«Era la metà degli anni ’80, l’Italia del pallone aveva da poco vinto i campionati del mondo spagnoli e si preparava a subire una prematura eliminazione agli ottavi dei mondiali messicani del 1986 ad opera della Francia di Platini, quando …». Proseguono anche questa domenica i viaggi nel tempo di Archeo-Roars. Rimaniamo nei dintorni degli anni ’80 e più precisamente poco dopo quello spartiacque che è stata la Legge 382/1980, l’ultima grande riforma prima della recente l. 240/2010. Il tutto corredato di foto d’epoca scattate su pellicola diapositiva con una Pentax ME Super (ma rielaborate mediante Adobe Photoshop CS6).

Se nostalgia e modernità riescono ad andare d’accordo.

Ogni ricercatore e giovane professore che si rispetti ha dei riferimenti, quelli che eravamo soliti chiamare Maestri e che oggi sono stati soppiantati dalla bibliometria, dall’H index e dall’impact factor. Sembra quasi che se ancora oggi seguissimo i suggerimenti del Maestro non riusciremmo ad accontentare il bibliometra che si cela dietro a ogni valutazione. Per fortuna non è così: chi scrive fa parte di quella generazione che per un po’ ha avuto dei Maestri e che poi, vuoi per l’anagrafe del Professore, vuoi per le ventate di modernità, si è ritrovata sì senza una guida quotidiana, ma con bagaglio di insegnamenti a prova di bibliometria.

Ecco che allora, incassata un’abilitazione da ordinario alla prima tornata dell’ASN (abilitazione scientifica nazionale, http://www.asn.it), che il destino ha voluto quasi coincidente coll’imminente pensionamento di un Maestro, in un clima di tagli e apparenti ristrettezze economiche, mi sono ritrovato a pensare quell’università che non c’è più e che molti di noi rimpiangono.

Era la metà degli anni ’80, l’Italia del pallone aveva da poco vinto i campionati del mondo spagnoli e si preparava a subire una prematura eliminazione agli ottavi dei mondiali messicani del 1986 ad opera della Francia di Platini, quando noi universitari facevamo a gara per diventare studenti interni. L’informatica di massa era agli albori e nelle case dei più snob c’erano degli strani scatolotti grigi con monitor in bianco e nero da cui penzolava una spece di automobilina chiamata mouse: erano i Macintosh, i bisnonni degli iPhone e degli iPad. I Macintosh erano fabbricati a Cupertino in California dalla Apple, compagnia fondata nel 1976 da Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne. Altri fortunati potevano contare sui Commodore o sugli ZX della Sinclair, non veri e propri computer come li intendiamo oggi, ma delle console da collegare al televisore, usate soprattutto per le attività videoludiche. Per tesi e tesine, invece, con le stampanti laser dai costi proibitivi e quelle ad aghi dalla qualità scadente, ci si rivolgeva ancora all’Olivetti Lettera 22 di casa, mitica macchina da scrivere portatile, oggi esposta al MoMA di New York. Gli studenti interni, laddove non fosse già disponibile in istituto un personal computer, potevano far riferimento alle macchine da scrivere elettriche e, i più fortunati, persino a quelle elettroniche, dotate di una piccola finestrina su cui vedere la riga appena digitata. Le macchine da scrivere Olivetti della serie ET sono quanto di più avanzato offrisse la tecnologia per colmare il divario con i sistemi di videoscrittura e, di fatto, con i personal computer che di lì a poco avrebbero invaso il mercato e spazzato via rapidamente tutta la tecnologia preesistente.

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Erano anche gli anni in cui in Italia si cominciavano ad avvertire gli effetti di un Decreto del Presidente della Repubblica sul «Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica». Il D.P.R. 382 dell’11 luglio 1980, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 31 luglio 1980, n. 209, fu promulgato dal Presidente Sandro Pertini, pochi giorni prima che Ronald Regan diventasse il quarantesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Il ricercatore

In quegli anni nei corridoi delle facoltà, nei laboratori degli istituti e nelle corsie degli ospedali universitari cominciavano a comparire dei personaggi, per noi studenti, intriganti. Non facevano lezione, ma ogni tanto tenevano dei seminari, sempre rigorosamente alla presenza vigile e severa del Professore. Erano troppo giovani per essere professori, ma troppo vecchi per essere studenti degli ultimi anni: se qualcuno gli si rivolgeva come «professore», la maggior parte di loro rispondeva, a volte seccata: “sono dottore, non professore”, e il mistero si infittiva. In genere ce n’era uno per istituto e lentamente divenne chiaro a tutti che nessuno di loro sapesse con precisione cosa dovesse e potesse fare. Alcuni erano molto gentili e disponibili oltre che preparati, altri celavano la propria ignoranza dietro una detestabile facciata di severità. Qualcuno era prodigo di consigli sui testi da consultare e sui trucchi e sui comportamenti da tenere in sede d’esame per ammansire il Professore, altri sembravano godere quando uno studente andava in crisi. Ovvio, come in tutte le manifestazioni umane, che tra i due estremi testé citati, si trovassero anche persone normali e altre del tutto avulse dal contesto, tanto sembravano catapultate lì per errore. Questi personaggi erano i Ricercatori Universitari, ruolo istituito proprio dal DPR 382, che all’articolo 1 «Ruolo dei professori universitari e istituzione del ruolo dei ricercatori» recitava laconicamente: “È istituito il ruolo dei ricercatori universitari”. Gli articoli 30, 31, 32, 33 e 34 fornivano indicazioni utili a comprendere quanti ricercatori sarebbero stati assunti negli anni a venire (16.000 a partire dall’anno accademico 1980-81) e che cosa ci si aspettava da loro: “…contribuiscono allo sviluppo della ricerca scientifica universitaria e assolvono a compiti didattici integrativi dei corsi di insegnamento ufficiali. Tra tali compiti sono comprese le esercitazioni, la collaborazione con gli studenti nelle ricerche attinenti alle tesi di laurea e la partecipazione alla sperimentazione di nuove modalità di insegnamento ed alle connesse attività tutoriali”.

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La fortuna voleva che pochissimi studenti, e presumo nessuno di quelli che io frequentavo, fossero a conoscenza del DPR 382 e tantomeno dell’esistenza della qualifica di ricercatore universitario: sarebbe stato difficile capire come incasellare questa figura ibrida nel mondo Reganiano fatto di bianco o di nero, nella testa del ventenne universitario illusa da certezze e convinzioni. Come affiancare un ricercatore a un ingegnere, a un medico, a un veterinario, a un geometra o a un professore?

“Buongiorno, sono l’Ing. Rossi, con chi ho il piacere di parlare?”

“Ehm, sono il ricercatore Bianchi”

“ Piacere, cosa cerca?”.

E fu così che i fortunati ricercatori la cui laurea celava anche un’altra qualifica (ingegnere, medico, biologo, veterinario, architetto, etc…) decisero di ignorare il termine da subito, mentre agli altri si spalancava il baratro di conversazioni surreali.

“Ciao, ti sei laureato?”

“Sì”

“Complimenti, ora che fai”

“Il ricercatore”

“Ah, mi dispiace, cerchi ancora lavoro?”

oppure

“Ricercatore di cosa? Fai gli scavi a Ostia Antica?”

oppure ancora

“Ah, quindi devi ancora fare la tesi”

oppure, se l’interlocutore era un attento lettore del Corriere della Sera, al massimo andava così: “Ma come sarebbe, alla tua età fai ancora il dottorato”.

E qui si apre un’altra porta che dà adito a un altro baratro: il «Dottorato di Ricerca», per cui chi lo frequentava diventava “dottorando” e chi lo aveva terminato un “dottore di ricerca”.

“Chi sei? Un dottorando? Ma sono quasi vent’anni che ti sei iscritto all’università e ancora ti devi dottorare?”

I più sagaci dicevano, in maniera laconica, quasi con vergogna “Ho una borsa di studio” e i ricercatori (che nel frattempo erano diventati ricercatori confermati, art. 31) si accontentavano di un modesto “Lavoro all’università”, senza peraltro sfuggire allo scherno dei più malvagi, che sono sempre informati fino al punto da essere nocivi, ma non oltre da capire come stanno in effetti le cose: “Dopo tutti questi anni fai ancora l’assistente e non sei diventato professore?”.

La fortuna, sempre quella, ha voluto che io e i miei coetanei abbiamo vissuto gli anni ‘80 di “sperimentazione organizzativa e didattica” (cfr. DPR 382), da studenti piuttosto che da laureati e quanto raccontato finora deriva dalle narrazioni dei più anziani.

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Gli istituti

Il più volte citato DPR 382 introdusse anche la possibilità di istituire i Dipartimenti. Al tempo non ne fu compresa la portata, innovativa o devastante a seconda dell’interpretazione e della successiva realizzazione, come vedremo fra poco. Sta di fatto che negli anni ‘80 la maggior parte di noi si trovò a preparare la tesi o a frequentare i laboratori e le corsie di un Istituto. L’Istituto, al netto delle considerazioni tecniche, legislative e di politica universitaria, era un microcosmo, una facoltà nella facoltà, un’università nell’università. Almeno così ricordo l’Istituto che ho frequentato per tre anni fino al conseguimento della laurea e la descrizione che vado narrando non si discosta di molto dai resoconti che con amici e colleghi di altri Atenei e di altre facoltà ci scambiavamo. Lo studente interno era un’altra di quelle figure misteriose, assieme al ricercatore, intorno alle quali aleggiavano leggende e fantasticherie. Non tutti gli interni e non tutti i ricercatori attiravano l’interesse di quella massa informe di studenti, ma bastava poco per finire nell’occhio del ciclone: incrociare nei pressi della facoltà un gruppetto di compagni di corso che a notte fonda rientravano dalla discoteca (negli anni ‘80 si rientrava a notte fonda e non di mattina come oggi) poteva avere come conseguenza l’essere etichettati come topi di laboratorio o di biblioteca per il resto del corso e mantenere l’etichetta per anni o lustri. Ricordo che qualche anno prima di me, come studente interno presso l’«Istituto di malattie infettive, profilassi e polizia veterinaria» dell’Università degli Studi di Perugia, c’era un certo “elettrone”: non ho mai saputo il suo vero nome, nessuno ha mai saputo il motivo del soprannome sebbene ci fosse chi lo attribuiva al fatto che gravitasse sempre intorno al “Professore” e chi invece lo associava in qualche modo alla “scienza” perché sembra che gli appunti di questo ragazzo fossero a prova di esame. Il “Professore”, invece, non era un soprannome. Costui era il capo indiscusso, il Direttore dell’Istituto. Sì, perché, un solo un professore, qualche tecnico e magari un ricercatore bastavano per giustificare l’esistenza dell’Istituto. L’Istituto aveva una porta di entrata, nella maggior parte dei casi mai lasciata aperta e un campanello. Uno dei compiti degli studenti interni, assieme ai tecnici era quello di aprire la porta ed evitare che l’ospite fosse obbligato a suonare una seconda volta. Le regole erano poche, chiare e uguali per tutti. Gli orari di entrata e uscita, con l’unica tolleranza per la frequenza delle altre lezioni, il rispetto del superiore, con una scala gerarchica che contemplava anche l’anzianità degli interni, il divieto assoluto di delazione (attività che oggi invece pare andare per la maggiore, non solo in ambito accademico) e poche altre norme pratiche. Nel mio caso, per esempio, il “Professore” era un virologo di fama internazionale, il Professore Giovanni Castrucci, e nei termostati dei laboratori dell’istituto si coltivavano le cellule, si facevano, detto in gergo, le colture cellulari, per l’isolamento dei virus e la loro identificazione attraverso l’osservazione dell’effetto citopatico. Qualsiasi microbiologo che si rispetti sa che nei laboratori in cui si coltivano le cellule bisogna eliminare con cura tutte le fonti di contaminazione: ebbene da noi era vietato introdurre in istituto persino lo yogurt. Poteva bastare un innocuo vasetto portato per merenda per prendersi una bella lavata di capo seguita da una lezione, con annessa interrogazione, sulle colture cellulari, sull’effetto citopatico e sulle fonti di contaminazione. Sono gli anni in cui Kary Mullis, con gli studi sulla PCR (polimerase chain reaction), condotti presso i laboratori della Cetus a Emeryville, nella Silicon Valley in California, getta le basi per il premio Nobel che gli verrà assegnato nel 1993. La PCR ha diviso la medicina e la biologia in due epoche ben distinte: before PCR e after PCR. Oggi in molti laboratori di virologia si fa forse troppa PCR e poche colture cellulari, ma questa è un’altra questione, della quale magari ci interesseremo in futuro.

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L’istituto visto con gli occhi e la purezza dello studente interno era un ambiente idilliaco e armonico: comandava uno solo, le questioni si sbrigavano internamente e quando c’era da acquistare qualcosa bastavano un paio di telefonate. Tutto era gestito con la logica del buon padre di famiglia e la scelta dei fornitori si basava non solo sul prezzo migliore, ma soprattutto sulla loro affidabilità, ripetibilità e serietà comprovate dalle esperienze passate. Insomma, nei tre anni che ho trascorso nell’Istituto di malattie infettive, profilassi e polizia veterinaria dell’Università di Perugia, per fare un esempio che non solo i virologi capiranno, il MEM (minimum essential medium), era fornito con costanza e puntualità dallo stesso fornitore. Consip (una società per azioni del ministero dell’economia e delle finanze, www.consip.it) e Mepa (www.acquistinretepa.it, mercato per la pubblica amministrazione, una sorta di eBay “de noantri” per acquistare a prezzi mediamente superiori e a condizioni meno vantaggiose rispetto a quanto il buon padre di famiglia riuscirebbe a ottenere) non erano nemmeno nella cosiddetta anticamera del cervello dei loro ideatori creativi.

L’istituto era come una famiglia, senza le intromissioni esterne e la falsa democrazia dei consessi attuali in cui la Democrazia non è più intesa come tutela delle minoranza, ma come mero principio in base al quale le decisioni sono prese dalla maggioranza, con la minoranza che si conforma a esse. Negli istituti vigeva la norma, molto democratica e scientifica, del consenso e non quella della maggioranza. Se in ambito scientifico esistesse il principio maggioritario, oggi non avemmo né gli antibiotici, né i vaccini e non saremmo andati sulla luna.

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Ancora oggi, per fortuna, chi partecipa ai gruppi di lavoro della commissione europea o comunque laddove si fa Scienza, sa che non si esce dalla stanza senza il consenso di tutti, a costo di fare notte fonda. L’EFSA, per citare un ambito a me familiare, è l’autorità europea per la sicurezza alimentare e il suo approccio è quello del consenso, della trasparenza, della qualità, dell’efficienza e della responsabilità (www.efsa.eu). Termini che negli anni ‘80, tranne «Glasnost’» di Gorbaciov, liberamente tradotto nel più mediatico termine di trasparenza, invece che di pubblico, nessuno si sognava di enfatizzare, tanto ovvii e scontati fossero, almeno in ambito accademico.

Pensiamo anche a Edward Jenner, medico inglese del Glouchestershire, a nord di Bristol. Siamo verso la fine del ‘700 e Jenner, partendo dall’osservazione dell’assenza del vaiolo in soggetti che avevano superato un’affezione pustolosa benigna contratta dei bovini, pensò di ricorrere all’inoculazione sperimentale della malattia del bovino per proteggere l’uomo contro il vaiolo. Nelle sue tre pubblicazioni, edite tra il 1798 e il 1800, «An inquiry into the causes and effects of the variolae vaccinae, or cow-pox», «Further observations on the variolae vaccinae, or cow-pox» e «A continuation of facts and observations relative to the variolae vaccinae, or cow-pox», Jennner coniò il termine latino variolae vaccinae per l’affezione del bestiame, che non era ancora stata descritta in ambito medico veterinario. I colleghi francesi, a scopo denigratorio e per deridere un approccio che la maggioranza dei medici non riconosceva valido, coniarono il termine «vaccination», per indicare che le persone sottoposte al trattamento erano appunto state considerate alla stregua di bovini (vaccinati, resi vaccini). Col mero principio falsamente democratico, in base al quale le decisioni sono prese dalla maggioranza, Jenner non avrebbe potuto condurre i suoi esperimenti, mentre invece è a lui che dobbiamo la pratica dell’immunizzazione attiva. Ecco, gli occhi dello studente degli anni ‘80 vedevano l’Istituto come quel luogo di libertà, ma non di anarchia, di autonomia e di libero scambio di idee tra pari, almeno sul piano della conoscenza.

Il dado però era già stato tratto e l’avvio della sperimentazione organizzativa e didattica degli atenei, promossa dall’articolo 10 della legge 21 febbraio 1980 n. 28 e attuata con gli articoli 81 e seguenti del D.P.R. 11 luglio 1980 n. 382, stava portando alla nascita dei dipartimenti universitari e con essi all’inserimento nel cosiddetto mondo del lavoro di quelli della mia generazione.

Continua – la seconda ed ultima parte verrà pubblicata domenica 8 febbraio 2015

 

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