A un docente lo studente deve chiedere, e l’università deve pretendere, puntualità a ricevimento e alle lezioni nonché completezza e chiarezza delle informazioni. Nient’altro, a mio avviso. I questionari per la rilevazione della valutazione degli studenti universitari in merito alla didattica attenta, e non poco, all’autorevolezza del docente, quando chiede agli studenti di esprimersi sull’«adeguatezza» del materiale didattico allo studio della relativa materia e quando riconosce come legittima la richiesta di «alleggerire» il carico didattico. Ma i docenti universitari, lo sappiamo, sono oramai polli da allevamento intensivo, devono deporre un sempre maggior numero di uova (vale a dire di laureati), altrimenti ne va del finanziamento.

Scrive una studentessa ne L’aula è vuota? Alcune studentesse di Roma Tre rispondono a Ernesto Galli della Loggia – Roma 3 press (uniroma3.it): «quando ci rimettiamo all’autorità professionale e conoscitiva di un medico per essere curati, di certo non sentiamo di rinunciare alla nostra libertà né tanto meno alla nostra autonomia: semplicemente riconosciamo in un altro le competenze che noi non possediamo. Perché allora dovrebbe essere diverso nel caso di uno studente che apprende e di un maestro che insegna?».

Si dirà che la figura del discente e del paziente non siano pienamente sovrapponibili. Certo, ma esse mi sembrano più simili di quanto lo siano quelle del discente e del cliente, anche se oggi sembra che nessuno si scandalizzi quando il discente viene qualificato cliente fruitore di servizi.

Difatti, il cliente, di norma, quando si rivolge all’erogatore di beni e servizi sa quali specifiche debba possedere il bene o servizio affinché soddisfino le sue esigenze.

Il paziente e il discente, di norma, più del cliente devono affidarsi alle competenze di un professionista, depositario di un bagaglio di conoscenze che essi non padroneggiano.

Se così è, a mio avviso il questionario per la rilevazione della valutazione degli studenti universitari in merito alla didattica attenta, e non poco, all’autorevolezza del docente, quando chiede agli studenti di esprimersi sull’«adeguatezza» del materiale didattico allo studio della relativa materia e quando riconosce come legittima la richiesta di «alleggerire» il carico didattico.

Suggerimenti e domande simili, a mio parere e absit iniuria verbis, rischiano di compromettere la delicatissima, ma irrinunciabile, natura della relazione tra docente e discente su cui deve fondarsi l’istruzione, natura nient’affatto paritaria perché quella relazione è tra chi sa (vale a dire tra chi conosce un determinato contenuto disciplinare), il docente, e chi non sa, vale a dire il discente (tra i ricordi più vividi dei miei studi universitari è la sensazione di vergogna, di pochezza, di inadeguatezza che talvolta mi assaliva quando ascoltavo quel determinato professore. Nessuna consapevolezza da parte sua dell’effetto delle sue parole, erano queste che, al di là della sua volontà, colpivano come pietre. Avessi avuto allora a disposizione un questionario per condizionare, influenzare, ‘alleggerire’, l’avrei probabilmente utilizzato. Sono oggi ben contento che nessuno me lo abbia offerto). Pratiche rischiose, quindi, e di nessuna utilità per il docente (destinatario di percentuali relative a risposte del tipo Più sì che no, più no che sì che nulla dicono delle ragioni di quelle risposte).

Mi domando come reagirebbe la classe medica se il Ministero della salute, o chi per esso, inviasse questionari ai cittadini, chiedendo loro, che so, se ritengano il numero dei vaccini prescritti dal medico di base «adeguato» al loro stato di salute o preferibile, invece, un loro «alleggerimento». Penso che ci sarebbe una sollevazione generale e che il Ministro passerebbe un brutto quarto d’ora.

A un docente lo studente deve chiedere, e l’università deve pretendere, puntualità a ricevimento e alle lezioni nonché completezza e chiarezza delle informazioni (e questi aspetti, giustamente, vengono indagati dal questionario). Nient’altro, a mio avviso.

Ma i docenti universitari, lo sappiamo, sono oramai polli da allevamento intensivo, devono deporre un sempre maggior numero di uova (vale a dire di laureati), altrimenti ne va del finanziamento. La pressione studentesca volta ad «alleggerire» potrà, al di là delle intenzioni degli estensori del questionario che non ho proprio ragione alcuna di dubitare siano le migliori, indurre i riottosi a capitolare. La progressiva irruzione del principio antiscientifico dell’uno vale uno nella cittadella universitaria farà poi il resto. Ne soffrirà, temo, il rigore, e l’inclusività, dea gelosa e, paradossalmente, escludente tutto il resto, avrà la sua vittoria definitiva, nell’indistinzione assoluta.

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16 Commenti

  1. Molto si può dire sui questionari sulla valutazione della didattica. Francamente l’attentato all’ autorevolezza del docente non lo vedo. La critica mi sembra legata ad un’idea quasi sacrale dell’ autorevolezza del docente, così come la separazione tra domande lecite e non lecite per gli studenti. Idea abbastanza lontana dal concetto fondante di Universitas Studiorum, in cui la separazione è tra mondo degli studi e l’esterno ma non all’ interno della “corporazione”, pur nella distinzione dei ruoli. Distinzione che non è così netta come nella concezione liceale di Università che affiora nell’articolo. Neanche un dottorando sarebbe in grado di dare certe valutazioni?

    Alla fine l’articolo resta abbastanza sul vago di quali siano le domande “improprie”. Si capisce solo che le uniche ammesse sarebbero quelle relative a puntualità e chiarezza e completezza delle lezioni. Nulla di più. Ma perché? L’autore sarà sicuramente un docente-modello. Ma questo non dovrebbe fargli pensare che non ci siano docenti che i) danno per scontate conoscenze non acquisite; ii) pensano che gli studenti seguano solo il loro corso facendo lievitarne il carico didattico in modo abnorme; iii) danno indicazioni di materiale bibliografico insufficiente a coprire i contenuti del corso o di scarsa qualità; iv) danno indicazioni sulle modalità di esame all’ ultimo momento e in modo non coerente con l’effettivo svolgimento.

    Come docente da anni impegnato anche nelle attività di organizzazione dei corsi di studio, non vedo nessun attentato all’autorevolezza dei docenti. Chi è autorevole lo resta indipendentemente dai questionari e chi non lo è non lo diventerà per l’eliminazione di qualche domanda. Invece vedo un effetto positivo, sia pur contenuto, nella esistenza di questa valutazione. Quello su cui invece concorderei è in critica alla formulazione di alcune domande. Ma questo si inquadra nel problema generale di quanto tutti i meccanismo di valutazione nell’Università rispondono realmente all’interesse dell’istituzione e quanto siano sovrastrutture eterodirette e scollegate dall’obiettivo di miglioramento del sistema.

    • Concordo in pieno con la riflessione di Giorgio Pastore. Aggiungo una riflessione. Il questionario studenti è a mio parere uno strumento utile se è utilizzato dal docente e dagli organi di ateneo per capire cosa succede nelle aule. Segnala possibili problemi la cui effettiva presenza va verificata con una attenta considerazione delle considerazioni di contorno, ad esempio numerosità studenti, ‘difficoltà intrinseca dell’insegnamento’ e così via. In tempi pre-anvuriani feci una grande battaglia nel mio ateneo per rendere pubblici tutti i risultati individuali dei questionari. Il patto implicito era: le valutazioni sono pubbliche, ma non dovranno mai essere usate per premi e punizioni. Solo per il miglioramento della didattica, come dovrebbe avvenire in una universitas. Post-anvur i tempi sono cambiati. Adesso le risposte ai questionari sono di norma obbligatorie per sostenere l’esame. Sono usati in molti atenei per premi e punizioni. ANVUR lavora alla loro completa standardizzazione e centralizzazione in vista di qualche meravigliosa analisi comparata da usare nelle AVA del futuro.
      Questo forse è il punto vero: il questionario è stato trasformato da strumento di conoscenza della comunità per la comunità, in adempimento burocratico usabile dall’amministrazione periferica e dal grande valutatore anvuriano per classificare buoni e cattivi, e per premiare e punire. Lo svilimento del ruolo e del lavoro del docente non avviene quando gli studenti rispondono al questionario, ma quando l’ateneo o anvur usano quei risultati per premiarlo o punirlo.

  2. Carico nuovamente un post di Walter Bossert, uno dei più autorevoli esperti internazionali della disciplina “social choice”, sulla mancanza di fondamento razionale dei questionari, a intgrazione del post di Luca Tedesco.
    https://drive.google.com/file/d/15wPc3StzPudKv5wZnpcHVQQMJe7dHpG4/view
    L’unica finalità che hanno è quella, nel contesto di appicazione selvaggia del new public management à l’italienne, di formire un indicatore di benchmarking da affiancare ai numerosi altri, tra i quali spiccano quelli bibliometrici, per la “valutazione” dei professori.
    Per chi avesse creduto o creda a un uso “ingenuo” dei questionari vale il detto errare humanum, perseverare…!

  3. Prima di tutto ringrazio i colleghi che hanno voluto spendere qualche minuto del loro tempo per confrontarsi con il mio intervento.
    Mi aspetto che coloro che ritengono legittimo domandare agli studenti di esprimersi sull’«adeguatezza» del materiale didattico allo studio della relativa materia e di avanzare la richiesta di «alleggerire» il carico didattico, auspichino in tutte le sedi possibili l’introduzione di una rappresentanza studentesca all’interno delle commissioni d’esame.
    Coloro che difatti sostengono, da una parte, che gli studenti possano valutare l’adeguatezza dei testi d’esame alla materia e, dall’altra, che non tutti i docenti siano capaci o vogliano farlo (i colleghi, come scrive il collega, che <>), dovrebbero a mio parere dedurre necessariamente e logicamente che gli studenti abbiano anche la capacità di valutare l’adeguatezza e la coerenza delle domande ai contenuti del corso rivolte dai docenti ai discenti in sede di esame e che, invece, non tutti i docenti tale capacità posseggano o vogliano esercitare. Da qui dovrebbe altrettanto necessariamente derivare la necessità della presenza in commissione non solo di un altro docente ma anche di uno o più studenti, a tutela della correttezza dello svolgimento dell’esame.
    Coloro che non dovessero aderire a tali conclusioni dovrebbero a mio modestissimo avviso interrogarsi sulla solidità delle premesse, da cui le prime non possono che discendere. Simul stabunt, simul cadent.

  4. Prima di tutto ringrazio i colleghi che hanno voluto spendere qualche minuto del loro tempo per confrontarsi con il mio intervento.
    Mi aspetto che coloro che ritengono legittimo domandare agli studenti di esprimersi sull’«adeguatezza» del materiale didattico allo studio della relativa materia e di avanzare la richiesta di «alleggerire» il carico didattico, auspichino in tutte le sedi possibili l’introduzione di una rappresentanza studentesca all’interno delle commissioni d’esame.
    Coloro che difatti sostengono, da una parte, che gli studenti possano valutare l’adeguatezza dei testi d’esame alla materia e, dall’altra, che non tutti i docenti siano capaci o vogliano farlo (i colleghi, come scrive il collega, che «pensano che gli studenti seguano solo il loro corso facendo lievitarne il carico didattico in modo abnorme»), dovrebbero a mio parere dedurre necessariamente e logicamente che gli studenti abbiano anche la capacità di valutare l’adeguatezza e la coerenza delle domande ai contenuti del corso rivolte dai docenti ai discenti in sede di esame e che, invece, non tutti i docenti tale capacità posseggano o vogliano esercitare. Da qui dovrebbe altrettanto necessariamente derivare la necessità della presenza in commissione non solo di un altro docente ma anche di uno o più studenti, a tutela della correttezza dello svolgimento dell’esame.
    Coloro che non dovessero aderire a tali conclusioni dovrebbero a mio modestissimo avviso interrogarsi sulla solidità delle premesse, da cui le prime non possono che discendere. Simul stabunt, simul cadent.

  5. Luca Tedesco, anche io non sono d’accordo con le conclusioni, che discendono da una premessa indimostrabile, ovvero che il docente sia “sapiente” e l’allievo sia “ignorante” e pertanto incapace di valutare l’operato del primo.
    Da studente, su 30 esami, in almeno 4 mi sono trovato a conoscere la materia meglio del docente, al punto che dovevo continuamente correggerne gli errori o semplicemente suggerirgli come andare avanti…
    In almeno altri 10 corsi il docente ne sapeva piu’ di me, ma io non ero a zero e si poteva discutere ad armi quasi pari.
    In altre materie ero effettivamente del tutto ignorante, all’inizio del corso. Ma alla fine mi ero fatto una idea ben precisa della qualita’ dell’insegnamento ricevuto.
    Al tempo nessuno ci chiedeva di esprimere valutazioni: mi sarebbe piaciuto poterlo fare ed avrei potuto dare utili suggerimenti.
    Non nego che una delle motivazioni che mi spinsero a voler passare dall’altra parte era cambiare le cose, con un insegnamento piu’ coinvolgente e meno “cattedratico”.
    Ma poi da docente mi sono anche io spesso trovato ad avere qualche studente che ne sapeva piu’ di me.
    E’ bello quando uno impara qualcosa dal suo allievo…
    E trovo magnifico che gli studenti possano esprimere giudizi e dare suggerimenti.
    Ritengo gli attuali questionari standardizzati del tutto insufficienti ad esprimere un giudizio completo. Secondo me ci vorrebbero ulteriori domande, per esplorare tutti gli aspetti della interazione fra docente ed allievi, inclusi gli aspetti piu’ emozionali.
    Un docente che conosce benissimo la materia ma la insegna in modo sterile e poco coinvolgente secondo me vale meno di un docente meno preparato, ma che sa coinvolgere gli allievi in modo da motivarli ad accrescere (assieme) le proprie conoscenze.
    Ed in effetti per me la cosa piu’ bella e’ quando sia io che i miei allievi impariamo assieme qualcosa di nuovo. Cosa che avviene spesso nei corsi dell’ultimo anno di magistrale o nel dottorato, mentre capisco che sia piu’ difficile nei corsi di base, ove si insegnano le stesse cose che si insegnavano 50 anni fa…
    Ma in ogni caso al docente e’ assai utile avere un giudizio da parte dei suoi studenti.
    Al punto che, dopo la forzata esperienza della didattica a distanza della scorsa primavera, ho sentito la necessita’ di chiedere ai miei studenti come era andata, con un questionario fatto da me.
    Una novantina di loro lo hanno compilato (su 120 studenti). Ed i risultati li potete vedere qui: http://www.angelofarina.it/Public/Acustica-Illuminotecnica-2020/Questionario%20di%20valutazione%20della%20didattica%20online.pdf

    • Per fortuna dei giovanetti, oggi non c’è più il servizio militare obbligatorio, sennò questi poi partivano militare e si credevano di poter fare le schede di valutazione al sergente istruttore della Scuola Militare Alpina di Aosta.

  6. La collega Prof.ssa Anna Emilia Berti, non potendo per difficoltà tecniche caricare il suo intervento, mi ha autorizzato, e di questo la ringrazio, a farlo al suo posto.

    “L’intervento di Tedesco è il primo, a mia memoria, ad aprire in Italia una discussione sulla valutazione dei docenti da parte degli studenti, una innovazione a mio avviso rivoluzionaria, che ha sta cambiando radicalmente (almeno in alcuni corsi di laurea) le relazioni tra docenti e studenti, e che avrebbe meritato fin dall’inizio una riflessione e un monitoraggio molto seri. Sono pienamente d’accordo con Tedesco sul fatto che questa valutazione alteri la relazione tra docenti e studenti, e penso che lo faccia ancor più di quanto lui affermi, lasciando addirittura i primi in balia dei secondi. Gli studenti, in forma anonima, posso impedire che un contratto venga rinnovato e influire sulle progressioni di carriera dei docenti strutturati. A Padova, dove ho insegnato, gli studenti dispongono di una gamma di voti da 0 a 10, i docenti hanno un solo voto negativo (ins) e 13 voti positivi (quelli dal 18 al 30).
    Se le analisi fatte da Davide Miccione in Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo recensito su Roars in https://www.roars.it/online/rovine-culturali-litalia-del-sottoproletariato-cognitivo/ sono corrette, tra gli studenti universitari ce ne sono molti, (distribuiti in modo disomogeneo tra facoltà e corsi di laurea) appartenenti al “sottoproletariato cognitivo. E ce ne sono anche molti di quelli che, secondo la lettera aperta pubblicata dal 2017 da 600 docenti universitari italiani, manifestano “carenze linguistiche […] con errori appena tollerabili in terza elementare” http://gruppodifirenze.blogspot.com/2017/02/contro-il-declino-dellitaliano-scuola.html?showComment=1486446658218#c5617407882725334795.
    Questi studenti (particolarmente concentrati, temo, in alcuni cosi di laurea, tra cui quelli in cui ho insegnato) concorrono con forza a determinare il destino degli insegnamenti e la reputazione dei professori.
    Le giornate dedicate al “miglioramento della didattica” esaminano i voti ottenuti da corsi, li confrontano con quelli degli anni precedenti e di altri corsi, si interrogano su come migliorarli. Guardano i voti medi. Suggeriscono l’idea che la buona didattica sia quella che ottiene punteggi elevati. Non si chiedono cosa significa che un docente ottenga sulla chiarezza dell’esposizione dei punteggi che si distribuiscono tra 1 e 10, e non lo fanno neppure quando questa distribuzione si riscontra anche su un fatto documentato, come la puntualità, sul quale c’è un riscontro oggettivo nella firma apposta dal docente nel registro quando ritira e restituisce il microfono in portineria.
    Molti ottimi docenti hanno continuato ad essere ottimi, dopo che è stata introdotta la valutazione da parte degli studenti. Ma non credo che qualcuno di essi sia migliorato grazie ad essa. Temo, invece che alcuni, soprattutto tra quelli più deboli accademicamente, si siano posti tra i loro obiettivi, in modo più o meno consapevole, quelli di accattivarsi gli studenti e di non scontentarli, con tutte le conseguenze che be derivano: semplificazione dei contenuti del corso, innalzamento dei voti negli esami, e perché no, una certa disinvoltura nel lasciar correre l’uso del plagio nelle tesi di laurea, per non farsi una cattiva fama”.

  7. L’interessante dibattito di cui stiamo seguendo gli sviluppi è un chiaro esempio di come a problemi complessi non si possono dare risposte semplici. Il problema della “valutazione” – dove qualcuno “giudica” qualcun altro, specie se con criteri quantitativi – si pone in vari contesti con obiettivi molto diversi.
    Solo per restare nell’ambito accademico (se scivolassimo in quello sanitario o addirittura giuridico sarebbe ancora più complicato..): abbiamo valutazioni del profitto (studenti valutati dai docenti) e della didattica (docenti valutati dagli studenti), dei corsi di studio per l’accreditamento, della ASN per la qualità scientifica delle persone, della VQR per la qualità delle strutture, dei PRIN per i progetti di ricerca, dei ranking delle università e dei loro dipartimenti, per non citare che le principali declinazioni.
    In tutti questi ambiti valutativi l’esito sono parametri numerici che possono essere utilizzati per scopi diversi, a volte utili, a volte inutili, qualche volta illegittimi o distorti.
    Vogliamo partire da questi scopi, per valutare l’appropriatezza della valutazione? altrimenti ci perdiamo nella complessità che finisce per diventare caoticità, nel senso di impredicibilità degli esiti.
    Nel caso di questo specifico dibattito, a che serve la valutazione della didattica?
    A migliorarla, fornendo ai docenti stimoli che ne mostrano i limiti e le incongruenze? allora ben venga e si faccia in modo che le domande poste – in modo chiaro e tecnicamente attendibile, con meno “punteggi” e più descrizioni qualitative – rispondano a questo meritorio obiettivo.
    A fare una graduatoria fra i docenti e fra le strutture (tentazione classificatoria sul ‘merito’ mai sopita in tutte le forme di valutazione)? allora i rischi di connivenza tra docente e studenti sono inevitabili.
    A perpetuare un rituale in cui nessuno crede, e di cui poi non si tiene conto (anche questo può succedere)? allora sarebbe meglio impiegare diversamente il tempo di tutti, compreso quello dei nostri nuclei di valutazione e dei presìdi di qualità.
    Come per tutte le valutazioni, avere chiaro in mente a che cosa serve l’operazione serve a valutatori e valutati a renderla plausibile e utile, e aiuta chi la organizza a programmarla meglio sul piano tecnico.

  8. Ringrazio il prof Tedesco per avere postato il mi testo e provo a vedere se riesco a inserire io questo, più breve.
    Sono molto perplessa sull’intervento di Farina. Ci può essere qualche studente che ne sa di più del professore (immagino su qualche argomento, non su tutti quelli che sono oggetto del suo insegnamento) ma è un evento raro, e comunque questi sono gli studenti con cui un docente intesse un dialogo appassionante, e non sono certo loro a dargli valutazioni negative. Poi ci sono gli altri studenti, più o meno bravi, e tra questi anche i “sottoproletari cognitivi” di cui anche Roars ha parlato qualche anno fa. Magari è raro che capitino a Ingegneria e Architettura, dove insegna Farina, ma in altri corsi di studio si incontrano con preoccupante frequenza.
    Comunque, l’idea che non ci sia poi tanta differenza tra studenti e docenti nelle competenze accademiche è ormai diffusa in modo preoccupante. Ne ho preso coscienza alcuni anni fa, in una specie di epifania che mi ha rivelato nella sua pienezza il risultato di un processo in corso da anni. Avevo aiutato moltissimo una laureanda nella conduzione di una ricerca empirica, ma quando ha cominciato a stendere l’introduzione mi sono accora che aveva copiato dei pezzi e gliel’ho segnalato. Nella revisione che mi ha mandato c’erano di nuovo altri pezzi copiati e di nuovo gliel’ho segnalato. Quando è venuta al ricevimento studenti mi si è seduta di fronte rimanendo un po’ in silenzio con aria mesta. Poi ha alzato la testa e mi ha fissata scandendo e queste parole: “Lei sta distruggendo la mia autostima. Io ho il mio modo di scrivere e lei ha il suo. E questo è tutto”. Da allora episodi del genere si sono ripetuti.

  9. Finalmente qualcuno apre uno spiraglio di dubbio sulle valutazioni degli studenti! Grazie, Luca Tedesco, da parte di una ex docente che ancora si sente parte del mondo accademico. Sono stata un’insegnante molto apprezzata, sempre con valutazioni sopra la media e ci sono ex studenti che ancora mi scrivono. Tuttavia trovo detestabile che non si trovi il coraggio di applicare alla didattica una valutazione tra pari e si ricorra al modello supermercato, dove lo studente crede di aver pagato la merce (lavoro del docente) con le sue tasse. Spiegavo sempre, nella prime lezioni che le tasse coprivano una piccola parte del mio servizio, e che eravamo tutti pagati dalla collettività alla quale dovevamo render conto impegnandoci tutti.
    Ma il fatto che io abbia ricevuto commenti e voti positivi non toglie il fatto che affidare allo studente il giudizio sulla competenza è insensato e demagogico. Ai colleghi che sono stati così felici di trovare miriadi di studenti più bravi di loro, la mia invidia. Però di regola il docente è quello che sa di più, almeno sa di più della maggioranza di quelli che deve giudicare; e se non è così mandiamolo a casa.
    L’università di oggi non è peraltro l’universitas del medioevo popolata da clerici vagantes capaci di sostenere dibattiti. E’ il momento conclusivo di un percorso scolastico disastrato, orientato al ribasso da una serie di fattori storici ed economici, troppo lunghi da riportare qui.
    Avrei molto altro da dire… forse lo farò se il dibattito continua.

  10. Non questionari standardizzati. Non alla fine del corso. Personalizzati dai docenti e con domande che vertono sul corso.
    Come si può far meglio altrimenti?
    Ricevo giudizi molto buoni, meno buoni, alcuni dati da studenti che non hanno frequentato ma sono costretti ad esprimersi sulla mia chiarezza nelle spiegazioni..

  11. Non si possono valutare i singoli docenti ma va valutato tutto il corpo docente di un corso di laurea. Non possono essere gli studenti, siano essi eccellenti o problematici, a valutare, ma deve essere la società e il mondo del lavoro.

  12. Agli studenti scarsi piacciono i professori scarsi, ce ne sono di tutti e due e purtroppo tendono ad aumentare e dominare.
    Noto che la pagina web di ero-più-bravo-dei-professori è in Inglese, so to speak…first reaction *shock*

  13. @perplesso confuso: non sempre. A loro cinicamente interessa solo sbarcare l’esame.
    Che vi siano anche menti critiche e brillanti è, invece, bene.
    Le loro osservazioni sono puntuali e ti spingono a far meglio. Quelli che ti lasciano tristezza sono quelli che compilano per vendetta. Non è una mia illazione. Lo dicono.

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