Questo articolo tratta di orientamento scolastico e universitario, e ne tratta dal punto di vista di uno psicologo: convinto, in linea con quanto Fabrizio Tonello ha espresso in un recente contributo, che il problema non è solo aggiustare la bussola dei singoli individui ma “assicurare all’insieme degli studenti le condizioni per progredire negli studi”. Il che vuol dire fornire i (dis-orientati) sistemi formativi attuali non solo di antiquate bussole ma di moderne tecniche di navigazione auto-regolanti.

E per questo non sono necessari “eserciti di orientatori di professione” come vorrebbero giornalisti in cerca di soluzioni semplici per problemi complessi. Anche perché non pochi degli attuali orientatori andrebbero essi stessi ri-orientati per dare ai problemi degli studenti risposte diverse rispetto a quelle per cui erano stati formati e che andavano bene in altri tempi.

Nell’epoca di internet è quasi superfluo un orientamento che si limita a fornire ‘informazioni’: ciò che la maggior parte degli ‘sportelli di orientamento’ o i ‘saloni dello studente’ ancora fanno. Peraltro sappiamo quanto l’assunzione di informazioni sia soggetta ad errori, distorsioni, e veri e propri pregiudizi. Per supportare scelte efficaci le informazioni vanno integrate in un più generale processo di maturazione e di consapevolezza dello studente.

Inoltre, oggi ha poco senso parlare di orientamento – al termine sia della scuola dell’obbligo, sia della scuola superiore – come esame individuale delle attitudini e degli interessi, al fine di ‘consigliare’ a ciascuno la scelta migliore. Per diversi motivi che provo a riassumere.

  1. Le attitudini non sono capacità innate e/o apprese nella prima infanzia, e immutabili nel corso della vita, come si credeva un tempo: affermazioni come “quel ragazzo è portato per la matematica”… oppure “va bene per studi classici”…  o ancora “può indirizzarsi verso materie tecniche”… comportano valutazioni sommarie e imprecise che però condizionano le scelte in modo pesante e speso decisivo. Le capacità acquisite possono differenziarsi nel tempo, aree carenti possono essere sostanzialmente migliorate con una specifica formazione, e quindi non ha più senso parlare di esami attitudinali al momento dell’orientamento, come se le competenze di una persona in fase di sviluppo fossero cristallizzate e ne fondassero il ‘destino’ in modo irrevocabile.
  2. Gli interessi cambiano facilmente, specie con riferimento alla fase adolescenziale: possono essere modificati da bisogni interni e da influenze esterne, per esempio da modelli che avevano raggiunto il successo professionale in altri tempi, oppure dalla percezione – spesso basata su pregiudizi – che un certo corso di studi consente di trovare più facilmente un lavoro che piace.
  3. Oggi un altro elemento contribuisce a rendere insufficiente l’esame puntuale di attitudini e interessi al termine della scuola superiore o al momento dell’iscrizione all’università: il numero chiuso (‘programmato’ se si preferisce) in molti corsi di laurea universitari – in tutti nel mio ateneo, e anche in altri – pone il problema di cosa fare se il corso che ‘interessa’ non risulta accessibile: la via più semplice per chi non vuole rinunciare agli studi universitari è ripiegare su altri corsi, che magari interessano meno, o per cui si è meno portati, ma che sono concretamente più accessibili. Purtroppo per alcuni ragazzi la scelta del corso universitario è come, alla stazione degli autobus, salire su quello che ha posti liberi a prescindere dalla destinazione.
  4. Anche quando l’esame di attitudini e interessi convergesse verso un certo corso di studi che risulta effettivamente accessibile, la previsione di incertezza negli sbocchi lavorativi è per tanti studenti strutturalmente disorientante. Ma quale previsione è possibile in un mercato del lavoro come l’attuale ad una scadenza che nella migliore delle ipotesi è di diversi anni? Come fa una matricola a sapere se al termine delle sue fatiche universitarie avrà possibilità lavorative nel settore che desiderava e auspicava all’inizio del corso? Quale orientatore (o veggente…) può dirglielo con ragionevole probabilità?

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Le guerre stellari dell’orientamento

(by Michael F. Giangreco, Univ. of Vermont)

 

La situazione sommariamente delineata cambia radicalmente lo scenario dell’orientamento. Esso deve fare riferimento a concetti come formazione alla progettualità e alla decisione, acquisizione di abilità ‘trasversali’ a quelle necessarie per l’apprendimento, ‘bilancio di competenze’, empowerment cioè potenziamento generale della persona in formazione, durante tutto l’arco del percorso formativo e non solo alla sua conclusione, nell’imminenza della scelta. Certo, senza dimenticare la più ampia prospettiva di politiche dell’occupazione e del placement, che però esula dall’orientamento in senso stretto richiedendo interventi di sistema di ben altra natura.

Nel percorso di maturazione degli studenti verso le scelte, o di successivo ri-orientamento di esse quando richiesto dalle criticità del sistema formazione-lavoro, è fondamentale la capacità di prendere decisioni in modo flessibile; i cui presupposti sono la capacità di assunzione di rischio ma anche la ponderazione di esso, la perseveranza nel perseguire gli obiettivi, anche a lungo termine, ma di ridefinirli se necessario, il senso di auto-efficacia (“ho la possibilità di farcela…”).

Parallelamente va tenuto in considerazione l’apprendimento di metodi di studio adeguati al tipo di percorso formativo intrapreso, cui lo studente non è preparato nel passaggio da un ciclo all’altro: l’acquisizione e l’aggiornamento del metodo di studio è il vero filo rosso – al di là di infruttuosi rimbalzi di responsabilità – della continuità fra i gradi scolastici fino all’università (e dopo).

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Azione di rete e lavoro di équipe sono altre parole chiave dell’intervento orientante, tradotte attualmente in interventi molto eterogenei per strutture eroganti, destinatari e servizi offerti, e spesso slegati – se non addirittura in contrasto – tra loro. L’orientamento passa oggi attraverso canali nuovi quali il tirocinio pratico, gli stages, l’alternanza scuola-lavoro, che richiedono apposite figure di tutor, peraltro previste nei nuovi ordinamenti scolastici e universitari. Queste figure impegnate in attività con valenza orientante devono possedere competenze di lavoro in team e vanno appositamente formate.

Si è detto che l’orientamento riguarda non solo le scelte riguardanti la transizione scuola-università ma anche il ri-orientamento degli interessi e delle motivazioni all’interno del ciclo formativo, sempre più richiesto dall’assetto attuale delle professioni. Per questa forma di orientamento ‘in itinere’ è essenziale che gli studenti siano messi in grado di gestire le criticità e il cambiamento. Formare, come auspicava Edgar Morin, non solo teste ‘ben piene’ (di nozioni, di competenze, di tecniche) ma teste ‘ben fatte’ cioè capaci di flessibilità e di auto-regolazione, è compito non dell’orientamento dei singoli ma del sistema formativo nel suo insieme. Sistema che solo così troverà la bussola – anzi, il navigatore interno – per il proprio complessivo orientamento.

 

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2 Commenti

  1. Questo commento è un tentativo di mostrarsi pro-attivi [da “to feel actioned by”] sul tema dell’articolo, come dovrebbe fare un “analista di sistema”.

    L’intento del commento, a grandi linee:
    Piuttosto che chiedersi come ripensare l’orientamento ci si dovrebbe dare – e condividere – l’obiettivo di recuperare i danni [culturali, sociali ed economici] prodotti dal sistema [formativo] disorientato di un sistema [sociale] che ha scelto l’ignoranza [inserire Rif. ad altri post su roars.it].
    Il risarcimento può avvenire solo in termini di adeguamento del sistema [sociale] alle necessità dei suoi utenti.

    La mia motivazione:
    Sono entrato nel mondo del lavoro come analista di sistema dopo un corso di laurea in fisica, completato con 6 anni di ritardo, nel 1969.

    Il mio ingresso nel mondo del lavoro è stato frutto di auto-orientamento: l’università non mi piaceva ma sapevo l’inglese meglio della media dei miei coetanei, grazie a mio padre, che lo aveva imparato da autoditatta ascoltando la BBC prima della guerra.

    Per la mia tesi di laurea scelsi di lavorare presso un gruppo dell’INFN e inviai la mia candidatura al CERN per una borsa di studio di 4 mesi, come Summer Student, presso la Data Handling Division.

    …..

    ….. da continuare via prova d’uso di un blog e di un social network … se e finché possibile.

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