In un recente articolo pubblicato su l’Internazionale Alessio Marchionna illustra le posizioni di Trump e della sua amministrazione in materia di politica universitaria. Sono temi che hanno qualcosa di familiare con chi ha negli ultimi decenni seguito quanto di simile accade in Italia. Infatti apprendiamo che è riemersa con l’attuale presidente una tendenza già altre volte presente nella politica americana, ovvero la diffidenza o anche l’odio rancoroso verso il mondo delle università e quello che esse rappresentano: il loro essere il centro della elaborazione del sapere critico e di solito della intellighenzia progressista, che in passato si è contrapposta criticamente alle amministrazioni repubblicane per le scelte che queste prendevano in merito alle politiche scolastiche e universitarie. Con Trump questo atteggiamento è emerso con forza da parte di un presidente che – come ci viene detto nell’articolo – «subito dopo essersi insediato ha voluto che dietro la sua scrivania fosse appeso un ritratto di Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837», cioè con uno dei nove presidenti che non hanno frequentato l’università, che simpatizzava con gli imprenditori schiavisti del sud e che aveva in antipatia le élite politiche ed economiche del nord, in ciò ricambiato con altrettanta passione.

E così Trump quando era all’università odiava il titolo di “professore” e si vantava di non aver mai comprato un libro di testo; nel corso della sua vittoriosa campagna elettorale ha inoltre dichiarato di adorare le persone poco istruite, che lo hanno ampiamente ricompensato facendogli vincere le elezioni. Così il trumpismo è stato innanzi tutto un movimento culturale – o sarebbe meglio dire di “anti-cultura” – che «ha trasformato l’ostilità verso la conoscenza in disprezzo per chiunque possa essere considerato un intellettuale». Nel concreto questo si traduce in tutta una serie di politiche volte a smantellare quanto fatto da Obama in favore delle università pubbliche e a tagliare i fondi loro destinati, in ciò validamente collaborato dai governatori repubblicani degli stati dell’Unione. Così, si commenta, «oggi le università sono il terreno finale dello scontro politico tra destra e sinistra. In palio c’è l’orientamento delle future classi dirigenti», perché nelle università i bianchi diventano sempre meno in proporzione al crescere delle altre etnie. E si conclude: «Con un presidente che non perde occasione per attaccare gli “esperti” e il pensiero scientifico in generale, e una sinistra sempre più asserragliata intorno alle questioni identitarie, tutto fa pensare che il conflitto culturale intorno alle università sia destinato a crescere. E i primi a farne le spese potrebbero essere proprio gli studenti, che sempre più spesso si ritroveranno a pagare – e a indebitarsi – per un’istruzione più ideologica e meno universale.»

Questo non può che richiamare alla mente quanto avvenuto in Italia negli ultimi decenni – almeno dalla fine della prima repubblica o qualche anno dopo: gli intellettuali e i docenti universitari, che prima erano il fiore all’occhiello dei partiti della prima repubblica, sono stati sempre più delegittimati, sino ad essere tacciati col titolo di “professoroni”, ad essere assimilati ai “corvi” a causa dell’esercizio del pensiero critico, nonché di essere accusati di tutte le nefandezze e i difetti del sistema universitario, al punto che questo sistema lo si è voluto riformare anche per “tagliare loro le unghie”. E’ un clima di plebeismo culturale, che altrove abbiamo indicato come tipico di un sottoproletariato cognitivo, che però non è più appannaggio delle classi più umili che vedono negli intellettuali gli azzeccagarbugli del latinorum, bensì di classi dirigenti sempre più plebeisticamente attive contro la cultura e la ricerca che non possono controllare.

Se negli Stati Uniti presidenti conservatori ed antintellettuali – come Bush prima e ora Trump – hanno di fatto contrapposto al sapere critico delle università, quello di fondazioni ben finanziate da istituzioni private e corporation, in grado di sfornare report ed esperti di cui ci si è serviti per contrastare le scomode verità provenienti dal mondo scientifico radicato nei college più prestigiosi, così anche in Italia al definanziamento dell’università pubblica si contrappone il finanziamento di istituzioni di diritto privato, i cui vertici e docenti, di fatto controllati politicamente, risultano molto più docili di un mondo universitario i cui docenti possono muovere critiche al potere costituito.

Si viene a creare in tal modo una doppia tenaglia: mentre l’università pubblica viene stritolata dalle maglie burocratiche e normative dell’ANVUR, le fondazioni di diritto privato finanziate con denaro pubblico – quelle teorizzate qualche tempo fa dal consigliere economico del presidente del consiglio Luigi Marattin (su cui vedi già un precedente articolo) – sono sempre più libere di esplicare le proprie potenzialità e di dimostrare la propria “eccellenza”. L’opera di delegittimazione della conoscenza – che passa innanzi tutto attraverso un sistematico cammino di denigrazione dell’università pubblica e dei docenti che vi lavorano, al di là dei loro reali demeriti (che nessuno vuole nascondere) – ha finito per istallare anche nel nostro paese quel plebeismo cognitivo di cui Trump negli Stati Uniti sembra incarnare l’icona più esemplare.

Ma almeno una volta possiamo dire che in questo percorso siamo arrivati prima dell’America, sempre invocata. L’abbiamo superata, ma nel peggio.

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7 Commenti

  1. Sempre puntuali e argomentati i tuoi interventi, Francesco.
    Sì, “l’odio rancoroso verso il mondo delle università e quello che esse rappresentano” si va estendendo. E questo al di là dei limiti e delle responsabilità nostre, che pure ci sono. Rispetto al passato, adesso non soltanto si è ladri ma anche ci si vanta di essere corrotti. Allo stesso modo molti soggetti -vedi i confindustriali- sfoggiano la propria ignoranza come fosse un merito.
    Ma non possiamo rassegnarci. Operare con tutte le nostre forze per la scienza e per gli studenti è un dovere ed è un diritto.

  2. Sapere critico l’intellighenzia progressista americana? Io direi intellettuali di regime, che giochino a fare i rivoluzionari o professino idee liberal. A proposito, le bombe “progressiste” sono meno bombe per il fatto di essere “progressiste”? La globalizzazione selvaggia è “progressista”? E’ “progressista” la finanza rapace? Pare di sì, dato che non avete nulla da dire contro i “democratici” USA! Sfortunatamente per voi intellettuali “progressisti”, cui i “plebei” fanno tanto schifo, ci siamo anche noi “sporchi populisti” …

  3. E’ interessante come ogni tanto appaiano, senza comunicazione del vero nome, interventi coraggiosi e dalla sintassi impeccabile, al pari dei ragionamenti. Questo significa, quanto meno, che ci sono molti lettori (e, mi duole dirlo, ma le lettrici manifeste sono molto meno numerose) che seguono anche se intervengono poco. Ma almeno leggono.
    Si potrebbe anche citare Gramsci, il quale raccomandava di appropriarsi delle armi linguistiche e cultural-intellettuali dell’avversario per poterlo fronteggiare e combattere. Erano gli anni Trenta.
    Quanto all’avversione all’istruzione universitaria pubblica, credo sia abbastanza diffusa là dove è inversamente proporzionale alla credenza che invece l’istruzione professionale garantisca lavoro, buon reddito e, non per ultimo, indipendenza dalla famiglia. Proprio come in quel famigerato manifesto italiano di qualche anno fa. Questo è un credo radicato in alcuni luoghi, sostenuto sulla base di casi specifici positivi dell’immediato contesto social-familiare, e che è difficile contrastare se non con le statistiche, di cui però si può sentirsi dire che sono manipolate.
    Certamente, lo screditamento della scuola pubblica generalista, o comunque non professionale, porta a, oppure ha come obiettivo proprio questo, l’incapacità del ragionamento critico.

    • Il “famigerato manifesto” era questo, secondo cui l’istruzione professionale garantisce al giovanotto non solo indipendenza dalla famiglia, ma pure di vivere con “la sua donna”.


      Era finito anche sul Corriere della Sera che ne aveva parlato in un suo articolo intitolato:
      ___________________
      Saldatori ed elettricisti. Ecco i posti anticrisi.
      «Meno studi e più trovi lavoro»? Il mercato conferma


      L’articolo era apparso proprio nei giorni in cui il Parlamento italiano discuteva la riforma dell’università. A dimostrazione che quando la discussione approda nelle aule parlamentari la battaglia è già ampiamente perduta, dato che da mesi, se non da anni, il fronte è già stato spianato dall’artiglieria pesante dei mezzi di informazione. Senza nulla togliere alla mobilitazione del 2010 che, a dispetto delle premesse disperate, giunse a un soffio dal miracolo di fermare quella riforma di cui paghiamo le conseguenze ogni giorno.

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