Ripubblichiamo questo articolo di Andrea Zhok (apparso su L’Espresso del 7 gennaio u.s. col titolo “Contro la retorica dell’eccellenza”) perché centra il problema di una delle manie, che si è trasformata quasi in parola d’ordine, della politica attuale e specie di quella che concerne la ricerca e l’università. Già in passato avevamo portato l’attenzione su tale problema (Contro la retorica delle “eccellenze”), specie in riferimento ai guasti che l’ossessione per l’eccellenza provoca nel mondo universitario e che ha recentemente ricevuto una pratica incarnazione nella “premiazione” dei Dipartimenti appunto “eccellenti”. Il fatto che tale questione venga riferita in generale ai vari contesti lavorativi e che ad essa venga dato rilievo in un grande settimanale, ci conferma nell’esattezza delle nostre analisi e ci fa sperare che un grano di ragionevolezza possa attecchire nella discussione pubblica e nel dibattito sul futuro della ricerca e dell’università italiana.

di Andrea Zhok

Sono oramai diversi anni che in Italia la parola “eccellenza” ha acquisito un’aura particolare, salvifica, quasi escatologica. Ogni uomo politico che conti – anche solo moderatamente – si sente in obbligo di invocare l’orizzonte dell’eccellenza come ciò che conferisce dignità ultima a qualsiasi attività, come modello da estendere ad ogni lavoro, produzione, istituzione.

Questo appello all’eccellenza non è rimasto questione semantica, ma si è tradotto in norme e indirizzi, con particolare riferimento a scuola e università ma estendendosi all’intera sfera del made in Italy (per definizione, naturalmente, un’eccellenza). Il riferimento ideale all’eccellenza si è così tradotto nell’idea che ogni attività lavorativa debba essere concepita un po’ come un campionato sportivo, dove è giusto che nutrano aspirazioni di dignità solo quelli che insidiano la vetta. Di contro, tutti i ‘non eccellenti’ devono solo prendersela con sé stessi se non ottengono riconoscimento. Le varie introduzioni di ‘bonus premiali’ ai docenti della scuola, di aumenti premiali ai docenti universitari, di finanziamenti premiali ai dipartimenti e alle università, o similmente le risorse premiali previste nella ‘riforma della pubblica amministrazione’, ecc. vanno tutte in questa direzione, dove normalità è assimilata a mediocrità, mentre dignità e onorabilità sono riservate alle ‘eccellenze’.

Il problema di questo modello non è che sia ‘meritocratico’ – e che dunque sia avversato da impaludati e retrogradi ‘antimeritocratici’. No. Il problema è che si tratta di un modello di società, e di azione collettiva, fallimentare.

Nessuna società funziona sulla base di un pugno di eccellenze, e per definizione le eccellenze non possono se non essere una minoranza. La nozione di eccellenza è infatti una nozione differenziale: si è ‘eccellenti’ in quanto si è virtuosamente fuori dall’ordinario. L’idea che, per veder riconosciuta la dignità di ciò che si fa, si debba appartenere al novero degli eccellenti è la ricetta per un sicuro naufragio, e lo è proprio sul piano incentivale. Infatti l’appello a questa ‘eccellenza di massa’ naufraga per tre ragioni fondamentali.

La prima è banalmente numerica: se conferisco riconoscimento pubblico (dignità, tutele, benefit) solo all’eccellenza (vera o presunta) creo il terreno per una frustrazione di massa, giacché la maggioranza per definizione verrà privata di riconoscimento. Qui non è solo in causa il fatto che la maggioranza non eccellerà per definizione, ma ancor di più il fatto che ciò non verrà accettato per natura. In un sondaggio sociologico di qualche anno fa emerse come il 94% degli intervistati ritenesse di essere, quanto alla qualità del proprio lavoro, al di sopra della media dei propri colleghi. A prescindere da chi si sia sbagliato e di quanto, appare chiaro che le autocandidature in buona fede all’eccellenza saranno sempre ampiamente eccedenti rispetto alle posizioni disponibili. Il meccanismo stesso non può non generare vaste aree di malcontento.

La seconda ragione è legata ai ruoli sociali, ed è più radicale. Per quanto recentemente ci si sia abituati a creare forme competitive e gerarchie piramidali per molti mestieri che una volta ne erano privi (si pensi ai cuochi di Master Chef), è chiaro che, per quanto ci si ingegni, la stragrande maggioranza delle attività che fanno andare avanti una società non si presterà mai a valutazioni competitive. Non c’è sensatamente posto per super-lattonieri, cassiere fuoriclasse, campionissimi dell’assistenza infermieristica, controllori iperbolici, assi della raccolta rifiuti, ecc. Prospettare una società in cui riconoscimento ed eccellenza vanno di pari passo significa prospettare una società dove la stragrande maggioranza delle occupazioni nasce con uno stigma di mediocrità e indegnità. (Curiosamente, gli stessi che propongono questa retorica dell’eccellenza li troviamo poi a chiedersi pensosi com’è che i giovani non siano più attratti da questo o quel mestiere.)

Lodare e premiare l’eccellenza può avere un’utile funzione sociale, fornendo modelli motivanti per la gioventù in formazione, ma non può mai essere sostitutivo del più fondamentale e importante dei modelli, quello dove si coltiva semplicemente la capacità di fare bene il proprio dovere. Per quanto ciò possa suonare conservatore e poco glamour, non c’è nessun sostituto prossimo ad un modello che nutra e alimenti la dignità del lavoro come orgoglio per aver svolto il proprio dovere, senza salti mortali ed effetti speciali. Solo l’idea di dare un contributo a quell’impresa non banale che è il buon funzionamento di una società può sostenere nel tempo uno stato, una comunità, una civiltà. Uno sguardo storico all’Ethos civile delle civiltà storiche più forti e longeve (da Roma antica all’Impero Britannico) può mostrare bene come, accanto all’elogio di individualità e virtù eminenti, fosse cruciale la coltivazione dell’orgoglio di essere semplicemente parte di quell’azione collettiva, di quella forma di vita.

L’unica forma di ‘meritocrazia’ davvero indispensabile consiste nell’essere in grado di stigmatizzare efficacemente ed eventualmente punire i ‘free riders’, gli opportunisti neghittosi che, all’ombra del contributo dei più, si scavano nicchie di nullafacenza. Un sistema deve cioè essere sempre in grado di eliminare, per così dire, la ‘morchia sul fondo del barile’, in quanto per valorizzare chi fa il proprio dovere deve stigmatizzare chi ad esso si sottrae intenzionalmente.

Ciò ci porta alla terza e ultima ragione della nequizia di una retorica dell’eccellenza.

Mentre riconoscere le componenti subottimali di un sistema, come i free riders, è compito relativamente facile, riconoscere l’eccellenza è un compito estremamente arduo e mai sistematizzabile in modo efficiente. L’eccellenza, per natura, è ciò che è fuori dall’ordinario in quanto presenta caratteristiche supplementari ed eccedenti rispetto alla norma. Per questa ragione l’eccellenza fatica sempre ad essere riconosciuta come tale dalla norma. D’altro canto, solo la norma (la medietà) può formare il giudizio che in ultima istanza riconoscerà l’eccellenza. Il ‘genio incompreso’ è quasi un cliché storico, ma è un cliché fondato su infiniti esempi e su un meccanismo pressoché fatale. Ogni autentica eccellenza in quasi qualunque campo verrà sempre riconosciuta con difficoltà proprio per i suoi tratti fuori dal comune. Un sistema che si vanta di conferire riconoscimento alle sole eccellenze finisce tipicamente per diventare invece un sistema che premia solo i più conformisti e ambiziosi tra i mediocri. Una volta di più ad emergere in primo piano è un modello che, lungi dal fornire incentivi all’azione sociale, genera risentimento.

Concludendo, l’insistente richiamo all’eccellenza rappresenterà forse un valido slogan, dinamico, giovanilistico, buono per persuadere gli ignari di essere di fronte ad istanze innovatrici, ma è di fatto un modello valoriale puramente retorico, vuoto e seriamente controproducente.

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9 Commenti

  1. L’argomento successivo dovrebbe essere chi è che certifica l’eccellenza e come. Per il come c’è già una traccia di risposta, anzi per come spesso non è possibile valutare o riconoscere l’eccellenza perché stravolge, nega, ignora la norma alla quale sono abituati o imprintati (mi si conceda il termine) i ‘valutatori’. Forse, per assurdo, l’eccellenza è riconoscibile soltanto nel futuro, non nostro, quando il paradigma di riferimento sarà cambiato per la sua intrinseca e necessaria instabilità. Ma chi prende come riferimento il paradigma attuale, per quanto esso non sia monolitico, difficilmente potrà riconoscere e certificare l’eccellenza, perché non ne ha (ancora) gli strumenti. (E allora si inventano gli algoritmi ecc. ecc.). Quindi, il certificatore dell’eccellenza deve essere al livello di quella eccellenza o deve anche superarla, o per lo meno essere dotato degli strumenti di misurazione o di valutazione appropriati. E chi è che glieli fornisce?
    Un’altra domanda è la seguente: se dalla politica o dai politici viene la richiesta di riconoscere e premiare le eccellenze in vari settori delle attività sociali, questa politica (che fa parte della vita sociale) si è anch’essa sottoposta allo stesso tipo di valutazione, brilla per eccellenza? E chi l’ha certificata?

  2. Non dovremmo dimenticare il seguente decreto:

    Decreto Legislativo Luogotenenziale 28 giugno 1945, n.406.

    In virtù dell’autorità a Noi delegata;
    Visti il R. decreto 16 dicembre 1927, n. 2210, sull’ordine delle
    precedenze a Corte e nelle pubbliche funzioni e le successive
    modificazioni ed integrazioni;
    Visto l’art. 4 del decreto-legge Luogotenenziale 25 giugno 1944, n.
    151;
    Visto il decreto legislativo Luogotenenziale 1° febbraio 1945, n. 58;
    Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri;
    Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro
    Segretario di Stato;
    Abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

    Articolo 1
    Il titolo di eccellenza, attribuito dal R. decreto 16 dicembre 1927, n.
    2210, e successive modificazioni ed integrazioni, è abolito.

    Articolo 2
    Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della
    sua pubblicazione nella «Gazzetta Ufficiale» del Regno.

  3. Il paradosso è che il nostro illuminato Graziosi giustificava l’ipotetica esclusione di Galileo dalle eccellenze ANVURIANE di cendo che queste non erano fatte per i geni, ma per la massa dei docenti normali. Con ciò avvalorava l’assunto apparentemente contraddittorio che la selezione delle eccellenze così come concepita non può che esaltare la mediocrità ed il conformismo. Complimenti!

  4. Chiamiamo le cose con il loro nome: l’eccellenza è una pagliacciata; e lo è anche la meritocrazia. L’eccellenza non si può ricavare da parametri fissi, ma solo da risultati scientifici che sono frutto di lavoro (tantissimo) ma anche caso e fortuna e che siano riconosciuti a livello internazionale. La meritocrazia, inoltre, presuppone di vivere in una società etica che almeno io rifiuto e combatto. Riconoscere il merito non c’entra nulla con il sistema meritocratico. Riconoscere il merito presuppone una comunità scientifica intellettualmente onesta, dove l’idea medievale, e anche un po’ paranoica, che un professore abbia una “sua scuola” e dei “suoi allievi”, sia sostituita dalla volontà della comunità scientifica che promuove i più bravi dal suo interno, lasciando che emergano e che raccolgano i frutti del loro lavoro, senza necessariamente passare per una classifica rigida. In ogni settore disciplinare si conoscono i meritevoli che stanno fuori e le capre che sono dentro. Non sarebbe difficile.

  5. Continuo ad essere convinto che l’attenzione all quantità (si proprio quantità) della produzione scientifica correlato ad una selezione negativa degli “impresentabili” avrebbe effetti migliori sul sistema di quanto non accada attraverso le storture dei miti del merito e dell’eccellenza. In particolare nella nostra nazione. Il corollario di questo è: cultura diffusa, attenzione alla didattica, maggior pluralismo della produzione scientifica accademica (quindi caduta delle ortodossie mainstream). Non è avendo i migliori attaccanti che si vince una partita, soprattutto se hai poche risorse. Il fatto che in Messico vi sia uno degli uomini più ricchi al mondo non rende il messico un paese del benessere… Eccellenza, merito sono le parole d’ordine di Confindustria, di Renzusconi etc.Il corrierino meneghino pieno di giornalisti di cui il merito è davvero incomprensibile è uno dei celebratori di questo rituale merito-eccellentistico. La vera eccellenza è il risultato dell’applicazione della nostra costituzione e del diritto agli studi superiori per i meritevoli… e i meritevoli se quantitativamente sostenuti, aiutati e garantiti nei loro diritti automaticamente esprimeranno le “eccellenze” come risultato di un impegno diffuso valorizzato e riconosciuto. Scusate l’orrenda metafora di uno sport che non amo il calcio: l’attenzione ai vari vivai giovanili ben strutturati e diffusi permetterebbe di avere forse una nazionale migliore. Raccomandazioni scarsa limpidezza dell pratiche di scelta e promozione, cultiura esterofila ha ridotto la nostra nazionale in queste condizioni.

  6. Perfettamente d’accordo, sono anni che lo dico ai miei colleghi..
    nei discorsi su scuola e università e ricerca si fa ormai un abuso terrificante del termine eccellenza!
    Mi viene in mente la telefonata di Totò nel film “Sua eccellenza si fermò qui a mangiare” https://www.youtube.com/watch?v=PEN4g75BdLk
    andate verso la fine del film, a 1h, 32 minuti e 15 secondi……

    La ricerca non la fanno solo i premi Nobel o gli eccellenti, ma soprattuto gli altri, quelli che comunque lavorano ottimo o buon livello, quelli che fanno bene il loro mestiere..

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