione? Solo per risparmiare qualche spicciolo, anche se a scapito della formazione dei futuri docenti?

ra_2019_01_16

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3 Commenti

  1. Mi meraviglia questa nota del CUN. Non so niente di FIT, ma ho ricordo della SISSA, ovviamente parziale. Non era il massimo, anche se è meglio studiare che non farlo. Ma studiare cosa? Cose già sentite all’ università o comunque equivalenti? A prescindere da tutto ciò, il personale universitario non è già sovraccarico di didattica?

  2. La nota del CUN entra poco nel merito della questione. La formazione degli insegnanti è certamente una questione di rilevanza strategica per il paese, ma affrontarla in modo poco efficace può essere (ed è stato) controproducente.
    Personalmente ho partecipato al TFA e, nell’ambito di quell’esperienza non ho imparato nulla che non avessi già affrontato in maniera più approfondita nel mio corso di laurea. I contenuti dei corsi di pedagogia e didattica sono stati estremamente scarsi e anche male organizzati (e non si necessitava di particolare impegno per passare gli esami…) e il tirocinio poco formativo rispetto ad una vera esperienza di insegnamento.
    Ho costruito la mia esperienza esclusivamente sul campo lavorando alle strategie didattiche durante le supplenze grazie alla forte preparazione che l’università mi ha fornito durante il regolare corso di laurea e il dottorato di ricerca.
    Un anno di tirocinio può essere più che sufficiente (anche in altri contesti europei la durata del tirocinio non è superiore). Magari, durante quest’anno, si potrebbe ridurre il carico didattico al 50% per lasciare spazio a seminari in pedagogia e didattica (soprattuto della materia), in organizzazione delle istituzioni scolastiche (ad oggi manca totalmente) e alla discussione con insegnati tutor esperti del mestiere.
    E’ bene inoltre ricordare che, nei primi due anni di FIT messi in discussione, gli insegnanti, laureati e vincitori di concorso, sarebbero stati pagati una cifra intorno ai cinquecento euro. Questo trattamento avrebbe avuto l’effetto di scoraggiare i bravi laureati che si trovano di fronte alternative economicamente più dignitose e di consolidare la scarsa reputazione che caratterizza oggi il mestiere dell’insegnate, spesso considerato un’alternativa di carriera di serie B.
    Se le università sono preoccupate dalla scarsa affluenza ai corsi di pedagogia è bene che puntino sulla qualità dell’offerta didattica e sulla sua pubblicizzazione piuttosto che imporne la frequentazione per legge.

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