A seguito della denuncia  del CUN sullo stato dell’università italiana, si è fatto un gran parlare in questi giorni sul numero degli immatricolati italiani.

Il CUN ha documentato una riduzione delle immatricolazioni tra 2003-2004 e 2010-2011 pari ad un ateneo grande come la statale di Milano.

Il ministro Profumo è intervenuto sostenendo che il dato CUN  è una bufala. Per due ragioni. La prima: perché nell’anno preso a riferimento dal CUN “c’è una bolla dovuta al fatto che studenti che erano partiti col vecchio ordinamento si sono immatricolati sul nuovo” . La seconda: il calo è dovuto al fatto che il sistema universitario sta perdendo studenti oltre i trenta anni, che a parere del ministro “non sono studenti normali” . Roars ha già sottolineato che il ministro sembra ignorare la definizione di studente immatricolato (chi si iscrive per la prima volta al sistema universitario): gli studenti che passano da un corso di studio ad un altro non sono conteggiati tra gli immatricolati –e quindi la “bolla” di Profumo non può esserci per definizione. 

Il prof. Stefano Fantoni, presidente dell’ANVUR è prontamente accorso in aiuto del ministro sul Sole24ore: Il ministro ha ragione perché il CUN ha scelto un anno con un numero di immatricolati elevato. Fantoni corregge però la spiegazione del picco di quell’anno: l’aumento era dovuto al fatto che “tutti quelli che facevano un altro mestiere (carabinieri, dipendenti pubblici)” furono spinti a iscriversi all’università. Il riferimento è al famigerato “laureare l’esperienza” voluto dalla Ministra Moratti nel 2002 che riconosceva come crediti universitari le esperienze lavorative e che quindi spinse moltissimi dipendenti pubblici ad iscriversi con apposite convenzioni all’università. Ci furono molti casi scandalosi che assursero agli onori della cronaca, tanto che il primo atto del neo-ministro Mussi nel 2006 fu il blocco del programma.

La prima questione è: il CUN ha scelto appositamente il 2003-2004 per enfatizzare la caduta degli immatricolati? La risposta è no. E spiego perché. Il CUN usa i dati dell’Anagrafe Nazionale degli Studenti (ANS), dove il 2003-2004 è il primo anno disponibile. Usando questi dati gli immatricolati complessivi scendono del 17,2% dal 2003-2004 al 2011-12.  Dai dati ANS si vede che gli  immatricolati under 22 calano del 4,2% (quindi calano!) e gli over 21 calano del 67,8%.

I dati di Profumo sono di una fonte diversa: l’Ufficio statistica del MIUR. Non coincidono con quelli dell’anagrafe nazionale degli studenti (chiedete al MIUR il perché!). Prendiamo le tabelle pubblicate dal Sole24ore. Se facciamo il confronto tra 2003-04 e 2010-11 gli immatricolati complessivi diminuiscono del 17,5%; gli immatricolati under 22 calano del 5,9% (quindi calano!); gli over 21 del 60,6%. Più o meno come nei dati ANS usati dal CUN.

La seconda domanda è: come fa il ministro a giustificare che tutto va bene? Ricordiamo che l’Italia è al 22° posto su 34 paesi OECD per immatricolazioni nella fascia di età giovanile. Non c’è molto da rallegrarsi né della stasi che vedono Profumo e Fantoni, né del calo del 5% di immatricolati under 22 dei dati ANS.

 

Ma seguiamo il ragionamento del ministro nei dettagli tecnici. Prende come riferimento il 2000-2001. In quell’anno la riforma del 3+2 –quella che ha elevato il numero di immatricolati negli anni successivi- non era a regime. Ed infatti è l’unico anno della serie in cui il numero di immatricolati è inferiore a quello 2011-2012. Se avesse preso il primo anno dell’entrata completa a regime del 3+2 (2001-2002) il ministro avrebbe potuto verificare un calo degli immatricolati nel 2011-12.


Il punto che forse è passato in secondo piano è la questione degli “studenti non normali”. Sia il ministro che il presidente dell’ANVUR hanno in mente che lo studente normale sia quello che finite le scuole secondarie si iscrive immediatamente al ciclo di istruzione terziaria. Per cui la riduzione del numero di “studenti non normali” è implicitamente considerato un fenomeno positivo.

Ma è “normale” questa idea del funzionamento dell’università?Qui intendo normale in senso tecnico: cosa succede in media negli altri paesi OECD? Davvero gli studenti tardivi sono un’anomalia italiana?

Come si vede nel grafico qua sotto, l’Italia è (con Belgio, Giappone ed Indonesia, dati OECD 2009) il paese con  la quota più bassa di immatricolati con più di 21 anni. Nei paesi OECD, in media il 20% degli immatricolati  ha più di 25 anni; in Germania il 20% ha più di 24 anni; in Svezia il 20% ha più di 29 anni. In Italia il 20% degli immatricolati ha più di 21 anni. Evidentemente in molti paesi OECD è normale essere studenti “non normali”. Il ministro ed il presidente dell’ANVUR anziché ritenere non preoccupante e forse addirittura un bene, il calo degli studenti tardivi, farebbero bene a studiare questi dati e chiedersi perché l’università italiana non attrae studenti tardivi come in altri paesi OCSE. E se questa sia una delle concause del basso tasso di laureati del nostro paese.

 

Purtroppo, e come sempre, passiamo da un estremo all’altro: dall’incentivazione delle vergognose convenzioni del programma laureare l’esperienza, al ghigno moralizzatore del “meno male che ci togliamo dai piedi gli studenti che non sono normali”. Noi restiamo in fiduciosa attesa di un ministro, di una politica dell’università, e di una agenzia di valutazione finalmente normali –nel senso tecnico visto sopra.

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4 Commenti

  1. A proposito di studenti “tardivi” è utile ricordare quanto dice l’OCSE e che il nostro ministro vuole ignorare.
    “In recent years, the traditional notion of a tertiary student has changed with the influx of older students into tertiary education. In some countries, it is common for tertiary students to have professional experience and be older than 30. Changes in the labour market have provided incentives for adults to study in order to adapt their skills to new labour-market needs. In addition, the global economic crisis has also created incentives for students to enter or remain in tertiary education, instead of risking entry into an unstable labour market”.

    Nell’intervista rilasciata a la Stampa Profumo prima critica il dato sul calo delle immatricolazioni facendo uso di una definizione sbagliata di “immatricolato”, poi compie un errore ancora più grave quando afferma che:
    “La media di crescita dei laureati in Italia è superiore a quelli della UE a 21 che è del 4% e dei paesi OCSE che è del 3.7%. Paesi come Francia e Germania sono fermi al 2.8% e all’1,3%.”

    E’ paradossale che consideri valido questo dato che è inficiato proprio da quei fenomeni (passaggi vecchio-nuovo ordinamento e laureati tardivi) che lui usa per sminuire il calo delle immatricolazioni.
    Infatti nella tabella OCSE (A1.4) si vede che la % di laureati nel periodo 2000-2010 passa dal 9 al 15%, un risultato che lo stesso ufficio statistica del MIUR (Università in Cifre, 2009/2010) descrive nel seguente modo:
    “Nell’ultimo decennio il numero dei laureati è cresciuto, nonostante il lieve trend negativo del triennio 2007-2009: dal 1999 è quasi raddoppiato arrivando nel 2009 a 292.789 unità (Tav. 2.2.7). Su tale aumento ha inciso sicuramente il passaggio dai corsi del vecchio ordinamento a quelli del nuovo, in quanto gli studenti che hanno scelto di optare per il nuovo ordinamento hanno potuto trascinare le carriere precedenti e farsi riconoscere i crediti già acquisiti, anticipando la conclusione degli studi”

    Quindi per Profumo ciò che non va bene a descrivere il calo degli immatricolati va bene quando bisogna esaltare la “bolla” dei laureati dovuta all’avvio del nuovo ordinamento.

  2. Prendiamo una “matricola” di 30 anni. Perché si sarà iscritta all’università a quest’età? Probabilmente, è persona che ha già un lavoro e che vede l’università come un modo per allargare le proprie prospettive e, magari, poter avere dei benefici di carriera.
    Ovvero, sarà uno studente che ha una motivazione concreta per affrontare gli studi. Il che significa che sarà uno studente che ha meno rischi di perdersi per strada, e che, quando laureato, con alta probabilità porterà i frutti di una cultura universitaria nel proprio luogo di lavoro.

    Inoltre, con tutta probabilità, potrà pagarsi gli studi con i suoi soldi (garantiti da uno stipendio), senza gravare sulla famiglia, e sullo Stato, non avendo diritto ad una borsa di studio. Per quanto antipatico a dirsi, nella attuale situazione di finanziamento, sarebbe lo studente meno “problematico” per le ragioni di bilancio degli atenei. Favorire la sua uscita dal sistema universitario è quindi un danno anche nel senso economico, che è stato il centro dell’interesse degli ultimi ministri.

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