Nel libro “I ricercatori non crescono sugli alberi” abbiamo scritto che

“Nell’analisi del sistema universitario, il primo dato importante da considerare riguarda la distribuzione delle età del corpo docente, intendendo con questo la somma di professori ordinari, associati e ricercatori, pari a 61.929 unità. Questi sono ripartiti in maniera quasi uguale tra le tre classi, ovvero vi sono (sulla base degli ultimi dati disponibili relativi al 2007) 19.625 professori ordinari, 18.733 associati e 23.571 ricercatori. … Troviamo una percentuale minima di docenti sotto i 30 anni (1,8%), il 14% tra 30 e 40, il 28% tra 40 e 50, il 29% tra 50 e 60 ed il 27% con età maggiore di 60 anni, di cui il 14% con età maggiore di 65 anni. Questa semplice analisi mette in luce due grandi anomalie: la percentuale bassissima di giovani (con età minore ai 40 anni) e l’alta percentuale di ultrasessantenni. Quando poi si analizzano separatamente le varie classi disciplinari si trovano delle differenze interessanti. Ad esempio, gli ingegneri hanno una classe docente con meno anziani e più giovani, mentre un caso particolarmente sfortunato, almeno dal punto di vista dei giovani, è quello dei fisici, in cui solo il 2% ha meno di 40 anni, mentre il 48% ha 60 anni o più (il 29,5% ha addirittura più di 65 anni!).”

Nella figura a fianco riportiamo il confronto tra la distribuzione in età dei docenti universitari in fisica italiani (prof. ordinari + associati + ricercatori) e quelli francesi (*) (maitre de conference e prof.). Non c’è bisogno di un’acuta analisi statistica per capire dove sia il problema. In Francia ci sono i “giovani”, in Italia no, perché il 2% di cui sopra è semplicemente una percentuale senza senso. In Francia inoltre non c’è l’ enorme percentuale di ultrasessantenni presente in Italia. Di questa situazione ne abbiamo parlato a lungo non solo nel libro ma anche in una serie di articoli (vedi qui). Per iniziare a pensare a come riformare l’università è necessario partire da questa analisi perché in questo grafico vi si possono leggere tanti tra i problemi che affliggono il sistema italiano: precariato, assenza di giovani, baronie, gerontocrazie, ecc, ecc. Questo non implica che il problema della governance, tanto caro ai nostri amici in parlamento e tanto centrale nella riforma Gelmini ora in discussione, non sia poi importante. Ma il punto politico è saper capire la priorità nei problemi, e la gerarchia nelle soluzioni. Se non si identificano le cause dello sfascio attuale, i problemi si perpetueranno a prescindere dal fatto che ci sia o meno un consiglio di amministrazione al fianco (al di sopra) del Senato accademico.

(*) I dati francesi sono stati pubblicati da Francesco Lissoni, Jacques Mairesse, Fabio Montobbi, Michele Pezzoni nell’articolo “Scientific Productivity and Academic Promotion: A Study on French and Italian Physicists” (forthcoming su Industrial and Corporate Change) di cui consigliamo la lettura per il dettagliato studio.

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