Sempre più, nel dibattito pubblico, il tema dell’Università e della ricerca sembra essere riservato ai tecnici e, in particolare, agli esperti di economia, i quali, nelle loro improvvisate ricette per la crescita, danno indicazioni su come liberarsi delle porzioni inutili del sapere, individuando il più grande dei mali, causa dell’arretratezza economica italiana, nell’eccesso di filosofi e nella carenza di ingegneri e manager. Questi ultimi sarebbero in grado, con la loro competenza, di risollevare le sorti del paese e metterci al pari di Singapore.

A dir la verità, dalle statistiche dell’Istat relative all’anno 2003-2004 consultabili online, non sembrano esservi simili sproporzioni tra le tipologie dei laureati italiani: i laureati del gruppo ingegneria erano 30.291, mentre quelli del gruppo letterario erano 18.996; il gruppo economia contava un numero di laureati (35.886) più alto sia di quello del gruppo politico-sociale (21.834), sia di quello dei giuristi (26.210). I filosofi, che nel 2001 erano appena 2.977, nelle tavole relative al 2004 non compaiono più, perché inglobati nel gruppo letterario.

Al contrario, dovremmo sottolineare la “sovrapproduzione” di laureati, in generale, rispetto all’offerta di lavoro adeguatamente qualificato e remunerato da parte dell’industria. I laureati italiani, infatti, corrono un altissimo rischio di essere sottoccupati. Se si guardano i dati sulle assunzioni delle imprese italiane «si conferma il dato […] di una concentrazione delle assunzioni previste verso titoli di studio più bassi» (Vedi L. Bianchi, S. Gattei e S. Zoppi (a cura di), La scuola nel Mezzogiorno tra progressi e ritardi, il Mulino, Bologna 2005, p. 116) e, nel dettaglio, delle assunzioni previste nell’industria del Centro-Nord per il 2005, il 37% riguardava giovani con licenza media, il 10% laureati. La situazione peggiora nel Mezzogiorno, dove il 46% delle assunzioni nell’industria riguarda giovani con licenza media e il 3,9% laureati. La percentuale di assunzione di personale intellettuale, scientifico e specializzato da parte delle imprese, infatti, si riduce al 5,1% nel Centro-Nord e al 3,2% nel Mezzogiorno (Ibidem, p. 119).

Questa scarsa propensione dei dirigenti e manager dell’industria italiana a servirsi di personale scientifico altamente qualificato è una tendenza non certo recente. Ne discute, già nel 1966, un importante fisico italiano, Eduardo Caianiello, intervistato da una giovane Oriana Fallaci:

«O. F.: “Perché le industrie in Italia non impiegano i fisici?”.

E. C.: “Per la semplice ragione che non hanno laboratori di ricerca pura e applicata, hanno tutt’al più laboratori orientati a fini immediati, come la Montecatini. … non hanno capito che i laboratori di ricerca pura e applicata sono altrettanto indispensabili di quelli chimici. Pensano che gli scienziati i quali si dedicano a studi astratti, e in apparenza inutili, siano un lusso superfluo. …

Mi creda, io escludo che ciò avvenga di proposito. Io escludo che manchi alle nostre industrie il gusto della ricerca, la fantasia della ricerca: gli manca il concetto della ricerca come fatto tecnico, la consapevolezza che scienza ed economia oggi dipendono l’una dall’altra…”».

Come sostenne Enrico Bellone nel libro La scienza negata, dopo la stagione di Olivetti e di Mattei, di Amaldi e Buzzati Traverso, di Ippolito e Marotta, sembra proprio che la borghesia industriale e manageriale abbia perso il concetto del legame tra cultura e sviluppo economico. Alessandra Tarquini, su «l’Unità» del 17 marzo, propone una tesi che ribalta completamente il ragionamento del ricettario economicista. Sarebbe, infatti, proprio la carenza di filosofi, o meglio di “uomini di cultura”, tra le fila della classe dirigente (negli enti pubblici, nelle istituzioni universitarie, nelle principali industrie italiane) ad aver portato pian piano la nostra economia nel burrone di una condizione improduttiva: «Dalla metà degli anni Sessanta, […], quando essere crociani o gentiliani non era certo di moda, abbiamo seguito un modello diverso da quello dei paesi che hanno impiegato risorse economiche e le hanno messe a disposizione dello sviluppo scientifico e tecnologico. […] La ricerca scientifica coinvolge una grande quantità di soggetti come le industrie, le università, gli enti privati, la pubblica amministrazione, i governi e, non da ultimo, le imponenti agenzie sovranazionali […]. Forse dovremmo iniziare a chiederci se la responsabilità di una sconfitta non sia prima di tutto di chi la subisce. Se in Italia non si è avvertita l’importanza della ricerca, se le dedichiamo l’1,2 per cento del nostro Pil contro il 2 per cento della media europea, non dipenderà forse dagli scienziati, dalle politiche pubbliche e dalle industrie private?».

La mentalità manageriale ed economicista, tuttavia, ha talmente pervaso il dibattito pubblico che ad essa è da attribuire anche l’equivoco mostruoso che si è generato attorno alla funzione della filosofia e, in generale, delle facoltà umanistiche nella società. Incalzato dal ministro Profumo, ansioso di rimediare agli sprechi delle Università meridionali trasformandole in Politecnici, l’assessore alla ricerca della Regione Campania, Guido Trombetti, matematico già Rettore dell’Università Federico II, si è affrettato a destinare 8 milioni e mezzo di euro (fondi europei) alle imprese private campane che vorranno accogliere in azienda giovani dottorandi in tirocinio. L’assessore dichiara fieramente alla stampa  che si tratta di una grande occasione di sviluppo per le imprese locali (quali?) e di formazione anche per i laureati nelle scienze umane: «Se l’università humboldtiana individuava in ricerca e didattica la funzione degli atenei, oggi vi è una terza missione, il trasferimento tecnologico. Che poi altro non è che la partecipazione attiva degli atenei allo sviluppo del territorio.

Negli Usa i dottori di ricerca in materie umanistiche sono molto spesso impiegati dalle imprese per la gestione delle risorse umane. Se mi è consentito, faccio anche un riferimento letterario: il romanzo Il responsabile delle risorse umane di Abraham Yehoshua. Lo dico per sottolineare che una maggiore sensibilità degli atenei all’ambito produttivo genera possibilità di occupazione anche in campo umanistico». È strano, ma all’assessore non viene in mente che il caso da lui citato è un tipico esempio di sottoccupazione e che un neolaureato in storia o in filosofia aspira, magari, a diventare egli stesso un Abraham Yehoshua (il quale è laureato proprio in Filosofia, oltre a essere un orientalista e ricercatore in storia) e non uno dei suoi sfortunati personaggi. Non sembra aver senso, perciò, l’idea dello stesso Trombetti di creare a Napoli una scuola di alta formazione, sul modello della Normale di Pisa, chiamando docenti di altissimo livello dal Mit, da Oxford, dalla Sorbona, se poi si pensa di impiegare i giovani così formati come dipendenti sottoinquadrati e gestori di risorse umane nelle piccole imprese dell’hinterland campano.

Prima di impegnare risorse già scarse per creare l’ennesimo ente accademico senza tener conto del contesto in cui si trova, sarebbe forse opportuno provare a migliorare tale contesto, considerando, per esempio, in primo luogo, che «gli Atenei campani – come ha denunciato il Comitato di Coordinamento Regionale delle Università Campane – a causa della riduzione del finanziamento statale, hanno subito, nell’ultimo biennio, una decurtazione di circa 45 milioni di euro», mentre il fondo raccolto dall’assessore per sopperire a questi tagli conta solo un milione; in secondo luogo, che già tante valide istituzioni di cultura soffrono nel Mezzogiorno di un fatale sottofinanziamento.

Al di là delle dovute considerazioni sull’uso ragionato della spesa pubblica da parte degli enti locali, però, è fondamentale che tale spesa non sia indirizzata a distorcere il senso della formazione umanistica, che oggi più che mai può essere “utile” a patto che non sia intesa come disciplina specialistica e professionalizzante, bensì come scienza dell’unità e della relazione di tutte le scienze tra loro (medicina, fisica, economia, diritto), al fine di educare i nuovi laureati a quella consapevolezza, che manca ai manager, ai tecnici di governo, agli amministratori e ai politici di professione, dell’importanza della cultura e delle scienze per lo sviluppo del paese. Questa consapevolezza, infatti, è la vera condizione indispensabile e preliminare alla creazione di sviluppo economico, sociale e civile, che dovrebbe essere effettivamente la “terza missione” dell’Università. «La cultura – scriveva Gerardo Marotta nel 1980 – è l’asse della coscienza morale di un paese, e deve contenere sempre la consapevolezza teorica della necessaria presenza della scienza, come presupposto indispensabile della libertà e del progresso […]. Come infatti si potrebbe, senza la presenza attiva della cultura e senza un’adeguata elaborazione teorica, risolvere i problemi del Paese, da quelli del suo progresso scientifico a quelli del suo benessere morale e materiale?».

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