Certi libri hanno la fortuna di venire pubblicati – e quindi anche concepiti – in un momento in cui sembra avvertirsi la loro esigenza, in cui sembra vi sia la necessità di richiamare l’attenzione su un ordine di problemi diffusamente avvertiti, anche se non chiaramente concettualizzati. Così, dopo il libro di Martha Nussbaum sull’importanza delle scienze umane e della loro fondamentalità per le democrazie (Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, il Mulino, Bologna 2011), ecco questo di Nuccio Ordine sull’utilità dell’inutile, un vero e proprio manifesto (come recita il sottotitolo – L’utilità dell’inutile. Manifesto, Bompiani, Milano 2013) in difesa di tutte quelle discipline e di quel modo di concepire la ricerca e la cultura che non sembrano essere immediatamente ed esplicitamente riportabili all’u­tilità di tipo economico, produttivistico. E questa problematica si inserisce all’in­ter­no della discussione avviata dall’appello di Esposito, Galli della Loggia e Asor Rosa in difesa delle discipline umanistiche (pubblicato sulla rivista de il Mulino e ora anche in rete), che rischiano di scomparire della università in quanto non ritenute funzionali a una conoscenza legata alla crescita economica, alla quale su Roars abbiamo dato ampio risalto.

Il libro di Ordine è accattivante e piacevolmente leggibile, sin dall’assunto di fondo: dimostrare come le discipline e le ricerche che sono ritenute “inutili”, sono invece “utili” assai. Ma qui è ovviamente chiaro che il significato di utile/inutile è duplice: un certo tipo di studi è utile proprio nel senso in cui verrebbe giudicato inutile in un’ottica produttivistica. Se infatti l’utile è quello pragmatico inteso da chi ha affermato che con la cultura non si mangia; se esso è inteso, cioè, nel senso più crasso e materialistico – all’interno del quale ci può anche rientrare il più nobile fine dello sviluppo economico e del “progresso” dell’umanità – allora è ovvio che tutta una serie di discipline e campi della cultura umana non hanno a questo fine alcuna utilità; e tra queste vi sono elettivamente e prioritariamente quelle umanistiche. Ma appunto questo è il modo in cui non intende l’utilità Ordine, in quanto essa è subordinata a un fine più elevato, ovvero quello della «coltivazione dello spirito» e della «crescita civile e culturale dell’umanità» (p. 7), in quanto egli considera utile tutto ciò che contribuisce a diventare “migliori”. Non quindi utilità pragmatica, tesa a guadagni più elevati, al benessere economico, al profitto, al successo degli incassi, bensì una più raffinata e impalpabile “utilità” come “miglioramento” dell’uomo. E quest’ultimo non può che essere principalmente il portato delle discipline umanistiche, perché solo esse hanno quei contenuti formativi – intessuti di memorie, biografie, valori morali ed etici, riflessioni spirituali e sulla vita, poesia e sentimento estetico – che possono soli portare a una vera e propria “metamorfosi dello spirito” e quindi ad elevare l’uomo dallo stato di bruto a quello di essere umano pienamente compiuto e realizzato.

Date queste premesse si comprende il modo in cui è costruito il libro: una serie di florilegi in cui vengono ripresi da artisti, filosofi, letterati, scienziati ecc., appartenenti a tutte le epoche e a tutte le culture, opinioni e frasi in cui si sottolinea l’importanza dell’inutile in contrapposizione all’utile inteso come profitto, vantaggio economico, attaccamento al materiale, alla ricchezza, ai godimenti materiali e sensuali. Un esercizio, insomma, di colta e brillante raccolta di espressioni, frasi, opinioni, episodi, il cui senso costante è univoco è il privilegiamento dell’essere sull’avere (à la Erich Fromm), dell’interiorità sull’esteriorità, dello spirito (comunque esso sia inteso) sulla materia, del bello sul brutto, dell’arte sull’interesse; e così scorrono sotto il nostro sguardo autori come Seneca, Cicerone, Pseudo-Longino, Croce Oscar Wilde, Voltaire, Ionesco, Keynes, Giordano Bruno, Bataille, Garcia Marquez, Dante, Petrarca, Tommaso Moro, Campanella, Robert Louis Stevenson, Shakespeare, Marx, Platone, Aristotele, Kant, Ovidio, Montaigne, Leopardi, Gautier, Baudelaire, Boccaccio, García Lorca, Cervantes, Dickens, Heidegger… e basta così, altrimenti annoiamo il lettore. In un ordine che non rispetta alcuna successione temporale (così come i nomi da me riportati) né avverte alcuna esigenza di genealogia o di costruzione di un discorso unitario, o che abbozzi una sorta di storia del concetto di utilità dell’inutile in relazione ai contesti temporali, alle società, ai mutamenti della cultura e dei modi di produzione. Una sorta di riversamento in volume di appunti e note accumulate nel corso delle proprie letture, senza alcun legame tra loro se non il tema generale che si vuole sostenere e che abbiamo prima enunciato.

Ernst Gombrich davanti al Warburg Institute

Anche laddove sembra che l’argomentazione si concentri in modo più articolato su uno specifico argomento, e cioè la parte seconda dedicata all’uni­ver­sità-azienda e agli studenti-clienti, l’autore si fa prendere la mano sempre dal consueto modo di trattare l’argomento. Non mancano certo osservazioni assai sensate (sulla scia anche della Nussbaum) circa il decadimento dell’istitu­zione universitaria (e della scuola) a seguito del progressivo disimpegno dello stato, con tutte le conseguenze e la fenomenologia degli orrori dell’ultimo decennio (gli studenti trasformati in “clienti”, i professori sempre più burocrati e ormai impegnati per la maggior parte del loro tempo a riempire formulari, fare calcoli, produrre rapporti, partecipare a interminabili e inutili riunioni, ecc.). Ma tutto ciò è sempre sotteso da un comune orizzonte: la rivendicazione della gratuità della cultura, dello studio come acquisizione di conoscenze libere da vincoli utilitaristici e non necessariamente orientate alla formazione professionale, in quanto «far coincidere l’essere umano esclusivamente con la sua professione sarebbe un errore gravissimo» (p. 117). Ma detto ciò, ecco che si ritorna nuovamente al florilegio di autori e opinioni, in una lunga sfilata: Montesquieu, Hugo, Tocqueville, Herzen, Bataille, Newman, Gramsci, e così via, tutti mobilitati nel dimostrare quanto la cultura sia importante, come sia necessario investire in essa, quanto sia esiziale definanziare le università e le scuole o addirittura rischiare la scomparsa di biblioteche gloriose, come quella del Warburg Institute, quanto sia importante la lettura e lo studio dei classici piuttosto che la letteratura secondaria, quanta saggezza vi sia racchiusa nei libri (argomentata con una bella citazione del cardinale Bessarione – p. 147).

Ma v’è un punto in cui sembra che le scienze inutili dimostrano di avere una inattesa utilità, questa volta non intesa in senso “elevato”, ma proprio nel senso di essere stimolatrici di scoperte e ritrovati tecnologici risultati fondamentali per il miglioramento della condizione umana: è quando Ordine – sulla scorta del saggio di Abraham Flexner (un pedagogo tra i fondatori dell’Institute for Advanced Study a Princeton) pubblicato in appendice e scritto nel 1939 – sottolinea il carattere spesso causale delle scoperte e come esse siano favorite da una mente aperta e curiosa: è una difesa della ricerca di base di contro a quella meramente applicata e subordinata a immediati fini utilitaristici, che sempre più prende piede nelle nostre università e nei progetti di ricerca nazionali ed europei. Ed ecco nuovamente un florilegio di opinioni per dimostrare quanto sia importante la ricerca puramente speculativa, non rivolta a fini pragmatici: Euclide, Archimede, Poincaré, e altri scienziati sono mobilitati per sostenere la tesi che è dalle ricerche apparentemente inutili che il più delle volte scaturiscono le grandi scoperte, spendibili anche da un punto di vista economico.

Ma ciò che sta più a cuore ad Ordine – che pure vuole lodevolmente sottolineare come il suo discorso non voglia portare acqua al mulino della contrapposizione tra le discipline scientifiche e quelle umanistiche – è il concetto di dignità dell’uomo, l’esigenza della ricchezza interiore, il valore della cultura come mera elevazione dello spirito; e così via con altre citazioni e testimonianze di autori come Democrito, Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti, Saint-Exupéry, Castellion, Lessing, Milton, oltre a quelli già citati. Per cui alla fine della lettura del libro ci si trova rinfrancati da così tante autorevoli testimonianze, che però testimoniano di uno stile argomentativo per lo più ex actoritate, in quanto manca in Ordine qualunque tentativo di approfondimento teorico del significato di utile e inutile, di “miglioramento” dell’uomo, del perché si debbano privilegiare alcuni aspetti della cultura e non altri, del perché l’inutile è importante anche all’utile, del motivo per cui esso – sempre così costantemente contestato dai praticoni – tuttavia risulti indispensabile alla cultura umana e sempre risorga e trova suoi cultori. Insomma, non è spiegato perché, ad. es., lo studio del latino o del greco abbia un elevato carattere formativo, che cosa nella struttura di queste lingue, nel modo in cui sono costruite e sono radicate al centro della cultura occidentale, le renda indispensabili all’articolazione del pensiero razionale e logico (più che lo studio dell’inglese, fatto con i sistemi pavloviani del cosiddetto “metodo naturale”), e non solo alla (giusta) conoscenza del passato; perché se magari si fosse approfondito tale tema si sarebbe scoperto che per questo aspetto lo studio del latino e del greco sono equiparabili allo studio della matematica e della geometria euclidea. Invece Ordine lascia l’onere di questa giustificazione agli autori citati, che diversamente e spesso in modo ellittico e incompleto sostengono la necessità dell’inutile.

Inoltre il fatto che l’Autore contrapponga sempre (in ogni età, in ogni luogo) profitto e cultura, interiorità ed esteriorità, spirito e materia e così via, finisce per annacquare l’importanza della cultura umanistica in una atemporale e sempre esistita diatriba tra coloro che privilegiano la cultura e i beni immateriali e chi invece è dedito alla sensualità, alla ricchezza e al potere: un topos letterario che fa perdere la specificità di tempi, storie, contesti, e fa illanguidire tale contrapposizione in un generico contrasto tra utile e bello, tra ricchezza materiale e ricchezza dello spirito, tra avere ed essere. Si perde così la specificità dell’età contemporanea, che non è caratterizzata da queste contrapposizioni – sempre esistite, come dimostrano i numerosi esempi di Ordine –, bensì dalla sua capacità di sottoporre alla logica del profitto e della valorizzazione commerciale ogni espressione artistica, ogni tipo di cultura, ivi compresa quella umanistica. Cioè per la sua capacità di rendere l’inutile, utile. Sfugge insomma al discorso fatto dall’autore la nuova dimensione che ha assunto l’economia della conoscenza, nella quale non sembra più possibile sottrarre alla logica del profitto – e quindi dell’utile nella sua forma più crassa e plebea – neppure quei beni che per la loro sublimità sembravano destinati a pochi spiriti eletti. Oggi anche costoro non possono fruire dei beni dello “spirito” senza riempire le tasche a qualche corporation che di essa si occupi e ne detenga la proprietà intellettuale.

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6 Commenti

  1. C’è troppo economicismo non solo nella società, ma anche nelle analisi della decadenza. La decadenza della scuola ha senz’altro anche cause economiche (e su questo sito tutti siamo concordi nel segnalarlo), ma il sapere umanistico è stato affossato anche da quelli che dovevano sostenerlo (non esclusi i firmatari di nobili appelli). Si vede che negli ultimi quarant’anni in molte facoltà umanistiche la moneta cattiva ha scacciato quella buona o ne ha fatto diminuire di molto il peso. Ci si è messi d’impegno a confezionare corsi per studenti che non sapessero né di greco né di latino e da ultimo neppure di italiano. Ho colleghi che definiscono Dante “vecchiume” e ritengono più importante far studiare Derrida invece che Aristotele. Non si riesce a dare una tesi decente in filologia romanza, però si fanno fare studi sull’impiego della LIM e sull’italiano parlato dalle badanti (NON SONO ESEMPI FINTI). In un mondo normale queste sarebbero barzellette, invece è diventata la realtà. PS: in genere poi i docenti ridicolizzano gli studenti dicendo che valgono poco e che “non sono più preparati come una volta”: la colpa non sarà di una generazione che ha rinunciato a trasmettere il sapere?

  2. Sono d’accordo con Francesco Coniglione quando dice che l’autore de L’utilità dell’inutile non considera il fatto che la logica del profitto ha investito ormai la realtà umana nel suo complesso. Nella società della conoscenza, che è un tratto distintivo della globalizzazione, esiste un’economia della conoscenza che trasforma anche l’inutile in utile, sicché ormai non è più possibile procedere ad una distinzione netta tra “inutile” ed “utile”. Tutto ciò che in apparenza trascende l’utilità è inghiottito nella voragine commerciale.
    Sarebbe, comunque, interessante discutere tale problematica in un forum vero al di l° della evanescenza dello spazio cibernetico
    Domenico di Iasio

    • La recensione del Manifesto “L’utilità dell’inutile” può aiutare a scoprire, discutendone, il ruolo potenziale delle “scienze umane” nell’avviamento del *Dialogo Operativo* [tra società civile e tecnologia].
      L’evoluzione dei *Sistemi Operativi* avviata dalle “scienze dure” – tra gli anni ’60 e ’80 – offre un’analogia e delle differenze che meritano di essere colte, se vogliamo “considerare utile tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori”[da “Introduzione di Nuccio Ordine al Manifesto”, pag. 8]

      Questo commento potrebbe essere oggetto di revisioni usando l’hashtag #dialogo_operativo https://plus.google.com/101438010163979157405/posts/348FMCDCJCd [prova d’uso di Google Plus]

  3. […] Si perde così la specificità dell’età contemporanea, che non è caratterizzata da queste contrapposizioni – sempre esistite, come dimostrano i numerosi esempi di Ordine –, bensì dalla sua capacità di sottoporre alla logica del profitto e della valorizzazione commerciale ogni espressione artistica, ogni tipo di cultura, ivi compresa quella umanistica. Cioè per la sua capacità di rendere l’inutile, utile. Sfugge insomma al discorso fatto dall’autore la nuova dimensione che ha assunto l’economia della conoscenza, nella quale non sembra più possibile sottrarre alla logica del profitto neppure quei beni che per la loro sublimità sembravano destinati a pochi spiriti eletti. (continua qui) […]

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