Molto si parla dei costi dell’Open Access in relazione alle due vie, quella verde e quella d’oro*, tuttavia poco si è esplorato il tema dei costi interni o nascosti e dei costi complessivi di queste due modalità di disseminazione della ricerca che pure, in una fase di transizione, devono essere tenuti in conto.

Alcuni ricercatori inglesi insieme a Research Consulting Limited da tempo seguono queste tematiche e hanno riportato in JASIST i risultati di una indagine volta a censire i costi effettivi dell’Open Access, comprensivi anche dei costi amministrativi (ore uomo e costi del personale e delle attività collaterali svolte).

In particolare lo studio è stato stimolato da una analisi degli effetti della politica dei Research Councils UK che sono favorevoli alla via d’oro, messi in relazione con quelli relativi alla via verde, sostenuta da HEFCE.

Lo studio non si sofferma sui vantaggi dell’accesso aperto, ma su aspetti più gestionali che però devono essere considerati nel momento in cui si avvia una policy di Open Access. Quale che ne siano le caratteristiche e l’estensione nella applicazione.

L’analisi è stata condotta su 29 istituzioni attraverso un questionario integrato da dati di pubblico dominio.

Le 29 istituzioni rappresentano il 46% del finanziamento per il gold Open Access** e un totale di 7.7. milioni di sterline destinate all’Open Access gold per il 2013.

Per entrambe le modalità (green e gold) sono stati considerati i tempi di processamento, i tempi legati alla implementazione della policy e i relativi costi compresi i costi di advocacy e promozione.

Nei costi per l’Open Access gold si è tenuto conto delle APC e dei costi di deposito.

I risultati dello studio riportano per la gold road un costo di 136 minuti per articolo e 88 sterline (per articolo), per la green road un costo di 48 minuti e 36 sterline(per articolo), per il green Open Access si calcolano dunque costi di gestione che sono meno della metà rispetto al gold. I costi calcolati sulla base delle dichiarazioni delle 29 istituzioni vengono poi scalati sugli articoli finanziati da RCUK per il 2013/14 (10.000), sulla metà degli articoli pubblicati in UK nello stesso arco temporale (70.000) e sulla totalità degli articoli pubblicati (140000) e vengono analizzati i potenziali ambiti di riduzione delle inefficienze.

Pur riconoscendo l’importanza per le istituzioni di ricerca britanniche di una politica di Open Access, lo studio non nasconde i costi complessivi, destinati a rimanere invariati nel breve termine poiché le istituzioni britanniche devono comunque pagare gli abbonamenti alle riviste. Indaga sui possibili risparmi e fornisce una base su cui sviluppare nuovi studi anche al di là del sistema britannico per capire come si modificheranno a medio termine i costi di applicazione delle policy di Open Access.

*Via d’oro (Gold road) – si tratta della pubblicazione di articoli in riviste ad accesso aperto. Tale pubblicazione può richiedere il pagamento di una quota (article processing charge, APC) che viene versata all’editore dall’autore o dalla sua istituzione dopo che l’articolo è stato accettato dalla rivista.

Via verde (Green road) – si tratta della autoarchiviazione di lavori già pubblicati in rivista in archivi istituzionali o disciplinari. Le politiche editoriali definiscono quale versione l’autore può autoarchiviare, dove e dopo quanto tempo (periodo di embargo)

** Si ricorda che in UK è in vigore dal 2013 una politica di Open Access gold

Il post è ripreso dal sito di AISA (Associazione italiana per la promozione della Scienza Aperta) qui

 

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5 Commenti

  1. Sarebbe malizioso interpretare i risultati dell’ articolo citato come: l’ opzione NON-OA resta la piu’ economica ? 🙂
    .
    Meno polemicamente, nello studio inglese si parte dal presupposto che, qualsiasi sia la strada OA (green o gold) ci sia uno staff amministrativo che si prende cura dei passi necessari (evidentemente specializzandosi e quindi garantendo costi marginali minori). Tuttavia l’ esperienza nell’ accademia italiana non fa sperare molto in questa direzione (basta pensare a quello che deve fare il ricercatore italiano, a confronto col suo omologi stranieri, per acquisti o missioni). E se tutto o la maggior parte dell’ extra-costo amministrativo ricade sul ricercatore, non mi sembra una prospettiva particolarmente allettante e neanche efficiente. Ma di questo si sente parlare poco nelle discussioni sull’ OA in Italia.

    • @giorgio pastore Sarebbe malizioso interpretare i risultati dell’ articolo citato come: l’ opzione NON-OA resta la piu’ economica?
      I nostri atenei pagano ogni anno milioni in abbonamenti alle risorse elettroniche secondo modelli che non sono più sostenibili…
      Secondo me l’articolo deve essere interpretato come riflessione sulle scelte fatte. In UK è stata fatta una scelta molto costosa e discutibile alla luce del fatto che si continuano a pagare gli abbonamenti, e le riflessioni dello studio fanno presente che comunque nella scelta di UK ci sono vantaggi ma anche costi. Il quantificarli è molto corretto anche tenendo conto del fatto che la fase di transizione potrebbe non essere così breve. Di questi temi si sta parlando proprio in questi giorni a Bruxelles http://ec.europa.eu/digital-agenda/en/news/save-date-12-oct-ec-workshop-alternative-open-access-publishing-models
      Se si fa una scelta a livello di sistema (in questo caso l’OA gold) è giusto verificarne la bontà per correggere eventualmente il tiro.
      Altra cosa è se non si fa nessuna scelta.

  2. Il gold open access è stata la via che i grandi editori hanno immediatamente imboccato per reperire entrate aggiuntive mantenendo la propria presa sull’editoria scientifica. Dunque, sicuramente “golden”, ma per i grandi publisher. Il green open access ha ovviamente anch’esso dei costi se si parla di giornali online o anche di pubblicazione di monografie. La distinzione fondamentale da fare – e che raramente si fa in queste discussioni – è tra pubblicaizoni che nascono dentro le university press e pubblicazioni green-OA indipendenti. Entrambe hanno costi che ricadono sui fondi di ricerca del ricercatore o dell’università (ma in misura infinitamente inferiore rispetto al gold-OA). Ma le seconde hanno costi che le prime non hanno, perché realizzate dentro la struttura universitaria. L’essenziale è che la struttura universitaria, insieme ai responsabili di riviste o collane, assicurino – come di fatto avviene o dovrebbe avvenire in base al protocollo UPI – i processi di selezione e valutazione delle proposte di pubblicazione. Quattro risultati, così, possono derivarne: si abbattono i costi di pubblicazione a parità di rigore selettivo, si massimizza la diffusione, si ottiene di fatto un investimento dell’università in ricerca, si contribuisce alla pluralità dei canali di diffusione creandone di nuovi dotati del massimo prestigio (che va difeso e sviluppato), indebolendo i monopoli.

  3. This article is a little bit pro-subscription or maybe I have the wrong impression. What I would like to share is presentation of Paul Ayris (UCL Library) http://discovery.ucl.ac.uk/1452451/1/Science_2.0_in_Leuven-v2.pdf at slide number 8 you can see that if all universities switch to Gold OA average university in the UK will save more than 2 million EUR per year, so this cost of processing the APC are really not so high as they are looking in this article. Entire Report to the UK Open Access Implementation Group you can find on following link: http://repository.jisc.ac.uk/610/2/Modelling_Gold_Open_Access_for_institutions_-_final_draft3.pdf

    • Il report di Houghton e Swan è del 2012. L’articolo qui citato riporta i risultati di una indagine recente. E’ certamente un punto di vista (uno fra molti) che prende in considerazione anche le parti che il report di Houghton e Swan non consideravano, cioè i costi amministrativi. Sia per il green che per il gold. Mi pareva questo il punto interessante.

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