Da Giulio Tremonti a Mariastella Gelmini e a seguire, si è detto che i tagli al sistema formativo sono necessari per ragioni di bilancio. Si tratta di una tesi palesemente falsificata dal fatto che, nell’intero settore del pubblico impiego, le maggiori decurtazioni di fondi sono state subìte proprio da scuole e università. Si è, dunque, in presenza di una scelta di ordine puramente politico, non dettata da ragioni “tecniche”. Scelta di ordine politico che ha a che vedere con il modello di specializzazione produttiva al quale si intende portare l’Italia. Se è questa la linea che si intende perseguire, non sorprende che alla “desertificazione produttiva” del Paese (già in atto) debba far seguito la sua “desertificazione universitaria”. Ed è quanto, in larga misura, si è già realizzato.

“Per rendere felice la società e per rendere il popolo contento anche in condizioni povere, è necessario che la grande maggioranza rimanga sia ignorante che povera” (B. de Mandeville, 1728).

“Con la cultura non si mangia” (Giulio Tremonti, 2010).

Le politiche formative attuate negli ultimi anni sono, al tempo stesso, contraddittorie e miopi. L’obiettivo dichiarato delle recenti “riforme” consiste nel migliorare la qualità della produzione scientifica delle Università italiane. Convenzionalmente, la qualità della produzione scientifica viene misurata calcolando il numero di citazioni che articoli e libri di studiosi italiani hanno ricevuto. Ebbene, su fonte SCIMAGO, si calcola che dal 2006 al 2010 il sistema universitario italiano si è collocato all’ottava posizione, su scala mondiale, per numero di citazioni ricevute. Nello stesso intervallo di tempo, l’Italia era collocata al decimo posto, su scala mondiale, per ricchezza prodotta. In altri termini, la “cura dimagrante” imposta all’Università pubblica italiana si innesta proprio nel periodo nel quale quest’ultima è stata massimamente produttiva.

La contraddizione delle “riforme” rispetto all’obiettivo dichiarato consiste nel fatto che, pressoché inevitabilmente, gli studiosi italiani produrranno meno, sia perché avranno meno fondi a disposizione, sia perché sempre più anziani. Il recente “superamento” – in termini di quantità di citazioni – da parte delle Università cinesi suona come un campanello d’allarme.

Da Giulio Tremonti a Mariastella Gelmini e a seguire, si è detto che i tagli al sistema formativo sono necessari per ragioni di bilancio. Si tratta di una tesi palesemente falsificata dal fatto che, nell’intero settore del pubblico impiego, le maggiori decurtazioni di fondi sono state subìte proprio da scuole e università. Si è, dunque, in presenza di una scelta di ordine puramente politico, non dettata da ragioni “tecniche”. Scelta di ordine politico che ha a che vedere con il modello di specializzazione produttiva al quale si intende portare l’Italia. Quale?

Uno dei più ascoltati economisti italiani, il prof. Luigi Zingales, ha recentemente dichiarato che:

Ci sono un miliardo e quattro di cinesi e un miliardo di indiani che vogliono vedere Roma, Firenze e Venezia. Noi dobbiamo prepararci a questo. L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro enorme nel turismo. Dobbiamo prepararci per questo, non buttare via i soldi a fondo perduto[1].

È una dichiarazione che esplicita una visione sostanzialmente condivisa sul piano politico[2], con un inizio di realizzazione con gli ingenti stanziamenti al settore turistico previsti nella Legge di Stabilità.

Se è questa la linea che si intende perseguire, non sorprende che alla “desertificazione produttiva” del Paese (già in atto) debba far seguito la sua “desertificazione universitaria”. Ed è quanto, in larga misura, si è già realizzato.

In netta controtendenza rispetto a quanto verificatosi, negli ultimi anni, nei principali Paesi OCSE, in Italia si è ridotta la quota degli occupati nelle professioni ad alta specializzazione. In altri termini, le (poche) assunzioni effettuate nel settore privato hanno riguardato essenzialmente individui con bassi livelli di scolarizzazione. Ciò per le seguenti ragioni:

  1. La contrazione della domanda di lavoro qualificato è dipesa essenzialmente dalla riduzione degli investimenti realizzati dalle imprese italiane (-3.9% nel 2012 rispetto all’anno precedente, su fonte ISTAT). La riduzione degli investimenti si associa, infatti, a minore disponibilità di capitale fisso per addetto (e maggior obsolescenza del capitale) e alla riduzione delle dimensioni medie aziendali. È del tutto evidente che da questo scenario, caratterizzato da bassa accumulazione di capitale fisso e da nanismo imprenditoriale, ci si poteva solo aspettare che la domanda di lavoro espressa dalle imprese sarebbe stata sempre più rivolta a individui poco scolarizzati. A ciò si può aggiungere il fatto che i nostri imprenditori sono, in media, poco scolarizzati – circa il 70% degli imprenditori italiani non è diplomato – e che ciò ha rilievo nelle scelte di assunzione. Come documentato dall’ISFOL, gli imprenditori con elevato titolo di studio sono maggiormente propensi ad assumere individui con elevata dotazione di capitale umano.
  2. Le politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni hanno significativamente contribuito a generare questi esiti. Ciò a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica e l’aumento dell’imposizione fiscale hanno ristretto i mercati di sbocco delle (molte) imprese italiane che operano su mercati interni, riducendone i profitti (o determinandone il fallimento) e riducendo, di conseguenza, i fondi interni disponibili per le innovazioni. Le politiche di austerità hanno depresso la domanda interna, e – reiterate negli anni – hanno inciso negativamente sulle aspettative imprenditoriali, contribuendo a determinare riduzione degli investimenti e, in una condizione di crescente incertezza, a disincentivare l’offerta di credito da parte delle banche, in una spirale recessiva che accresce il tasso di disoccupazione, soprattutto a danno degli individui con maggiore dotazione di capitale umano.
  3. Una campagna mediatica efficacemente organizzata ha dipinto l’Università pubblica come luogo di spreco, di baronie, di assenteismo, di corruzione. È verosimile che, a parità di condizioni, gli imprenditori siano più propensi ad assumere diplomati anche per questa ragione, imputando valore nullo a titoli di studio rilasciati da Istituzioni del tutto prive di credibilità.

La decurtazione di fondi alle Università grava innanzitutto sugli studenti, per la minore quantità e qualità dei servizi offerti, e per l’aumento delle contribuzioni[3]. Il decremento di immatricolazioni nell’ordine del 17% negli ultimi dieci anni è una risposta individualmente “razionale” e, tuttavia, controproducente sul piano macroeconomico e nel lungo periodo. Un’economia che sarà popolata prevalentemente da individui over-60 (anche a ragione della ripresa consistente delle emigrazioni giovanili), con giovani residenti poco istruiti è, con ogni evidenza, un’economia condannata a bassi tassi di crescita.


Note

  1. Va rilevato che gli studi empirici sull’ipotesi di crescita trainata dal turismo sostanzialmente concordano nel ritenere questa ipotesi suffragata per i Paesi in via di sviluppo. Nel caso di Paesi con tradizione industriale, per contro, si rileva che politiche fortemente orientate a generare una struttura produttiva orientata al turismo sperimentano, di norma, bassi tassi di crescita (http://www.rcfea.org/RePEc/pdf/wp41_09.pdf).
  2. E assecondata da molte Università tramite il proliferare di corsi di laurea in Scienze del Turismo et similia. Il che, peraltro, testimonia il fatto che anche la gestione delle attività turistiche richiede, nonostante Zingales, competenze acquisite in Università. Si può poi osservare che una quota consistente degli afflussi turistici in Italia deriva dal turismo congressuale, che evidentemente può esistere solo laddove esistono sedi universitarie con finanziamenti sufficienti per l’organizzazione di convegni internazionali.
  3. Si può osservare che il basso (se non nullo) potere contrattuale degli studenti universitari, in sede di negoziazione politica, può aver contribuito a questi esiti.

(Articolo originariamente pubblicato su Micromega il 15 novembre 2013)

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19 Commenti

  1. le aspettative turistiche da paesi come cina ed india mi sembrano francamente esagerate. L’Italia e’ interessante sopratutto per i paesi provenienti dalla tradizione culturale greco romana, cioe’ europa ed USA, considerato che lincoln posa saldamente le braccia su fasci littori su cui campeggia la frase “e pluribus unum”. Al contrario per paesi come giappone, cina ed india la tradizione culturale e relugiosa greco romana e poi cristiana e’ francamente marginale. Impero romano e cristianesimo sono per loro delle belle storie di paesi lontani come sono per noi le dinastie dell’impero cinese. Per cui non riporrei tante aspettative in quel turismo . Il viaggio in Italia non e’ piu’ un “must” nel gran tour .
    Piuttosto tra le tante contradizioni delle riforme universitarie promesse e realizzate vorrei ricordare quella del ruolo dei ricercatori. Per anni ci hanno detto che era necessario ristabilire la piramide gerarchica, aumentando la base dei ricercatori e riducendo relativamente e progressivamente il numero di associati ed ordinari. Per tutta risposta si e’ cancellato il ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato sostituendolo con un precariato dagli esiti incerti, privo di interesse pet i giovani migliori . Il risultato e’ stato quello di traformare la piramide in un palloncino, tenuto da un filo sottilissimo che rischia ogni giorno di spezzarsi. Bisogna abrogare la legge gelmini, prima che sia troppo tardi.

  2. Per quanto non quello che auguro, io troverei già positivo se si decidesse davvero di puntare prima di tutto sul turismo…
    Ovvero con attenta pianificazione finanziando e assumendo massicciamente nel campo delle scienze dei beni archeologici e delle arti, che sono chiaramente il nostro punto di forza rispetto al resto del mondo, con quindi ricadute su tutte le altre discipline grazie all’indotto dovuto alla messa a punto di nuovi metodi di conservazione e restauro e soprattutto ad una gestione oculata del flusso turistico e del marketing…

    Ma di una cosa del genere non credo nessuno di quelli che giustificano i tagli all’università con la sua presunta inutilità credo abbia nemmeno parlato…

  3. Bisogna che la piantino di ideare false antitesi da propinare all’opinione pubblica: un paese può benissimo valorizzare il proprio patrimonio storico-artistico (cosa che non sta facendo) e valorizzare le proprie università (cosa che non sta facendo). Questa è classe politica di distruttori e va mandata a casa.

  4. Io non saprei dire se c’e veramente una scelta cosciente. In un mondo razionale, anche volendo puntare tutto sul turismo, si concentrerebbero risorse in modo massiccio sui corsi di studi umanistici o legati ai beni culturali (tecnologie per il restauro, formazione di tecnici ad alto livello per le infrastrutture informatiche,…). Basta andare in giro per l’ Europa per capire la preparazione che e’ richiesta oggi per progettare una moderna fruizione dei beni culturali.

    Mi sembra piuttosto che stiamo assistendo ad una sinergia “viziosa” tra una classe politica e dirigente di bassissimo spessore culturale e decisamente impreparata, alcuni “furbetti” che approfittano della situazione (inclusi diversi economisti da talk-show) e l’ importazione di un vecchiume ideologico neo-liberista che pur sempre produce vantaggi per pochi a scapito di molti.

  5. Siamo in piena involuzione democratica. Oligarchie ristrette prendono decisioni che si riflettono in negativo sulla vita di milioni di persone (tagliare la scuola, sottrarre fondi alla ricerca, imporre procedure macchinose), mentre decidono di promuovere enti e burocrazie inutili e autoreferenziali che si autoalimentano e costano moltissimo.

  6. Premesso che sono d’accordo con quanto sostenuto nel complesso dell’articolo, vorrei soffermarmi sulla presunta antitesi tra sviluppo del sistema universitario e sviluppo delle risorse turistiche, storico-artistiche e ambientali di un paese, adombrata in modo un po’ fuorviante nel titolo. Questa antitesi, come ben sa chiunque sia in grado di avere una visuale sul mondo non ristretta al proprio orticello scientifico, di fatto non esiste ed è perorata solo da persone ignoranti o in malafede. Tutelare davvero le risorse turistiche italiane significherebbe, infatti, non solo evitare di riproporre periodicamente ipotesi demenziali come quella della alienazione a privati delle spiagge demaniali, o investire in modo forte, ad esempio, nel settore museale e della conservazione dei beni culturali (vedi Pompei che cade a pezzi). Significa anche investire in formazione ad hoc, e dunque universitaria, non solo in ambito umanistico – la polemica contro i corsi di Scienze del turismo mi pare abbastanza fuori luogo – : le applicazioni scientifiche alla tutela dei beni culturali, come ben sanno e praticano ad esempio i francesi, sono potenzialmente infinite, e si allargano a settori come la fisica, la chimica e molti altri. Basta pensare che avevamo fino a pochi anni fa una scuola nazionale di restauro all’avanguardia, e oggi praticamente non esiste più.
    Dunque l’alternativa è mal posta, probabilmente in malafede, da chi la pone: cerchiamo almeno noi di non cadere nella trappola, inneggiando all’università “contro” il turismo e i beni culturali, dal momento che sono evidentemente questi i settori che possono rilanciare, tutti insieme, il nostro paese, e che sono stati tutti ugualmente smantellati dagli ultimi governi.

    • Giustissimo, infatti vedo che nei commenti siamo partiti più persone in contemporanea (quando ho scritto io per esempio non vedevo commenti) a sottolineare che non capiamo come mai quello del potenziamento del turismo non fosse un argomento per mettere più risorse nelle università…
      Ma questo argomento è mai stato proposto in una delle tante trasmissioni in cui è stato ripetuto il ritornello?

  7. Il solo fatto di dover accettare questo piano di discorso è indice della malattia grave da cui è affetto il “sistema Italia”. Non credo che abbiano molto senso espressioni come “uscire dalla crisi”, “superare le emergenze” ecc. Il nostro paese sta declinando in un modo che sembra inarrestabile. Può darsi che vengano fuori energie nuove che risollevino la situazione, ma io non ci credo anche perché non vedo da dove possano mai sopraggiungere tali energie. Ha ancora un senso non retorico riferirsi all’Italia come a una società con una sua identità?! Perché mai, insomma, l’Italia non dovrebbe diventare un paese di soli servitori, camerieri e lacché?! In che modo si lederebbero le ferre leggi del mercato se qui da noi ci fossero solo servizi turistici e di ristoro e li da loro, nel mitico nord-europa, in Cina, USA, ecc., produzione di cultura e di tecnologie? In altri pessimistici termini: ma a cosa mai vogliamo e possiamo appoggiare il nostro desiderio di un paese efficiente, colto o anche semplicemente un minimo sensato?

    • “Perché mai, insomma, l’Italia non dovrebbe diventare un paese di soli servitori, camerieri e lacché?!”

      Semplice: non tutti hanno l’idole di essere camerieri, lacché e soprattutto sconfitti senza combattere.

  8. sono d’accordo con Fausto Proietti, il Turismo è un settore strategico che può richiedere competenze di alto livello a seconda dei casi, basti pensare non solo al Restauro ma anche ai trasporti, alle infrastrutture, all’Informatica, all’Economia, ecc.. la ricerca e l’università possono sostenere e far sviluppare il turismo come molti altri settori strategici

  9. Qui a Pd vedo solo sovraffollamento dovuto allo spostamento di masse enormi persone dalla Cina, dall’India, dall’Africa e dall’Est Europa.

    Qui a UNIPD gli studenti non sono diminuiti. Ed in particolare a Fisica sono aumentati in maniera esagerata.

    Universita’ e turismo possono coesistere benissimo: Venezia, che vive sul turismo, ha comunque 2 universita’ statali (Ca Foscari e IUAV) + 1 universita’ internazionale “turistica” (VIU). E nessun amministratore locale pensa di chiuderle, anzi.

  10. Premesso che la contrapposizione universita’ – turismo e’ ovviamente una forzatura, il pezzo comincia citando Tremonti e Gelmini che sono fuori gioco da qualche anno. Il pensiero di chi li ha seguiti non merita di essere citato o non ce ne e’ stato alcuno?
    Il problema di cui non sento parlare e’ che a fronte di un numero di laureati inferiore nel nostro paese rispetto ad altri, aumenta la percentuale dei laureati che non trovano lavoro. Credo a molti piacerebbe leggete su questo piuttosto che su dichiarazioni pittoresche di politici cancellati dalla scena.

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