ROARS aveva seguito fin dal suo esordio la vicenda, portata all’attenzione dell’opinione pubblica da un servizio delle IENE, su cui, dopo aver suscitato una interrogazione parlamentare, oggi sul piano amministrativo il Consiglio di Stato mette l’ultima parola. Pubblichiamo il testo della sentenza e la lettera che il ricorrente vittorioso ha inviato al vice Ministro Fioramonti per chiedere al Ministero di prendere posizione in merito all’operato dell’ateneo romano che il massimo consesso della giustizia amministrativa ha censurato.

A prescindere dalla vicenda individuale, la sentenza ha fissato alcuni punti fermi in merito alla procedura di reclutamento prevista dall’art. 24, comma 6, della l. n. 240 del 2010, che meritano di essere segnalati per il loro interesse generale.

«Poiché ogni limitazione del precetto costituzionale del pubblico concorso, alterando le condizioni di parità di trattamento degli aspiranti, deve considerarsi del tutto eccezionale, deve preferirsi l’interpretazione secondo cui tutti i candidati “interni” alla stessa Università, in possesso dei medesimi requisiti, devono essere posti in grado di partecipare alla procedura di reclutamento in condizioni di parità. Non sarebbe invece conforme a Costituzione una norma che consentisse ad una pubblica amministrazione di potere operare progressioni interne “ad personam”»

«Per quanto la disciplina statale (così come quella dettata dalla specifica fonte regolamentare) non contenga disposizioni riferite alla peculiare situazione di una Università in cui siano in servizio più candidati in possesso dei medesimi requisiti di accesso alla procedura di chiamata diretta, è possibile ovviare a tale lacuna “assiologica” attraverso il ricorso ai principi generali dell’ordinamento giuridico in tema di trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, il cui consolidato radicamento nel tessuto dell’ordinamento giuridico costituisce uno dei principali meriti storici della scienza di diritto amministrativo»

«Che la platea degli aventi diritto alla partecipazione deve essere rappresentata da tutti i ricercatori di ruolo, in possesso della prescritta abilitazione scientifica nazionale, è confermato dal dato letterale di cui all’art. 24, comma 6 […] Sarebbe del resto inspiegabile il motivo per cui l’Ateneo dovrebbe precludersi la possibilità di poter selezionare, tra le proprie risorse, quella ritenuta migliore da promuovere in relazione ad un certo insegnamento disciplinare. Il fondamento di tale restrizione – individuato dalla difesa erariale nella circostanza che il dipartimento, proprio perché deve reclutare un professore che dovrà svolgere mansioni afferenti al dipartimento medesimo, deve potere effettuare la chiamata tra i ricercatori che operano al suo interno – è giuridicamente inconferente: l’immissione in ruolo del professore associato o ordinario comporta il sorgere di un rapporto di rapporto di lavoro con l’Università, e tali soggetti conservano sempre la possibilità di cambiare dipartimento».

CDS sez. VI 19.12.2018

Lettera al Vice Ministro Lorenzo Fioramonti_signed

Send to Kindle

7 Commenti

  1. Il problema del reclutamento (tendenzialmente) attuato secondo il principio dell’intuitu personae si esplicita manifestamente in questo caso unicamente perché erano presenti più Abilitati all’interno della stessa Università, ma la sua portata e incidenza va molto al di là di questo caso particolare.
    Nonostante sia non conforme a Costituzione, è ben consentito a una pubblica amministrazione di potere operare progressioni interne “ad personam”. Diciamocelo chiaramente: ciò accade ogniqualvolta si “sceglie” il SSD (invece che altri) sul quale bandire ai sensi dell’art. 24, comma 6, e nel quale vi sia UN solo candidato “interno” alla Università, in possesso dei requisiti di Abilitazione.
    Normalmente la scelta del SSD (invece che altri) equivale alla scelta del candidato a cui l’amministrazione offre la progressione interna “ad personam”.
    La valutazione “libera” e non trasparente trova spazio anche grazie al documentato sovrastante numero degli Abilitati rispetto ai posti disponibili. Il risultato è che una parte degli Abilitati godrà di un “upgrading-sul-campo” in virtù dell’art. 24, comma 6, mentre i rimanenti la vedranno scadere – o vedranno scadere i termini della sua applicabilità (trovando possibilmente aperta la strada, se ri-Abilitato in successiva ASN, solo a concorsi ai sensi dell’Art.18). I criteri di scelta dei primi (gli eletti) rispetto ai secondi non sono mai stati normati, a nessun livello.
    Riguardo la (non) pubblicità di un tale genere di bandi faccio altresì notare che essi sono stranamente “silenziati” anche sul sito istituzionale http://bandi.miur.it/index.php, dove nonostante si riporti la dicitura “Secondo quanto indicato dall’art. 8, c. 2, del DM 8 febbraio 2013, n. 94, dalla Legge 30 dicembre 2010, n. 240 Art. 18, Art.22, Art.24 e Art.24bis il sito fornisce tutte le informazioni relative ai bandi per dottorati, tecnologi, per assegni di ricerca, per ricercatori a tempo determinato e per le chiamate dei professori comunicati dalle Università, le istituzioni e gli enti pubblici di ricerca e sperimentazione”, non c’è traccia dei bandi ai sensi dell’Art.24. Non si capisce perché.

  2. Alcune carriere vengono preparate, altre poste in stand-by ed ‘accompagnate’ verso il pensionamento. Chi non si piega ai mezzi e mezzucci viene ‘parcheggiato’, come si dice nel gergo accademichese.
    Nessuno ha il coraggio di schierarsi con la persona, anzi.
    Finché non si avrà la moralità che porta se non a denunciare, per lo meno a non isolare, e contribuire all’isolamento delle persone sgradite, non cambierà nulla. Il sistema di autoperpetua. Grazie alla Gelmini abbiamo un sistema di controllo ferreo che mortifica la dignità dei professori universitari.

  3. I posti disponibili sono pochi, semplicemente per risparmiare. Da qui si sono generati tutti quei procedimenti complicati che ipocritamente si richiamano al rispetto e all’esaltazione della meritocrazia, come se l’avessero inventata come grande innovazione. Quello che è oltremodo perverso è che per risparmiare si spende e si spreca enormemente. Costi collettivi e personali quasi incalcolabili. Per poi far funzionare la didattica spesso in condizioni di illegalità quando per esempio gli esami non si svolgono davanti ad una commissione. La risposta a questo problema è che non si può fare diversamente, perché il personale è insufficiente e sovraccarico di compiti didattici, per di più mal organizzati. Per non parlare della burocratizzazione, che non merita nemmeno un epiteto per quanto è insulsa.

  4. Lasciate che un vecchio collega in pensione dica la sua. Quando il vento del progresso (??) ha portato i concorsi locali, in pochi abbiamo avuto il coraggio di affermare che si trattava di una strada che portava ai disastri. Quando poi è arrivata la legge Gelmini – un mostro ideato per “punire” i “baroni” – ci siamo resi conto che il disastro si sarebbe avverato. Le proteste sono state inutili: si è cercato di mettere guinzaglio e museruola all’autonomia imbrigliandola nella burocrazia. Andrebbe riconosciuto il fallimento degli ultimi trenta anni di leggi e leggine; la verità che esistono due modelli di università che possono funzionare. Uno è l’università che dipende dal Ministero – così come era fino agli anni ’80 – oppure l’università autonoma, che decide cioè su assunzione di personale, bilancio e quant’altro, ma deve avere un Consiglio di Amministrazione, indipendente dai docenti, che curi gli interessi dell’istituzione, e che sia capace di un confronto con gli organi accademici. Le tanto celebrate università USA funzionano così: gli amministratori rappresentano la proprietà o lo Stato (come ad esempio nelle Università di California)

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.