Il 25 settembre il Ministro Mariachiara Carrozza ha annunciato la firma del D.M. “programmazione” relativo al triennio 2013-2015. Il testo pubblicato è – nell’impianto – sostanzialmente identico alla bozza del dicembre 2012, redatta durante il ministero Profumo, ma con una sorpresa nella coda. Il testo contiene molte misure significative. Ne esporremo prima i contenuti, per procedere quindi ad un commento analitico.

1. Inconfondibili tracce di Profumo

Prima ancora di iniziare, c’è una circostanza degna di essere menzionata. Nell’imminenza della pubblicazione del Decreto, il quotidiano Italia Oggi ha pubblicato sul suo sito una bozzaLa data di ultima modifica della bozza risale al 7 dicembre 2012, quando era ancora in carica il precedente ministro Francesco Profumo. Per accertarsene, basta esaminare gli attributi del file pdf:

Dagli attributi della versione pdf della bozza del decreto programmazione pubblicata da Italia Oggi, si vede che il documento risale al 7 dicembre 2012, quando era ancora in carica Francesco Profumo, ministro dell’esecutivo tecnico di Mario Monti

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Si tratta della stessa bozza, il cui estensore risulta essere il DG Livon,  che era circolata in aprile, che ROARS aveva già pubblicato e commentato sommariamente.

Interrogata con un tweet, la ministra Carrozza aveva detto di attendere. Abbiamo atteso. E la versione finale è molto simile alla versione definitiva, seppur con alcune significative varianti che discuteremo nel seguito.

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Pertanto, il ministro Carrozza ha firmato un decreto, la cui paternità, a parte alcune modifiche (non necessariamente migliorative), è attribuibile al ministro del precedente governo tecnico. D’altronde, l’esame del testo rivelerà che i presupposti ispiratori riflettono la visione dei due precedenti ministri (Profumo e Gelmini) su diversi punti chiave.

2. I contenuti del decreto

2.1. Regole e arbitri (Art. 4.1-4)

Obiettivo del decreto è spingere gli atenei all’adozione di determinate politiche attraverso un sistema di incentivi e disincentivi (da ora in poi premiopunizioni). Gli atenei dovranno notificare entro 45 giorni al MIUR quali obiettivi intendono realizzare e come, potendo eventualmente richiedere anche finanziamenti ad hoc.

Nell’ambito delle risorse messe a disposizione per la programmazione triennale le Università possono concorrere per l’assegnazione delle stesse, adottando e inviando al Ministero entro 45 giorni dalla data di pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta Ufficiale, secondo modalità telematiche definite con Decreto Direttoriale, il proprio programma triennale coerente con le linee generali di indirizzo e gli obiettivi di cui all’art. 2.

2. Nell’ambito del rispettivo programma ogni Università, ovvero, gruppo di Università nel caso di Progetti comuni, è tenuta a:

a) Indicare l’azione o l’insieme di azioni per cui intende partecipare relativamente al triennio di programmazione, riportando:

> Io stato dell’arte, gli interventi pianificati nel triennio (incluso il cronoprogramma) e l’obiettivo che si intende perseguire per ciascuna azione proposta;

> l’ammontare di risorse finanziarie richiesto (indicando l’ammontare minimo al di sotto del quale non si ritiene realizzabile l’intervento previsto) tenendo conto che l’ammontare massimo di risorse attribuibili a ciascuna Università non pub superare il 2,5% di quanto attribuito a ciascuna a valere sul Fondo di finanziamento ordinario dell’anno 2012 ovvero, per le Università non statali legalmente riconosciute, il 2,5% del contributo dell’anno 2012 di cui alla legge 29 luglio 1991, n. 243.

Come saranno valutati i progetti presentati? Dal Ministero, “eventualmente avvalendosi di una Commissione di esperti nominata con Decreto del Ministro”. I criteri saranno i seguenti:

a) Coerenza rispetto agli obiettivi della programmazione.

b) Chiarezza degli obiettivi e coerenza delle azioni pianificate con gli stessi.

c) Grado di fattibilità del programma, adeguatezza economica, eventuale cofinanziamento diretto aggiuntivo a carico dell’ateneo o di altri soggetti terzi, senza considerare in tale importo la valorizzazione di costi figurativi (es. ore uomo, costi di personale già in servizio, ecc …).

d) Grado e attitudine del programma a determinare un effettivo miglioramento e ad apportare un reale valore aggiunto rispetto allo stato dell’arte.

e) Grado di adeguatezza del programma con i risultati ottenuti nella VQR 2004 — 2010.

Notiamo da subito, ma ci ritorneremo più avanti che il punto e) è stato introdotto dal Ministro Carrozza.

In ogni caso, la programmazione degli atenei è oggetto di monitoraggio e valutazione annuale, secondo parametri adottati dal Ministero, avvalendosi di ANVUR e sentita la CRUI. Il CUN è estromesso da questo importante snodo decisionale, per quanto esso sia destinato ad avere un impatto rilevante sul sistema.

Vediamo ora quali obiettivi il DM si propone di raggiungere rispetto alla “promozione della qualità” e al “dimensionamento sostenibile degli atenei.”

2.2. Promozione della qualità (Art. 2.2)

2.2.I. Azioni di miglioramento dei servizi per gli studenti (Art. 2.2.I)

Partiamo dal primo punto: si richiedono miglioramenti per i servizi agli studenti (orientamento, job placement, dematerializzazione amministrativa, fornitura di didattica a distanza nonché verifica dell’adeguatezza degli standard formativi delle telematiche).

2.2.II. Promozione dell’integrazione territoriale (Art. 2.2.II)

Si passa quindi alla promozione dell’integrazione territoriale e dell’internazionalizzazione, con la previsione di accordi fra università ed enti di ricerca, reclutamento di docenti stranieri, attrazione di studenti stranieri, potenziamento dell’offerta formativa in lingua straniera e della mobilità internazionale degli studenti per studio e tirocinio.

2.2.III. Incentivazione della qualità delle procedure di reclutamento (Art. 2.2.III)

Il terzo punto riguarda il reclutamento in sede locale ex art. 18 e 24 della l. 240/2010. A questo proposito, anche con l’intento di portare il numero di docenti reclutati  esterni all’ateneo oltre la soglia minima di legge del 20% si prevede che il reclutamento locale per RTD, sia di tipo a che b, PA e PO avvenga con commissioni maggioritariamente sorteggiate con commissari esterni all’ateneo estratti da liste analoghe a quelle predisposte per l’ASN. Nel caso dei PO è previsto anche un commissario OCSE.

2.3. Dimensionamento sostenibile del sistema universitario (Art. 2.3)

Per questo obiettivo, si prevedono le seguenti linee di intervento:

I. Realizzazione di fusioni tra due o più università.

II. Realizzazione di modelli federativi di università su base regionale o macro regionale, con le seguenti caratteristiche, ferme restando l’autonomia scientifica e gestionale dei federati nel quadro delle risorse attribuite

III. riassetto dell’offerta formativa:

a) accorpamento o eliminazione di corsi di laurea e di laurea magistrale su base regionale, macro regionale o nazionale in funzione della domanda, della sostenibilità e degli sbocchi occupazionali;

b) riduzione del numero di corsi di laurea e di laurea magistrale attivati presso sedi universitarie decentrate non sorretti da adeguati standard di sostenibilità finanziaria, numerosità di studenti, requisiti di docenza, delle infrastrutture e di qualità della didattica e della ricerca;

c) trasformazione o soppressione di corsi di laurea con contestuale attivazione di corsi ITS (Istruzione tecnica superiore)

2.4. Nuove università: divieti e possibilità (Art. 3)

Da ultimo, l’art.3 prevede il divieto di istituire nuove università statali o telematiche e una procedura piuttosto restrittiva per l’istituzione di nuove università non statali legalmente riconosciute. Nel caso vengano presentate, le nuove proposte saranno vagliate dal Ministero e dall’ANVUR sulla base dei seguenti parametri:

– documentata attività pluriennale di ricerca dei soggetti promotori;

– offerta formativa relativa a corsi di laurea e corsi di laurea magistrale, dei quali almeno uno integralmente in lingua straniera, con esclusione di corsi appartenenti alle classi di studio, nelle quali non si ravvisa l’opportunità dell’aumento dell’offerta formativa a livello nazionale relative alle discipline giuridiche, delle scienze politiche, delle scienze della comunicazione, delle disciplina della musica, dello spettacolo e della moda, delle scienze agrarie, della medicina veterinaria; nel caso di corsi di medicina e chirurgia, l’istituzione è altresì subordinata al parere della Regione in cui si colloca l’ateneo, che si esprime avendo valutato le specifiche condizioni dell’offerta formativa nel settore in ambito regionale e la sua interazione con l’assistenza sanitaria;

– piena sostenibilità finanziaria, logistica, scientifica, del progetto formativo a prescindere da eventuali contributi statali, prevedendo la verifica annuale dell’attività dell’Università e al termine del primo quinquennio la verifica della completa realizzazione del progetto formativo medesimo il cui esito non positivo comporta la disattivazione e la soppressione dell’Università non statale legalmente riconosciuta.

2.5. Premi e punizioni (Art. 5.5-6 e Art. 6)

Al fine di incentivare l’adozione da parte delle università di tali politiche, si dispongono premiopunizioni di natura finanziaria. Per quanto riguarda i fondi ad hoc per la programmazione (n.b. si tratta di una quota di FFO, non di fondi aggiuntivi), in caso di valutazione positiva si determineranno i seguenti effetti:

a) Per l’anno 2013 l’assegnazione integrale della quota destinata a ciascun ateneo.

b) Per gli anni 2014 e 2015:

> l’assegnazione di un importo pari al 50% della rispettiva quota di competenza;

> l’assegnazione integrale o parziale del restante 50% a seguito di monitoraggio e verifica annuale dei risultati della programmazione in relazione ai parametri definiti secondo quanto previsto al precedente comma 4.

Al 30 giugno 2016 si svolgerà quindi un’ulteriore analisi dei progetti, che determinerà il consolidamento dei fondi ad hoc nell’FFO in caso di successo, o la loro ripetizione da parte degli atenei in caso di insuccesso:

II Ministero entro il 30 giugno 2016 verifica quanto realizzato da ogni Università o gruppo di Università relativamente a ciascun programma e, conseguentemente, procede a:

a) consolidare a decorrere dall’anno 2016 e a valere sul FFO 0 sul contributo di cui alla Iegge 29 Iuglio 1991, n. 243 gli importi relativi ai programmi che hanno ottenuto nel triennio un finanziamento complessivo pari almeno al 90% rispetto a quanto attribuito all’atto della valutazione di cui al comma 3;

b) recuperare integralmente e in quote costanti annuali a valere sul FFO o sul contributo di cui alla Iegge 29 luglio 1991, n. 243 nel corso del triennio 2016 — 2018 le somme precedentemente assegnate per i programmi che hanno ottenuto nel triennio un finanziamento complessivo inferiore al 60% rispetto a quanto attribuito all’atto della valutazione di cui al comma 3.

Ma, più in generale, il DM riformula la composizione dell’FFO, secondo la seguente tabella:

3. Analisi del decreto

Passiamo ora ad alcune considerazioni specifiche.

3.1. Reclutamento

L’abilitazione è stata pensata dagli estensori della 240 come un primo filtro degli aspiranti docenti, superato il quale gli atenei avrebbero reclutato sulla base di regolamenti locali. Le politiche di reclutamento sarebbero poi state valutate ex post da ANVUR. Per evitare fenomeni di eccessivo localismo si fissava una soglia minima di reclutamento di soggetti esterni pari al 20%.

Già tempo fa avevamo segnalato aspetti critici dei meccanismi di reclutamento locale previsti dalla 240 e rilevato come fosse essenziale aumentare la mobilità dei docenti fra atenei ponendo dei freni al localismo. Da questo punto di vista, l’intenzione dell’estensore del decreto è encomiabile. Non è però detto che le soluzioni proposte siano all’altezza delle intenzioni, essenzialmente per le seguenti ragioni.

1. Per raddrizzare un sistema pericolante (basti pensare alle tragicomiche vicende dell’ASN e delle proroghe infinite), occorre procedere per via legislativa con interventi mirati e coerenti: è arduo intervenire sui meccanismi di reclutamento per decreto attraverso la leva premio-punitiva. Agli atenei, reduci da anni di tagli e caos normativo, spetterà il difficile compito di valutare se il gioco vale la candela, perché, come discusso di seguito, il modello proposto non è privo di ombre.

2. È sotto gli occhi di tutti la poco felice esperienza dei sorteggi ASN, seguiti da dimissioni a cascata (74 dimissioni che hanno interessato 53 commissioni su 184), specialmente fra i commissari stranieri (le cui dimissioni hanno una probabilità circa due volte più alta di quelle degli italiani).  Gli aspiranti commissari ASN, una volta che venissero chiamati a far parte delle commissioni locali saranno meno inclini alle dimissioni? C’è da tener presente che nell’ASN si valutano solo i titoli ed è pertanto possibile espletare gran parte del lavoro per via telematica, mentre i concorsi locali potrebbero richiedere la presenza fisica dei commissari. Non è da escludere che vi siano settori che si troveranno a corto di commissari, fra quelli impegnati nell’ASN e quelli sorteggiati nei concorsi locali per RTD, PA e PO. Circostanza che avrà l’effetto di complicare e rallentare le procedure di reclutamento. Se è vero che l’Università degli Studi di Milano ha da tempo adottato regolamenti (qui e qui) conformi a quanto suggerito dal Decreto programmazione, non disponiamo di dati statisticamente significativi sul loro funzionamento. Infatti, fino ad’ora c’è una sola procedura comparativa che ha utilizzato le liste dei commissari ASN, perché, nelle more della definizione delle liste ASN, i commissari dei precedenti bandi milanesi erano stati estratti da liste “predisposte facendo ricorso alle competenze interne all’Ateneo e validate dal Senato Accademico“.

3. Porre a modello delle procedure di reclutamento locali una replica in piccolo della procedura di abilitazione nazionale non dà garanzie sulla tenuta amministrativa. Fino ad ora le procedure di abilitazione nazionale hanno schivato i ricorsi perché, in assenza di candidati bocciati, il TAR ha ritenuto che mancasse l’interesse a ricorrere. Rimane un’incognita circa cosa accadrà dopo la pubblicazione degli esiti. Il pericolo più insidioso è costituito dai ricorsi per commissioni illegittimamente costituite a causa del mancato superamento dei requisiti bibliometrici da parte di qualche commissario. La facilità con cui era possibile gonfiare i propri indicatori fornendo l’ISBN di opere non ancora pubblicate è stata resa nota persino sulle pagine dei quotidiani nazionali. Altri commissari potrebbero essersi dopati il CV con il “salami slicing” presentando i capitoli di un proprio libro come opere autonome. Neppure i cosiddetti “settori bibliometrici” sono al sicuro. Le peripezie dei candidati i cui indicatori venivano calcolati erroneamente a causa dei “mancati agganci” bibliometrici gettano un’ombra sull’affidabilità dei conteggi bibliometrici dell’ANVUR. Non più tardi di ieri, il MIUR ha ammesso che dieci mesi non sono bastati a consolidare il calcolo degli indicatori dei candidati. Cosa accadrebbe se un candidato bocciato dimostrasse che uno dei commissari non superava le mediane prescritte perché gli erano state attribuite le pubblicazioni di un omonimo? Aver utilizzato dei criteri farraginosi, non facilmente verificabili e soggetti a variazioni temporali (le citazioni registrate nei database commerciali sono soggette a continui aggiornamenti e correzioni) rende possibile il verificarsi di un “effetto domino”: il dolo o l’errore nei conteggi di un commissario può propagarsi fino ad invalidare le abilitazioni di un intero settore concorsuale. Un ateneo dovrebbe evitare a tutti i costi di diventare l’ultima tessera di questa reazione a catena e vedere i propri concorsi annullati a causa di qualche errore o svista dell’ANVUR.

4. Estendere le procedure ASN ai concorsi locali significa ereditare e consolidare l’effetto “preda-predatore”. In uno stesso settore concorsuale possono convivere scuole scientifiche o temi di ricerca più o meno favoriti dagli indicatori bibliometrici. Le ricerche svolte in alcuni ambiti possono essere molto più ricche di citazioni di altre. Di conseguenza, chi lavora su temi “a bassa intensità bibliometrica” potrebbe avere più difficoltà ad entrare nelle liste dei commissari eleggibili – se è un professore ordinario –  o a superare le mediane di prima e seconda fascia – se è ancora in carriera. I meccanismi bibliometrici ideati dall’ANVUR hanno l’effetto di favorire l’estinzione dei ricercatori “beta” che lavorano su temi “a bassa intensità bibliometrica” destinati a cedere il passo ai ricercatori “alfa”, cultori di temi “ad alta intensità bibliometrica”. Ciò anche se è ben noto che queste differenze bibliometriche non hanno necessariamente a che fare con il valore scientifico e nemmeno con l’utilità sociale delle rispettive ricerche. Se un ricercatore “beta” riuscisse, nonostante tutto, a conseguire l’abilitazione, il replicarsi della procedura ASN nei concorsi locali costituirà una seconda – e forse definitiva – muraglia. Infatti,  dovrà vincere una gara, con ogni probabilità arbitrata da “commissari alfa”, cimentandosi con “candidati alfa” bibliometricamente più dotati di lui.

5. I candidati “di sede” hanno da sempre costituito il tallone d’Achille delle procedure concorsuali italiane. La volontà di “proteggere” un candidato scientificamente debole, ma gradito alla sede per ragioni didattiche, organizzative o – peggio – per mero nepotismo accademico è alla base della maggioranza degli scandali concorsuali. Invece di riconoscere l’opportunità di distinguere le procedure per la progressione di carriera (sottoponendole comunque ad una valutazione esterna) da quelle di reclutamento, l’ingegneria concorsuale ha escogitato formule sempre diverse ma comunque incapaci di sanare questo peccato originale. La quota minima del 20% di assunzioni “esterne” rappresentava un primo passo nella giusta direzione, senza però essere ancora risolutiva. Il Decreto programmazione dichiara esplicitamente che lo scopo è incrementare la quota del 20%, e individua nel sorteggio lo strumento per intaccare il cosiddetto “ius loci”. Se da un lato questo può rispondere ad esigenze di equità, in un meccanismo di reclutamento a due stadi (abilitazione + concorso locale) va ponderato anche il rischio di operazioni “predatorie” da parte di scuole o sedi accademicamente o numericamente più pesanti, che come già visto al punto 4., godono già di un vantaggio a livello di ASN. Va anche detto che, ferma restando la necessità di una validazione esterna (che dovrebbe essere fornita dall’abilitazione nazionale), sarebbe sensato concedere ai dipartimenti quel margine di scelta indispensabile per ottimizzare il proprio ventaglio di competenze scientifiche e didattiche, mentre le indicazioni del Decreto programmazione vanno in direzione opposta.

6. La verificabilità dei sorteggi su base locale è ancora minore che su scala nazionale. Abbiamo già visto che per i sorteggi dell’ASN il MIUR ha violato la procedura anti-brogli contemplata dal regolamento. Dei sorteggi su base locale che interessano una platea meno vasta sono meno controllabili. Va anche detto che è tecnologicamente possibile organizzare sorteggi a prova di broglio, ammesso che ve ne sia la volontà. Ma ci sarà?

A fronte di tutto ciò, gli atenei dovranno valutare con grande attenzione l’opportunità di replicare i meccanismi concorsuali dell’ASN anche in sede locale.

La dovuta cautela nei confronti dell’adozione della procedura suggerita dal Decreto programmazione non significa che si debba essere soddisfatti delle modalità attuali di svolgimento dei concorsi locali, delegate pressoché interamente ai regolamenti dei singoli atenei. D’altronde, appare difficile, se non impossibile, evitare scompensi quando si interviene sul passaggio finale del reclutamento – quello locale – senza coordinare anche il passaggio dell’abilitazione nazionale. Non a caso, qualche tempo fa Roars aveva avanzato una  proposta che interveniva su entrambi i passaggi.

Al contrario, quanto previsto dal DM in esame cambia solo uno dei due tasselli e non tiene per nulla in considerazione la pur significativa esperienza della prima tornata ASN, costruendo una mescolanza di valutazioni ex ante ed ex post non coordinate fra loro.

Va detto che gli atenei non sono in alcun modo obbligati a procedere all’adeguamento dei regolamenti locali, un processo che, peraltro, ritarderebbe ulteriormente l’avvio delle procedure di reclutamento, una volta conclusa l’ASN, e scaricherebbe sugli stessi atenei gli oneri derivanti, ad esempio, dalla presenza dei commissari OCSE. Per come è stato congegnato il sistema di premiopunizioni, se gli atenei italiani, nel loro insieme, decidessero di non dar seguito a questa “linea guida”, non vi sarebbero effetti in termini di risorse. Vedremo quale sarà l’orientamento prevalente.

3.2. Composizione del Fondo di Finanziamento Ordinario

Come abbiamo visto il DM definisce la composizione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) delle Università.

Dal 2009 il FFO è stato suddiviso in due parti: una quota base ed una quota “premiale” (il cosiddetto Modello FFO20**). La quota base rappresentava il 93% del FFO nel 2009; nel 2012 era scesa all’86% e Profumo l’ha ridotta di cinque punti per il 2013. La quota premiale è composta da un premio calcolato su indicatori (complessi) riferiti alla didattica, ed un altro premio calcolato su indicatori riferiti alla ricerca. La composizione delle due voci si può leggere nella tabella sottostante.

 

La maggiore novità del DM voluta da Profumo e confermata da Carrozza è che non c’è più una divisione rigida e preventiva tra importo della quota base e premio. Il modello è ora suddiviso in 4 voci:

  1. Didattica
  2. Ricerca
  3. Programmazione
  4. Interventi specifici

Di fatto, con l’eccezione dell’ultima voce, il modello di distribuzione delle risorse diventa  in linea di principio pienamente “competitivo”: le università partecipano ad un torneo per spartirsi risorse, come sappiamo, sempre più scarse. E’ da notare, senza entrare nei dettagli, che per didattica e ricerca non ci sono obiettivi da raggiungere: si è premiati se si hanno performance superiori agli altri. Una gara all’eccellenza che scoraggia i comportamenti cooperativi.

Secondo il DM la Quota didattica dell’FFO sarà suddiviso sulla base di:

  1. costo standard per studente – sono circolate nei mesi passati stime di costo standard, ma non è noto, almeno a chi scrive, se esistono ipotesi ministeriali consolidate ; la logica potrebbe essere anche ragionevole, ma, come si usa dire, il diavolo sta nei dettagli; la ragionevolezza dipenderà dalla bontà delle stime del costo standard;
  2. risultati conseguiti nella didattica – i cui indicatori continueranno ad essere definiti nel decreto annuale di ripartizione del FFO.

E’ da sottolineare che il peso relativo delle due voci non è definito, come in precedenza tra quota base e premiale didattica; il grado di premialità nell’assegnazione della quota didattica sarà oggetto delle scelte del ministro di turno. Una scelta di Profumo confermata da Carrozza.

La quota ricerca dell’FFO sarà invece suddivisa completamente su base premiale, con indicatori riferiti alla qualità della ricerca (VQR) e alla valutazione delle politiche di reclutamento condotta da ANVUR. Di nuovo, i criteri di ripartizione saranno definiti con decreti di ripartizione ad hoc del ministro di turno. Avevamo già notato a suo tempo commentando la bozza del DM di Profumo, che dopo aver dichiarato pubblicamente che l’esercizio VQR era da considerarsi come “sperimentale”, il ministro del governo Monti agiva in modo del tutto diverso, proponendosi di utilizzarlo come criterio per distribuire una quota crescente di risorse alle università. Il Ministro Carrozza, impermeabile alle critiche che hanno abbondantemente mostrato come l’esercizio non abbia base scientifica e soffra di enormi falle metodologiche, segue il ministro Profumo e conferma la bozza del suo predecessore.

C’è di più: la quota relativa alla programmazione, quella cui farebbe precisamente riferimento il decreto, diventa molto più piccola rispetto alla bozza Profumo.

Ed ancora: nella versione Profumo del DM il precedente ministro aveva indicato una clausola di salvaguardia: l’FFO di un certo anno per una certa università non avrebbe potuto oscillare oltre una certa soglia rispetto al valore dell’anno precedente. La tabella seguente è scomparsa nella versione Carrozza del DM Profumo.  Che competizione sia.

 

Siccome è assai improbabile che le politiche di reclutamento abbiano un peso rilevante nella ripartizione, anche perché come abbiamo visto è molto probabile che l’ASN non si concluda in tempo – ed è difficile valutare politiche di reclutamento che allo stato non esistono – si può ritenere che quasi tutta la quota ricerca verrà distribuita sulla base della VQR. Nel 2013, quindi, la VQR servirà a distribuire circa 540 milioni di euro, che saliranno verosimilmente a quasi 1 miliardo nel 2015.

Dopo aver condotto l’esercizio di valutazione più metodologicamente sgangherato del mondo occidentale, ci ritroveremo a distribuire una ingente quantità di risorse sulla base di esso.

Con buona pace di chi in campagna elettorale aveva promesso innovazioni rispetto alle gestioni precedenti.

3.3. Il riassetto del sistema universitario

Mentre restiamo in attesa di sapere come verrà distribuito l’FFO premiale 2013, il Ministro adotta nel DM la linea di riduzione dell’offerta formativa delle Università italiane già prevista da Profumo. Verrà premiato il “riassetto”; ma il riassetto consiste in:

(i) “accorpamento o eliminazione”;

(ii) “riduzione”;

(iii) “trasformazione o soppressione”.

Profumo e Carrozza lo chiamano pudicamente riassetto, ma altro non è che la continuazione della cura dimagrante imposta in questi anni.

Come questo riassetto aiuti a raggiungere gli obiettivi che Bersani enunciava nella lettera a Roars durante la campagna elettorale, la Ministra non lo dice.

Ma forse come ormai ben sappiamo, ciò che si diceva durante la campagna elettorale non vale più quando si entra nella stanza dei bottoni. Si leggeva nel programma del PD per l’Università :

l’obiettivo è che il sistema, nel suo complesso e nella sua articolazione territoriale e disciplinare, non subisca una riduzione dell’offerta formativa per l’operare congiunto di calo delle risorse e applicazione dei criteri definiti, da ultimo, con un provvedimento adottato dal governo Monti.

Poi accade che il Ministro Carrozza arriva nella stanza dei bottoni e firma il DM Profumo che premia le Università che tagliano l’offerta formativa. Forse al MIUR l’hanno convinta che in Italia ci sono troppi e inutili laureati.

3.4. Ed Infine l’ANVUR

A margine di tutto questo, focalizziamoci un attimo su ANVUR. Nella lettera di Bersani a Roars si leggeva:

A nostro avviso, le sue competenze vanno chiarite e ricondotte a quelle di agenzia tecnica, basata su uno staff professionale ed esperto in valutazione, con il compito di “tradurre” tecnicamente gli indirizzi delle politiche di governo. Escludendo una miriade di micro-competenze, l’Agenzia deve esercitare solo i compiti connessi con la valutazione della ricerca e la gestione dell’accreditamento della didattica, senza generare inutili appesantimenti burocratici.

Non è certo con la programmazione triennale che si interviene su ANVUR nel senso auspicato dal programma del PD. Ma si poteva almeno evitare di conferire ad ANVUR nuovi compiti. Sotto il ministero Carrozza è stato approvato il cosiddetto Decreto FARE che attribuisce ad ANVUR i compiti di  controllo delle attività amministrative delle Università sottraendole alla CIVIT. Di fatto si è sottratto un pezzo di amministrazione dello Stato al controllo della funzione pubblica, e attribuendo tali compiti di controllo ad un’ANVUR che al momento non è nelle condizioni di svolgere alcun controllo di questa natura. Con giubilo dei Rettori, che sperano di sottrarsi ai controlli stringenti adottati per le altre pubbliche amministrazioni.

Con il decreto “programmazione” si attribuiscono nuove funzioni ad ANVUR, in particolare il controllo annuale dei programmi attuati dalle università. Significativo a questo proposito l’inserimento tra i criteri di valutazione dei programmi della “coerenza” rispetto ai risultati della VQR. Frase in sé vuota di significato, ma che è indicativa ancora una volta della continuità e del rafforzamento della logica premio-puntitiva che accomuna la trojka Gelmini-Profumo-Carrozza.

Non è un’aggiunta di poco conto, anche se la sua interpretazione rimane dubbia. Come già osservato in precedenza, bisognerebbe capire se si intendano azioni volte a migliorare le situazioni di criticità emerse a seguito della VQR o piuttosto le trasformazioni e soppressioni di corsi di laurea di cui all’art. 2. O ancora, entrambe le cose a seconda dell’interpretazione che gli atenei ne vorranno dare. In realtà, i risultati paradossali e le criticità metodologiche emerse nella VQR sarebbero tali da sconsigliarne l’uso a fini di programmazione. Per fare un esempio, in entrambe le Aree 08b (Architettura) e 09 (Ingegneria Industriale e dell’Informazione) il punteggio medio conseguito dall’ateneo di Messina è superiore a quello del Politecnico di Milano.

Infine una nota di colore. Nell’elenco dei corsi di studio di cui è vietata l’attivazione troviamo Scienze della comunicazione (classe 15). E’ una delle magnifiche ossessioni del professor Giavazzi, che quando parla dell’inutilità delle lauree cita sempre il caso delle scienze della comunicazione: come in questo articolo che attaccava il programma del PD sui temi dell’Università. 

Si rassicuri il prof. Giavazzi: è il più bersaniano dei  ministri del traballante governo Letta a bloccare le inutili lauree in scienza della comunicazione.

 

 

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28 Commenti

  1. Questo contributo, estremamente puntuale ed interessante, tace però del principale dato al contorno di tutta la vicenda: del MIUR, a questo governo, interessa(va) meno di niente. L’unica condizione era quella di contarre la spesa e non interrompere il percorso iniziato dal governo tecnico.
    Capito ciò, non servono numeri e statistiche.

  2. Domanda: qualcuno ha da indicarmi dove è stato chiaramente detto che le ‘classifiche’ continuamente citate saranno usate in pratica per ripartire FFO? Io non lo trovo. Io ho invece inteso (già scritto qui senza risposta!?) che si utilizzerà l’indicatore di Ateneo (non di Area…) IRFS (1 o 2 non saprei). Ecco che allora lo ‘scandalo’ Politecnico MI – Messina si ricompone:
    Messina rappresenta il 2.1% dei prodotti attesi e alla luce del VQR avrebbe diritto del 1.43%-1.45% (a seconda della versione dell’IRFS) dei fondi, mentre Politecnico rappresenta per semplice dimensione il 2.2% e avrebbe diritto al 2.88%-2.97 dei fondi. Quindi MI meglio di Messina (non me ne vogliano i messinesi).

    • Non è scritto da nessuna parte. dobbiamo aspettare il decreto di ripartizione del ffo premiale 2013.
      Sottolineo che nel post le classifiche NON sono citate in relazione alla ripartizione del FFO.

    • Le classifiche sono una emerita boiata, non andrebbero pubblicate (dall’ANVUR) nemmeno a puro scopo esemplificativo. Detto ciò se non verranno di per sé usate per la programmazione, non arrecheranno particolare danno. Lo so che non le citate per l’FFO ma il punto è: perché le citate? Se non sappiamo se e come verranno usate perché menzionarle? Sembra (la parte sulle classifiche) una polemica sterile

    • Stef: “Se non sappiamo se e come verranno usate perché menzionarle? Sembra (la parte sulle classifiche) una polemica sterile”
      =============================
      Se non erro la parola “classifica” non viene mai usata nell’articolo. C’è invece una frase relativa ai *punteggi* della VQR:
      _____________________________
      “Per fare un esempio, in entrambe le Aree 08b (Architettura) e 09 (Ingegneria Industriale e dell’Informazione) il punteggio medio conseguito dall’ateneo di Messina è superiore a quello del Politecnico di Milano”
      _____________________________
      Il messaggio è chiaro: quale affidabilità possiamo attribuire ai risultati della VQR? È chiaro che, come minimo andrebbero considerati gli effetti statistici delle diverse numerosità dei campioni, argomento sollevato nel giorno stesso in cui uscivano i risultati della VQR: https://www.roars.it/online/lanvur-la-classifica-degli-atenei-della-vqr-e-la-legge-dellimbuto/
      Visivamente, l’effetto statistico della numerosità del campione si traduce nella forma ad imbuto dei punteggi quando vengono disegnati contro il numero di prodotti attesi. Sono considerazioni ovvie, ma Fantoni parla di “una fotografia dettagliatissima e soprattutto certificata della qualità della ricerca italiana” (http://www.ansa.it/web/notizie/specializzati/scienza/2013/07/16/radiografia-piu-completa-ricerca-italiana_9032744.html). Benedetto e Torrini su la voce.info scrivono che “Lasciamo alla fantasia dei lettori la definizione della forma dei grafici, ma sembra che in tutte le aree vi sia una forte dispersione della qualità, anche per gli atenei di maggiori dimensione […] Il caso non ha dunque nulla a che fare con i risultati della Vqr” (http://www.lavoce.info/una-valutazione-molto-chiara/). Per chi fosse interessato, la forma dei grafici *completi* è riportata qui sotto (chi abbia letto l’articolo di Benedetto e Torrini potrebbe stupirsi per la differenza tra la forma dei nostri e dei loro grafici, ma se guarderà meglio sul sito de lavoce.info noterà che gli autori avevano avuto l’accortezza di far partire l’asse delle ascisse da 100 invece che da zero, ragion per cui nei loro grafici *incompleti* non compaiono i voti degli atenei con meno di 100 prodotti attesi):





      ===========
      Questi invece sono i grafici “censurati” (in senso tecnico, naturalmente: esiste un’intera letteratura statistica sull’analisi dei “censored data”, http://en.wikipedia.org/wiki/Censoring_%28statistics%29) di Benedetto e Torrini:

    • Hai ragione, parlate di punteggio medio, ma avete cerchiato il ranking! Mea culpa, sebbene il senso sia lo stesso. Chiaramente il punteggio medio risente delle ‘distorsioni’ (??) di cui nei grafici, ma è solo una parte della storia come poi la totale differenza dell’esito finale (?) ossia IRFS mostra, con MI Poli ‘promosso’ e Messina ‘bocciata’. E dal testo del VQR, ribadisco, traspare che l’IRFS sia il più probabile canditato per ripartizione fondi. Perché non analizziamo quello? (premetto…non l’ho fatto quindi no idea di cosa ne derivi). Non voglio essere inutilmente polemico, ma mi pare che si ragioni su cosa di cui poi non si sa quale applicazione verrà fatta. I valori di R NON verranno usati come tali (sempre da testo VQR).
      Sull’imbuto nulla da dire di per sé, ovvio effetto campionario, sebbene sia piuttosto azzardato pensare che i singoli atenei rappresentino campioni i.i.d da una distribuzione generale, soprattutto dubito sull’indipendenza delle osservazioni (SSD). Ma il succo è quello. Il problema è che NON è scritto da nessuna parte che ci debba essere un vincitore (La “legge dell’imbuto”: perché i mega-atenei non possono vincere nella VQR), concetto che implica una classifica. I valori medi sono usati CONGIUNTAMENTE ad un indicatore della DIMENSIONE degli Atenei. Quindi invece di usare la ripartizione % su base dimensionale (% prodotti attesi) si crea un indice % pesato per ‘voto medio’. Ecco IRFS. Dove sta il vincitore? Da nessuna parte, non c’è classifica.
      Ora se rappresentiamo sulle x la % di prodotti attesi (o il # assoluto, stessa cosa) e sull’asse y IRFS1 (su scala log entrambi vengono meglio, con qualche aggiustamento per gli zeri), si nota che sono mooolto correlati, non su una retta ma lo smoothing non è malvagio (non so come allegare immagini). Correlazione (Spearman=0.98). Quindi? Quindi l’IRFS1 (ad esempio) se usato come indice di ripartizione % dell’FFO mima la % dimensionale abbastanza bene, con meno ai piccoli e più ai grandi, con una qualche modulazione, ma dalla retta poco vistosa. Non vedo tutto questo scandalo AMMESSO E NON CONCESSO che si usi IRFS come appare dal documento. Ma è assai più verosimile dell’uso degli indici medi crudi.

    • In effetti la CRUI con il suo presidente Marco Mancini è stata la prima a pronunciarsi, giudicando inaccettabile il DM al punto di fare ostruzionismo rifiutandosi di esprimere il parere dovuto:
      ________
      “il DM sulla programmazione triennale 2013-2015 inviato dal MIUR e per il quale devono esprimere un parere la CRUI, il CUN e il CNSU, allo stato attuale, con un finanziamento per le Università praticamente inesistente, non può essere accettato e, pertanto, propone all’Assemblea di non esprimere alcun parere. L’Assemblea approva la proposta del Presidente;”
      Resoconto sommario Assemblea CRUI 17 gennaio 2013
      http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=2137
      ________________
      Solo in data 21 marzo, dopo che il CUN e il CNSU hanno espresso il loro parere, la CRUI, a fronte di sollecito da parte del ministro Profumo, si rassegna ad esprimere parere favorevole “sottolineando al contempo tutte le criticità in esso contenute”
      ____________

      “Parere sullo schema di decreto relativo alle “Linee Generali di indirizzo della programmazione delle Università 2013-2015
      Il Presidente comunica all’Assemblea di aver ricevuto dal MIUR una lettera di sollecito ad esprimere il parere sullo schema di decreto relativo alle “Linee Generali di indirizzo della programmazione delle Università 2013-2015”. A tale riguardo il Presidente informa l’Assemblea che il CUN e il CNSU hanno già espresso il loro parere e propone all’Assemblea di esprimere parere favorevole sottolineando al contempo tutte le criticità in esso contenute. Dopo ampia e approfondita discussione l’Assemblea approva la proposta del Presidente e dà mandato al Presidente e al Segretario Generale di redigere il suddetto parere.”
      Resoconto sommario Assemblea CRUI 21 marzo 2013
      http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=2154

  3. Un commento politico. La materia è ostica, e questo non facilita il compito, ma in questi casi credo che sia opportuno ricorrere a una vecchia pratica della democrazia parlamentare: scrivere al proprio rappresentante. O – perché no? – chiamarlo a telefono, per quelli che possono. Credo che la cosa sia utile, specie se i rappresentanti in questione appartengono al PD, il partito del ministro Carrozza, che con questo decreto rinnega impegni presi da Bersani in campagna elettorale, formulati nella lettera pubblicata da Roars cui rimanda il testo che stiamo discutendo. Mi rendo conto che il momento non è propizio (c’è il rischio di sentirsi rispondere: “ma come fate a pensare all’università nel mezzo di una crisi istituzionale che potrebbe farci precipitare nel baratro?”). Tuttavia, credo che valga la pena di provare, mobilitando tutte le energie, la capacità di persuasione e l’autorevolezza di cui ciascuno di noi, chi più e chi meno, dispone. Vale la pena di provare, anche perché, al punto in cui siamo, non abbiamo niente da perdere. Sono convinto che un numero consistente dei nostri rappresentanti, e forse una maggioranza di quelli che appartengono al PD, non sono consapevoli di quel che sta accadendo nelle università italiane negli ultimi anni. Sopratutto, non si rendono conto di portare la responsabilità, di cui dovranno prima o poi rispondere ai loro elettori, cioè anche a noi, di aver assecondato una politica nata dallo sciagurato connubio tra la protervia ideologica di alcuni (credo pochi) e la sciatteria e il conformismo di altri. Uscite, cari colleghi, dal ghetto in cui vi siete lasciati cacciare in questi anni. Fate ciò che meglio dovrebbe riuscirvi: usare la parola per persuadere, portar ragioni, argomentare. Fatelo sopratutto rivolgendovi a chi può cambiare le cose e avrebbe tutto l’interesse di ascoltarvi se solo riuscisse a sentirvi.

    • Ehm, purtroppo non ho il numero di telefono di Zanonato.

      Forse potrei scrivergli su Facebook o Twitter

      ma lo fa gia’ i miei concittadini che, lavorando principalmente nel privato (nel Veneto i dipendenti pubblici sono solo il 5 per cento), gli suggeriscono solitamente l’opposto di quello che forse potrei suggerire io.

      No way.

  4. Relativamente al punto 3 del post, vorrei fare una domanda agli autori (o in generale ai redattori).

    .

    Se poteste partire da zero, come organizzereste il reclutamento del sistema universitario? Diciamo che non si possa licenziare nessuno, ma che si possa (volendo) ignorare completamente le abilitazioni dell’ASN in corso.

    .

    Magari esite gia’ un vostro post in cui lo spiegate, ma ammetto di non averlo cercato se non superficialmente, nel qual caso, il link e’ benvenuto.

    • Ringrazio della segnalazione, se ho capito bene, l’articolo suggerisce:

      A) Fissare il numero di abilitazioni a disposizione di ciascun settore disciplinare.
      .
      B) Per ottenere l’abilitazione devono esserci criteri “parametri assoluti, facilmente accertabili dai candidati e dalle commissioni, definiti e periodicamente rivisti dal CUN” ma: “evitando parametri di natura statistica per es. mediane, medie e percentili”.
      .
      C) Il reclutamento sia basato su “concorsi locali riservati ai possessori dell’abilitazione scientifica, con commissioni composte per i 4/5 da soggetti esterni all’ateneo […] scelti per sorteggio pubblico”. Le promozioni, invece, possono avvenire senza concorsi formali, tranne l’abilitazione “la chiamata degli interni che abbiano conseguito l’abilitazione al ruolo superiore senza ulteriori adempimenti”.
      .
      A. Se ho capito bene, il pianificatore (ministro, CUN, etc) stabilisce che nel settore disciplinare SECS-P/03 ci saranno 12 posti (numero basato anche sulle proposte/richieste degli atenei), e quindi che potranno esserci al massimo 12*(1+x) abilitazioni nel settore (con x>0, per lasciare un po’ di liberta’ di scelta agli atenei, e per ridurre il problema di chi fa domanda e vince in piu’ settori).
      .
      B. Qui il CUN dice, ad esempio, per ottenere l’abilitazione in SECS-P/03 bisogna avere almeno 3 lavori in riviste di fascia A (oppure 2 lavori in fascia A e 3 lavori in fascia B e cosi’ via) negli ultimi 5 anni. Suppongo che se ci sono 20 posti di abilitazione e 30 candidati che passano la soglia qualitativa, la commissione possa dare al massimo 20 abilitazioni.
      .
      C. Qui cambia poco per il reclutamento (a parte i criteri di cui su A e B), ma molta piu’ liberta’ che attualmente per le promozioni.
      .
      D) Aumento delle quote riservate a candidati esterni all’universita’.
      .
      E) Misure per ripristinare il flusso di giovani studiosi verso le Università italiane.
      .
      D e E sono definite di medio periodo, D mi e’ abbastanza chiara (anche se non mi e’ chiaro se vada applicata ex-ante o ex-post: cioe’ se l’universita’ di Bari possa (ex-post) dire alla fime di un anno “abbiamo assunto 25 professori di cui 8 esterni”, o se debba bandire posti riservati a esterni). Il punto E non non contiene alcuna proposta specifica per ottenere il fine specificato, se non l’osservazione, corretta a mio parere, che il meccanismo attuale non persegue questo obiettivo.

    • Gianni: il problema è non da poco. Le proposte furono pensate soprattutto per avviare una discussione. Forse, visto l’andazzo dell’ASN nel suo complesso, sarebbe ora di riaprirla. Di sicuro quando pensavamo al ruolo del CUN non pensavamo al CUN ora esistente, ma a un organo diverso, che sia in grado di rappresentare le discipline e in tal modo intervenire nella definizione di criteri appunto condivisi nelle discipline stesse.

  5. Da un verbale del nostro Nucleo di valutazione:

    … per effetto di quanto previsto dall’art. 60 del D.lgs. 21 giugno 2013, n. 69 convertito con la legge 9 agosto 2013, n. 98 «Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia», trasferisce all’ANVUR la valutazione delle attività amministrative delle università e degli enti di ricerca di cui al Capo I del decreto legislativo 31 dicembre 2009, n. 213; …

    L’ANVUR ha previsto per il 24 p.v. a Roma un incontro con i Nuclei di Valutazione per definire un quadro di riferimento delle competenze degli stessi nel sistema di Assicurazione Qualità degli atenei e dei relativi flussi di comunicazione con l’ANVUR;

    L’ANVUR terrà a Potenza, il prossimo 1° ottobre 2013, un incontro sulla presentazione della Scheda Unica Annuale della Ricerca Dipartimentale (SUA-RD), con particolare attenzione alla relazione tra “governance di Ateneo e politiche per la qualità” e alla “valutazione della ricerca dipartimentale”;

    … il CINECA sta implementando le diverse funzionalità online per la somministrazione delle schede di valutazione previste dalle procedure AVA;

    Da spararsi. Qua si affonderà sotto il peso della burocrazia. Poveri quelli che non vanno in pensione entro qualche anno!

  6. Rispetto a questa frase contenuta nel post: “Nell’elenco dei corsi di studio di cui è vietata l’attivazione troviamo Scienze della comunicazione (classe 15)”, mi pare che il DM vieti l’attivazione di nuovi corsi di laurea – non solo nell’area delle Scienze della comunicazione, ma anche delle discipline Giuridiche, delle Scienze Politiche, delle Discipline della musica, dello spettacolo e della moda, delle Scienze Agrarie, della Medicina veterinaria – non in assoluto, ossia in relazione agli atenei già esistenti, bensì in relazione alla creazione di “nuove università non statali legalmente riconosciute”. Giavazzi dunque sarà soddisfatto solo in parte…

    • Si è vero che l’effetto è sulle nuove private. Ma la frase suona: “con esclusione di corsi appartenenti alle classi di studio, nelle quali non si ravvisa l’opportunità dell’aumento dell’offerta formativa a livello nazionale relative alle discipline giuridiche, delle scienze politiche, delle scienze della comunicazione, delle disciplina della musica, dello spettacolo e della moda, delle scienze agrarie, della medicina veterinaria”.
      Il ministero ritiene che non sia opportuno IN GENERALE aumentare l’offerta formativa di quei corsi. Poi li blocca per le nuove private. Nelle statali ci pensa il sistema dei requisiti minimi/AVA a bloccare l’offerta formativa. Sono pronto a scommettere che questa cosa avrà effetto da qualche parte dentro AVA…

      Si badi bene io non contesto che il ministro possa ritenere che alcuni corsi di studio non vadano incoraggiati. Ma avrei voluto capire su che base si afferma l’inopportunità dell’aumento dell’offerta formativa. L’elenco dei corsi è il riflesso della campagna stampa dei giornali degli ultimi anni. Non mi sorprende se lo fa Monti-Profumo; se lo fa Carrozza mi meraviglia assai.

    • Sì, quella lista assomiglia alla lista dei corsi di laurea “cattivi” che si legge in certi articoli sui quotidiani. Ammesso che ci debbano essere dei “cattivi”, sarebbe opportuno che il MIUR chiarisse sulla base di quali analisi si stilano le liste buoni/cattivi. Può anche essere che ci siano ottime ragioni, ma al momento non è dato sapere.

  7. Non capisco il discorso della commissione prevalentemente di esterni, anche con un membro OCSE per i PO, nel caso di chiamata art. 24. Ma non è il Dipartimento che chiama dalla lista degli abilitati “interni”…?

  8. Quando un ministro dice che studiare il greco antico è inutile per capire il mondo moderno per me è squalificato in partenza. Il progetto globale è deprimere il più possibile l’istruzione intesa come accrescimento culturale e formativo dell’individuo. Tutto il resto (tagli, delirio tecnico-burocratico, scuole senza risorse) viene come logica e perfetta conseguenza.

  9. Disobbedire all’università -azienda titola l´intervista al filosofo Tullio Gregory che critica la valutazione dell’Anvur e gli esiti della riforma Gelmini. Non si placa la polemica sull’agenzia di valutazione della ricerca e i suoi metodi burocratici: «È stato imposto un linguaggio bancario»

    http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/9953/
    Punti salienti per i pigri:
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    Tullio Gregory considera “il motore della valutazione” oramai imballato. Mentre il governo francese chiude l’Aéres, l’agenzia che dal 2006 si è occupata di valutazione delle università e della ricerca; l´Italia continua il “delirio burocratico”. Tutto questo non porterà benefici e “rischia di trasformare la natura stessa della ricerca assoggettata ad una valutazione astratta, imperativa e aziendalistica.”
    Tullio Gregory nel modello Anvur scorge anche un altro rischio: “La polemica in corso sulla valutazione della ricerca nelle università italiane e quindi sulle classifiche finali delle varie sedi – afferma – può diventare uno spazio di esercitazioni retoriche o di competizioni campanilistiche se non si vedono i limiti delle valutazioni dell’Anvur e quindi se ne ridimensioni l’importanza”.
    Tra i LIMITI più evidenti si annovera quello che il ricercatore venga ridotto a un “sito docente”, cioè a una casella di un sistema informatico. “Il risultato del suo lavoro è un PRODOTTO il cui valore è misurato dal successo sul mercato. Come ha scritto Sabino Cassese, applicando tecniche ingegneristiche e metodi burocratico-amministrativi, l’Anvur ha ucciso la valutazione e forse ha ucciso se stessa.”
    UN´ALTRNATIVA a tutto questo dovrebbe essere la riscoperta della ricerca e dell´insegnamento “nella sua individuale concretezza” a prescindere da criteri anvuriani (o aziendalisti).
    Una valutazione OGGETIVA dell´Università, facoltà e dipartimenti quali realtà omogenee non appare fattibile.
    “La situazione è estremamente frammentaria e l’unico punto di riferimento valido è costituito dai singoli professori, dal loro insegnamento, dalle ricerche che promuovono”. Tullio Gregory ritiene che l´ANVUR costituisca uno degli “aspetti che ha contribuito al declino dell’università italiana come luogo primario dell’alta cultura e della ricerca specialistica.” Non risparmia comunque coloro che senza reagire hanno assorbito l´impatto di “una serie di riforme sconnesse volute da una classe politica, diversa negli anni, ma concorde nell’INDIFFERENZA per la cultura e la ricerca”. Una nota positiva e di speranza viene data nel ribadire la necessità di tornare a VOLERE una alternativa dove l´Università “torni ad essere luogo di ricerca e di alta formazione”, per fare questo essa deve “ritrovare la propria autonomia e la propria dignità riducendo radicalmente il numero delle materie di insegnamento, ignorando di fatto le disposizioni ministeriali.”

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