Ha senso una “spending review” per il sistema universitario italiano? Detto più brutalmente, è possibile tagliare la spesa delle università senza danneggiare irrimediabilmente il sistema? Un articolo di Alberto Bisin e Alessandro De Nicola pubblicato il 12 aprile da Repubblica sembra dare una risposta affermativa a questa domanda, sulla base del fatti, ritenuto accertato dagli autori, che l’università italiana produce poca ricerca e “continua a produrre con disarmante regolarità concorsi farsa”. All’articolo di Bisin e De Nicola ha replicato Giuseppe De Nicolao dimostrando che, stando ai dati disponibili, la ricerca prodotta dall’università italiana non è affatto poca.

In realtà a me sembra che nella polemica tra Bisin e De Nicolao non si affronti direttamente il problema di possibili “tagli” alla spesa delle università. Svolgere ottima ricerca scientifica non esclude che ci possano essere sprechi e cattive allocazioni di risorse. Sappiamo ad esempio che gli Stati Uniti sono di gran lunga il primo paese nella ricerca scientifica, ed in particolare nella ricerca biomedica , eppure soffrono di un sistema sanitario costoso ed inefficiente. Anche se i dati sono meno chiari e disponibili, lo stesso probabilmente vale per il sistema universitario americano, come ho cercato di sostenere molti anni fa in una mia lettera alla rivista  della Società Matematica Americana http://www.ams.org/notices/199503/letters.pdf.  Certamente i dati OCSE indicano che la spesa per studente delle università americane è tra le più alte del mondo. Anche il legame tra spese e ragionevoli criteri per le promozioni accademiche sembra tenue.

E’ invece importante porsi il problema su possibili tagli di spesa perché questi saranno inevitabili. A questo proposito dobbiamo preliminarmente osservare che la recente Legge Gelmini comporta un forte aumento delle spese, determinato dalla decisione di mettere ad esaurimento il ruolo dei ricercatori. Ci sarà infatti una meritatissima promozione di massa al ruolo degli associati di almeno 15.000 ricercatori. Tanti saranno infatti i ricercatori con titoli scientifici decisamente superiori a quelli della maggioranza degli attuali associati. C’è  quindi il forte rischio che l’applicazione ormai imminente della Legge Gelmini renda impossibile per molti anni il reclutamento di giovani in posizioni suscettibili di passaggio nei ruoli (cioè come ricercatori di tipo b) secondo le previsioni della legge. Per evitare questo blocco delle assunzioni bisognerà intervenire con modifiche di legge che ripartiscano su diversi anni il peso della promozione dei ricercatori di ruolo, assicurando nel frattempo il bando di un congruo numero di posti di ricercatore di tipo b).

Per procedere ulteriormente sulla strada di limitare i danni dei tagli nei finanziamenti, dobbiamo innanzitutto chiarire alcune scelte di fondo per il sistema universitario. Se vogliamo, come ci chiede l’Europa, aumentare la percentuale dei giovani che conseguono un diploma universitario passando dall’attuale 30% di una coorte giovanile ad un auspicabile 40%, i tagli dovranno avere effetti sull’offerta didattica delle lauree magistrali, ma non sulle lauree di primo livello. Questa politica non potrà essere coerentemente conseguita senza una attenuazione del valore legale delle lauree magistrali, che le renda non indispensabili per la maggior parte delle professioni ed impieghi. A questo proposito ci sono state due circolari del Ministro della Funzione Pubblica, che invitavano le amministrazioni pubbliche a non richiedere la laurea magistrale per concorsi a funzioni non dirigenziali. Le stesse circolari prevedono che il funzionario pubblico entrato con la laurea (triennale), dopo cinque anni di servizio possa partecipare a concorsi per dirigente. Queste disposizioni sono state completamente ignorate.  Basterebbe renderle cogenti ed imporre  agli ordini professionali di ammettere alle prove per l’iscrizione al livello “senior” anche i possessori di laurea di primo livello iscritti da cinque anni all’ordine “junior” per rendere appetibile a molti studenti l’uscita dal sistema universitario dopo la laurea triennale. La laurea magistrale non più sorretta dal valore legale acquisterebbe il valore che merita  in alcune, forse poche, sedi, mentre altre sedi sarebbero costrette ad offrire, per carenza di studenti, solo lauree triennali. Gli studenti insomma si indirizzerebbero solo verso le lauree magistrali che offrono vantaggi concreti nelle professioni e negli impieghi o preparano ad attività di ricerca.

Resta naturalmente il peso di scelte costose e improvvide avvenute nel passato in merito alla formazione degli insegnanti. Sarebbe stato ragionevole prevedere che la formazione generale di un insegnante possa concludersi con una laurea triennale ed essere seguita da non più di un anno di formazione-tirocinio professionale. La scelta di richiedere cinque anni di formazione generale (e sei anni in tutto) è stata imposta da alcune corporazioni di docenti universitari. In questa occasione, come in altre, i costi, per gli studenti e per lo stato, del prolungamento della formazione universitaria degli insegnanti non sono stati nemmeno presi in considerazione.

Un altro ambito dove, prima ancora di pensare a tagli, bisognerebbe cercare di fare chiarezza è quello delle funzioni assistenziali, svolte dalle Facoltà di Medicina.

Il Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario, nel rapporto annuale del 2008, ha calcolato che l’onere dell’assistenza pesava, nel 2007,  sulle spese per il personale del sistema universitario, per almeno 350 milioni di euro. A livello nazionale il costo totale per assegni fissi al personale impegnato anche in attività assistenziale superava nel 2007 il miliardo di euro.

Questa attività assistenziale delle facoltà di medicina non viene né valutata, né premiata in termini di finanziamenti. Le università che hanno una facoltà di medicina si trovano quindi svantaggiate nella distribuzione dei fondi di finanziamento. Altro sarebbe se le facoltà di medicina godessero di autonomia finanziaria e quindi di un autonomo finanziamento, comprendente una quota relativa alla attività assistenziale che, a rigor di logica, dovrebbe essere a carico del servizio sanitario nazionale. La “quota premiale” del finanziamento delle autonome facoltà di medicina potrebbe essere calcolata anche in relazione a parametri di qualità dell’assistenza clinica, in competizione con altre strutture ospedaliere. La chiarezza sarebbe propedeutica ad una migliore allocazione delle risorse e a potenziali risparmi.

Infine l’abolizione delle facoltà come luogo di inquadramento dei docenti, già prevista dalla Legge Gelmini, e un auspicabile drastico accorpamento dei settori scientifico disciplinari almeno per quanto riguarda le competenze didattiche, dovrebbe consentire una migliore distribuzione del carico didattico dei docenti, i quali  dovrebbero in primo luogo essere adibiti all’insegnamento nei primi anni di corso.

Sembra opportuno concludere osservando che una “spending review” del sistema universitario non dovrebbe limitarsi ad indicare dove effettuare i tagli di spesa. Si dovrebbero invece individuare i cambiamenti normativi o di prassi che renderebbero i tagli accettabili.

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