Prime considerazioni (molto) critiche sulla proposta di legge Capua.

E’ stata depositata  il 16 Gennaio  una proposta di legge denominata Disposizioni per la valorizzazione della ricerca indipendente  a firma del deputato Capua. Una testo che ad avviso di chi scrive suscita più di un interrogativo.

Nella relazione di accompagnamento si tratteggia lo sfondo in cui si colloca l’iniziativa parlamentare e le ragioni che la animano. Prendendo atto della “difficoltà nella programmazione delle risorse umane nel sistema pubblico, causata da una combinazione di fattori quali la riduzione del finanziamento dello stato, i limiti legislativi al reclutamento e l’introduzione continua di regole sempre più rigide e complesse” mirerebbe a rimuovere presunte rigidità attuali rispetto all’impiego con contratti a termine su fondi di progetto. Del resto, continua la relazione di accompagnamento ,“in Italia una programmazione di sviluppo delle risorse umane nel contesto universitario e degli enti di ricerca è un obiettivo di medio lungo termine “ quindi,  in sostanza, oggi impossibile. Niente di meglio perciò “per salvaguardare il capitale umano esistente  e spingerlo verso una sana competizione che introdurre nuovi elementi di flessibilità”. Infatti a fronte della crisi drammatica delle nostre università e degli enti di ricerca esisterebbero straordinari ricercatori che “appoggiati” a queste strutture competono nel libero mercato della ricerca captando fondi europei nazionali e regionali. Questi ricercatori non sarebbero precari ma, appunto, “indipendenti”.  Quindi devono essere riconosciuti come tali.

La proposta, in sostanza, introduce una nuova figura contrattuale a tempo determinato, oltre quelle già esistenti (assegni di ricerca e contratti di lavoro subordinato a termine) che dovrebbe servire per facilitare il reclutamento sui progetti di ricerca oltre a introdurre la possibilità di prorogare gli assegni di ricerca superando il limite attualmente previsto dalla normativa.  L’enfasi posta nel nome poco corrisponde al contenuto che sembra, piuttosto, collocarsi nella sciagurata tradizione tutta italiana di interventi sul mercato del lavoro basati sulla moltiplicazione le fattispecie contrattuali senza aumentare le garanzie. In questo caso la scelta colpisce particolarmente trattandosi di un contesto, quello della ricerca, dove negli ultimi anni – in particolare di fronte al fallimento della legge 240/10 – sono state avanzate varie ipotesi di riforma tutte tendenti a definire un unico percorso di reclutamento con contratti a tempo determinato superando quanto meno collaborazioni, prestazioni d’opera e assegni di ricerca. In questo caso si va nella direzione opposto lasciando alle singole università e ai singoli enti di ricerca la definizione le caratteristiche dei contratti e quindi anche i diritti della nuova figura. Va oltre la già agghiacciante deriva del job act in  salsa renziana  già molto peggio delle previsioni   che “liberalizza” totalmente i  contratti a termine ma non sfonda i vincoli nell’utilizzo degli abusi peggiori cioè i finti contratti di lavoro parasubordinato.

La proposta Capua invece apre le porte ad un nuovo e più ampio supermarket della precarietà affidato alla lungimiranza degli ordinamenti delle singole istituzioni scientifiche favorendo soprattutto l’utilizzo di queste tipologie contrattuali senza diritti e senza tutele. Ci mancava un po’ di flessibilità… Prima di entrare nel merito dell’articolato alcune considerazioni sulla relazione di accompagnamento appaiono necessarie. E’ fuori discussione che nel nostro paese esistano ricercatori straordinari in grado da attrarre cospicui finanziamenti su progetti. Tuttavia questa condizione non è sempre l’ideale per svolgere una attività di ricerca come molti sanno perfettamente. Infatti spesso compromette percorsi scientifici e curricula almeno quanto sopperisce, per citare sempre la relazione di accompagnamento, “ alla contrazione del contributo statale per la ricerca”.

Che poi i ricercatori a tempo determinato su progetti di ricerca, come del resto tanti altri lavoratori “a progetto” nel senso etimologico del termine, non siano necessariamente precari questo dipende da molti fattori primo fra tutti l’esistenza di un welfare e di opportunità di carriera e di mobilità  nel proprio paese di origine che fanno passare, per alcuni anni della propria vita o per sempre (meno frequente questa condizione), in secondo piano la necessità di una posizione stabile. Certo non si può affermare a priori che non siano precari, in particolare nel nostro paese dove le citate condizioni mancano entrambe. Altrettanto discutibile, ad avviso di chi scrive, la descrizione dei gruppi di ricerca “indipendenti” perché finanziati solo parzialmente dall’ente in cui operano. Questa idea di gruppi di ricercatori che si appoggiano di volta in volta a una struttura o un’altra rappresenta una realtà falsa perché costruisce una idea di mercato libero della ricerca dove le organizzazioni e le loro missioni istituzionali non contano o sono appunto secondarie come il finanziamento che erogano alla ricerca stessa.

Analizziamo ora la proposta vera e propria.

Come recita l‘articolo 1 mira a “favorire la crescita e la competitività dei ricercatori italiani nello spazio europeo della ricerca,  promuovere l’eccellenza scientifica e le idee progettuali con l’introduzione di condizioni di flessibilità per lo svolgimento di attività di ricerca presso le istituzioni del sistema italiano della ricerca”. L’ambito di applicazione dell’intero articolato ci sembra di capire dovrebbero essere tutte le università e tutti gli enti pubblici di ricerca incluso l’Asi ma la tecnica normativa per definirne il perimetro è decisamente discutibile in quanto lascia i contorni incerti potendo ricomprendere anche i settori privati cui però le fattispecie contrattuali citate dalla normativa non trovano applicazione.  Tralasciamo volutamente ogni commento  sulla  improbabile relazione che si costruisce tra obiettivi e strumenti utilizzati per raggiungerli ma è coerente con la relazione di accompagnamento del resto.

L’articolo 2 definisce la figura del “ricercatore indipendente”  come colui che “ essendo in possesso del titolo di dottore di ricerca o avendo comprovata esperienza di ricerca tale da permettergli di essere vincitore di bando competitivo italiano o internazionale per attività di ricerca e sviluppo tecnologico e non avendo rapporti di lavoro dipendente con enti pubblici o privati, acquisisce su base concorrenziale finanziamenti nazionali, europei e internazionali”. In questo caso l’ambito di applicazione è invece definito trattandosi delle università gli enti di ricerca e gli istituti di ricovero e cura che “tramite i loro ordinamenti disciplinano la figura del ricercatore indipendente”. Il contratto da  “ricercatore indipendente” può essere reiterato con la stessa persona e comunque deve essere della durata del progetto.

Qual’è il fine di questa norma? Facilitare le opportunità di impiego sui progetti di ricerca prima di tutto per coloro che meritoriamente li vincono? Superare eventuali ostacoli di carattere normativo o contabile alla proroga dei contratti a tempo determinato sui progetti?  E’ davvero così?

Vediamo.

Innanzitutto è bene ricordare che il contratto a tempo determinato è diversamente disciplinato negli Enti di ricerca  e nelle università ferma restando la normativa generale del D.Lgs 368/2001. Nei primi in virtù dell’articolo 5 del CCNL può arrivare alla durata di 5 anni o comunque essere coerente con la durata del progetto di ricerca inoltre può essere convertito in contratto a tempo indeterminato previa valutazione dell’attività svolta se è stato attivato sulla base di una procedura concorsuale pubblica. Inoltre in una situazioni straordinaria come quella attuale, in cui le assunzioni sono praticamente bloccate da anni, in virtù dell’articolo 5 comma 4 bis del Dlgs 368 2001 sono stati siglati numerosi accordi collettivi finalizzati a superare anche questi limiti evitando quindi sia licenziamenti che la necessità di ripetere prove selettive alla scadenza dei contratti per lavorare sullo  stesso progetto.

Nelle università la disciplina è affidata oggi all’articolo 24 della legge 240/10  in cui si prevedono due tipologie di contratto a termine con  e senza tenure track mentre si rinvia per i carichi didattici ai regolamenti di ateneo. In sostanza, combinando le diverse fattispecie di lavoro subordinato a termine, a cui si aggiunge l’assegno di ricerca, si può peregrinare tra contratti a termine prima di vedere l’opportunità di una posizione stabile o trovarsi nella situazione di non poter avere un contratto. A condizione che naturalmente vi siano le risorse e che non si superino i tetti di spesa su contratti a termine e atipici previsti sui fondi ordinari. Limiti che però non operano sui fondi esterni in virtù  dell’art. 1 comma 188 legge 266/ 05. “188. Per gli enti di ricerca, l’Istituto superiore di sanità (ISS), l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL), l’Agenzia per i servizi sanitari regionali (ASSR), l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA), l’Agenzia spaziale italiana (ASI), l’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (ENEA), il Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione (CNIPA), nonché per le università e le scuole superiori ad ordinamento speciale e per gli istituti zooprofilattici sperimentali, sono fatte comunque salve le assunzioni a tempo determinato e la stipula di contratti di collaborazione coordinata e continuativa per l’attuazione di progetti di ricerca e di innovazione tecnologica ovvero di progetti finalizzati al miglioramento di servizi anche didattici per gli studenti, i cui oneri non risultino a carico dei bilanci di funzionamento degli enti o del Fondo di finanziamento degli enti o del Fondo di finanziamento ordinario delle università.”

Quindi in virtù della normativa attuale non ravvisiamo vincoli particolari per l’utilizzo di contratti a termine su progetti. Anzi. Se si intendeva poi affrontare il problema delle proroghe comunque si sarebbe dovuto partire da queste norme magari uniformando la disciplina. Evidentemente non è così. Si parte da un assunto diverso: le figure attuali non bastano e sono troppo poco flessibili. Ne serve una nuova !

Siamo ancora una volta nel solco tutto italiano della moltiplicazione di tipologie contrattuali precarie. L’incerta tipologia “ricercatore indipendentesi aggiungerebbe, infatti,  al contratto  a tempo determinato sovrapponendosi ad esso solo se i singoli ordinamenti delle istituzioni scientifiche lo scegliessero come modello di riferimento. Si scrive infatti nella proposta Capua che “di norma” i contratti da ricercatore indipendente sono stipulati alle medesime condizioni di un contratto di lavoro subordinato da ricercatore. Ma solo “di norma” (articolo 2 lettera b). Perché evidentemente si potrà anche dare il caso che il trattamento sia inferiore oppure che il “ricercatore indipendente” operi con un contratto non di lavoro subordinato essendo quindi fortemente penalizzato in termini di tutele e diritti. Salvo adeguarsi agli standard internazionali qualora il bando su cui grava la retribuzione del ricercatore fissi dei parametri.

Nella proposta di legge a scanso di equivoci si prevede inoltre che sui progetti di ricerca si possano attivare contratti di prestazione d’opera che da anni nella pubblica amministrazione si cerca di limitare trattandosi di vero e proprio dumping salariale essendo prevalentemente utilizzati in sostituzione del lavoro subordinato e quindi sostanzialmente un abuso.

Il problema è esattamente l’opposto. Già oggi le tipologie contrattuali sono troppe in particolare chi ha l’assegno di ricerca  fa le stesse cose di chi ha un contratto a tempo determinato solo che è pagato meno e fortemente penalizzato sotto il profilo dei diritti sociali. Piuttosto che introdurre una ulteriore fattispecie esente Irpef (articolo 5 della proposta Capua), come gli assegni, ma ugualmente incerta sotto il profilo delle tutele molto più sensato sarebbe abolire l’assegno di ricerca e prevedere una sola figura contrattuale di lavoro subordinato a tempo determinato magari conservando l’esenzione come da più parti si propone.

Senza considerare poi una questione più generale che riguarda il contrasto tra la normativa italiana sui contratti a termine e la direttiva europea da cui la nostra disciplina generale trae origine. La regolazione della materia dei contratti a tempo determinato basa la sua impalcatura su un accordo tra parti sociali (sindacati e datori di lavoro) siglato in sede europea, successivamente recepito in una direttiva la 99/70 Ce e poi nelle diverse normative nazionali. L’Italia ha adeguato la sua legislazione alla direttiva con il D.Lgs 368/2001 rimaneggiato successivamente una infinità di volte da ultimo con il decreto lavoro ma basato, come si diceva, su un negoziato tra sindacati e datori di lavoro. Non è un caso che il decreto legislativo 368/2001 per superare i limiti massimi di durata rinvii ad una procedura che prevede l’assistenza delle parti sociali o un accordo collettivo. Comunque per quello che rileva a fini della nostra analisi la normativa europea prevede come deterrente all’abuso di contratti a termine l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato se violano i limiti previsti dalla stessa nell’utilizzo oltre a sanzioni di natura economica diversamente calcolate negli stati membri.  Il “deterrente” della stabilizzazione nel pubblico impiego non opera sulla base di una normativa specifica di settore ma vacillante perché in odore di contrasto con la disciplina europea.

Recentemente la corte di giustizia  si è pronunciata evidenziando ancora più che in passato questo contrasto mentre si attende entro l’estate la pronuncia della commissione europea sullo stesso argomento. Quindi il legislatore intervenendo sulla materia dovrebbe porsi il problema del rapporto tra l’attuale normativa e gli sviluppi del contenzioso a livello comunitario cosa che la proposta Capua ignora palesemente. O forse, volendo essere malevoli, non la ignora affatto ma pensa di risolvere il problema favorendo la possibilità di utilizzare contratti di lavoro autonomo (che saranno nella stragrande maggioranza dei casi finti) in sostituzione dei contratti di lavoro subordinato da ricercatore.

In sintesi “la valorizzazione della ricerca indipendente” rischia, almeno nella attuale formulazione, di essere più orientata a favorire un utilizzo ancora più sfrenato di contratti precari che finalizzata a riconoscere un qualche status ai ricercatori free lance. Infatti l’aspetto positivo, ad avviso di chi scrive  almeno, si esaurisce nel riconoscimento del ruolo di coordinamento dei progetti (articolo 2) e nel limite di ore da dedicare all’insegnamento (art. 2 lettera g) ma non necessitava certo la creazione di una nuova figura potendo anzi dovendo essere  riconosciuto a  tutti coloro che hanno un contratto a termine.  E’ davvero preoccupante che dal partito del Ministro dell’Istruzione possa arrivare una proposta simile in cui ci si limita a prendere atto del collasso delle nostre università e dei nostri enti introducendo l’ennesima fattispecie contrattuale atipica addirittura modulabile sede per sede come soluzione ai problemi ormai endemici del reclutamento. Preoccupante ma purtroppo non sorprendente.

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78 Commenti

  1. @Renzo Rubele

    Grazie,
    approfitto della sua pazienza, per dire che:

    mettiamo che la Corte di Giustizia stabilisca la violazione del principio di uguaglianza tra il trattamento del pubblico e quello del privato e

    mettiamo che la Corte Costituzionale rilevasse nella violazione da parte dell’Italia la violazione dell’art. 3 cost. principio di uguaglianza,

    allora si potrebbe dire che per non violare l’art. 3 cost., occorrerebbe stabilizzare chi avesse superato i 36 mesi

    voglio dire: un principio costituzionale è un principio, se ci sono due principi ci sarà un bilanciamento, uno prevarrà sull’altro:

    qui però c’è un solo principio, quello di uguaglianza e se verrà leso da una norma, quella norma sarà incostituzionale….

    non si potrà più dire: ci sono i co.co.co., il legislatore ha messo le mani avanti ecc…..

    scusi se ho approfittato della sua pazienza e, vista l’ora tarda,

    buona notte.

    • Allora, io non sono un giurista e non ho seguito i dettagli dell’azione presso la CGUE, e anzi non l’ho seguita neanche per sommi capi: sono solo informato in quanto cittadino Italiano ed Europeo che bene o male segue l’attualità, e che si interessa un po’ di più di politiche dell’istruzione e della ricerca.
      Dico solo che se la Corte riconoscesse una qualche assimilazione dei contratti di “terzo genus” (che sono quelli adoperati per il Precarjato universitario) a quelli subordinati, sarebbe un colpo mooooooooolto forte a tutto il sistema contrattuale messo in opera in Italia da 20 anni a questa parte, e le scosse si sentirebbero su tutta la Penisola.
      Ripeto che non penso si arrivi a questo, anche se – posso dire – potrei auspicarlo come cittadino, ma solo in quanto cittadino che non ha mai approvato (e tanto meno oggi approvo) quel sistema contrattuale (sia in generale, sia in particolare la sua applicazione nell’ambito universitario).
      Il fatto che oggi si sentano, politicamente, voci a favore di cose come “contratto unico” et similia non significa che poi verranno attuate né che ci sia qualche forma di retroattività circa siffatte eventuali riforme.

  2. A proposito di stabilizzazioni.

    L’universita’ non ha mai abusato di contratti a tempo determinato, anzi: sull’ffo i baroni ci tengono a fare solo contratti ti, che sono quelli che permettono loro di mantenere il loro potere. I contratti td di ricerca sono fatti su fondi esterni. Come pensate che possano essere stabilizzati?

    C’e’ quello che dice: “ho un contratto per insegnamento, sottopagato, mi fanno scrivere progetti”. Per favore, lascia, non fa per te. Se il tuo capo viene da te e ti dice “scrivi questo progetto”, forse e’ meglio se cambi lavoro. Tu non hai niente a che fare con la ricerca.

    E c’e’ anche quell’altro che dice: “Ai precari non interessa niente delle condizioni di lavoro”. E’ vero: ai precari interessa soprattutto lavorare. Delle ideologie del sindacato non interessa piu’ niente a nessuno.

    Infine, abbiamo concluso che l’articolo di Sinopoli e’ sostanzialmente basato su informazioni errate (sui limiti temporali) e su critiche strumentali (cercare il pelo nell’uovo tanto per giustificare una critica). Allora, se e’ vero che condividiamo gli obiettivi, cerchiamo di collaborare per ottenere una legge che li raggiunga. Ovviamente, il sospetto e’ che il sindacato non abbia affatto a cuore gli interessi dei precari.

    • Io non sono un Sindacalista, ma come cittadino e come persona interessata alle Politiche dell’Istruzione e della Ricerca sono in totale disaccordo con quanto asserisci.
      Intanto i “contratti a TD” non sono una specie unica. Ci sono gli assegni di ricerca, che *possono* essere fatti su finanziamento a progetto, e ci sono gli RTD, a cui la legge *proibisce* di apporre un tema di ricerca specifico, oltre all’individuazione dell’SSD.
      Quindi già con i dati di fatto partiamo male, e poi finiamo ancor peggio. Se vogliamo fare una discussione cominciamo a metterla sui binari giusti.

    • Una domanda a Renzo Rubele: potresti spiegarci cosa ne sai tu dei problemi dei precari della ricerca?

      Io di te ne so parecchio: non ci vuole molto a scoprire che non sei uno di noi, ma un politicante. Per questo hai idee cosi’ strane su quello che va bene o no ai precari.

      E ora veniamo alle precisazioni che fai: sono sbagliate. Gli RTD si possono fare su progetto, secondo la legge 240/2010. L’errore che fai e’ confondere la provenienza dei fondi con la definizione di un tema specifico.

    • “C’e’ quello che dice: “ho un contratto per insegnamento, sottopagato, mi fanno scrivere progetti”. Per favore, lascia, non fa per te. Se il tuo capo viene da te e ti dice “scrivi questo progetto”, forse e’ meglio se cambi lavoro. Tu non hai niente a che fare con la ricerca.”

      Grazie per il consiglio! Ha altre perle di saggezza da elargire?

    • Caro dbrogioli, ho capito che ti dà fastidio che io sia stato Presidente di EURODOC, la Federazione delle Associazioni dei Dottorandi di Ricerca e dei Giovani Ricercatori. Lo sono stato in quanto regolarmente eletto dai delegati all’Assemblea Ordinaria (del 2004, per capirci).
      Ho capito che ti dà fastidio che io sia stato membro del Consiglio Direttivo di EUROSCIENCE, Associazione Europea per la Promozione della Scienza e della Tecnologia. Lo sono stato perché regolarmente eletto dai membri di questa Associazione (sia nel 2006 sia nel 2008, per capirci).
      Forse ti dà ancora più fastidio il fatto che per difendere i giovani ricercatori italiani e i loro interessi sia andato contro l’Accademia Italiana e il Baronume.
      Per questo lascio perdere la provocazione e torno a discutere di contenuti, se necessario.

  3. Siamo tutti precari. Attualmente basta un attimo per trovarsi licenziati, anche in ambito universitario.

    Per questo i “lavori a rischio”, quali quello di “docente di università statale”, che deve operare in un contesto normativo complesso con le aggravanti penali del settore pubblico, dovrebbero essere maggiormente retribuiti.

  4. Se capisco bene, la proposta di legge permette al ricercatore indipendente che sia in grado di trovare finanziamenti per i suoi progetti di appoggiarsi ad una struttura universitaria senza limiti di tempo (a parte quelli impliciti nel finanziamento stesso). Si tratta di un modo di permettere di lavorare a persone in grado di attrarre finanziamenti che si aggiunge (e non si sostituisce) ai canali già esistenti per diventare ricercatore TD con o senza tenure track. Con la legislazione vigente, superato il limite dei 4 anni, tale possibilità è limitata a coloro che ottengano una tenure track. Non vedo quale sia il danno nell’estendere la possibilità di fare ricerca anche ad individui in grado di attrarre fondi di ricerca ma che, per impossibilità ‘ambientali’, o anche per loro scelta, non possano/vogliano diventare ‘strutturati’. O mi sfugge qualcosa?
    Cordiali saluti

    • Esiste davvero il “ricercatore indipendente” come declinato dalla Sig.ra Capua? Secondo Lei si dovrebbe consentire a individui senza legami con un Istituto di Ricerca di poter ottenere denaro “sulla parola” di un progetto, senza che esso venga condotto nel contesto di legami sociali e giuridici adeguati all’intrapresa?
      Con tutte le truffe che già vengono perpetrate ai danni dell’Unione Europea da parte di Enti e Privati in cerca di denaro per le proprie attività, dovremmo ancora di più allentare le cinghie, per farci poi mangiare dalla prima Caniglia di Populisti in cerca di voti facili su scandali di malagestione?
      Io non conosco siffatti “Ricercatori Indipendenti” nel resto del mondo, se Lei ne conosce uno me lo presenti, sarò felice di fare la sua conoscenza.

    • Eh si’ che ce ne sono. Se ti informi, io sono uno di questi.

      Ma oltre a me ce ne sono tanti altri. E tanti precari che stanno dalla nostra parte. Eh si’ che siamo maggioritari. Noi non abbiamo bisogno di mandare comunicati come quello che ha mandato il sindakato, perche’ “è necessario che certi punti di vista non appaiano come maggioritari”.

      Siamo maggioritari. Il sindacato deve seguire l’interesse dei lavoratori, non inondare le mailing list di sciocchezze per far credere che quella sia la posizione maggioritaria.

    • Autodichiararsi maggioritari e accusare l’interlocutore di dire sciocchezze non mi sembra un gran modo di argomentare. Che siano sciocchezze o meno, lasciamolo valutare da chi legge in base alla qualità degli argomenti presentati.

    • Tanto per chiarire: FLC ha mandato una e-mail per sollecitare gli iscritti a intervenire in questa discussione, per far passare per maggioritaria la posizione del sindacato.

      Questo non mi sembra democratico.

    • Curioso che neppure un iscritto alla FLC abbia ubbidito agli ordini. Non ci sono più i sindacati di una volta. Cosa c’entra poi la democrazia poi? Ah questi iscritti alla FLC, dopo aver fatto passare vari commi della Legge Gelmini contro la volontà della Gelmini e del suo governo, ora si stanno preparando a inondare i commenti di questo post per sopprimere la democrazia. La vogliamo finire con queste schiocchezze?

    • Figurarsi se non so quali sono le aspirazioni della “maggioranza dei ricercatori precari”, da quasi 15 anni mi interesso della cosa.
      E posso dire con sicurezza che l’aspirazione non è quella di fare il Precarjo a Vita, per quanto ci possano essere alcuni individui che lo desiderino, personalmente.
      MA anche se “alcuni individui lo desiderano”, non vuol dire che ciò sia desiderabile per la Società, né per il Progresso della Scienza.

  5. Conosco diversi colleghi bravi (italiani) che non sono dipendenti di nessuna università (per motivi che non dipendono solo dalle nequizie del sistema universitario italiano, ma da precise esigenze biografiche e di famiglia), e che hanno avuto finanziamenti importanti per loro progetti di ricerca (con stipendio per loro e vari dottorandi, per vari anni), e che hanno portato a termine questi progetti non in Italia, ma, per esempio, nei casi a me noti, in Germania e negli Stati Uniti.
    Non è forse un caso che da un prospettiva italiana sembrano ‘non esistere’.
    Cordiali saluti.

    • Lei gioca con i concetti: nessuno ha mai richiesto che nel momento di “chiedere finanziamenti” il ricercatore sia “dipendente” di qualche Istituto di Ricerca, ma di sicuro nel momento in cui l’Ente Finanziatore elargisce il denaro, richiederà una appropriata soluzione contrattuale che coinvolge qualche Ente di Ricerca (che dovrà a sua volta essere d’accordo).
      Cordiali saluti.

  6. Non vedo l’equivoco: questo è un punto che nessuno ha messo in dubbio in questo thread.
    E’ ovvio che il ricercatore (e i suoi fondi) devono essere ‘ospitati’ da una struttura di ricerca, che ne trae vantaggio in termini di prestigio, di output scientifico, e riceve corrispondenti overhead funds, e che in cambio offre infrastrutture, dialogo con la locale comunità scientifica etc.
    La proposta di legge, se capisco bene, serve proprio a regolamentare questa possibilità, che in Italia al momento è fortemenete limitativa per chi non sia ‘strutturato’ o abbia la possibilità di diventarlo.
    Cordiali saluti

    • Io invece l’ho visto, l’equivoco, e per questo sono intervenuto.
      In Italia le c.d. “possibilità per chi non sia ‘strutturato’” sono poche per il banale fatto che i fondi per il finanziamento di progetti di ricerca sono ridicolmente bassi, rispetto a tutti gli altri Paesi un minimo avanzati.
      Pertanto invito a focalizzare meglio il problema in oggetto, che non è quello espresso dalla proposta di legge della On.le Capua.

    • Ma li leggete gli articoli che commentate o commentate a prescindere? Il punto dell’articolo riguarda l’inutilità di un’altra tipologia contrattuale senza intervenire sul sistema di walfare.

    • E invece voi fate finta di non capire. Se condividete l’obiettivo, parliamone insieme e raggiungiamolo. La verita’ e’ che voi siete contrari all’obiettivo, e cercate solo critiche strumentali per insabbiare il tutto.

    • Noi capiamo benissimo mi sembra che se c’è qualcuno che non vuole capire quello è lei. Devo dire che siamo anche tolleranti ma che la pazienza ha un limite e il limite non è granchè lontano.

    • Non vedo come questa proposta di legge possa essere definita “inutile”, visto che essa indiscutibilmente consente a ricercatori di grande valore, capaci di attrarre autonomamente finanziamenti internazionali, di continuare le loro ricerche. Può essere forse criticata perché danneggia altro personale dalle ambizioni più modeste, che di presentare progetti vincenti ai bandi europei non sono capaci? Sinceramente non mi sembra il caso, non vedo quale danneggiamento questi ultimi dovrebbero subire. Che poi si potrebbero fare anche altre cose, tipo migliorare il welfare ecc., nessuno lo nega, ma mi sembra un discorso non pertinente.

  7. Caro Sylos Labini,

    Leggendo i vari interventi mi sembra semplicemente che molti lettori non abbiano trovato molte delle “considerazioni (molto) critiche” dell’articolo giustificate e convincenti, e abbiano argomentato in vario modo la loro opinione.

    Cordiali saluti

  8. Io ho argomentato infatti. Invece chi usa espressioni come “la pazienza ha un limite” mi sembra che, anziche’ argomentare, stia velatamente minacciando.

    Ecco il riassunto delle mie argomentazioni.

    1) Vedo che l’ opposizione alla proposta di legge viene da persone che non sono ricercatori precari. Sylos Labini e Sinopoli non sono precari, Rubele non e’ un ricercatore. Come dimostrano le firme raccolte per l’iniziativa per la ricerca indipendente, moltissimi precari invece sono favorevoli.

    2) Alcune delle informazioni fornite contro la proposta di legge sono errate (la faccenda dei limiti temporali e l’idea che gli rtd non si possano fare su fondi di ricerca).

    3) Cosi’ come molti precari, anche Sylos Labini e Sinopoli dicono di essere interessati al problema dei limiti temporali=reiterabilita’ (e sulla esenzione fiscale?). Ecco, questa proposta di legge punta a risolvere il problema. Al momento l’unica opposizione viene del sindacato.

    Vogliamo parlarne assieme e migliorare la legge?

    Io sono qui che vi aspetto.

    • Brogioli: se lei continua a scrivere schiocchezze sulla minaccia alla democrazia del sindacato, o che facciamo “solo critiche strumentali per insabbiare il tutto” o cose del genere verra’ direttamente bannato. Se vuole discutere si limiti a osservazioni tecniche.

      (1) Qui non si fanno rivendicazioni di categoria (di cui tra l’altro lei si e’ auto-eletto rappresentante) si discutono i fatti. Dunque il fatto che io sia o non sia precario non c’entra davvero nulla.

      (2) Sinopoli ha gia’ scritto sia nell’articolo che nei commenti “Non uso il comma 188 per dire che non ci sono limiti temporali ma limiti di spesa.” Dunque non c’e’ alcuna informazione errata.

      (3) Come gia’ scritto varie volte sopra da Sinopoli la proposta di legge vuole aggiungere una ulteriore tipologia contrattuale che nel sistema di walfare attuale sarebbe non tutelata. Il problema della prorogabilita’ si puo’ risolvere modifcando la 240.

  9. Dicevo appunto che il dibattito sulla proposta di legge dell’On.le Capua è piuttosto curioso perché appare quasi che una frazione di Precarj approvi l’istituzione di una nuova tipologia di Precarjato, di una forma che non esiste da nessuna parte del mondo.
    Questo è il punto, cioè: si storpia il concetto di “Ricercatore Indipendente”, che in linguaggio internazionale significa “vincitore di Fellowship a tema di ricerca libero, spesso ricca in termini di fondi complessivi acquisiti (e talvolta anche con possibilità di accordarsi per la sede/Istituto di ricerca)”, e si propone una curiosa e inverosimile libertà di forme contrattuali istituibili, quasi che poi fosse lo stesso se il ricercatore se ne andasse “a partita IVA” (una situazione comunque insensata per la maggior parte dei settori di ricerca, e in ogni caso Precarja).
    Il problema di acquisizione di *vere* fellowship indipendenti è diverso: oggi – da qualche anno – c’è il Programma “FIRB-Futuro in Ricerca”, (e di questo ho pure fatto la storia politica nei commenti di una pagina del blog “Ricercatori Precari”, in 8 “puntate”
    http://ricercatoriprecari.blogspot.com/2014/01/bandi-firb-i-limiti-di-eta-e-la.html?showComment=1390659119385#c7813288731019845629 ),
    e il punto critico è sempre quello di avere fondi adeguati e valutazioni scientificamente ed eticamente svolte su standard internazionali. Se poi si volessero istituire altri programmi per fellowship indipendenti torniamo a capocchia: ci sono pochi fondi. Per di più, se consentite, queste “fellowship indipendenti” sono “fellowship di eccellenza”, dotate appunto di parecchi fondi, ed è opportuno non perdere il bilanciamento con le fellowship ordinarie, istituite nella forma italica di assegni di ricerca o RTD, e bandite normalmente come posizioni precarje dalle singole Università.
    Insomma, non si vede la necessità di altre e diverse forme di Precarjato della Ricerca (anzi andrebbero riformate quelle esistenti) e si vedono invece i molti pericoli nel consentire strane libertà contrattuali, che in Italia andrebbero subito a rimpiazzare “al ribasso” (ove conveniente) quelle che già conosciamo.
    Sull’interesse di pochi Precarj Molto Senior all’istituzione di tale figura caliamo un velo pietoso: sappiamo bene che alla Gran Massa dei Precarj non interessa rimanere Precarj a Vita. E poi non è giusto nei confronti dei più giovani, soprattutto.

    • Inoltre, il Ministero potrebbe smetterla di bandire costosissime fellowship d’eccellenza, visto che non devolve abbastanza fondi per pagare tutti coloro che lo meriterebbero (basti vedere le graduatorie dei FIRB, progetti con punteggi altissimi restano fuori) e bandire molte più fellowship, ma meno costose, per progetti più ragionevoli, come si fa in tantissimi altri Paesi (di solito tramite agenzie indipendenti, fra l’altro). In Italia alcuni giovani passano dal chiedere 1 milione di euro per il FIRB all’implorare 300 euro per pagarsi una missione a 300 km di distanza.

    • Infatti dico anch’io che in quel gran problema che è la risibile quota di fondi complessivi per il finanziamento a progetto, di fellowship “indipendenti” d’eccellenza ne abbiamo, in proporzione, anche troppe. MA, come ho spiegato nella storia sopra citata, il programma FIRB-Futuro in ricerca è stato imposto dagli altri grandi Paesi all’Italia come necessario complemento nazionale ai Grant dell’ERC. Io sono favorevole ad una limitata quota di programmi d’eccellenza laddove non intacchino gli strumenti ordinari, che devono essere ottimi e abbondanti.

    • Sono molto scettico sull’efficienza di progetti che premiano meno del 10% delle domande.Questo a prescindere dal fatto che dovrebbero essere solo “la ciliegina sulla torta”. Infatti nel calcolo dell’efficienza andrebbe conteggiato anche il tempo impiegato dal restante 90% dei ricercatori: siamo sicuri che, a livello strutturale, sia un buon modo di ripartire le risorse? Non ne sono affatto sicuro. Poi a parte questi conti da ragionere ci sono delle ragioni più concettuali che favoriscono la scelta della diversificazione rispetto all’accentramento.

  10. Volete andare avanti a raccontarvela tra di voi o volete dibattere?

    I ricercatori precari sanno che (nella maggior parte dei casi) il loro stipendio e’ pagato proprio da fondi di ricerca. Quindi, i progetti non sono la “cigliegina sulla torta” ma costituiscono il sostentamento della maggioranza dei ricercatori precari. I quali preferirebbero poter ricevere il loro stipendio con un contratto decoroso che riconosca il loro contributo.

  11. basta con i progetti, i firb, i fir, i sir……………………..non se ne può più:

    in 3 anni, 3 regole diverse ogni anno.

    il firb funzionava in un modo, velocissimi a cambiare e così il fir funzionava diversamente e ancora cambiamento, il sir funziona diversamente

    perché ci si ostina a girare intorno al problema, basta sprecare soldi con questi meccanismi che fanno solo perdere tempo.

    se uno ha 10 anni di contratti con l’UNIV., allora SANATORIA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    altrimenti, ripristinare R.U. temp. indet. solo soldi per i ricercatori,

    basta soldi per gli associati e ordinari, ce ne sono troppi e sono tutti strutturati!

    • 1) I finanziamenti non vengono solo dal governo italiano (anzi), come facciamo a riversarli nell’ffo?

      2) Il modo in cui vengono assegnati i finanziamenti (soprattutto quelli non italiani) e’ l’unico ad essere un po’ meritocratico.

      Anto vorrebbe abolirli e mettere invece i soldi nel solito calderone dell’ffo. Non penso che piaccia ai precari, ne’ ai contribuenti, che vorrebbero fosse premiato il merito.

  12. @db:

    ai precari, con 10 anni di esperienza, 20 articoli e 3 libri non piace essere presi in giro.

    conosco persone cha hanno vinto una Marie Curie: ora è scaduta r sono a spasso. Secondo te, questa persona è contenta?

    io non ho niente contro il tempo determinato, ma deve essere così per tutti.

    Purtroppo chi lavora all’università ha il posto a tempo indeterminato,

    cioè, se vuoi fare ricerca nella tua vita, devi avere un temp. indeterminato………..può essere giusto o no, ma è cosi……, altrimenti non puoi avere casa, famiglia, mutuo erogato dalla banca ecc….

    evviva il precariato!, ma a patto che siano precari anche gli attuali associati ed ordinari!!!

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