Un rapido bilancio della riforma dell’Università e qualche possibile intervento correttivo

Testo pubblicato sul Giornale di Diritto Amministrativo 5/2013

parte II

2. Reclutamento

a) I canali d’accesso alla docenza universitaria.

La l.240/2010 ha riformato le procedure di reclutamento del personale accademico introducendo una varierà di percorsi. Messo a esaurimento il ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato (RU), si sono introdotte due nuove tipologie di ricercatori a tempo determinato (art. 24): di tipo A (RTDa), con contratto triennale rinnovabile per un ulteriore biennio, e di tipo B (RTDb), con contratti triennali non rinnovabili, riservati a soggetti che abbiano già ricoperto il ruolo di RTDa, di assegnista di ricerca o figure equivalenti. I primi, come si vede, sono figure sostanzialmente equivalenti ai preesistenti assegnisti di ricerca, figura, quest’ultima, che la 240 ha lasciato in vita (art. 22). Il reclutamento degli RTD avviene localmente, sulla base di regolamenti delle singole università.

Per l’accesso ai ruoli stabili della docenza, sono previsti diversi meccanismi. A pieno regime, il canale principale di reclutamento disegnato dalla l.240 prevede che gli RTDb che abbiano conseguito l’abilitazione scientifica nazionale siano direttamente convertiti in professori associati (PA), previa positiva valutazione da parte dell’ateneo: infatti è previsto che gli atenei impegnino al momento del bando per ciascuno di tali posti 0.7 punti organico, pari al costo attribuito ad una posizione di PA. D’altro canto, si prevede che per tutti gli altri soggetti che abbiano conseguito l’abilitazione nazionale, gli atenei possano indire procedure di valutazione comparativa, disciplinate da regolamenti locali, per la copertura di posizioni di PA e professore ordinario (PO).

 Al fine di facilitare lo scorrimento di parte degli attuali RU nei ruoli degli associati, l’art. 24 c. 6 dispone che, per i sei anni successivi all’entrata in vigore della legge, una quota pari al 50% delle risorse equivalenti a quelle necessarie per coprire i posti disponibili di professore di ruolo e, a decorrere dal settimo anno, risorse corrispondenti fino alla metà dei posti disponibili di professore di ruolo possano essere utilizzate per procedere all’avanzamento di carriera degli interni che abbiano conseguito l’abilitazione, senza ricorrere a procedura di valutazione comparativa. Tale disposizione si applica anche ai PA già in servizio nell’ateneo, che abbiano ottenuto l’idoneità da PO, ma essa sembra essere destinata in primo luogo ai RU ad esaurimento abilitati; a tale scopo mira anche la riserva di una quota del FFO al reclutamento di associati (c.d. «piano straordinario associati»), prevista dalla l. 220/2010.

In ogni caso, la programmazione triennale d’ateneo deve vincolare le risorse corrispondenti ad almeno un quinto dei posti di ruolo disponibili per il reclutamento di soggetti esterni che non abbiano prestato servizio nell’ateneo, non siano stati titolari di assegno di ricerca e non siano stati iscritti a corsi dell’ateneo stesso nel triennio precedente (art. 18 c. 4).

Infine, un ultimo canale di reclutamento è costituito dalle cosiddette «chiamate dirette» (art. 29 c. 7), che consentono l’inquadramento in ruolo senza procedura concorsuale di una varietà di soggetti (studiosi di chiara fama inquadrabili come PO, studiosi che hanno svolto stabile attività all’estero o coordinatori di progetti di ricerca di grande rilevanza, inquadrabili come PO, PA o ricercatori).

Il quadro sin qui brevemente delineato, complesso e per certi versi disorganico, mostra diversi punti critici.

In primo luogo, sono previste ben tre diverse figure a tempo determinato, in parte fra loro sovrapponibili, il cui reclutamento è demandato alle sedi locali senza che il legislatore abbia previsto l’indicazione di linee guida sufficientemente stringenti per la redazione dei relativi regolamenti. In secondo luogo, il percorso attualmente previsto per l’ingresso di giovani studiosi nei ruoli si presenta – anche a causa delle restrizioni in materia di turnover[1] e dei tagli dell’FFO – come eccessivamente accidentato: l’effetto combinato di retribuzioni non particolarmente attraenti e di una perdurante incertezza sullo sviluppo della carriera è tale da produrre effetti disincentivanti sui più giovani, incrementando il fenomeno degli espatri o comunque la ricerca di altre, più remunerative occupazioni da parte dei più brillanti studiosi, attribuendo alla ricerca universitaria il ruolo di scelta di ripiego. Un fenomeno particolarmente insidioso, destinato a danneggiare lo sviluppo della ricerca scientifica italiana in tempi rapidi. D’altra parte, il costo elevatissimo delle posizioni RTDb (0.7 punti organico), ha fatto sì che il numero dei posti ad oggi banditi si conti sulle dita di una o forse di due mani: anche questo è un chiaro segnale disincentivante verso i ricercatori più giovani. Tanto più che costoro si troveranno ben presto davanti il «tappo» dei RU, in gran numero abilitati al ruolo di PA. D’altro canto, il Dlgs. 437/2012 , nel prevedere un legame fra la copertura di nuovi posti di PO e bandi di RTDb, obbliga gli atenei nei quali i PO superino il 30% del totale dei professori universitari a reclutare un RTDb per ogni nuovo PO. Il che rende, per quasi tutti gli atenei italiani, straordinariamente oneroso il reclutamento di nuovi ordinari (1 punto organico per un avanzamento interno, 1,7 punti organico per il reclutamento di un esterno). Se l’intento del legislatore era dichiaratamente quello di assicurare il bando di un certo numero di posti RTDb, al fine di non interrompere del tutto l’afflusso di giovani ricercatori nei ruoli, l’effetto della previsione sembra, al contrario, essere quello di interrompere il reclutamento di nuovi ordinari senza perciò favorire in alcun modo l’ingresso di giovani nella cosiddetta tenure track. Il legislatore, infatti, non ha tenuto in conto la scarsità di risorse disponibili, né la vigente disciplina in materia di turnover, che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Infine, il meccanismo delle chiamate dirette è regolato in modo piuttosto confuso: configura un canale di reclutamento parallelo, sul quale si è già espresso con allarme il CUN,[2] aperto a soggetti fra loro molto diversi, dal profilo non chiaramente definito, destinato a funzionare in assenza di precisi meccanismi di controllo e verifica.

b) L’abilitazione scientifica nazionale: gli errori della VQR si ripetono.

La l.240 ha istituito l’Abilitazione scientifica nazionale (ASN, art. 16). Nelle intenzioni del legislatore, essa «attesta la qualificazione scientifica che costituisce requisito necessario per l’accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori» (c. 1). La procedura è stata disciplinata con il DM 76/2012 (noto come «criteri e parametri»), con il quale si è introdotto il parametro del superamento delle mediane, applicato sia ai fini della selezione dei commissari, che dei candidati. L’estensore (o gli estensori) del Decreto, va subito detto, hanno commesso l’errore di trasferire la numerologia già vista all’opera nella VQR, nell’ambito del reclutamento dei docenti, creando un sistema unico al mondo, fragile, instabile, e destinato a produrre contenzioso. Infatti, nonostante la legge facesse riferimento all’attestazione della «qualificazione scientifica» dei candidati, da attribuire sulla base di un «giudizio fondato sulla valutazione analitica dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche, previa sintetica descrizione del contributo individuale alle attività di ricerca e sviluppo svolte, ed espresso sulla base di criteri e parametri differenziati per funzioni e per area disciplinare» (art. 16, c.1), si è voluto edificare una procedura che attribuisce tale qualificazione su base comparativa.

Infatti, la mediana divide in due parti uguali la popolazione dei candidati o degli aspiranti commissari: detto rozzamente, il 50% si trova sotto la mediana, un altro 50% la supera. Questo indicatore statistico ha un valore comparativo e non ha alcun riferimento alla «qualificazione scientifica» dei soggetti. Anche se si immaginasse un settore disciplinare straordinariamente produttivo, in cui il 90% o più dei componenti hanno una produzione scientifica eccellente sia per quantità che per impatto, il 50% dei componenti il settore si troverebbe comunque sotto la mediana e potrebbe essere perciò escluso dalla procedura, anche se fosse pienamente in possesso della qualificazione scientifica il cui accertamento è il fine ultimo della procedura di abilitazione scientifica.

Come già accaduto con la VQR, si sono adottati criteri quantitativi partendo da un assunto ideologico e indimostrato: che metà della popolazione dei docenti italiani non sono in realtà pienamente qualificati per ricoprire il loro ruolo. Ancora una volta, si è provveduto a distinguere fra aree e settori bibliometrici e non bibliometrici. Per i primi, si è richiesto il superamento di due mediane su tre (numero di prodotti scientifici, citazioni ricevute, indice H-contemporaneo). Per i secondi è sufficiente una mediana su tre (numero di monografie, numero di articoli e capitoli di libro, numero di pubblicazioni su riviste classificate in fascia di eccellenza – A).

La letteratura scientometrica internazionale è unanime nello sconsigliare automatismi bibliometrici ai fini del reclutamento: perché l’analisi bibliometrica non è sufficientemente raffinata da assicurare una valutazione accurata dei singoli, e per evitare il diffondersi a macchia d’olio di comportamenti opportunistici e abusivi tali da azzerare interi filoni di ricerca e peggiorare la qualità complessiva della ricerca.[3] Come ha fatto notare in un recente convegno il Presidente dell’INFN, chi mai vorrà più impegnarsi in un lungo e complesso progetto di ricerca sperimentale presso i laboratori del Gran Sasso, i cui risultati sono incerti e che richiede molto tempo per essere realizzato, quando presso altre istituzioni si producono con cadenza quasi giornaliera pubblicazioni scientifiche firmate al contempo da decine di ricercatori? Di tutto ciò gli estensori del DM 76 non si sono curati, così come non si sono curati degli effetti paradossali generati dal parametro delle mediane, benché essi fossero ampiamente prevedibili. Fra questi, basti pensare a un settore «di eccellenza» i cui appartenenti sono molto produttivi o molto citati: in questo caso sarà molto difficile superare le mediane, a prescindere dalla effettiva qualificazione scientifica. Al contrario, in un settore «modesto», i cui docenti sono poco produttivi o poco citati, sarà assai più facile superare le mediane. Con il risultato di sfavorire i candidati di settori di eccellenza e favorire quelli di settori meno produttivi. Il che basterebbe di per sé a dimostrare il fallimento della pretesa, frutto unicamente di ignoranza scientometrica, di rendere più selettivo il reclutamento attraverso il ricorso a indicatori quantitativi. Del resto, è ben noto come si siano prodotte inversioni paradossali, che ancora una volta dimostrano come il parametro delle mediane non giovi all’individuazione di soggetti scientificamente qualificati: vi sono infatti settori dove le mediane relative all’abilitazione come PA sono più alte di quelle relative ai PO. Non voglio in questa sede proseguire oltre nell’elencazione dei difetti di progettazione dell’ASN. Mi limito solo a segnalare pochi altri punti: la scelta di utilizzare classifiche di riviste e elenchi di riviste scientifiche, composti – analogamente a quanto visto per la VQR – secondo procedure non robuste, non trasparenti, non scientificamente rigorose, ignorando totalmente le best practices internazionali, ha finito per screditare l’intera procedura, per coprire di ridicolo su organi di stampa nazionali e internazionali[4] l’Agenzia di valutazione – a cui tale compito era demandato – e ha arrecato un danno gravissimo a quella audit culture, che – a parole – la stessa Agenzia e i suoi collaboratori ha tante volte detto di voler introdurre in Italia. Non da ultimo, si è favorito ancora una volta il contenzioso amministrativo: sono fioccati i ricorsi sulle liste di riviste, ai quali il Ministero ha reagito non correggendo i propri errori, ma con piglio avvocatesco, rinviando pubblicazione delle liste e sorteggi di commissari, al fine di depotenziare i ricorsi presentati. Sulla vincolatività delle mediane si è aperto un caos interpretativo, fatto di lettere e circolari ministeriali, in ultima istanza dirette a depotenziare il parametro e a ribadire la possibilità per le commissioni di discostarsene. Scelte tattiche, rappezzi, nella totale mancanza di volontà di raddrizzare una volta per tutte una procedura nata male, mentre ancora si attende la conclusione della prima tornata dell’ASN per poter misurare il grado di contenzioso che potrà emergere dai candidati esclusi.

Infine, un’ultima osservazione: l’ASN è nata come procedura aperta, senza vincoli numerici relativi al numero di abilitati. Una scelta in astratto ragionevole, poiché si tratta di attribuire il raggiungimento di una «qualificazione scientifica», non già di una procedura di reclutamento vera e propria. In realtà l’ASN giunge dopo anni di sostanziale blocco del reclutamento, e dovrà essere completata in tempi brevissimi da parte di commissioni oberate dalle pubblicazioni di decine di migliaia di candidati. Certamente le commissioni faranno di tutto per minimizzare i rischi di contenzioso, ed è lecito supporre che il numero degli abilitati sarà un multiplo della effettiva capacità di assorbimento da parte del sistema. Tutto ciò accade in presenza di procedure di valutazione comparativa basate su regolamenti locali, sulla cui capacità di selezione in base al merito dei candidati è lecito nutrire qualche dubbio. Sarà perciò interessante osservare quali saranno gli esiti del reclutamento accademico nel prossimo anno, anche se fin d’ora l’impressione è che della «rivoluzione meritocratica» introdotta con la 240/2010 si possa fin d’ora dire: much ado about nothing.

La pubblicazione del decreto di indizione della tornata 2013 dell’ASN rende purtroppo difficile intervenire ora sul sistema delle abilitazioni. In ogni caso, sarebbe auspicabile che le prossime tornate di abilitazioni si svolgessero a numero programmato, in modo da evitare che si formi un bacino di abilitati di proporzioni troppo vaste, destinato in larga parte a non poter essere assorbito dal sistema. In linea di principio, per ogni settore scientifico il numero di abilitati dovrebbe essere sufficiente alle necessità di reclutamento e ricambio generazionale nelle diverse fasce assicurando una ragionevole libertà di scelta agli atenei, ma senza eccedere di troppo la capacità di assorbimento. I criteri di qualificazione scientifica per l’ottenimento dell’abilitazione dovrebbero essere rivisti, evitando parametri di natura statistica, adottando parametri statici, certi, verificabili e periodicamente sottoposti a riesame. La definizione di tali parametri dovrebbe prevedere l’intervento trasparente e aperto delle comunità scientifiche, che sono le uniche titolate a esprimersi sui requisiti di qualificazione scientifica per ogni disciplina. Sarebbe opportuno che tale partecipazione avvenisse per il tramite di un CUN riformato (su cui vedi infra). Nel contempo si dovrebbero approntare tutti gli strumenti necessari per poter definire in modo scientifico tali parametri, senza ricadere negli errori già commessi: a questo proposito è imprescindibile che si proceda a una definizione solida e chiara, conforme alla letteratura scientometrica e alle esperienze internazionali, di scientificità dei prodotti, a una individuazione precisa delle diverse tipologie di prodotti scientifici e che infine si realizzi l’ANPRePS prevista già dalla l.1/2009 (art. 3 bis) e mai realizzata. Infine è opportuno che si avvii un attento monitoraggio degli sviluppi del reclutamento in sede locale, onde valutare, se necessario, interventi diretti a consolidare e uniformare per il meglio le procedure previste dai regolamenti delle singole sedi. Per quanto riguarda i problemi posti dai giovani ricercatori, si potrebbe pensare a una razionalizzazione delle figure a tempo determinato ora esistenti, avendo cura di prevedere percorsi, benché non a tempo indeterminato, sufficientemente prolungati nel tempo e tali da non scoraggiare l’afflusso di nuove energie nel sistema dell’università e della ricerca. Inoltre, sarebbe opportuno intervenire sulla vigente formulazione della cosiddetta tenure track. Allo stato, il costo eccessivo dei posti RTDb ha fatto sì che essi siano sostanzialmente assenti dal panorama dell’accademia italiana. Inoltre, il legame fra RTDb e PO, istituito con il Dlgs. 437/2012, ha allo stato prodotto l’unico effetto di bloccare il reclutamento di nuovi ordinari per molti anni a venire, con l’effetto di penalizzare e demotivare gli studiosi più maturi, che – anche se abilitati – non potranno veder riconosciute le loro capacità e rimarranno estranei al governo degli atenei, consegnandolo a un novero sempre più ristretto di ordinari più anziani. Da ultimo, sono necessari interventi efficaci per assicurare la mobilità dei docenti fra gli atenei: mobilità che, benché spesso invocata, è stata finora impossibile a causa delle ristrettezze finanziarie e del sistema di calcolo dei costi del personale per punti organico.



[1] Su cui è da ultimo intervenuta la l. 135/2012, art. 14 c. 3.

[2] Mozione CUN del 26.9.2012.

[3] EMS (2012): Whilst accepting that mathematical research is and should be evaluated by appropriate authorities, and especially by those that fund mathematical research, the Committee sees grave danger in the routine use of bibliometric and other related measures to assess the alleged quality of mathematical research and the performance of individuals or small groups of people. (..) It is irresponsible for institutions or committees assessing individuals for possible promotion or the award of a grant or distinction to base their decisions on automatic responses to bibliometric data. EPS (2012): The European Physical Society, in its role to promote physics and physicists, strongly recommends that best practices are used in all evaluation procedures applied to individual researchers in physics, as well as in the evaluation of their research proposals and projects. In particular, the European Physical Society considers it essential that the use of bibliometric indices is always complemented by a broader assessment of scientific content taking into account the research environment, to be carried out by peers in the framework of a clear code of conduct. IDF-ADS (2011): Any bibliometric evaluation should be tightly associated to a close examination of a researcher’s work, in particular to evaluate its originality, an element that cannot be assessed through a bibliometric study.

[4] G.A. Stella sul Corriere della Sera del 17.10.2012; Times Higher Education dell’8 novembre 2012.

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21 Commenti

  1. Il prof. Banfi scrive: “sarebbe auspicabile che le prossime tornate di abilitazioni si svolgessero a numero programmato, in modo da evitare che si formi un bacino di abilitati di proporzioni troppo vaste”. Capisco, ma non condivido (da precario accademico): ci vedrei un ragionamento che ribadisce certa autoreferenzialità del sistema universitario, portato a riflettere in virtù delle proprie esigenze senza comunicare con settori affini, scuola in primis. Ovvero (detto in soldoni): dare l’ASN a chi lo merita anziché solo ai primi xyz di un SSD, significa garantirgli quantomeno un riconoscimento “morale” (se non giocabile in sedi, contrattuali e sindacali, altre rispetto a quella universitaria strictu sensu). Certo, si dirà che con la/e morale/i (e relativi riconoscimenti) non si fanno le leggi, né progredisce la PA, ma in tempi come questi è meglio che niente…

    • Caro Alberto, capisco bene il suo ragionamento. Resta il problema dell’art.16 c. 4 della 240. Io non credo che si debbano distribuire riconoscimenti morali, ma riconoscimenti concreti e mi creda, non sono affatto dell’idea che debbano essere “per pochi”. Cerco di essere realista, forse sbaglio, per questo se ne discute.

  2. “In ogni caso, sarebbe auspicabile che le prossime tornate di abilitazioni si svolgessero a numero programmato”

    Chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato?

    Inoltre, una simile restrizione snaturerebbe completamente il senso di una procedura di abilitazione, già messa a dura prova dalla bibliometri fai-da-te ANVUR. Sarebbe meglio, piuttosto, riformare il sistema dei concorsi e delle chiamate, in modo che fra gli abilitati (con procedure possibilmente più condivisibili) si scelgano poi comparativamente i vincitori, volta per volta, e con la maggior trasparenza possibile.

    • Certo, questa é una possibile alternativa, sempre che si riesca a mettere mano in procedure che attualmente sono totalmente locali e potenzialmente al 100% opache.

  3. “In ogni caso, sarebbe auspicabile che le prossime tornate di abilitazioni si svolgessero a numero programmato”
    Bella proposta! Aggiungiamo alla fittissima rete di regole e vincoli ulteriori regole e vincoli…come sostiene giustamente Marc in tal modo “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”, credo che ogni tanto in Italia sarebbe necessario guardare oltre il proprio orticello..

  4. le abilitazioni numero chiuso sono senza senso. infatti non sono valutazioni comparative, ma misurano solo se i candidati hanno superato una certa asticella.

    inoltre non mi risulta che ci sia il numero chiuso in nessun sistema estero che prevede le abilitazioni

  5. La questione dovrà essere ri considerata rispetto agli esiti della prima tornata. Avremo modo di riparlarne, con maggiori dati in mano. La mia, vorrei essere chiaro, non era una posizione avversa ai non strutturati, ho criticato mille volte gli scivoli precostituiti per gli strutturati in quanto “categoria”.

    • Non credo sia una questione di strutturati e non strutturati. Molti ricercatori di settori bibliometrici probabilmente non hanno fatto domanda alla tornata di abilitazione 2012 e non la faranno alla tornata 2013 solo a causa delle mediane. Non penso sarebbe giusto nei loro confronti cambiare drasticamente le carte in tavola, almeno non prima che si concludano anche le tornate già annunciate 2014 e 2015 (possibilmente rivedendo seriamente i criteri ANVUR, eventualità già possibile a partire dalla tornata 2014).

    • beh, molti di coloro che si oppongono a un’abilitazione a numero programmato lo fanno in nome della difesa dei non strutturati. D’altro canto, la mia personale sensazione, siccome non credo per nulla nella tesi delle valutazioni ex post del reclutamento (tema troppo complicato da affrontare qui), è che o si stringe a monte o a valle. Se si stringe a valle, però, si comprime l’autonomia delle sedi.
      Insomma, è un puzzle, pensiamoci. Come dicevo prima, gli esiti della prima tornata forniranno dei dati su cui meditare.

  6. @Banfi
    “beh, molti di coloro che si oppongono a un’abilitazione a numero programmato lo fanno in nome della difesa dei non strutturati”

    Da quanto ne so tutte o quasi tutte le abilitazioni che si svolgono all’estero non prevedono il numero programmato, non è una questione di “difesa dei non strutturati” come lei asserisce.

    • Leo, non è che quello che si fa all’estero sia per ciò stesso giusto, questo non è un argomento. Ribadisco inoltre che per lo più la difesa del numero aperto è svolta a favore dei non strutturati. Nel che non vedo nulla di male.

  7. @Banfi
    “Leo, non è che quello che si fa all’estero sia per ciò stesso giusto, questo non è un argomento”

    Grazie per averci ricordato come si argomenta! Credo però che guardarsi un pò intorno possa produrre qualche beneficio..

    “Ribadisco inoltre che per lo più la difesa del numero aperto è svolta a favore dei non strutturati.”

    Beh contento lei..in effetti quando hanno “partorito” il sistema delle abilitazioni probabilmente pensavano a tutelare proprio i non strutturati..

    • vedo che ha una passione per i paralogismi e per le argomentazioni campate in aria. Contento lei.
      Sappiamo tutti qual era l’obiettivo quando fu partorito il sistema, che infatti è dotato di scivoli privilegiati per certe categorie. Osservo comunque che molti di coloro che si oppongono alla concessione di abilitazioni a numero chiuso lo fanno o lo hanno fatto sostenendo che questo sarebbe andato a danno in primis dei non strutturati. Va bene così? Detto questo, si può discutere di tutto, purché se ne discuta. Io per esempio intendo discutere quello che si fa all’estero, quello che si fa e si farà da noi. Parliamo di obiettivi da raggiungere e di come. Lei, Leo, per esempio, quali obiettivi pensa debba raggiungere un sistema di abilitazioni, nel quadro del reclutamento accademico? Ci spieghi un po’ che così ne discutiamo.

    • In un sistema di abilitazioni a numero aperto, per tutelare i non strutturati (e gli “outsider”) bisognerebbe vigilare meglio sui regolamenti e le commissioni dei concorsi locali. A fronte di un numero relativamente ampio di abilitati, c’è il rischio concreto che a far carriera siano quelli già “interni” agli atenei che concorrono in sede o presso altri atenei “amici” per coprire la quota di posti da destinare ad “esterni”. Per gli outsider (emigrati all’estero o provenienti da enti pubblici o semplicemente poco graditi nella loro sede) rimangono solo le medaglie di cartone. Sono considerazioni congetturali, ma plausibili. Va comunque detto che l’ultima parola spetta ai fatti. Di qui a pochi mesi avremo un buon numero di abilitati e potremo mettere alla prova l’equità dei concorsi locali e le chances degli outsider. Saremo ben felici di ricrederci, se vedremo che le abilitazioni a numero aperto funzionano ragionevolmente bene.

  8. Vorrei essere più chiaro: non si può creare un “tubo” ossia un sistema senza filtri che non siano le mediane. Allo stato c’è un primo step, ossia l’abilitazione, demandata alle commissioni, che se (ripeto “se” e spesso non è così) rispettassero alla lettera lo spirito della norma vigente dovrebbero abilitare tutti coloro che hanno requisiti minimi, ossia un’ingente massa di soggetti. A valle, ci sono le selezioni locali che in molti casi sono vere e proprie farse. Se (SE) si vuole che i meccanismi di reclutamento siano minimamente selettivi, occorre stringere o a monte o a valle. Il problema è che stringere a valle fa saltare per certi versi l’autonomia degli atenei. Ma, come detto mille volte, se ne può discutere: per esempio si potrebbero fare commissioni interamente sorteggiate per il 100% del reclutamento locale. Potrei anche essere d’accordo. Ma dubito che saranno d’accordo gli atenei e forse non hanno proprio tutti i torti. Quanto alla solita teoria di reclutare chi si vuole, anche il tizio all’angolo e poi tanto ci pensa la valutazione ex post, in tutta sincerità, no grazie. Di liberi tutti ne abbiamo avuti anche troppi negli ultimi decenni.

    • Per completezza, vorrei aggiungere che i requisiti minimi richiesti per il conseguimento della abilitazione non si esauriscono nel solo superamento delle mediane, ma anche nel soddisfare vari altri criteri. Criteri però più “impalpabili” e in merito ai quali le commissioni hanno una discrezionalità sostanzialmente assoluta. Di fatto, dunque, mantenendo il proposito di abilitare chiunque abbia i requisiti minimi, una commissione potrebbe comunque abilitare pochissimi candidati.

  9. “vedo che ha una passione per i paralogismi e per le argomentazioni campate in aria.”

    Complimenti per la capacità di dialogare che sta dimostrando, credo che lei si stia innervosendo un pò troppo

    “Lei, Leo, per esempio, quali obiettivi pensa debba raggiungere un sistema di abilitazioni, nel quadro del reclutamento accademico? Ci spieghi un po’ che così ne discutiamo”

    mi scusi ma non credo che valga la pena discutere con chi insulta gli interlocutori..preferirei chiuderla qui se non le dispiace

    • Mi dispiace davvero tanto, non pensavo che paralogismo fosse un insulto, la maestra non me l’ha mai spiegato. Io sarei davvero interessato a sapere cosa lei propone, almeno potremmo discutere di qualcosa anziché divertirci con le frasi fatte. Se poi vuol chiuderla qui, benissimo. Vorrà dire che non ha argomenti da portare, se non vaghi cenni a orticelli oltre cui guardare. Ma orticelli di chi, questo è il dilemma.

  10. non si tratta di “argomenti da portare” come dice lei, si tratta del livello di questo “dialogo”, le sue ulteriori provocazioni (presenti anche nel suo ultimo intervento) lo confermano..ad ogni modo pensi pure ciò che vuole..

    • mi spiace davvero di averla offesa, davvero non vuole spiegarci il suo pensiero? Sarebbe un vero peccato, mi creda. Io ero desideroso di conoscere altri orizzonti oltre il giardino, suvvia, non ci privi del suo parere. Come vorrebbe disegnare le abilitazioni e il reclutamento, ci spieghi. In fondo se è venuto a intervenire da queste parti un’idea ce l’avrà. Così – chissà mai – potremo anche arrivare a condividere delle idee.

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