Il DM 713/2013, con il quale il Ministro Carrozza ha distribuito i punti organico per il turn-over 2013, ha scatenato nelle ultime settimane moltissime polemiche e reazioni, sia per i forti sospetti di illegittimità che per le evidenti sperequazioni cui esso ha dato luogo, con un ateneo che, a dispetto di tempi di vacche magre nel comparto pubblico, può addirittura incrementare gli organici con turn-over anche oltre il 200%, ai danni però di altri atenei nei quali il reclutamento sarà quasi azzerato e le prospettive per il futuro sempre più nere. Il 28 Novembre si terrà a Napoli un incontro tra il Ministro Carrozza ed i rettori degli atenei penalizzati per discutere del problema. In questo articolo esamineremo alcune possibili proposte che, stando alle indiscrezioni che circolano in questi giorni, sembra che il Ministero potrebbe mettere sul tavolo. Si tratta però, come vedremo, per la maggior parte di ipotesi assolutamente minimali e del tutto irricevibili.

1. Il pasticcio turn-over. Riassunto delle puntate precedenti

È passato ormai un mese dalla pubblicazione del “Decreto Carrozza” (Decreto Ministeriale 9 Agosto 2013, n. 713) sulla determinazione dei livelli di turn-over nelle università con il conseguente scoppiare delle polemiche a seguito dell’analisi dei risultati surreali cui tale decreto ministeriale ha dato luogo.

Un mese nel quale non si sono contate le prese di posizione, gli editoriali, le manifestazioni, le iniziative per contrastare quello che è stato denominato il “pasticcio turn-over” o anche la “guerra dei punti”.

Sindacati (CGIL, CISL, UIL, UGL-Intesa Fp, Adu, Andu, ArTed, Cipur, Cnru, Cnu, Cobas Pubblico impiego, Conpass, Csa-Cisal Università, Snals Docenti, Sun-Universitas News), associazioni di categoria (Rete 29 Aprile, ADI, COPI), associazioni studentesche (LINK, UdU), organi istituzionali (CUN e CNSU), e poi ancora rettori, presidenti di regioni, rappresentanti di enti locali, partiti politici, singoli parlamentari e, da ultimo, perfino i “Giovani Democratici” (l’organizzazione giovanile del PD) che hanno chiesto al “loro” Ministro di modificare il decreto sul turn-over 2013. Bisogna tornare indietro ai tempi dell’approvazione della legge Gelmini per trovare un così ampio e variegato fronte contrario ad un provvedimento del governo in ambito universitario.

Riassumiamo rapidamente la vicenda. A partire dal 2012, per effetto della cosiddetta “spending-review” del Governo Monti, il turn-over per le università viene applicato a livello di sistema universitario nel suo complesso e non più a livello di singolo ateneo. Esso è fissato negli anni 2012 e 2013 al 20% rispetto alle risorse liberate dai pensionamenti nell’anno precedente. Il valore di turn-over per singolo ateneo viene stabilito dal MIUR “tenendo conto dell’art. 7 del Dlgs 49/2012” (un decreto applicativo della legge Gelmini). Per la prima volta nella storia dell’autonomia universitaria e senza alcun analogo in altri comparti pubblici (per esempio negli enti di ricerca), i livelli di turn-over per ciascun ateneo non sono stati determinati in base al numero di pensionamenti di quel determinato ateneo, ma a tal fine il MIUR ha dato il via, tanto nel 2012 quanto nel 2013, ad una sorta di “campionato”, la cui classifica è stata stilata sulla base di un indicatore finanziario, denominato ISEF, dato dal seguente numero

quindi direttamente proporzionale al gettito proveniente dalle tasse degli studenti. Il turn-over di un ateneo è stato quindi determinato in base al suo posizionamento in questa classifica, individuato per mezzo di un algoritmo descritto più in dettaglio nella nostra precedente analisi.

Grazie a tale algoritmo, un ateneo che si ritrova nella prima metà della classifica preleva punti organico a quegli atenei che si ritrovano nella seconda metà, a prescindere dal fatto che questi ultimi siano o no “virtuosi”. Paradossalmente può capitare quindi che un ateneo che l’anno precedente non abbia subito alcun pensionamento (e che quindi in teoria non avrebbe avuto diritto ad alcuna possibilità di nuovo reclutamento in periodi di limiti al turn-over) riceva più punti organico di atenei con i livelli massimi di depauperamento degli organici. O ancora che in una situazione nella quale tutti gli atenei italiani siano “virtuosi” rispetto ai criteri di sostenibilità economica previsti dal MIUR, comunque ve ne debba essere una metà che sia costretta a cedere punti organico all’altra metà. È opportuno notare che una ipotesi simile si è già concretamente verificata quest’anno: molti tra gli atenei penalizzati dal Decreto Carrozza sono stati classificati dallo stesso Ministero come “atenei virtuosi”.

Tale campionato, nell’annata 2012 (gestione Profumo), si è concluso con le squadre abbastanza ravvicinate in classifica: turn-over compresi tra un minimo del 12% e un massimo del 30%. Questo per effetto di una clausola di salvaguardia molto efficace, tendente a depotenziare gli effetti distorsivi dell’indicatore ISEF.

Nell’annata 2013 (gestione Carrozza) il campionato ha avuto un esito decisamente diverso, vedendo stravincere la Scuola Sant’Anna di Pisa (turn-over al 213%) che, insieme ad altri atenei, potrà addirittura incrementare l’organico, prelevando le relative risorse ad altri atenei che quindi si ritrovano con un turn-over ben al di sotto del già bassissimo valore medio del 20% (con un minimo intorno al 6%).

La ragione di risultati tanto diversi tra 2012 e 2013 è dovuta essenzialmente all’assenza, nel 2013, della clausola di salvaguardia prevista invece nel 2012. Ne riparleremo più avanti, evidenziando un aspetto noto, ma poco conosciuto su questa vicenda.

Risultati, comunque, derivanti da una folle gara, nella quale per guadagnare, o meglio per non perdere, punti organico si è costretti ad aumentare le tasse a studenti e dottorandi e a diminuire i costi di docenza (e quindi anche la relativa qualità – do you remember “docenze ad 1 euro”?) e le nuove assunzioni.

Il tutto in un quadro normativo fortemente incerto, con il sospetto che sia stato applicato in maniera non legittima, come rimarcato da molti osservatori (da ultimo dall’analisi di Luciano Modica, ex-responsabile università del PD) e giuristi (si veda, per esempio, l’intervento di Vito Plantamura su questo sito). Ma anche di questo ne riparleremo più avanti, con qualche novità.

Come anche un non-addetto ai lavori poteva prevedere, l’indicatore direttamente proporzionale alle tasse studentesche ha finito per sfavorire gli atenei delle zone economicamente più svantaggiate del Paese, dove le percentuali di esoneri, parziali o totali, dal pagamento delle tasse è più alta. Da qui la naturale e – mi permetto di dire – perfino tardiva protesta dei rettori degli atenei del centro-sud, i quali si lamentano non solo di assegnazioni di turn-over irrisorie (con possibilità di nuove assunzioni praticamente azzerate) ma anche di dover perfino cedere punti organico ad altri atenei che si trovano in zone economicamente più solide e quindi possono godere in media di un gettito più alto derivante dalla tassazione degli studenti.

Qual è stata la reazione del Ministro Carrozza? In una intervista al quotidiano Il Mattino il Ministro se la prende con Gelmini, Monti e Profumo:

Le dotazioni di organico di cui oggi dispongono gli atenei – dice la Carrozza – sono il risultato della legge che ha modificato la governance del sistema universitario [legge Gelmini, ndr], e del decreto attuativo successivamente emanato dal Ministro Profumo, quasi un atto dovuto rispetto al dettato di quella legge e soprattutto della spending-review del Governo Monti.

La stessa tesi del “avevamo le mani legate” veniva poco dopo ripercorsa dal Capo Dipartimento del MIUR, Prof. Marco Mancini, nella sua replica a Roars. Tesi peraltro smentita dal Consiglio Universitario Nazionale, e dal silenzio dello stesso Ministro di fronte all’ovvia domanda: «perché non avete modificato il meccanismo di ripartizione dei punti organico per via dilegge, per esempio nel “decreto del fare” o nel “decreto istruzione”?»; e da ultimo dalla sua reazione alla proposta che da queste pagine avevamo lanciato di presentazione da parte del Governo di un emendamento al “decreto istruzione”, all’epoca in conversione alla Camera (quindi ancora emendabile), per il reinserimento della clausola di salvaguardia che il Ministro sosteneva di non aver potuto inserire in quanto la legge non glielo consentiva; ebbene qual è stata la reazione del Ministro Carrozza a questa proposta? La decisione di non presentare alcun emendamento. La dimostrazione, appunto, che il mancato inserimento della clausola di salvaguardia è stata una decisione politica del Governo.

Tutto questo fino a pochi giorni fa, quando il Ministro Carrozza, ospite nel salotto di Bruno Vespa a “Porta a Porta”, ha raccontato una versione diversa e nuova della vicenda:

Ogni volta che facciamo un provvedimento più meritocratico ci sono resistenze. Ha visto che polemiche che ci sono state su come abbiamo dato i punti organico?

Ecco quindi che il provvedimento sui punti organico cessa di essere un «atto dovuto», frutto degli errori di Monti e Profumo, per diventare un «provvedimento meritocratico», evidentemente frutto di una scelta consapevole del Governo.

Affermazioni che, se da un lato ricordano le uscite su quella stessa poltrona di un predecessore dell’attuale ministro, dall’altro riducono un tema importante e serio, quello del merito ad una specie di slogan da utilizzare ad ogni occasione, soprattutto in quelle circostanze, come questa, nelle quali il merito non c’entra nulla. Per comprendere che la meritocrazia, infatti, non c’entra nulla è sufficiente guardare al meccanismo di assegnazione dei punti organico, non dipendente dalla qualità del reclutamento, della didattica o della ricerca, ma solamente da un indicatore finanziario, piegato peraltro ad un fine diverso per il quale era stato originariamente pensato.

È naturale che possa aver senso l’idea di limitare le assunzioni e le progressioni di carriera in atenei in sofferenza come strumento per favorire il risanamento dei bilanci. Tuttavia, qui siamo di fronte a qualcosa di diverso: l’indice ISEF è stato usato per costruire una nuova classifica degli atenei. In questo modo, anche atenei, al Nord come al Sud, che non si trovano in situazione di sofferenza sono stati penalizzati a favore di altri atenei il cui unico “merito” era quello di precederli nella “classifica ISEF”.

A tale proposito, suggeriamo al Ministro di leggere il recente documento “Non si può accettare il declino dell’università e degli enti di ricerca” del suo collega di partito Walter Tocci (già responsabile università dei DS), che, a proposito della “meritocrazia” del decreto ministeriale, scrive:

Per adesso si è aggiunta la beffa del decreto di riparto delle poche nuove cattedre in sostituzione delle molte lasciate vuote dai pensionamenti, presentato come premio agli atenei virtuosi. La grancassa mediatica annuncia il trionfo della meritocrazia raccontando clamorose bugie. Il riparto non dipende affatto dalla qualità scientifica degli atenei ma dalle loro scelte finanziarie e in modo particolare dall’aumento delle tasse universitarie e dai finanziamenti ricevuti dalle imprese. Entrambi i criteri penalizzano gli atenei meridionali che vengono così stretti in una morsa: o aumentano le tasse perdendo ulteriori immatricolazioni oppure confermano l’attuale tassazione perdendo posti per i professori. Queste regole sono state introdotte dal ministro Profumo con un decreto legislativo del 2012 che, mi preme ricordarlo, ricevette il voto contrario del PD alla Camera. L’attuazione ha confermato purtroppo le nostre previsioni più pessimistiche. Per questo motivo abbiamo presentato emendamenti soppressivi delle regole di riparto

Nella speranza che il Ministro Carrozza ed il Presidente del Consiglio Letta diano parere favorevole agli «emendamenti soppressivi delle attuali regole di riparto» presentati dai deputati del loro stesso partito, vale la pena anche ricordare le parole che la stessa Maria Chiara Carrozza diceva in campagna elettorale:

 È una favola la manipolazione di alcuni termini (come “eccellenza” e “merito”) per nascondere il peggioramento delle prospettive degli studenti, dei ricercatori, dei docenti. E sono favole ingannevoli, purtroppo, i programmi che propongono interventi a costo zero in grado di risolvere per magia tutti i problemi dell’università, poggiandosi sull’argomento ‘non si può gettare acqua in un secchio bucato’

E ancora quanto diceva, sempre in campagna elettorale, Pierluigi Bersani, il segretario del partito in cui è stata candidata l’attuale Ministro:

D’altra parte, la deliberata volontà di tagliare l’istruzione e la ricerca produce decrescita e povertà: come abbiamo visto, può essere mascherata o meno da un alone improprio di “meritocrazia” o dalla supposta volontà di “eccellenza” contro gli sprechi, ma finisce di lasciare soltanto macerie. Questa è la storia dell’ultima legislatura, nella nostra e nella vostra lettura, e della coerenza nella volontà di indebolire il sistema pubblico dell’istruzione e della ricerca

Alle prese di posizione degli ex-responsabili università di PD e DS, fa da contraltare il silenzio di altri. Tra questi l’attuale responsabile università del PD, Marco Meloni, peraltro proveniente da una regione che lascia sul campo quasi il 50% dei punti organico rispetto a quella che sarebbe stata l’assegnazione con i (comunque discutibili) criteri utilizzati da Profumo nel 2012. A quanto ci è dato sapere, l’unica uscita pubblica su questo argomento dell’attuale responsabile università del PD è consistita nel rispondere ad alcune domande rivoltegli dal giornalista Marco Esposito de Il Mattino, fra cui cosa ne pensava della proposta lanciata su queste pagine di reinserimento della clausola di salvaguardia utilizzata da Profumo come emendamento al “decreto istruzione”. La sua risposta è stata «studieremo tutte le possibilità». Tuttavia, né il Governo, né il relatore (On. Manuela Ghizzoni), né l’On. Meloni hanno presentato alcun emendamento.

2. L’incontro tra Ministro e Rettori a Napoli

Sempre durante l’intervento a “Porta a Porta”, il Ministro Carrozza si pone i seguenti interrogativi:

Siamo in grado di evitare che le università siano tutte nel Nord? Che facciamo per il Sud?

dandosi queste risposte:

 Quello che abbiamo applicato nel passato, fino a qualche mese fa, era uguale per tutti. Questo nell’università non si può applicare

Ci vuole una legge speciale? Sì, è la nostra proposta, è quello che faremo

È di pochi giorni fa la notizia che il Ministro Carrozza incontrerà i rettori delle università del Sud il 28 Novembre a Napoli, per discutere con loro di una possibile soluzione alle problematiche sorte a causa del suo decreto e dei criteri che governeranno turn-over e finanziamento negli anni a venire, a cominciare dal 2014 che è alle porte.

In questi ultimi giorni si sono rincorse diverse indiscrezioni circa quelle che sarebbero le proposte, o almeno una parte di esse, che il Ministro Carrozza metterà sul piatto nell’incontro con i rettori. Ne ha parlato, per esempio, sempre il quotidiano Il Mattino, da sempre molto attento nel seguire questa vicenda.

Secondo tali indiscrezioni pare che i possibili punti sul tavolo potrebbero essere i seguenti:

  1. Nessun passo indietro rispetto al DM “Punti Organico 2013”, che quindi resterebbe così com’è.
  2. Relativamente all’anno 2014, per il quale è noto che il turn-over complessivo sarà pari al 50% dei pensionamenti, verrebbe previsto che il turn-over per ciascuna università non possa scendere sotto il 20%. Tale valore minimo del 20% dovrebbe essere utilizzabile da subito.
  3. Introduzione di un meccanismo ancora da definire che tenga conto dello “sforzo fiscale”, ovvero della capacità di reperire risorse dagli studenti in rapporto alle condizioni economiche dello studente e della famiglia.

Mentre il terzo punto è sicuramente degno di apprezzamento, almeno a livello di intenzioni – ne andranno analizzati attentamente i dettagli non appena saranno disponibili -, i primi due destano forti perplessità. Vediamo perché.

3. Pochi, maledetti e subito? Una clausola di salvaguardia fittizia

Partiamo dal secondo punto. Verrebbe introdotta una specie di “stop-loss”, una clausola di salvaguardia minima del 20%, che però risulta incomparabilmente meno stringente ed efficace di quella utilizzata da Profumo nel 2012.

Infatti abbiamo simulato l’applicazione del nuovo “tetto minimo” alla ripartizione 2013 supponendo che il turn-over medio di sistema sia al 50% (come lo sarà in effetti nel 2014 e 2015). In pratica abbiamo utilizzato lo stesso algoritmo utilizzato dal MIUR nel DM “Punti Organico 2013” con i nuovi vincoli

  • turn-over per ateneo ≥ 20%
  • turn-over medio di sistema = 50%

I risultati sono riportati nelle ultime tre colonne della Tabella 1, mentre nella prima colonna abbiamo riportato i risultati che sarebbero stati ottenuti senza la clausola di salvaguardia del turn-over minimo per ateneo al 20%.

La tabella mostra che l’applicazione del tetto minimo del 20% è stata praticamente ininfluente. La ragione è semplice: nel DM “Punti Organico 2013” vi era un turn-over minimo del 7% a fronte di un turn-over medio del 20%. L’algoritmo utilizzato dal MIUR è tale per cui aumentando il turn-over medio (dal 20% al 50%), cresce conseguentemente anche il turn-over minimo, che infatti si attesta di poco sopra il 17% come mostrato dalla prima colonna della tabella. Quindi la clausola di salvaguardia del 20% sarebbe sostanzialmente una clausola fittizia, che troverebbe applicazione per un numero assai esiguo di atenei e per una quantità minima di punti organico.

Ma lo “stop-loss” del 20% ha anche un altro effetto, evidente dall’esame della Tabella 1. Poiché la clausola agirebbe direttamente sui turn-over minimi e solo molto indirettamente su quelli massimi (il contrario di come invece agiva la clausola di salvaguardia applicata da Profumo nella ripartizione 2012), continuerebbero a registrarsi valori altissimi di turn-over.

Al primo posto della nostra simulazione si classifica la Scuola Superiore Sant’Anna, con un turn-over addirittura del 524% (+949% rispetto quello medio) – sarebbe probabilmente il nuovo record italiano di turn-over nel comparto pubblico – con la possibilità dunque non solo di rimpiazzare tutti i docenti andati in pensione l’anno precedente, ma assumerne oltre cinque volte di più.

Destino simile toccherebbe ad altri 9 fortunati atenei, che avrebbero tutti un turn-over superiore al 100%. Il tutto ovviamente prelevando punti organico ad altre università, indicate in Tabella 1 in colore rosso, fra cui – vale la pena di ricordarlo ancora una volta – molti atenei classificati come “virtuosi” dagli stessi criteri utilizzati dal MIUR.

In termini assoluti, gli atenei che sarebbero maggiormente colpiti da questo perverso meccanismo sarebbero Roma “La Sapienza” e Bari (24 punti organico in meno rispetto a un turn-over medio del 50%), Napoli “Federico II” (−43 punti organico) e Catania (−34 punti organico). Il tutto a vantaggio di altri atenei, quali il Politecnico di Milano (50 punti organico in più rispetto ad un turn-over medio del 50%), Milano (+39 punti organico) e Bologna (+37 punti organico).A poco conterebbe il fatto che queste limitate risorse possano essere impegnate già a inizio 2014, anziché attendere la ripartizione del Ministero. I vantaggi sarebbero talmente minimi, e quasi inesistenti per moltissimi atenei.

Insomma, un “pochi, maledetti e subito” che sancirebbe gravi e ingiustificate sperequazioni. Una proposta alternativa minima sarebbe invece il reinserimento di una clausola di salvaguardia “stile Profumo”, cioè

a) tarata sui valori massimi e non minimi di turn-over

b) applicata non al risultato finale, ma ai “punti organico teorici” così come calcolati dal MIUR seguendo le regole del Dlgs 49. E’ questo infatti che spiega l’effetto molto efficace e stringente della clausola di salvaguardia utilizzata da Profumo.

4. È stato rispettato il tetto sulle tasse?

In ogni caso, sembra che il Ministro Carrozza non abbia intenzione di ritirare o modificare il Decreto Ministeriale che ha ripartito i punti organico 2013 e che fatto scoppiare la polemica.

Decisione sorprendente, dato che lo stesso Ministro ritiene inadeguate le regole di riparto 2013. Lo si deduce dall’intenzione di apporre dei correttivi all’indicatore ISEF relativamente al calcolo delle tasse universitarie (la fonte è lo stesso articolo del Mattino citato in precedenza) Per quale motivo tale correttivo deve applicarsi all’anno 2014 e non anche al riparto 2013? Se un criterio è inadeguato o ingiusto, esso lo è sempre.

Ma a proposito delle regole di computo del fattore “tasse studentesche” c’è un ulteriore aspetto che amplia la posta in gioco dell’incontro di Napoli non solo alla ripartizione 2013 ma anche a quella 2012.

È noto infatti che gli atenei non possono aumentare la tassazione studentesca a loro piacimento. Vi è (o meglio, vi era) un tetto massimo, pari al 20% del valore del FFO. Tale tetto massimo ha trovato applicazione per tutto il 2011, anno per il quale il MIUR (Ministro Profumo) ha estrapolato i dati per la ripartizione dei punti organico 2012. Considerato che il Dlgs 49 definisce

Per tasse, soprattasse e contributi universitari si intende il valore delle riscossioni totali, nell’anno di riferimento, per qualsiasi forma di tassa, soprattassa e contributo universitario a carico degli iscritti ai corsi dell’ateneo di qualsiasi livello, ad eccezione delle tasse riscosse per conto di terzi.

c’è ragione di pensare che il MIUR nell’effettuare i calcoli dell’indicatore ISEF abbia conteggiato per ciascuna università l’intera tassazione, non solo quella entro il tetto previsto dalla legge. Dalle tabelle fornite dal Ministero per la ripartizione 2012, emerge solamente il dato aggregato FFO + tasse, ma non il valore dei singoli addendi, sicché è impossibile verificare se la legge sia stata o no rispettata. L’unica cosa nota è che nel 2011, sia a causa dei tagli del FFO che per l’aumento delle tasse soprattutto in alcune regioni, buona parte degli atenei italiani sforava il tetto sulle tasse universitarie, tanto che i ricorsi di alcune associazioni studentesche sono stati accolti da vari TAR.

Forse proprio a causa di tali ricorsi, il Governo Monti nel corso del 2012, rese il tetto tasse/FFO più blando di quello previsto precedentemente. Bastò scomputare dal numeratore le tasse pagate dagli studenti fuori-corso (per i quali però sono stati previsti altri tetti ad hoc) e aggiungere a denominatore gli altri finanziamenti statali (programmazione, ecc). Un tetto più facile da rispettare, insomma, ma pur presente.

Questa volta ci si sarebbe potuti aspettare che il MIUR, nel calcolare il valore dell’ISEF, non tenesse conto della parte della tassazione eccedente il tetto previsto per legge. È andata così?

Ebbene, questa volta nella tabella allegata alla ripartizione dei punti organico nel 2013 vengono indicati separatamente i due addendi “FFO + Programmazione” e “Tasse universitarie (al netto di rimborsi)”. È dunque possibile effettuare qualche controllo. Nella Tabella 2 vengono indicati i 20 atenei italiani col più alto valore del rapporto

Da questi dati non possiamo dedurre automaticamente che tali atenei abbiano sforato il tetto del 20% attualmente in vigore, poiché ci manca il dato sulla tassazione degli studenti fuori-corso. Tuttavia l’analisi di alcune realtà, per esempio la Stranieri di Perugia (con una tassazione al 66%) o l’Università di Bergamo (tassazione al 47%) o l’Università di Urbino (tassazione al 43%) suggeriscono l’opportunità che rettori, studenti e opinione pubblica chiedano al MIUR di fornire in modo trasparente tutti i dati, in modo che si possa escludere il dubbio che non solo il MIUR non faccia rispettare la legge che prevede il tetto alla tassazione studentesca, ma per mezzo del DM “Punti Organico 2013” addirittura premi gli atenei che violano la legge, concedendo loro punti organico prelevati alle università che la legge l’hanno invece rispettata.

Se così fosse, vi sarebbe una ulteriore ragione per una revisione del Decreto Ministeriale 713/2013. Ma se il problema del possibile “premio” assegnato ad eventuali tassazioni “fuori regola” riguarda la ripartizione 2013, a maggior ragione potrebbe riguardare anche l’anno 2012 quando il “tetto” alla tassazione studentesca era assai più stringente ed è noto che molti atenei lo hanno sforato.

È in ogni caso degna di nota la comparazione tra i dati che emergono dalla Tabella 2 e quelli delle università più avvantaggiate dal riparto dei punti-organico dal Decreto Carrozza. Sarà forse una coincidenza, ma sembrerebbe che la “meritocrazia” ministeriale si traduca nel premiare gli atenei con tasse universitarie molto elevate.

5. Ancora sui tetti…

Vale la pena insistere sulla questione dei “tetti”. Il giorno 9 Agosto 2013, il Ministro firma un Decreto Ministeriale (appunto l’ormai ben noto DM “Punti Organico 2013”) nel quale non pone alcun tetto, alcuna clausola di salvaguardia, come invece aveva fatto il suo predecessore nel 2012. Lo stesso Ministro, il giorno prima, l’8 Agosto 2013, firma un altro Decreto Ministeriale, quello di ripartizione del FFO 2013, che all’Articolo 3 prevede:

Al termine delle assegnazioni che saranno attribuite ai sensi del presente articolo, di quanto assegnato alle Università secondo quanto previsto dai precedenti articoli e delle assegnazioni relative al piano straordinario per la chiamata di professori di II fascia, si dispone che:

a) A ciascun ateneo non potrà comunque essere disposta una assegnazione del FFO superiore a quella dell’anno 2012;

b) A ciascun ateneo dovrà comunque essere assicurata una assegnazione del FFO tale da ricondurre l’entità delle eventuali minori assegnazioni rispetto all’anno 2012 non superiore al – 5,0%.

Insomma, non una ma addirittura due clausole di salvaguardia, una minima e una massima, ed anche assai più stringenti del 50% di Profumo. Ciò, a distanza di un solo giorno.

La linea del Ministero è nota: “non potevamo inserire la clausola di salvaguardia perché non ce lo consentiva la legge”. Legge che però avrebbe potuto essere cambiata nel “decreto del fare” o nel “decreto istruzione”, occasioni entrambe sprecate.

Ma a ben guardare, lo stesso problema si porrebbe per il Decreto Ministeriale relativo all’FFO. Infatti la legge (la 1/2009) assegna al Ministro il compito di distribuire le risorse premiali del FFO in base a determinati parametri, ma non prevede esplicitamente l’inserimento di clausole di salvaguardia. Tanto è vero che il legislatore lo ha invece esplicitamente previsto solo recentemente nella conversione in legge del decreto del fare, a partire dall’assegnazione 2014, sottraendo tale prerogativa alla discrezionalità del ministro di turno.

Comportamenti asimmetrici e di difficile comprensione, che tuttavia fanno capire che se si volesse una soluzione sarebbe percorribile.

6. La responsabilità dei Rettori e quella della Politica

L’impossibilità di toccare il Decreto Carrozza relativo alla ripartizione 2013 deriva dalla mancanza di tempo per provvedere alle modifiche?

In realtà, un caso molto simile a questo si verificò a fine 2011, quando il Ministro Profumo ripartì le risorse del “piano straordinario associati”, escludendo dal riparto gli atenei il cui rapporto AF/FFO (il vecchio indicatore, precedente al Dlgs 49/2012) superava il 90%. Anche in quella occasione venne ventilato il ricorso alla via giudiziaria. In quella occasione fu la politica – e per la precisione proprio il PD – ad attivarsi e a trovare una soluzione. Grazie ad un emendamento dell’On. Manuela Ghizzoni, fu introdotto un intervento perequativo: il MIUR avrebbe “compensato” nei riparti 2012 e 2013 del piano straordinario associati quanto non era stato assegnato nel 2011.

Una soluzione del genere è possibile anche oggi. Basterebbe un emendamento del Governo alla “legge stabilità”, che obblighi il MIUR ad un intervento compensativo nel riparto 2014 rispetto a quanto sottratto ad alcuni atenei nel 2013.

Ma a parte questi interventi tecnici, c’è da augurarsi che per le assegnazioni future si lavori al superamento dell’attuale gestione del turn-over, stabilito dalla spending-review del Governo Monti, per la quale i punti organico derivanti dai pensionamenti di un dato ateneo possano essere tolti a questo per essere assegnati ad un altro. Un meccanismo che non vale per nessun’altra amministrazione dello stato (ivi inclusi gli enti di ricerca vigilati dal MIUR) e che potrebbe essere incompatibile con il principio di autonomia universitaria sancito dall’art. 33 della Costituzione. Basti ricordare che per molto meno il Consiglio di Stato ha dato torto al MIUR nel ricorso da esso proposto contro l’Università di Chieti per l’assunzione di 37 professori che il Ministero chiedeva di annullare per violazione sulle restrizioni sulle quote da destinare al turn-over. La motivazione addotta dai giudici è stata proprio la violazione del principio costituzionale di autonomia universitaria.

Se gli attuali e futuri criteri di assegnazione del turn-over non cambieranno, a molti atenei potrebbe porsi uno spiacevole dilemma: l’aumento delle tasse universitarie o il ricorso al TAR. Non è un caso che gli studenti di molte università abbiano chiesto la sospensione delle lezioni per quel fatidico 28 Novembre. Temono che dopo i viaggi della speranza legati alla salute saremo costretti ad assistere a nuovi viaggi della speranza stavolta  legati all’istruzione.

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13 Commenti

  1. Qualcuno mi potrebbe spiegare con parole semplici perché ogni università non può semplicemente spendere i soldi che ha a disposizione fino al raggiungimento della soglia dell’80%? Insomma a che servono i punti organico? Soprattutto quando questi sono decisi a livello nazionale, ma senza una reale corrispondenza con i fondi elargiti dal ministero.

  2. La tabella 1 è davvero inquietante. La clausola di salvaguardia sui massimi non è una banale opzione, anzi è necessaria al fine di evitare una sperequazione che distrugga le Università Statali.
    Siccome aumentare le tasse studentesche, misura che comporterà un minor numero di iscritti, non porta reali miglioramenti sull’indicatore ISEF, l’unica via da percorrere – per sopravvivere – sarà quella di rivolgersi al tribunale amministrativo.

  3. Non sarà anche il caso che le università che raccolgono meno contribuzioni studentesche si muovano tempestivamente per controllare e far controllare le autodichiarazioni sulla condizione economica? A Roma, dice il sole 24 ore, il 63 % delle dichiarazioni controllate sono risultate false: che succede nel resto d’Italia? si fanno i controlli?

    I furbetti dell’università: dichiarazioni Isee false nel 63% dei casi

    29 novembre 2013

    In questo articolo

    Argomenti: Guardia di Finanza | Ivano Maccani | Roma | Università La Sapienza | Agenzia Entrate | Massimiliano Smeriglio | Luigi Frati | Nicola Zingaretti | Tor Vergata
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    Tasse universitarie e diritto allo studio sotto la lente nel Lazio, dove il 63% dei controlli sulle autocertificazioni, rese dagli studenti dei tre atenei di Roma – La Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre – per avere accesso ad agevolazioni economiche, ha messo in evidenza irregolarità. Si tratta di 340 dichiarazioni Isee false su 546, scoperte dalla Guardia di finanza. I «furbetti» ottenevano illegittimamente borse di studio, affitti calmierati, contributi integrativi o sconti sul trasporto pubblico.

    Oltre a godere indebitamente dei vantaggi, i furbetti ledono il diritto allo studio di studenti davvero bisognosi, chepossono rimanere esclusi dalle agevolazioni, dal momento che i budget non sono infiniti.

    Tra i casi più eclatanti scoperti dalle Fiamme gialle e presentati in occasione della firma di un protocollo tra Guardia di finanza, atenei ed Ente regionale per il diritto allo studio (Adisu), c’era la ragazza con il padre proprietario di una Ferrari e di case di lusso, ma che dichiarava un reddito di 19 mila euro l’anno per risparmiare sulle tasse universitarie. Oppure un’altra studentessa, iscritta all’università di Roma Tre, che aveva “dimenticato” di avere un reddito annuo di oltre 70 mila euro. Per non parlare di una ragazza di Tor Vergata, che ha dichiarato solo 14.313 euro l’anno ma aveva una disponibilità personale di oltre 600 mila euro.

    «Un patto anti-furbetti – ha definito il protocollo il generale Ivano Maccani, comandante provinciale della Guardia di Finanza di Roma». «L’83,7% dei 196mila studenti iscritti nelle tre università pubbliche romane ha presentato la dichiarazione Isee – ha detto Maccani – e di questi il 16% è stato inserito nelle prime tre fasce, quelle di minor reddito, della Sapienza; a Tor Vergata e a Roma Tre la percentuale è del 27 per cento. Per gli stranieri, che sono 7mila la percentuale di chi ha presentato l’Isee sale al 90%, di cui il 15% ha dichiarato meno di mille euro l’anno. Nel 2012, su 848 controlli sul corpo degli studenti, 521 sono risultati irregolari. Nel 2013 su 546 controlli, gli irregolari sono stati 340».
    «Gli studenti evasori sono ladri di diritti», ha dichiarato il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. Il vicepresidente della Regione Massimiliano Smeriglio ha assicurato che ai “furbetti” saranno revocati i benefit. Il rettore della Sapienza Luigi Frati ha invece sottolineato che nel suo ateneo «gli evasori sono meno dell’uno per mille».

    Ora gli studenti “furbetti”dovranno restituire tutto. C’è chi aveva beneficiato di un’esenzione dalla retta di 1.700 euro, e chi addirittura correva per una borsa di studio da 26mila euro. Altri soldi torneranno agli atenei con l’incasso delle sanzioni: si parla anche di cifre attorno ai 5mila mila euro.

    Annunciata anche un’iniziativa a favore degli studenti costretti ad affittare casa in nero. Presto arriveranno nelle università i “camper della legalità”, in cui si potranno denunciare alla Finanza situazioni del genere e con l’aiuto di funzionari dell’Agenzia delle entrate stipulare sul momento contratti regolari. Questi ultimi possono essere del 60 per cento meno costosi rispetto a quelli irregolari, ha detto il generale Maccani. Tutto secondo la legge.

    • Il controllo delle dichiarazioni ISEE è sacrosanto (e anzi andrebbe introdotto un qualche serio sistema punitivo se la discrepanza è particolarmente scandalosa, vedi gente che ha borsa dal DSU e Ferrari), ma °SE° si rispettasse il tetto del 20% esso permetterebbe in teoria una redistribuzione della tassazione più che un aumento delle entrate…

  4. In tutta questa discussione, cosi’ come nell’articolo che l’ha originata, manca a mio parere un elemento che dovrebbe invece essere preso in seria considerazione, ovvero l’ammontare di FFO per studente che riceve ogni singola università. Prendo come esempio una realtà che conosco da vicino. Nella Tab. 2 L’Università di Bergamo compare con una percentuale di tasse universitarie più alta delle tre Università statali milanesi, eppure le tasse per studente a Bergamo sono più basse che nelle tre università milanesi. Come si spiega? Semplice: l’FFO per studente che riceve l’Università di Bergamo è significativamente più basso di quello che ricevono a Milano. Lascio al lettore dedurne le implicazioni.

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