Ho scritto diverse volte riguardo alla “pseudoscienza”. Forse, questo argomento mi interessa proprio perché ne sono stato io una vittima. Da studente di chimica ero affascinato dalla cosiddetta “fusione fredda”. Essendo stato sempre sensibile ai temi della salvaguardia dell’ambiente, lo sviluppo di una fonte di energia pulita, sicura e potenzialmente infinita mi appariva come una delle più importanti scoperte per l’umanità

A casa ho ancora il libro di matematica autografato in occasione di una conferenza del 1992 di Martin Fleischmann. Parlare di termodinamica e chimica del palladio era ben diverso dai discorsi del santone che ha inventato una nuova cura miracolosa. Quella sembrava scienza per davvero! Gli scopritori del presunto fenomeno, Fleischmann e il suo collega Pons, erano due rispettabili professori universitari che avevano pubblicato su una parimenti rispettabile rivista scientifica (Journal of Electroanalytical Chemistry). Già allora sarebbe dovuto però scattare un campanello d’allarme, in quanto l’iniziativa del seminario non era partita dai docenti dal mio dipartimento (giustamente scettici) ma piuttosto da un’associazione di studenti. Tuttavia, io non ascoltavo nessuno. Questa scoperta mi sembrava la “vittoria” della “piccola” chimica sulla “grande” fisica, perché con strumenti semplici ed economici rispetto ai costosissimi acceleratori era possibile ottenere la fusione nucleare e energia potenzialmente infinita a partire dall’acqua. Il mio amico, Paolo, studente di Lettere fuori corso, era un po’ perplesso. Riteneva che la scoperta degli anni ’90 che avrebbe avuto il maggiore impatto sulla nostra vita non sarebbe stata questa “fusione fredda” ma piuttosto l’avvento della rete internet. Mi ci sono voluti diversi anni per dare pienamente ragione a Paolo. Oggi tutti utilizziamo la rete internet e gli esperimenti di Fleischmann e Pons rimangono non riproducibili, nonostante l’investimento di enormi risorse. L’annuncio riguardo alla “scoperta” della “fusione fredda” fu nel marzo 1989. Alla fine del 1990 Fleischmann e Pons si trasferirono in Europa dopo che diversi articoli sulle principali riviste scientifiche come ad esempio Science e Physical Review Letters avevano espresso forti dubbi sui loro risultati. I fautori della fusione fredda si sono racchiusi in una comunità autoreferenziale, che trova sostegno essenzialmente tra chi si è allontanato dalla scienza o tra i vari siti complottisti. Ovviamente, nessuno ha ancora prodotto una quantità significativa di energia tramite la cosiddetta “fusione fredda”.

Questo episodio mi ha aiutato a capire quanto sia difficile comprendere fenomeni complessi e quanto le persone siano facilmente affascinate più dalle promesse che dai fatti. Anche se sono infinitamente grato a tutti i docenti che hanno contribuito alla mia formazione, nessuno però mi ha insegnato direttamente a distinguere quello che è scienza da quello che non lo è. Ci sono degli elementi comuni a tutte le pseudoscienze: la promessa affascinante, la risoluzione di un problema complesso in modo semplicistico, il rifiuto di verifiche indipendenti e le accuse di complottismo di fronte al comprensibile scetticismo, lo sfruttamento di persone prive di conoscenze specifiche come “divulgatori”, la selezione dei risultati che possano avvalorare la propria tesi rifiutando tutte le altre, il sensazionalismo, ma soprattutto i soldi. Chi propaganda la pseudoscienza cerca un guadagno illecito in una qualsiasi forma: dal prestigio personale alla vendita di apparati o pseudofarmaci miracolosi. Basta seguire i soldi e si arriva alla pseudoscienza, che non è mai gratis e sempre inutile.

Gli scienziati possono essere eccellenti nel loro campo, ma non altrettanto quando tentano di spiegare con parole semplici al grande pubblico. In realtà, i meccanismi con cui un’informazione scorretta si propaga sono rimasti quasi immutati nel tempo: basti ricordare che il complottismo del 1600 per il quale la peste Manzoniana fosse sparsa da cosiddetti “untori” non è poi così diverso da quello delle “scie kimike”.

Quanto correttamente è rappresentata la scienza nei mezzi d’informazione? Purtroppo i tempi richiesti dall’approfondimento spesso non sono compatibili con quelli della redazione di un quotidiano. La notizia è “calda” adesso, non tra due mesi. Inevitabilmente i giornalisti si devono fidare di qualcuno. In questo modo non solo si riportano le notizie in modo incorretto, ma addirittura si rischia di non riuscire a distinguere tra ciò che è scienza e quello che invece pretende di esserlo, ma non lo è.

Per discutere di questi temi, ho contribuito ad organizzare nel mio dipartimento un dibattito con Stefano Feltri, il vicedirettore de “Il Fatto Quotidiano”, Andrea Bellelli, docente presso Sapienza Università di Roma e blogger sulla versione online della testata come Francesco Sylos Labini, Centro Fermi e redazione ROARS, e Marco Merafina, CNRU, Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari e docente presso Sapienza, nell’ambito dell’iniziativa “invita il fatto quotidiano nella tua università”. Si parlerà di come le pseudoscienze tipo l’omeopatia, l’inefficace chemio-”terapia Di Bella”, la fusione fredda, il caso Stamina o le teorie complottistiche su Xylella, abbiano mai potuto ricevere credito dalla stampa e del difficile rapporto tra la scienza e i mezzi di comunicazione. Inoltre, nell’incontro si discuterà della visione della ricerca pubblica, anche alla luce delle discutibili valutazioni alle quali è sottoposta l’università italiana e che si concretizzano solamente in tagli lineari. Il contributo di ciascuno sarà il benvenuto.

http://ext.ilfattoquotidiano.it/2016/kit-universita/2016-02-26/index.html

(Pseudo)Scienza & (Pseudo)Informazione

26 Febbraio 2016, ore 11:00. Aula A, primo piano, edificio Cannizzaro, Dipartimento di Chimica, Sapienza Università di Roma, P.Le Aldo Moro 5, Roma

Articolo già apparso su Il Fatto Quotidiano.

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3 Commenti

  1. In realtà, oltre a quelli conclamati, esistono altri (innumerevoli) casi di pseudoscienze, molto più sottili e difficili da riconoscere. Interi campi dello scibile direi sono pseudoscientifici. Ad esempio la parola scienza nella denominazione di molti corsi universitari è usata a sproposito, quando invece che di scienze si tratta di tecniche o di filosofie. Bisogna mettersi ben d’accordo prima sul significato delle parole. La scienza è un fatto sociale. Che segue le dinamiche delle interazioni sociali e del proprio tempo. Il discorso è molto fine.

    • Concordo. A volte è difficile distinguere tra scienza, errori della scienza e pseudoscienza. Direi che tuttavia ci sono degli elementi ricorrenti che permettono di orientarsi in modo abbastanza ricorrenti che dovrebbero far rizzare subito le antenne, come l’inutilità della pseudoscienza e l’ostinazione a non ammettere i propri errori. Ad esempio, la “scoperta” dei neutrini più veloci della luce (quelli che sarebbero passati nel tunnel di gelminiana memoria) non può essere considerata pseudoscienza, in quanto gli scienziati hanno ammesso l’errore e non difendono più le loro teorie.

      Invece, le classifiche di università, che pretendono di ridurre a un singolo numero delle realtà complesse e molto diverse, possono essere definite pseudoscienza, e dispiace vedere che molti colleghi ci credano in modo acritico. Le classifiche di università sono inutili. Servono esclusivamente ai giornalisti a scrivere articoli sensazionalistici e a chi le produce per vendere i propri numeri. Inoltre, non ne esistono di giuste o sbagliate perché non ce ne è nessuna costruita con una metodologia validata scientificamente.

  2. Leggendo anche gli altri articoli contenuti nei link del post, e ricordando qualche esperienza personale in UK, e quella di alcuni colleghi che hanno la doppia affiliazione (IT and UK), continuo a chiedermi, e sarebbe interessante capire, per quale motivo la maggior parte degli ERC decidono di impiantare i loro laboratori in UK.
    Penso che una discussione su questo punto potrebbe aiutare tutti noi a individuare quale sia la corretta direzione da prendere. In altri termini, i “pro” di trasferirsi in UK devono essere molti di piu’ di quelli di rimanere in Italia. E non penso sia solo una questione di soldi.

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