Esaminare 69.000 domande di abilitazione per poi assumere 5.000 docenti costerà 126 milioni di euro

 

Attualmente è in corso di svolgimento l’Abilitazione Scientifica Nazionale. A tale proposito è lecito chiedersi qual è il costo dell’operazione. Secondo i calcoli riportati in questo articolo si può stimare che sia di 126 milioni di euro. Ci si può chiedere altresì se l’investimento sia congruo rispetto ai benefici attesi. Se si fa riferimento all’esito finale, e cioè al numero di posti da assegnare, la risposta è negativa.

Il calcolo, che si basa su una serie di assunzioni del tutto plausibili, prende in considerazione i costi relativi ai commissari italiani, ai commissari stranieri (OCSE), ai candidati, alle organizzazioni di appartenenza dei candidati, alla gestione delle informazioni. La metodologia adottata risponde ai criteri della contabilità nazionale ed a quelli illustrati nel Manuale di Frascati OCSE sulla R&S . La tabella allegata consente, a chi vorrà cimentarsi nell’esercizio, di calcolare il costo adottando ipotesi e parametri diversi da quelli scelti nel presente articolo.

 

La valutazione del costo.

  1. Le idoneità saranno gestite da 925 commissari che opereranno in 185 commissioni, ciascuna composta da quattro italiani e uno proveniente da uno dei paesi OCSE. Il costo dei 740 commissari italiani può essere calcolato computando il costo giornaliero a carico dell’organizzazione di appartenenza pari a 400 euro per 60 giorni di lavoro. Totale 17.760.000 euro. Vanno aggiunte le spese di viaggio (500 euro) e di soggiorno (250 euro al giorno per 15 giorni) per un totale di 3.145.000 euro. Totale generale 20.905.000 euro. Ai 185 commissari stranieri viene riconosciuto un compenso forfetario di 16.000 euro ciascuno per un totale di 2.960.000 euro . Anche in questo caso vanno aggiunte le spese di viaggio e soggiorno calcolate con gli stessi parametri impiegati per i commissari nazionali (anche se verosimilmente le spese di viaggio eccederanno i 500 euro) e si ottiene un totale di 501.250 euro. Totale generale 3.461.250 euro.
  2. Il Ministro ha dichiarato che i candidati (professori associati, ricercatori, assegnisti, borsisti, ricercatori degli enti pubblici, docenti delle scuole, ricercatori provenienti dall’estero, ecc.) sono circa 46.000 . Ipotizzando che costino al proprio datore di lavoro 200 euro giornalieri e che abbiano dedicato 10 giorni per la preparazione delle domande, il costo totale risulta pari a 92.000.000 euro.
  3. Il costo sostenuto personalmente dai singoli candidati per predisporre le domande (telefonate, stampe, spese postali, spostamenti, acquisto presso gli editori dei file dei libri in PDF, contatti con il CINECA per verificare la correttezza dei dati inseriti nella base dati, ecc.) può essere stimato prudenzialmente in 100 euro. Totale 4.600.000.
  4. La stessa cifra di 100 euro può essere attribuita ai costi “ribaltati” dai candidati sul proprio datore di lavoro (telefonate, scansioni, uso delle strutture, impiego del personale tecnico di sostegno e bibliotecario, ecc.). Totale 4.600.000.
  5. Va aggiunto infine il costo supplementare sostenuto dal CINECA per la gestione delle informazioni, stimato in 500.000 euro.

 

In conclusione, anche non includendo i costi sostenuti dall’ANVUR e da altri attori del processo, la cifra totale stimata è di 126.000.000 euro.

Rapportando tale costo alle 69.000 domande che, stando al Ministro, sono state presentate, risulta dunque un costo unitario di 1.827 euro.

Se si ipotizza che metà dei candidati passerà la selezione, il costo per idoneità è pari a 3.654 euro.

Se, infine, si accetta l’ipotesi che, dati i vincoli istituzionali (il 20% del turnover e le ristrettezze di bilancio), le università potranno chiamare circa 5.000 idonei, risulta che l’assunzione di un docente all’università costerà circa 25.000 euro.

 

Alcune questioni metodologiche.

  1. Le ipotesi di questo articolo sono ovviamente discutibili. Anche le stime dei dati utilizzati nel calcolo in alcuni casi potrebbero rivelarsi poco accurate[1]. Si ritiene tuttavia che, anche mutando alcune ipotesi e parametri, le conclusioni non muterebbero sensibilmente.
  2. In occasione di un precedente articolo sulla stima del costo della VQR  alcuni commentatori hanno obiettato sull’appropriatezza dell’inclusione di quelli che gli economisti chiamano “costo opportunità” (a rigor di termini non è esattamente così, ma l’importante è rendere l’idea) relativi al costo legato al tempo dedicato dai docenti all’esercizio di valutazione. La scelta si basa sull’idea che ciascun lavoratore (i docenti sono pubblici dipendenti) è pagato per svolgere specifici compiti e per raggiungere degli obiettivi prefissati, seguendo una programmazione, in base ad una job description. Se un docente deve valutare libri, articoli, altri prodotti, dovrà dedicare al lavoro del tempo che sottrarrà ai suoi tuoi compiti istituzionali (didattica, ricerca, assistenza, ecc.). In quei giorni non potrà fare lezione e qualcun altro (che costa) dovrà sostituirlo – e questo sarà un costo aggiuntivo per l’organizzazione[2]. I ricercatori degli enti pubblici che svolgono attività di valutazione per la quale ricevono una remunerazione da parte di un ente pubblico o privato devono chiedere l’autorizzazione e recuperare le ore che sottraggono ai propri compiti. Il servizio di revisione dei “prodotti” per la VQR ha un costo che nella contabilità viene misurato con il tempo (non si hanno migliori metodi) e viene sostenuto dal datore di lavoro. Che poi il datore di lavoro o il ricercatore abbia interesse a non farlo pagare è un’altra questione. L’inclusione nella contabilità di tutti i costi, diretti e indiretti, è pratica ordinaria nella predisposizione dei progetti di ricerca nazionali ed internazionali. Tale approccio è adottato in esercizi analoghi alla VQR come il RAE inglese e nella compilazione delle statistiche sulla ricerca (per gli universitari il costo del personale viene ripartito a seconda della stima del tempo dedicato alle attività svolte: didattica, ricerca, altre attività). Lo stesso criterio vale per i candidati che, per la predisposizione della documentazione, hanno impiegato tempo di lavoro stimato in 10 giorni – e tale tempo è stato pagato dal datore di lavoro (si potrebbe obiettare che alcuni docenti e ricercatori hanno predisposto la documentazione nel proprio tempo libero, ma ciò non è sostenibile, dato il loro peculiare rapporto di lavoro).
  3. Poiché la gran parte dei commissari sarà composta da ordinari, la cifra di 400 euro al giorno appare del tutto ragionevole, anzi, prudenziale. Il costo degli associati e dei ricercatori, la cui età media è rispettivamente di 53,2 e di 45,5 anni, è mediamente superiore ai 200 euro, e si compensa con quello verosimilmente più basso dei più giovani e delle altre categorie.
  4. L’articolo si sofferma sui principali costi economici diretti; non prende in considerazione altri costi quali, per esempio, l’aggravio di lavoro della giustizia amministrativa dovuto al contenzioso, ed il tempo dedicato all’esercizio da parte del personale del MIUR e dell’ANVUR. L’analisi completa dei benefici, diretti e indiretti, dell’abilitazione non è specifico oggetto dell’analisi.

 

Alcune conclusioni

  1. Il meccanismo delle idoneità non risponde ad un accettabile criterio economico di costi/benefici: nessuna organizzazione spenderebbe 25.000 euro per assumere un proprio dipendente. Per di più, in molti casi non si tratterà dell’assunzione di un nuovo dipendente, ma di un avanzamento di carriera di un docente già in servizio.
  2. Spendere più di 5.000 euro per rilasciare un’idoneità scientifica che in larga misura produrrà soltanto l’inserimento del titolo di “prof abilitato” sulla carta intestata e nei biglietti da visita non appare un buon investimento[3].
  3. Siamo di fronte a quello che potremmo chiamare il moltiplicatore anvuriano[4]: se si sommano i costi della Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), stimati in 300 milioni di euro, e quelli dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, stimati in questo articolo in 126 milioni di euro, si ottiene un costo totale delle attività di valutazione promosse dall’ANVUR in qualità di Agenzia del MIUR di 426 milioni di euro. Se si rapporta tale cifra al bilancio dell’ANVUR, pari a 9 milioni di euro, si ottiene un “moltiplicatore” superiore a 47: l’ANVUR, spendendo una cifra esigua, produce un “effetto leva” di 47 volte. Chi paga il conto? Saranno in larghissima misura le università, i cui dipendenti – commissari di esame e candidati – sono chiamati a destinare un elevato numero di giornate lavorative alla valutazione piuttosto che all’attività didattica e di ricerca. Che ci debba essere un prezzo da pagare per valutare le università e gli enti di ricerca vigilati dal MIUR (la VQR) e per selezionare i docenti è del tutto legittimo, ma quello imposto dal MIUR attraverso l’ANVUR appare decisamente sproporzionato.

 

 


[1] Per esempio si è ipotizzato che il costo addizionale che sta sostenendo il CINECA nel quadro dell’accordo con il MIUR sia di 500.000 euro. Tale ipotesi richiederebbe una verifica sulla base di dati di cui, tuttavia, non si dispone.

[2] E’ molto difficile formulare ipotesi circa le sostituzioni nelle attività universitarie: si è dunque preferito non procedere a contabilizzarne i costi.

[3] Per i docenti che svolgono attività professionale vale il contrario: il titolo di “prof abilitato”, che la gran parte dei clienti farà fatica a distinguere dal titolo di “prof”, fa aumentare l’ammontare della parcella e quindi anche il Pil (beninteso, se viene rilasciata la fattura!).

[4] Il moltiplicatore keynesiano misura la percentuale di incremento del reddito nazionale in rapporto all’incremento di una o più variabili economiche (consumi, investimenti, spesa pubblica). Il moltiplicatore keynesiano si aggira intorno a valori intorno a 5, mente quello anvuriano è pari a 47, quasi 10 volte tanto.

 

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50 Commenti

  1. Interessante articolo di Giorgio Sirilli.
    Vorrei aggiungere qualcosa: quale è il reale beneficio per i futuri 5000 abilitati che prenderanno servizio dopo i concorsi locali?
    La mia impressione è che moltissimi dei miei colleghi siano poco interessati a un incremento di stipendio; desiderano principalmente lo “status” di professore. Da un punto di vista puramente economico, questo si tradurrà per tanti in un danno. Lo stipendio di un docente universitario aumenta con gli scatti di anzianità. Prima della legge Gelmini, lo scatto avveniva ogni due anni. Semplificando molto, il livello stipendiale di un prof. associato è pari a quello di un ricercatore al V scatto (circa 10 anni di servizio). Praticamente tutti i ricercatori “over 45” da prof. associati prenderebbero meno che nel ruolo attuale, con più compiti! In realtà la diminuzione di stipendio nella pubblica amministrazione è compensata da un “assegno a personam” quindi in pratica la retribuzione rimane identica, ma non cresce. Tuttavia, essendo gli scatti di anzianità triennali c’è il rischio serio che il proprio stipendio non cresca più per anni e anni proprio grazie alla promozione da prof. associato! Chi potrebbe avere un benefico reale in termini di stipendio dall’abilitazione, sono quindi solo gli strutturati molto giovani e chi non appartiene all’università.

    Se formuliamo un’ipotesi puramente fantapolitica, ovvero che TUTTI gli strutturati che hanno presentato domanda ottengano la promozione alla classe successiva, probabilmente per i conti dello stato ci sarebbe paradossalmente un vantaggio, e non una perdita, o comunque un costo molto ridotto.

    • Tradotta: agli Atenei conviene effettuare la chiamata di strutturati con elevata anzianità….evviva lo svecchiamento!

    • Con la legge Gelmini e’ stata eliminata per i nuovi assunti la meravigliosa “ricostruzione della carriera”, ma c’e’ subito lo stipendio di “confermato”. Direi che il passaggio a PA e a PO conviene sostanzialmente a chi attualmente guadagna (lordi) meno di 48 kEuro e meno di 64 kEuro, rispettivamente.

    • Cara Demetra, non so cosa intendi per “svecchiare” l’università e soprattutto quale potrebbe essere il vantaggio per gli studenti e per la società in generale. Per “svecchiare”, come dici tu, servirebbero una serie di licenziamenti che mi non sembra siano in discussione. Molti ricercatori, ad esempio, già svolgono le lezioni e i compiti dei prof. associati. Prendere atto di ciò con una promozione ”a costo zero” nella maggior parte dei casi, riconoscerebbe solo uno stato di fatto. Se solo 5.000 persone saranno chiamate dopo i concorsi locali, cosa succede al resto degli universitari?
      Con quale spirito continueranno a svolgere I propri compiti? Se ad un lavoratore non dai prospettive di carriera, niente promozioni e neppure soldi, fondi per la ricerca non ne parliamo proprio, da tutto questo non arriva nulla di buono per gli utenti finali. Le promozioni a costo zero avrebbero anche il vantaggio che le risorse che adesso sono investite nella procedura di abilitazione potrebbero essere molto meglio spese nel reclutamento di gente capace che “svecchierebbe” davvero l’università.

    • Mah. Nonostante i pensionamenti, il corpo accademico italiano ha una eta’ media piuttosto alta.

      Ad esempio, nel mio dipartimento il piu’ giovane PA ha 40 anni ed il secondo piu’ giovane ha 45 anni.

      Il piu’ giovane PO ha 46 anni, ed il secondo piu’ giovane ha 50 anni.

    • @ Marco Bella: trovo un po’ contestabile questa ricostruzione. Io sono entrato come ricercatore nel 2002, a 31 anni: età ritenuta (purtroppo) piuttosto bassa per il nostro sistema. Nonostante ciò, lo stipendio da PA mi appare più che desiderabile, dal momento che il mio stipendio, come quello di tutti i docenti, si è bloccato al 2010 – e dunque ho “perso” ben due scatti, che avrebbero effettivamente più o meno equiparato la mia retribuzione a quella di un PA. Il suo ragionamento si applica, semmai, a chi è “over 50”: ma vorrei ben sperare che costoro abbiano ormai rinunciato ad appuntarsi al collo la “medaglia” di PA. Almeno, io al posto loro lo farei. Anche se so benissimo che la domanda per l’abilitazione l’hanno fatta tutti, inclusi gli over 60 (francamente provo un po’ di pena per costoro). L’idea dell’ope legis a “costo zero”, poi, mi fa un po’ sorridere (anzi, per dirla tutta mi fa un po’ incacchiare, come le proposte di Merafina & co).

    • @fp,
      Il tuo post conferma più che smentire la mia “ricostruzione”.
      Se hai 41 anni, e con due scatti (4 anni) avresti avuto lo stipendio di un prof. associato, chi ha 45 anni avrebbe appunto la stessa retribuzione da prof. associato e da ricercatore. Secondo l’articolo, l’età media di chi ha presentato domanda come prof associato è di 45.5 anni. E’ vero che bisogna considerare che lo stipendio da prof. associato cresce più velocemente di quello di un ricercatore, ma va anche considerato che gli scatti adesso saranno triennali e non più biennali.
      Io non ho mai parlato di ope legis. Mi sono limitato a osservare che è stata messa in moto una macchina enorme, che magari non costerà la cifra indicata dall’articolo di Giorgio Sirilli, ma che porterà a minimi benefici alla maggioranza dei vincitori dei concorsi locali (quando li vinceranno, ben inteso) ma soprattutto agli studenti a al sistema universitario.
      Inoltre, penso che il problema dei cinquantenni non sia affatto trascurabile. A Tizio, ricercatore di 50 anni che ha sempre svolto il suo compito didattico, che passa le mediane e che vince il concorso locale cosa diciamo?
      “Caro Tizio, negli ultimi anni non ci sono stati concorsi ai quali avresti potuto partecipare. Se vuoi diventare prof. associato, ti becchi una riduzione di stipendio, altrimenti per i prossimi 15 anni da qui alla pensione continua a svolgere il tuo compito senza alcuna prospettiva come se nulla fosse. “
      Lasciatemi pensare che Tizio non sarà proprio entusiasta della situazione e che forse, le sue prestazioni come docente e ricercatore scientifico ne potrebbero risentire…

    • @Salasnich
      Scusami ma come dovrebbe essere? Si va in pensione dai 65 ai 70 anni (ora, prima anche dopo i 70 anni). Fino all’anno scorso c’erano 3 ruoli.

    • Speriamo che, dopo le abilizazioni e le chiamate, l’eta’ media dei PA e dei PO diminuisca.

      Il piu’ giovane PA di un dip. dovrebbe avere circa 33 anni ed il piu’ giovane PO circa 38.

    • @ Marco Bella
      “Se hai 41 anni, e con due scatti (4 anni) avresti avuto lo stipendio di un prof. associato, chi ha 45 anni avrebbe appunto la stessa retribuzione da prof. associato e da ricercatore”

      A patto di essere entrati nel ruolo di ricercatore prima dei 32 anni. Tu ne conosci molti?

      “A Tizio, ricercatore di 50 anni che ha sempre svolto il suo compito didattico, che passa le mediane e che vince il concorso locale cosa diciamo?”

      Se vince il concorso locale, vuol die che è già diventato associato, dunque non gli diciamo niente. In caso contrario, se ha 50 anni e più, mediane o non mediane io so cosa gli direi io: se a 50 anni sei ancora ricercatore, la cosa migliore è rinunciare ad appuntarsi medaglie di cartone e fare posto ai più giovani. Ma mi rendo conto che questa mia idea non è condivisa dai più.
      Quanto al fare buona ricerca, non vedo perché da ricercatore non dovrebbe avere stimoli a farla. Semmai, il problema è la didattica: il nostro cinquantenne farebbe a mio avviso benissimo a rifiutarsi di continuare a svolgerla (magari, anzi, avrebbe dovuto rifiutarsi un po’ prima di arrivare a quell’età: non è che non si capisse qual era l’andazzo)

    • @fp:
      in molte aree, all’inizio degli anni ’90 era la norma entrare come ricercatori verso i 30 anni o meno. Conosco diversi casi, ma penso che sia difficile generalizzare perché vi sono situazioni molto disomogenee. Il reclutamento allora aveva un flusso relativamente costante. Il primo blocco delle assunzioni per i ricercatori c’è stato alla fine degli anni ’90 quando sono stati assunti con concorsi riservati tutti i tecnici laureati. Da allora l’età media degli assunti ha iniziato ad alzarsi. Questa è una mia visione molto qualitativa e senza pretese di scientificità.

      Per quanto riguarda il nostro collega cinquantenne Tizio il tuo discorso sarebbe più o meno “caro Tizio, tu oramai hai fatto il tuo tempo e lascia posto ai giovani (cioè a me, fp). Adesso tu continuerai a fare del tuo meglio come sempre e collaborerai con me come se nulla fosse. Non ti dispiacerebbe certo continuare a tenere il corso di laboratorio didattico con 100 studenti al primo anno? Ah, dimenticavo, da adesso mi puoi chiamare professore”.
      Lasciami dubitare che Tizio venga a festeggiare al tuo party quando diventerai prof Associato.
      Creare personale senza prospettive, non serve a nessuno, neppure ai fortunati abilitati/vincitori di concorsi locali.

    • @ Marco Bella
      caro Marco Bella, io al ricercatore ultracinquantenne non direi un bel niente. Tuttavia, se fossi IO quel ricercatore ultracinquantenne, direi a me stesso: 1- vivo in un Paese di merda, incapace di valorizzare la propria classe docente; 2 – alla mia età, brigare per una medaglietta da prof senza alcun vantaggio concreto in termini economici, ma con svariate responsabilità aggiuntive tra cui l’obbligo di insegnamento, è una cosa che considererei immorale; 3 – proviamo a vedere se per una generazione successiva ci può essere qualche chance di normalità; 4 – il corso di laboratorio didattico al primo anno se lo terrà per l’appunto quel “giovane” prof in favore del quale mi faccio da parte: quanto a me, mi dedico alla mia ricerca a tempo pieno.

    • Credo che per gli assunti “post Gelmini” lo status economico sia diverso ed anche quello giuridico.

      Non mi e’ ovvio se cio’ valga anche per assunti “pre Gelmini” che passano di fascia “post Gelmini”, ma purtroppo credo di si.

  2. Di questi millantati 126 milioni, 100 sono stati calcolati in una maniera a dir poco fantasiosa.

    Mi chiedo quanti possano aver dedicato ben 10 giorni pieni a preparare la domanda (punto 2) e soprattutto per quale motivo questi non avrebbero dovuto farlo nel proprio tempo libero. Simili osservazioni sugli altri costi nei punti 3 e 4.

    Ho visto che l’autore ammette che molti abbiano criticato i conteggi di questo post. Mi unisco quindi sommessamente al coro delle critiche, evidenziando che sarebbe più onesto intellettualmente cambiare il sottotitolo in neretto da

    “Esaminare 69.000 domande di abilitazione per poi assumere 5.000 docenti costerà 126 milioni di euro”

    in

    “Esaminare 69.000 domande di abilitazione per poi assumere 5.000 docenti potrebbe costare 126 milioni di euro”

    o simili.

    • Mi auto-censuro per evitare che il mio pensiero sia frainteso: nel primo rigo si modifichi “millantati” in “ipotizzati” e “fantasiosa” in “opinabile”.

    • I singoli numeri sono questionabili, ma lo dice lo stesso autore. Tuttavia, dopo aver letto l’articolo, faccio fatica a credere che il costo in termini di tempo e di energie non sia elevato. Da questo non giustifico certo concorsi locali e riservati (basta leggere le proposte di Roars per capire che è l’ultima cosa che vogliamo: https://www.roars.it/online/universita-e-ricerca-prime-proposte-roars-per-una-discussione/). Piuttosto, la consapevolezza delle risorse messe in gioco mi sembra un forte invito a non ripetere mai più un simile circo di incompetenza e pressapochismo.

    • Anche io trovo l’articolo metodologicamente corretto e non sensazionalistico. L’articolo parte con una domanda: quanto costeranno le abilitazioni scientifiche? Date le ipotesi dell’autore, ne viene fuori il numero. Sono distinti i fatti e le ipotesi. Che il costo diretto e indiretto della procedura sia molto alto, mi sembra provato. La domanda vera però secondo me dovrebbe essere: quale sarà il rapporto tra costi e benefici dalla procedura di abilitazione?

    • Condivido: il punto è il rapporto costi/benefici. Va anche detto che nell’articolo i costi sono disaggregati rendendo in tal modo possibile valutare come cambierebbero i costi a seguito di diverse stime delle singole voci (stime che per loro natura sono forzatamente congetturali).

    • L’articolo è scientificamente onesto e al tempo stesso le sue conclusioni sono estremamente discutibili (le due cose non si contraddicono). E’ chiaro che se il costo reale, come mi sentirei di stimare proprio grazie ai numeri disaggregati che Sirilli ci fornisce, è inferiore ai 10 miioni di euro, allora anche le conclusioni appaiono molto meno cogenti. Le cifre diventano qualcosa tipo: 2.000 euro spesi per assunzione e 400 euro spesi per ogni abilitato, il che forse è ancora troppo, ma certo non smaccatamente scandaloso.

    • Io trovo l’articolo scientificamente onesto. Si indicano chiaramente numeri e ipotesi. E si arriva ad un risultato finale che può essere certo contestato, ma con con altre ipotesi ed altri numeri.
      Tenere conto dei “costi opportunità” è una procedura standard per chi fa analisi costi-benefici. Le OOSS non c’entrano proprio nulla, mi sembra.

  3. Che differenza c’è tra un titolo
    “sono previste piogge nel finesettimana”
    o
    “In arrivo medusa, la tempesta perfetta!”

    Che il primo è oggettivo, il secondo fa vendere molti più giornali.

    Questo articolo è ridicolo e sensazionalistico quanto (o peggio) il secondo titolo!

    • Perfettamente d’accordo con Mellia e con Marc. A parte i circa tre milioni per i commissari OCSE (questi sì francamente potevano essere risparmiati), tutte le altre cifre snocciolate mi sanno un po’ di fuffa.

    • Io sono uno di quelli che ritiene che se si vogliono fare le abilitazioni scientifiche (e per me vanno fatte, anche se non in questo modo folle) c’è un costo da pagare e che questo costo è inevitabilmente elevato. Insomma, non mi scandalizzo se la cifra è elevata. Avere una stima del costo è un’informazione che mi interessa non solo in sé, ma anche perché aiuta a capire l’importanza di svolgere bene la procedura. Non è trascurabile mettere in moto una macchina enorme e costosa per abilitare a casaccio (se per esempio non ci sarà tempo per valutare bene i candidati oppure perché il timore dei ricorsi induce ad essere di manica oltremodo larga) e poi per assumere solo una manciata di abilitati. Da questo punto di vista non vedo nulla di ridicolo e di sensazionalistico. Sono cifre difficili da valutare con precisione (e su questo l’articolo, correttamente, mette in guardia il lettore) ma ci sono le ragioni per ritenere che il costo sia elevato. Insomma, stiamo sprecando un’occasione e stiamo anche dilapidando tanto tempo e tante energie (per dare l’idea l’articolo fa una conversione in denaro). Non credo che la soluzione sia il “liberi tutti” (ogni sede recluta come crede) che mi sembra pericolosamente vicina ai vecchi concorsi locali di cui tutti si lamentano. La soluzione è rendersi conto che quando sono in gioco procedure di queste dimensioni, il dilettantismo e il pressapochismo non sono ammessi.

  4. L’autore ha chiarito che vi è un margine di opinabilità nei dati. La metodologia adottata, che io sappia, è quella standard, inutile parlare di tempo libero o di certi esercizi (vqr, rae/ref ecc.) non stimeremmo mai il costo. Invece i costi sono stimati, (stimati), come accade nella stima dei costi del rae/ref proprio per assicurare paragoni, valutazioni di opportunità e rapporti costi/benefici.

  5. Salve, ho alcune osservazioni. Prima di tutto, penso che (per evitare malcomprensioni tra i lettori di questo articolo) sarebbe utile rendere piu’ esplicito il fatto che esistono due grandezze diverse, e che non andrebbero confuse: il costo inteso come somma messa a bilancio, e quindi sottratta direttamente ad altre spese, e il “costo equivalente”, che tiene conto del “valore” del tempo delle persone. La prima grandezza (correggetemi se sbaglio), sommando i compensi ai commissari OCSE, i rimborsi viaggi e le spese del cineca, ammonterebbe a circa 5 milioni. La seconda grandezza, e’ molto difficile da definire; infatti, con il calcolo di questo articolo, la quasi totalita’ della stima totale (96M su 126M) viene dalla stima del “valore” del tempo impiegato dai candidati per compilare la domanda. Ma la scelta di considerare 10 giorni e’ molto arbitraria, e soprattutto non consiste in una correzione minore del risultato, ma in una modifica del suo ordine di grandezza: considerare 2 giorni, o 20, cambia appunto l’ordine di grandezza del totale (per quanto mi riguarda, ho impiegato complessivamente una giornata, e mi pare strano che ci possa volere molto di piu’ a compilare il modulo cineca). Ho poi un dubbio metodologico: si e’ mai fatto da qualche parte, nella stima dei costi della valutazione, di considerare il tempo impiegato per *compilare la domanda*? Perche’ viene automaticamente considerato tempo lavorativo? Le persone non potrebbero compilarla nel tempo libero? (Del resto, per chi fa ricerca e’ molto difficile definire una separazione netta tra tempo di lavoro e tempo libero; figuriamoci quantificare il “valore” di questo tempo!) Altro dubbio: “chi” il soggetto che sostiene questa spesa? Di solito la stima dei costi della valutazione indica con chiarezza chi ha questo costo, ma in questo caso esso e’ condiviso tra i vari datori di lavoro degli applicanti – universita’ italiane, universita’ estere, altri datori di lavoro. Insomma, la mia obiezione e’ che la scelta di includere il “valore” del tempo per compilare la domanda (che contribuisce a gran parte del risultato finale) mi pare anomala, e trasforma quello che potrebbe essere un “margine di opinabilita’” in una incertezza su un ordine di grandezza.

    • Anche io resto perplesso.
      La “voce di spesa” di gran lunga più’ importante sono i 96 milioni di euro “spesi” per compilare la domanda da parte dei candidati. Essa dipende dall’elevato numero di candidati. Dubito che si possa imporre un tetto ad esso. Nè, credo, che avere, come spesso in passato, un solo candidato (quello gradito alla sede) per ogni posto sia un buon sistema di selezione dei meriti e delle capacità. Qualcuno potrebbe affermare che il “tetto” andava imposto sul numero dei vincitori con un sistema a “numero chiuso”. Dubito che ciò avrebbe ridotto di molto il numero dei candidati perchè la causa dell’elevato numero di aspiranti alla abilitazione non è nelle regole di valutazione di questo concorso, ma è, principalmente, secondo me, il blocco che c’è stato negli ultimi anni nel reclutamento e nella progressione di carriera. Ciò ha creato un enorme numero di “precari” e di “cervelli in fuga” che in 20000 hanno partecipato. D’altra parte, i concorsi universitari (e la relativa domanda da compilare) ci sono sempre stati, pur con regole concorsuali diverse.

      Più, in generale, l’articolo porterebbe a concludere che lo Stato Italiano dovrebbe evitare di bandire concorsi a cui potrebbero partecipare migliaia o decine di migliaia di candidati per poche centinaia o decine di posti reali, perchè tali concorsi costano troppo alla collettività. E’ noto, infatti, che ai concorsi per la Pubblica Amministrazione partecipano sempre migliaia di persone. Mi chiedo allora quale dovrebbe essere la procedura da seguire per evitare tutto ciò. Forse abolire il sistema dei concorsi ?

  6. Al di la’ delle osservazioni specifiche (tutte degnissime), resta comunque il fatto di fondo che nel settore pubblico (italiano) si spreca un’infinita’ non solo di soldi, ma soprattutto di tempo e di energie, per carrozzoni/tormentoni piu’ o meno “valutativi” e del tutto inconcludenti. Non so se avete idea di quale enorme montagna di carte, commissioni, riunioni, ecc., ha travolto negli ultimi anni i ministeri per la “riqualificazione” del loro personale, con risultati naturalmente inutili. E non è la prima volta, va avanti a ondate dall’inizio degli anni ’80. Forse bisognerebbe mettere una moratoria sulle leggi, per almeno una decina d’anni…

  7. Rimane confermato, da questo splendido contributo, che e’ stato messo su un apparato folle e denso di illegittimita’. Purtroppo, la strategia politica (di dividere il mondo accademico) perseguita ha avuto successo. Molti colleghi restano impregnati da una sorta di feticismo anvuriano e vedono in tale apparato la miracolosa ricetta che dovrebbe risolvere, a prima vista, alcuni noti problemi dell’universita’ italiana, ma, soprattutto, i loro personali problemi.

  8. Salve a tutti,
    una risposta a Sirilli: ma quando mai le altre attività vengono interrotte dalle valutazioni anvur? E quando mai qualcuno ci sostituisce a pagamento nella didattica? In che università favolose lavorate? non vorreste anche me?

    Io, buona buona, valuto 11 prodotti (non tantissimi, ma più di così non ce la faccio e non ne ho voglia) e continuo nelle mie solite faccende, tra esami, lauree, concorsi tfa ecc…

    • Sempre il solito problema: per valutare quegli 11 prodotti avrà impiegato un po’ di tempo. Quel tempo è stato sottratto o al suo tempo libero, oppure quel tempo è stato sottratto ad altre attività di lavoro. La nozione di “costo opportunità” adottata da Sirilli ipotizza che il tempo dedicato ai suoi 11 prodotti sia stata sottratto dal suo tempo di lavoro “normale” e come tale vada conteggiata (al costo corrente di quel tempo). Si tratta di un modo di ragionare assolutamente standard in tutte le analisi costi-benefici.

    • @ Alberto Baccini
      Sì, è un modulo di ragionamento del tutto comune nel calcolo costi-benefici, ma esso ha senso nel momento in cui si stanno computando NEL MEDESIMO MODO altre opzioni consimili (es.: altri sistemi possibili di abilitazione). Se invece si accosta un ragionamento in termini di costi-benefici ad una valutazione dei costi economici reali si compie un’operazione erronea, perché per renderla sensata bisognerebbe valutare anche tutti i costi opportunità potenzialmente disponibili nella situazione de facto (se vado a prendere i figli a scuola avrei potuto nel frattempo mettere a frutto economico quel tempo e quindi dovremmo computare come costo anche quello, ecc.).
      .
      In sostanza, è un’astrazione fuorviante comparare (anche implicitamente) i costi di X valutati con una stima costi-benefici con i costi di X de facto (cash). I primi appaiono necessariamente sovradimensionati.

    • Non vedo nulla di sbagliato nell’utilizzo di un costo opportunità del tempo di chi ha compilato la domanda (e non capisco l’obiezione di Zhok).
      E’ invece problematica l’ipotesi che siano necessari 10 giorni, che probabilmente sopravvaluta di un ordine di grandezza il tempo realmente necessario.
      Tuttavia, i veri problemi secondo me nascono dalla sproporzione tra i costi e i benefici attesi (davvero limitati) dal sistema (a livello del msingolo candidato mi sembra invece ovvio che valesse la pena di fare domanda), e dalle distorsioni indotte nella futura attività di ricerca dai criteri di valutazioni (difficili da valutare, ma probabilmente grandi).

    • @ Paolo Bertoletti
      Per farla semplice: Se l’articolo dice che il costo è (o può arrivare a 126 milioni) chi legge assume che stia parlando del costo reale, come quello su cui calcoliamo gli esborsi statali, e non sta assumendo che invece si tratta di un costo ‘tecnico’, effettuato con una speciale convenzione di calcolo utilizzata per specifiche comparazioni virtuali. Stiamo comparando mele ed arance, fingendo che si tratti della medesima cosa. Se volessimo rendere omogenee le due grandezze dovremmo, ad esempio, usare una valutazione di costi-opportunità anche per il nostro tempo libero ordinario, in assenza di ASN. Solo la differenza eventuale tra i due costi sarebbe ascrivibile specificamente alle pratiche dell’ASN.

    • Caro Zhok,
      se qualcuno è diposto a pagare il mio tempo di lavoro x€ (per fare un’esempio), e io lo utilizzo invece per andare a prendere mio figlio a scuola, il valore economico corretto di quell’attività familiare è, appunto, x€. Se lo uso per fare la domanda di abilitazione, pure. Punto.
      Naturalmente, se nessuno sarebbe disposto a pagarmi per il tempo che dedico alla mia famiglia, o per quello utilizzato per la ASN, e in effetti tale tempo non avesse ipoteticamente alcun utilizzo alternativo (neppure come tempo libero), allora il suo valore economico sarebbe nullo.
      A me il problema sembra semplice: è chiaro che il tempo dedicato alla ASN sarà stato sottratto a qualcos’altro, e l’ipotesi più ragionevole è che abbia sostituito qualche altrà attività svolta nel’usuale tempo di lavoro, percui l’utilizzo come valore di tale tempo della stipendio lavorativo mi pare un’ipotesi “contabile” giustificabile (se lei l’ha fatto nel tempo libero dovrebbe assegnargli il valore che assegna alle sue attività di svago). Che non si tratti di esborsi monetari non è economicamente rilevante. Che a fronte dei molti costi simili sostenuti dal sistema per tutti i candidati pochi otterrano dei benefici, è invece socialmente cruciale.

    • Caro Bertoletti,
      provo ancora una volta a spiegarmi, se non va in porto mollo il colpo.
      .
      Quando lei mi ricorda graziosamente il manuale dimentica che le comparazioni si fanno presupponendo un metro comune. Il metro, qui gli euro, è stabilito in un’economia di scambi reali, non di ipotesi di scambio, ed il valore che gli attibuiamo fa una certa impressione piuttosto che un’altra perché lo tariamo sugli scambi che ordinariamente facciamo. Quando diciamo una cifra in una certa valuta, sappiamo se è tanto o poco perché attribuiamo un valore agli usi cui possiamo mettere una certa cifra e attribuiamo così dei valori, sempre comparativi: so che un milione di euro è tanto ed un euro è poco in rapporto alle mie spese ordinarie, so che 126 milioni sono tanto o poco con riferimento ad una spesa universitaria se ho una base comparativa di quella spesa nel suo dispiegarsi quotidiano.
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      Quando però compariamo il costo opportunità di un’attività con il suo costo ordinario, per rendere comparabili sensatamente le due cifre dovremmo valutare anche se nell’attività ordinaria ci sono, per così dire, ‘sprechi-opportunità’, cioè costi-opportunità per attività non strettamente valutabili come produttive. Nel caso di un piastrellista potremmo supporre che quando non è chino a mettere piastrelle, magari quello è uno spreco, anche se probabilmente raddrizzare la schiena di quando in quando è l’unico modo di svolgere fino in fondo il proprio lavoro.
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      Nel caso in questione stiamo parlando di salari universitari, non di piastrellisti, per cui si ritiene che anche dormire sia funzionale a fare ricerca. Infatti non siamo pagati né a ora, né a cottimo (per il momento). Per questa ragione siccome ordinariamente e senza alcuna possibile accusa di peculato, nel tempo in cui un ricercatore è pagato può andare a prendere i figli a scuola, risulta che se volessimo dare un valore comparativamente sensato alla cifra del costo-opportunità dedicato alle pratiche ASN, dovremmo farlo comparandolo con tutti i costi-opportunità delle attività che avremmo svolto altrimenti. La cifra attribuibile specificamente come costo dell’ASN sarebbe solo la differenza (se c’è) tra i due. Se non facciamo così compariamo numeri che misurano grandezze non omogenee.

  9. I 10 giorni dell’articolo saranno esagerati se ci si riferisce solo alla preparazione/compilazione della domanda; diventano improvvisamente assai realistici se si considera il dramma bibliometrico vissuto da molti in Area 09, quando le carenze di Scopus si sono rivelate.
    A quel punto sono serviti diversi giorni lavorativi per racimolare tutte le possibili citazioni e segnalarle debitamente (non sempre con successo), il tutto ripetuto due-tre volte.

  10. Ho notato questo thread in ritardo e noto curiosamente come la maggior parte dei commenti sia sul fatto se sia utile per ciascuno partecipare alla ASN o meno, piuttosto che sui numeri e sulla metodologia.

    Personalmente, mentre considero costi “veri” quelli alle voci 1 (commissari) e 5 (cineca), mi sembrano, virtuali, impropri o decisamente sovrastimati quelli alle voci 2 (tempo speso dai candidati), 3 (costi dei candidati) e 4 (costi ribaltati).

    Il tempo (voce 2) sarebbe stato retribuito comunque (perlomeno per noi ricercatori EPR che siamo, giustamente, “beneficiari di stipendio omnicomprensivo ai sensi e per gli effetti etc. etc.”, ossia godiamo del giusto privilegio di poter lavorare quante ore vogliamo senza pagamento di straordinari. Le attivita’ di aggiornamento di curriculum e bibliografia sono cose che periodicamente si fanno come parte del normale lavoro di ricerca (e che potranno tornare utili – o piu’ utili ? – per qualche futuro – fantomatico ? – concorso), tanto quanto fare proposte di osservazione, riempire schede per il proprio ente, et sim. Quindi lo considererei un costo nullo.

    In quanto alle voci 3 e 4 sinceramente non le vedo. Con la sottomissione interamente telematica non ho dovuto incorrere in alcun costo postale a mio carico a differenza di precedenti concorsi interni (ed in ogni caso erano pochi euro), non ho dovuto nemmeno, tra i costi ribaltati, fare fotocopie o stampe… salvo la carta di identita’ e la domanda firmata da passare allo scanner. I PDF delle riviste nel nostro settore sono tutti disponibili, e comunque la maggior parte uno li aveva gia’ retrievati per il normale mantenimento del curriculum.

    Detto questo, le considerazioni dell’autore si possono pure applicare considerando solo le voci 1 e 5.

  11. Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti nella discussione sull’articolo e vorrei fare alcune considerazioni.
    Prima di tutto va ricordato che l’articolo è intitolato “Quanto ci costerà l’Abilitazione Scientifica Nazionale?”. Si pone dunque un interrogativo a cui si dà una risposta adottando un approccio scientifico: si identifica un tema, si sceglie una metodologia, si elaborano i dati, si tirano delle conclusioni. E’ ovvio che si tratta della stima di un costo e che quanto riportato nell’articolo non è l’unica e definitiva soluzione, ma un contributo a fare chiarezza su un tema certamente importante.
    La stima del costo dell’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) sarebbe dovuta essere fatta dagli organi di governo, in particolare il MIUR, prima di varare l’iniziativa, seguendo le buone pratiche dell’amministrazione pubblica. Si pensi al dibattito sui costi e sui benefici del progetto del ponte di Messina. La valutazione delle possibili alternative e dei rispettivi vantaggi e svantaggi dell’ASN doveva servire a giustificare, di fronte ai cittadini, la bontà della scelta. Va sottolineato che le autorità pubbliche dispongono di dati e di informazioni (per esempio i costi aggiuntivi per il lavoro svolto dal CINECA) certificate e necessariamente più accurate di quelle a cui può accedere una persona “esterna” alla pubblica amministrazione. Per quanto mi risulta tale esercizio preventivo non è stato svolto dal MIUR né per la VQR né per l’ASN. Speriamo che ci pensi la Corte dei conti che, però, ha il compito di intervenire a posteriori.
    Vari interventi sul sito vertono sulla metodologia adottata. Ho cercato di affrontare il tema nell’articolo, anche perché la questione era stata già sollevata in quello precedente relativo alla VQR https://www.roars.it/online/si-puo-stimare-che-la-vqr-costera-300-milioni-di-euro-e-a-pagarli-sara-luniversita/. La metodologia è quella della contabilità nazionale, delle stime del Pil, del Manuale di Frascati sulla R&S, delle analisi costi-benefici. Va rilevato che le discussioni sulla significatività di indicatori quali il Pil e quelli relativi alle risorse destinate alla ricerca vanno avanti da decenni; tuttavia i dati vengono correntemente utilizzati, anche se non tutti ne conoscono le potenzialità ed i limiti.
    Uno dei punti essenziali della misurazione delle risorse nel campo della ricerca riposa su quello che gli economisti chiamano “costo opportunità” (a rigor di termini non è esattamente così, ma l’importante è rendere l’idea) in cui il calcolo è basato sul tempo (non si dispone di migliori metodi). Il tempo è anche la misura del rapporto di lavoro dei docenti nelle università di altri paesi in cui vige il sistema 9 su 12: il contratto vale per 9 mesi.
    L’inclusione nella contabilità di tutti i costi, diretti e indiretti, è pratica ordinaria nella predisposizione dei progetti di ricerca nazionali ed internazionali – oltre che di economia domestica praticata dalla casalinga di Voghera e da tutte le sagge massaie. La casalinga che prepara la torta pasqualina compra i vari ingredienti per i quali sostiene un costo pari al prezzo; se la vicina di casa le regala le uova, il costo diminuisce ma il valore della torta rimane lo stesso – e verosimilmente la casalinga dovrà sdebitarsi in qualche modo con la vicina mediante una utilità simile a quella delle uova. Le uova della casalinga equivalgono al tempo che i candidati hanno dedicato alla predisposizione della domanda.

    Se il costo relativo al tempo dedicato all’ASN è a carico dell’istituzione presso cui si opera (l’università, l’ente di ricerca, un altro datore di lavoro) o del singolo individuo, non significa dunque che non debba essere computato. Chi parla di costi “veri” e di costi “virtuali, impropri” si pone al di fuori della metodologia. Nel complesso mi sembra che ancora una volta emerga un diffuso equivoco circa il rapporto tra l’istituzione-università ed il docente. Alcuni docenti danno l‘impressione di considerarsi legibus soluti, di ricevere uno stipendio, quasi un diritto divino, a fronte del quale a fronte ad alcuni doveri (didattica, ecc.), hanno la più ampia libertà di auto-gestione: per loro dunque il tempo che destinano all’insegnamento, alla ricerca, ad accompagnare i figli a scuola, fa parte di un unicum indistinguibile, per cui cercare di misurare l’impegno nella predisposizione della domanda per l’ASN è un’operazione inaccettabile. E’ ovvio che si tratta di un espediente contabile, quanto mai discutibile, specialmente per chi è impegnato in attività a forte contenuto intellettuale, ma qualcuno dovrà pur quantificare i costi dell’ASN per dimostrare ai cittadini che pagano le tasse che si tratta di un investimento adeguato. A ben vedere anche i pittori, che sono per definizione degli artisti come i docenti sono per definizione degli intellettuali, stabiliscono il prezzo alle loro tele anche in base elle loro misurazioni fisiche in termini di centimetri o di metri quadrati, proprio per riflettere l’impegno di tempo e di lavoro per realizzare l’opera.
    Venendo alle osservazioni dei lettori sulla stima del costo, alcuni hanno fatto osservare che l’assunzione secondo cui la preparazione della domanda impegni 10 giorni appare adeguata, mentre altri ritengono che sia eccessiva. Anche in questo caso non disponiamo di dati certi e quindi dobbiamo formulare delle ipotesi (una possibile proposta di eseguire una indagine statistica ad hoc per misurare questo fenomeno non supererebbe lo scoglio dell’analisi costi-benefici!). Se dunque dimezziamo tale parametro ipotizzando che i candidati abbiano in media impiegato 5 giorni, la tabella riportata nell’articolo permette di calcolare che il costo totale stimato dell’ASN sarebbe di 80 milioni di euro (invece di 126), il costo per domanda 1.200 euro, il costo per abilitazione 2.300 e quello per posto assegnato 16.000 euro.

  12. Mi sono imbattuto in questo articolo cercando informazioni sull’ASN e l’ho trovato francamente imbarazzante. Solo due commenti. 1) Ad una stima seria di una grandezza dovrebbe corrispondere (la stima del) l’errore: se l’errore e’ comparabile con la stima (come mi pare in questo caso), l’utilita’ della stima mi pare dubbia. 2) Seguendo la “metodologia” dell’articolo si potrebbe anche calcolare l’equivalente in denaro pubblico del tempo speso (solo quello in orario di ufficio) dai ricercatori a scrivere, leggere e commentare questo post per poi calcolare il rapporto costi/beneficio dell’articolo stesso.

    Chiunque abbia avuto a che fare almeno una volta con i tradizionali concorsi “blindati” (in termini di costi vivi e tempo perso) sa che il tempo speso per l’ASN e’ stato risibile.

  13. Da Fp:”caro Marco Bella, io al ricercatore ultracinquantenne non direi un bel niente. Tuttavia, se fossi IO quel ricercatore ultracinquantenne, direi a me stesso: 1- vivo in un Paese di merda, incapace di valorizzare la propria classe docente; 2 – alla mia età, brigare per una medaglietta da prof senza alcun vantaggio concreto in termini economici, ma con svariate responsabilità aggiuntive tra cui l’obbligo di insegnamento, è una cosa che considererei immorale; 3 – proviamo a vedere se per una generazione successiva ci può essere qualche chance di normalità; 4 – il corso di laboratorio didattico al primo anno se lo terrà per l’appunto quel “giovane” prof in favore del quale mi faccio da parte: quanto a me, mi dedico alla mia ricerca a tempo pieno”.

    Caro Fp complimenti per queste Tue “interessanti, innovative ed accademiche” affermazioni della serie: “che si mettano da parte poveri vecchietti e chi se ne frega……”.

  14. Desidero informare i lettori di questa rivista online che i commissari per le abilitazioni relative al raggruppamento disciplinare 10 A 1 (Archeologia) hanno dato dette abilitazioni: 1. al genero del professore emerito di archeologia classica di Messina; 2. alla nuora del gia’ professore ordinario di archeologia classica di Catania; 3. alla figlia dell’attuale professore ordinario di archeologia classica di Catania; 4. alla moglie del professore ordinario di archeologia classica di Roma La Sapienza. Siamo al familismo piu’ impudente
    Antonio Corso

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