Nel 2015, la distribuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario  prevedeva una quota “premiale” di 1.385.000.000€, da distribuire sulla base di quattro indicatori. La differenza più evidente tra Atenei che vincono o perdono è nella distribuzione territoriale: la maggioranza di “perdenti” è al Sud mentre i vincenti si trovano quasi tutti al Nord. Raggruppando gli Atenei per regione, appare chiaro che il 90% del guadagno appartiene a 5 regioni: Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia, Toscana. Il 95% della perdita è a carico di 5 regioni: Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Anche la quota premiale riservata ai risultati della didattica punisce in prevalenza le regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. Naturalmente, il meccanismo premio/punitivo prevede una soluzione per gli studenti veramente bravi e motivati, che possono sempre emigrare per studiare negli Atenei qualitativamente superiori, tipicamente dal Sud al Nord. Ma davvero c’è un motivo per ridurre il numero di Atenei o per imporre una penalizzazione agli Atenei del Sud da trasferire a quelli del Nord? Proviamo a fare qualche calcolo.

La distribuzione del FFO 2015 prevede una quota premiale (sorvolando sull’aggettivo premiale) di 1.385.000.000€, da distribuire sulla base di quattro indicatori: il 65% della quota premiale dipende dai risultati VQR, il 20% dipende da un indicatore di qualità delle politiche di reclutamento, mentre alla qualità del processo di internazionalizzazione è destinato il 7%, e alla qualità della didattica l’8%.

Gli indicatori di perfomance degli atenei per ciascun aspetto sono costruiti in maniera differente. Alcuni derivano dalla complessa aggregazione di altri indicatori, altri sono più semplici, ma tutti gli indicatori sono correlati alla dimensione di ciascun Ateneo. Gli indicatori VQR e reclutamento (IRAS3 e IRFS1), infatti, sono costruiti in modo da tener conto della dimensione della struttura. L’indicatore di qualità della didattica rappresenta la percentuale di studenti in corso 2013/2014 con almeno 20 CFU nell’anno 2014. Poiché ogni Ateneo riceve il punteggio in base al numero di studenti “attivi” rapportato al totale degli studenti “attivi” italiani, l’indicatore dipende fortemente dalla dimensione dell’Ateneo. L’indicatore più “sganciato” dalla dimensione dell’Ateneo è quello relativo all’internazionalizzazione della didattica. Utilizzando il numero degli iscritti nell’anno accademico 2013/2014 come misura della dimensione di ciascun Ateneo, è facile verificare quanto ciascuna quota premiale dipenda dalla dimensione dell’Ateneo. L’indicatore maggiormente associato alla dimensione è quello relativo alla qualità didattica.

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Di conseguenza, ordinando i 60 Atenei in base alla quota VQR, si ottiene un ordinamento abbastanza simile anche per la quota relativa alla didattica e al reclutamento. Le quote premiali variano da valori prossimi al 10% a quote prossime allo 0%, ma solo l’indicatore di internazionalizzazione raggiunge un valore superiore al 9%, mentre la quota massima assegnata in base alla Vqr è del 6,8%.

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Nonostante il forte peso della dimensione nel determinare ciascuna quota, l’impatto della “premialità” è comunque molto forte.

È interessante verificare quanto questo tipo di distribuzione del fondo sia distante da un’ipotetica distribuzione basata solo sulla dimensione degli Atenei. Come avvertenza è opportuno segnalare che il calcolo delle quote premiali è basato sulle percentuali riportate nel DM 8 giugno 2015 n. 335, ed è di conseguenza impreciso in quanto la tabella allegata al DM (disponibile solo in formato pdf) espone quote con due soli decimali mentre il computo delle cifre è evidentemente ottenuto con un maggior numero di decimali. I confronti successivi sono pertanto da considerarsi approssimativi.

Dalla comparazione tra la distribuzione effettiva della parte premiale del FFO e la distribuzione ipotetica basata solo sulla dimensione degli Atenei emerge che 32 Atenei (53%) guadagnano qualcosa rispetto alla semplice distribuzione dimensionale mentre 28 Atenei subiscono una perdita. In cifre, sono 147.858.333,65€ che si spostano tra i due gruppi rispetto alla distribuzione dimensionale. Benché Atenei grandi e piccoli siano sparsi tra le due categorie, sembra esserci una maggiore sofferenza negli Atenei con più iscritti: in termini di iscritti 2013/2014, sono 696.573 (46%) gli studenti che guadagnano qualcosa (rispetto alla distribuzione dimensionale) contro 827.222 che ci perdono.

Una differenza più evidente tra Atenei che vincono o perdono è nella distribuzione territoriale: la maggioranza di “perdenti” è al Sud mentre i vincenti si trovano quasi tutti al Nord. Raggruppando gli Atenei per regione, appare chiaro che il 90% del guadagno appartiene a 5 regioni: Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia, Toscana. Il 95% della perdita è a carico di 5 regioni: Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

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I fautori della premialità potrebbero obiettare che un simile confronto è poco significativo, soprattutto se si considera che gran parte del premio è attribuito in base alla “qualità della ricerca”: se gli Atenei del Sud non sono in grado di assicurare buoni risultati nella ricerca è giusto che siano penalizzati nella distribuzione dei fondi.

Un confronto più soft è descritto nella tabella successiva, dove si ipotizza una distribuzione dei fondi in base al numero di iscritti solo per l’8% della quota premiale totale, ovvero la quota attualmente destinata a premiare gli Atenei con migliori tassi di conseguimento di CFU. I guadagni e le perdite delle singole regioni ottenute attraverso la quota premiale relativa alla didattica sono consistentemente più bassi rispetto al confronto precedente, ma la distribuzione territoriale non cambia molto.

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E’ evidente che anche la quota premiale riservata ai risultati della didattica punisce in prevalenza le regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. In termini procapite, è come se ogni studente dell’unico Ateneo lucano subisse una perdita di 23€, mentre gli studenti degli Atenei lombardi ed emiliani ne guadagnano circa 13€ a testa. Ciò dipende dal fatto che i ritardi nell’acquisizione di CFU sono particolarmente concentrati nelle regioni meridionali. La conseguenza del meccanismo premiale è che arrivano più fondi per gli studenti che hanno percorsi universitari migliori, mentre gli studenti in maggiori difficoltà subiscono una riduzione di finanziamenti. D’altra parte, la logica del merito è questa: solo i migliori vanno avanti. Non importa quanto la riuscita scolastica di uno studente sia influenzata dal reddito e dal background familiare (titolo di studio dei genitori) e quanto la distribuzione di queste variabili sia diversificata sul territorio italiano. Per chi volesse avere un’idea della distribuzione del reddito procapite in Italia, una bella infografica interattiva è disponibile a questo link .

Naturalmente, il meccanismo premio/punitivo prevede una soluzione per gli studenti veramente bravi e motivati, che possono sempre emigrare per studiare negli Atenei qualitativamente superiori, tipicamente dal Sud al Nord. Poiché i fondi sono pochi e non si possono finanziare troppe borse di studio, è preferibile un finanziamento indiretto che sposti risorse dagli Atenei con più studenti “lenti” verso Atenei con studenti più “veloci”. La tabella successiva mostra la ripartizione del guadagno (perdita) tra iscritti residenti nella regione e iscritti provenienti da altre regioni, effettuata in base alla percentuale di iscritti residenti e non residenti sul totale degli iscritti della regione.

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Dalla tabella emerge un nuovo flusso di risorse che va dagli studenti che scelgono di iscriversi nella propria regione (-1.036.059€) verso gli studenti che emigrano per iscriversi in una regione diversa da quella di residenza (+1.036.059€). La cosa non stupisce più di tanto, viste le alte percentuali di studenti “stanziali” del Sud. Campania, Puglia, Calabria e Sicilia hanno percentuali di studenti residenti comprese tra il 94% e il 96%. Perché non si spostano? Forse perché hanno troppi Atenei a disposizione. Il che giustifica la necessità di eliminarne qualcuno. Il ragionamento sarebbe corretto se si riscontrasse un eccesso di Atenei in zone scarsamente popolate o viceversa una carenza di Atenei in aree popolose. Nel grafico successivo le regioni sono disposte per numero di Atenei e residenti in età compresa tra i 18 e 26 anni (utenti potenziali). La relazione tra le due variabili sembra ragionevolmente crescente: ad una maggiore utenza potenziale corrisponde un maggior numero di Atenei.

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Qualche osservatore acuto (o un economista particolarmente ossessionato dal dilemma della domanda e dell’offerta) potrebbe sottolineare che i potenziali utenti non sono necessariamente individui interessati alla formazione universitaria, per cui non avrebbe senso avere Atenei laddove non c’è sufficiente domanda di formazione universitaria. Differenti attitudini alla formazione per area geografica possono essere determinate da molteplici cause. Il numero di Atenei (l’offerta) dovrebbe rispettare la domanda di formazione universitaria.

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Confrontando il numero di iscritti per regione di provenienza appare chiara una maggiore propensione degli studenti meridionali alla formazione universitaria. Le differenze non sono notevoli, ma sufficienti da giustificare un approfondimento sulla correlazione tra domanda di formazione e offerta di formazione.

La relazione tra numero di Atenei per regione e iscritti per regione (a tutti gli Atenei) non si modifica in modo sostanziale: al crescere della domanda di formazione, cresce il numero di Atenei presenti nella regione.

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Apparentemente, non c’è alcun motivo per ridurre il numero di Atenei, né per imporre una penalizzazione agli Atenei del Sud da trasferire a quelli del Nord. Non c’è motivo di trasferire fondi dagli studenti residenti a quelli “migranti” sulla base di una presunta migliore qualità degli Atenei (o degli studenti?).

Tuttavia questi semplici ragionamenti non contano, perché la selezione del migliore implica che il “migliore” si sposti, se non ha avuto la fortuna di nascere nel posto giusto, con buona pace del diritto allo studio. Questi semplici ragionamenti non possono nulla contro i miti del merito, della mobilità a tutti i costi e dell’efficienza. La ferrea logica del merito richiede che il forte (anche detto il migliore) scacci e schiacci il debole (peggiore).

 

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3 Commenti

  1. A questo punto qualcuno dovrebbe iniziare a indagare perchè rettori e luminosi scienziati del Sud continuino a chiedere di essere valutati e puniti (per citare un noto libro). Chiedere di poter schiacciare lo capisco. Chiedere di poter essere schiacciati un po’ meno, appena un po’.

  2. E’ andata esattamente come era prevedibile e previsto, fin dalla prima VQR. L’operazione valutazione aveva due scopi: il primo era punire l’università italiana e risparmiare soldi che la politica potesse usare per altri fini (il ministro Tremonti aveva detto che l’università italiana doveva tornare indietro di trent’anni, alle dimensioni e ai costi degli anni ’80). Il secondo scopo era far cadere la responsabilità dei tagli sull’università stessa anziché su decisioni politiche scellerate: il governo voleva poter dire “non ti finanzio perché non te lo meriti, non perché i tuoi soldi mi servono per pagare tangenti”. La ciliegina sulla torta era quella di proteggere gli atenei del nord, perché i ministri li sentivano più vicini (i ministri dell’Università o i loro consulenti erano tutti Rettori di università del centro-nord).

    • Nel calcolo della percentuale dei giovani che risultano iscritti all’università figura a denominatore il totale dei giovani residenti, compresi gli immigrati, che risiedono prevalentemente al nord. Potrebbe essere che le differenze tra nord e sud nella percentuale dei giovani iscritti all’università siano dovute prevalentemente alla maggiore presenza di immigrati nelle regioni settentrionali?

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